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Confessioni elvetiche Rassegna Stampa
12.10.2021 Afghanistan: giorni di sangue
Commento di Stefano Piazza

Testata: Confessioni elvetiche
Data: 12 ottobre 2021
Pagina: 1
Autore: Stefano Piazza
Titolo: «Afghanistan: giorni di sangue»
Afghanistan: giorni di sangue
Commento di Stefano Piazza

(dal Mattino della Domenica)

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Stefano Piazza

Afghanistan, vent'anni di guerra inutile - Il Fatto Quotidiano

Si fa sempre piu’ cruento in Afghanistan lo scontro tra i Talebani, Al Qaeda, la rete Haqqani e l’Isis Khorasan . É ancora incerto il numero dei morti causati dalla bomba esplosa domenica scorsa all’ingresso della moschea Eid Gah, la seconda della capitale afghana, mentre erano in corso i funerali della madre del portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid, morta alcuni giorni prima. Secondo alcune testimonianze raccolte dalla Associated Press e confermate da Bilal Karimi, uno dei vice del portavoce ufficiale dei Talebani, tra i 12 morti e i 32 feriti non ci sarebbero combattenti Talebani ma civili che erano fuori dal cancello della moschea che si trova a pochi metri dal Palazzo presidenziale e dal Ministero della Difesa nel centro di Kabul. Qui un attentatore suicida di nome Misbah al-Qunari secondo quanto dichiarato da ISIS-K, è riuscito a raggiungere l’ingresso della moschea dopo di che ha fatto esplodere la cintura esplosiva che indossava sotto gli abiti.

Attacchi quotidiani
L’attacco alla moschea di Kabul non è che l’ultimo episodio di sangue da quando i Talebani hanno preso il potere in Afghanistan e il fatto che ISIS-K abbia colpito nei pressi del Palazzo presidenziale prova il fatto che i Talebani contrariamente a quanto dichiarato più volte, non sono in grado di far fronte alla minaccia rappresentata dalla cellula locale dello Stato islamico. Nello stesso giorno dell’attacco alla moschea l’emittente afghana Tolo News ha diffuso la notizia che a Jalalabad, città dell’Afghanistan orientale, sono morte quattro persone e tra loro c’è anche Sayed Maroof Sadat, giornalista e già portavoce della Direzione per l’agricoltura del Nangarhar, la regione al confine con il Pakistan insanguinata dagli attacchi dell’Isis-Khorasan. Tra i feriti ci sarebbe pure il figlio che, secondo altre fonti, invece sarebbe deceduto. Anche qui a colpire è stato l’Isis-Khorasan che già il 18 e il 19 settembre aveva rivendicato attraverso la sua agenzia stampa Amaq la responsabilità di una serie di attentati, sei, «contro i combattenti Talebani a Jalalabad» che hanno causato, sempre secondo Amaq che ha pubblicato una serie di foto di un pick-up con una la bandiera bianca dell’Emirato in mezzo alle macerie «oltre 35 morti e feriti». Ad essere colpiti erano stati una serie di veicoli di pattuglia e un raduno dei Talebani. Nemmeno il tempo di stilare un bilancio degli ultimi attacchi dell’ISIS-K che a Charikar, nella provincia di Parwan, a nord di Kabul c’è stato un nuovo attacco rivendicato sempre attraverso l’agenzia Amaq: «Grazie al successo di Allah l’Onnipotente, i soldati del Califfato hanno fatto esplodere ieri un IED (ordigno esplosivo improvvisato, n.d.r.) su due veicoli della milizia talebana apostata nella zona di Ofyan della città di Charikar, la capitale di Parwan. Questo ha causato danni ai veicoli e la morte e il ferimento di più di 10 membri a bordo. Sia lodato Allah».

La risposta dei Talebani
Agli attacchi dell’ISIS-K il nuovo regine talebano ha reagito con qualche operazione ad esempio nella provincia del Nangarhar (Afghanistan orientale) dove tre presunti miliziani della branca locale dell’ISIS sono stati catturati, impiccati e lasciati appesi per alcuni giorni come ha riferito l’agenzia di stampa Bakhtar. La settimana precedente avevano suscitato orrore le immagini dei corpi di altri quattro uomini, tutti accusati dai Talebani di essere dei rapitori, appesi in diverse località di Herat, nell’Afghanistan occidentale.

Il Paese è già allo stremo e c’è il rischio di blackout elettrico nazionale
Se la sicurezza in Afghanistan continua a deteriorarsi la situazione economica del Paese è prossima al collasso dei suoi fragilissimi sistemi economici e sociali, una circostanza confermata dal capo della politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, «l’Afghanistan sta vivendo una grave crisi umanitaria e si profila un collasso socio-economico, che sarebbe pericoloso per gli afghani, per la regione e per la sicurezza internazionale». Che la situazione sia quella descritta da Borrell lo dicono i numeri che raccontano di come i prezzi al dettaglio del cibo sono aumentati di oltre il 50% da quando i Talebani hanno preso il potere ad agosto, poiché come riporta Tolo News ‹‹il congelamento di 9 miliardi di dollari di beni dell’Afghanistan detenuti nelle riserve delle banche centrali estere e il ritiro del reddito estero alimenta l’inflazione». Anche il sistema bancario già fragilissimo è in gran parte paralizzato, con persone incapaci di prelevare denaro, mentre il sistema sanitario del Paese -che dipendeva fortemente dagli aiuti esteri- è vicino al crollo totale. Con la crisi economica l’Afghanistan che spende mensilmente tra i 22 e i 25 milioni di dollari in energia elettrica, rischia concretamente anche di restare al buio visto che ha contratto debiti pari a 62 milioni di dollari di sola elettricità con Tagikistan, Uzbekistan, Iran e Turkmenistan che ora reclamano il saldo delle fatture scoperte. Per evitare di restare al buio la Dabs la compagnia afghana per l’elettricità,ha chiesto all’Onu 90 milioni di dollari per pagare il debito in modo da non essere costretta a rivolgersi agli utenti. L’Unione Europea ha aumentato i suoi aiuti umanitari all’Afghanistan da quando i Talebani hanno preso il potere, ma in seguito ha fermato la sua assistenza allo sviluppo, un provvedimento assunto anche da altri Paesi e dalla Banca mondiale dopo che sono stati diffusi una serie di rapporti nei quali si racconta di tutta una serie di violazioni dei diritti umani e l’esclusione delle ragazze dalle scuole e dalle università. Tutte cose che hanno intaccato l’incredibile a dir poco ottimismo espresso da molte personalità politiche sul fatto che l’approccio dei Talebani potesse essere diverso da quando hanno guidarono per la prima volta l’Afghanistan tra il 1996 e il 2001. Intanto il gelido inverno si avvicina in Afghanistan e rischia di trasformarsi in una catastrofe umanitaria con conseguenti migrazioni di massa negli Stati vicini. Si salvi chi può.

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