Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Come l’odio per Israele ha screditato l’Onu. Ne valeva la pena? Commento di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 13 febbraio 2026 Pagina: 7 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Come l’odio per Israele ha screditato l’Onu. Ne valeva la pena?»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 13/02/2026, a pagina 7, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Come l’odio per Israele ha screditato l’Onu. Ne valeva la pena?"
Iuri Maria Prado
Francesca Albanese, con la sua militanza ideologica contro Israele, ha finito con lo screditare l'ONU. Non che prima l'ONU fosse attendibile su Israele, diciamo. Ma lei ha dato il colpo di grazia a un'organizzazione già vecchia, con continue dichiarazioni da brividi.
Sarebbe insufficiente lo spazio di un’intera pagina anche solo per elencare – figurarsi commentare – gli spropositi e le oscenità cui si è lasciata andare Francesca Albanese nel corso della sua militanza anti-israeliana e antisemita. E occorrerebbe ben altro spazio per nominare i troppi – giornalisti, conduttori televisivi, politici, conferenzieri, rettori universitari – che hanno offerto tribuna alla “special rapporteur”, la sedicente avvocata secondo cui “gli ebrei” (non Netanyahu, non il governo di Israele, non l’esercito israeliano: “gli ebrei”) avrebbero fatto ai palestinesi ciò che i nazisti fecero agli ebrei.
Lasciamo allora da parte le singole voci di questo cupo curriculum e accantoniamo, per un momento, le responsabilità di quanti ne hanno favorito l’accreditamento. Il punto su cui riflettere è un altro, e si condensa in una domanda semplice: ne valeva la pena? L’odio per Israele e il pregiudizio antiebraico di una parte del mondo politico-editoriale che ha lasciato imperversare in quel modo Francesca Albanese valevano il prezzo del discredito inflitto alle Nazioni Unite dalle intemperanze della propria consulente?
Valeva la pena consentirle di sfruttare l’immunità legata all’incarico per reiterare incursioni intollerabili? Valeva la pena che le Nazioni Unite si riducessero a scudo protettivo di un’attivista che istiga i ristoratori a molestare i clienti che non denunciano genocidio e apartheid? Valeva la pena che un altissimo ufficio della cooperazione internazionale scivolasse al livello di credibilità, rispettabilità e dignità di una ciurma da Flotilla?
C’è da augurarsi che almeno qualcuno, tra coloro che pure nutrono quell’odio o vi indulgono, comprenda infine che non ne valeva la pena. Che si renda conto del danno arrecato a un’organizzazione – l’Onu – già sufficientemente logorata da crisi e contraddizioni, senza bisogno dell’ulteriore affronto di essere associata a simili uscite.
Ma potrebbe trattarsi di speranze vane. Potrebbe darsi che gli agenti politici ed editoriali di Francesca Albanese detestino più Israele e gli ebrei di quanto tengano alla decenza delle istituzioni internazionali. E che neppure le sue divagazioni sul “nemico comune dell’umanità” bastino a indurli a dire basta.
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