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israele.net Rassegna Stampa
13.09.2023 Oslo è stato un fallimento per Israele, ma un successo per l’Olp
Analisi di Itamar Marcus, da Israele.net

Testata: israele.net
Data: 13 settembre 2023
Pagina: 1
Autore: Itamar Marcus
Titolo: «Oslo è stato un fallimento per Israele, ma un successo per l’Olp»
Oslo è stato un fallimento per Israele, ma un successo per l’Olp
Analisi di Itamar Marcus, da Israele.net

A destra: Yasser Arafat con Abu Mazen

Itamar Marcus - Wikipedia
Itamar Marcus

Dalla firma, trent’anni fa, degli accordi di Oslo tra Israele e Olp, annunciati da leader israeliani e di tutto il mondo come una svolta epocale e l’inizio di un processo di pace, più di 2.000 israeliani sono stati assassinati in attentati terroristici palestinesi: in media, più di 60 ogni anno (a partire da Yigal Vaknin, pugnalato a morte in un frutteto accanto alla roulotte dove viveva, nei pressi del moshav Batzra, nel centro di Israele). Gli accordi di Oslo si sono tradotti in un trentennio di ininterrotto, spietato terrorismo palestinese sotto la guida della neo-formata Autorità Palestinese. Gli accordi resero possibili attentati suicidi, attentati con armi da fuoco, accoltellamenti, deliberati attacchi con veicoli ecc. Molti rimpiangono la pace perduta che pensavano fosse a portata di mano, e si domandano cosa abbia causato il fallimento del processo di pace di Oslo. La risposta è che, dal punto di vista palestinese, non fu affatto un fallimento. Negli accordi internazionali può accadere che la stessa cosa che una parte vede come un fallimento, sia vista dall’altra come un successo. Mentre il terrorismo reso possibile da Oslo ha trasformato quegli accordi in un tragico e totale fallimento agli occhi degli israeliani, per l’Olp quello stesso terrorismo è ciò che ne ha decretato il successo, perché quel terrorismo era esattamente uno degli obiettivi che si era prefissata la dirigenza palestinese al momento della firma. Non si tratta di una semplice congettura a posteriori. In realtà, sin dall’inizio i dirigenti dell’Autorità Palestinese hanno sempre dichiarato i loro obiettivi terroristici nel processo di Oslo. Ma i leader israeliani (e del resto del mondo) decisero sorprendentemente di credere a ciò che i capi dell’Autorità Palestinese dicevano loro in privato, anziché a ciò che proclamavano al loro popolo in pubblico. Una delle dichiarazioni più chiare secondo cui lo scopo di Oslo era quello di facilitare il terrorismo venne riportata da Palestine Media Watch pochi mesi prima che Arafat lanciasse l’intifada stragista del 2000, ed era stata enunciata da un ministro del governo dell’Autorità Palestinese. “Il popolo palestinese – disse Abd Al-Aziz Shahin, ministro per gli approvvigionamenti dell’Autorità Palestinese, riportato da Al-Ayyam il 30 maggio 2000 – ha accettato gli Accordi di Oslo come un primo passo, e non come una soluzione permanente, in base alla premessa che la guerra e la lotta sul territorio sono più efficaci di una lotta condotta da una terra lontana [la Tunisia]. Il popolo palestinese continuerà la rivoluzione finché non raggiungerà gli obiettivi della rivoluzione del ’65 [= la distruzione di Israele]”. Il ministro Shahin non avrebbe potuto essere più esplicito riguardo all’obiettivo di Oslo di incrementare e rafforzare il terrorismo. L’Olp incontrava difficoltà a dirigere il terrorismo dalla Tunisia (dove era allora relegata) e firmò gli accordi di Olso col preciso intento di condurre il terrorismo contro gli israeliani “sul territorio”. Tutto ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni è racchiuso in quelle parole. Ma Israele e il mondo hanno preferito ignorarle. La promessa di ricorrere al terrorismo era stata espressa ripetutamente, anche nelle prime fasi del processo, dai massimi vertici dell’Autorità Palestinese. Già nel 1996 Nabil Sha’ath, capo negoziatore dell’Olp per gli accordi di Oslo, aveva garantito ai palestinesi che le armi fornite da Israele alla polizia dell’Autorità Palestinese sarebbero state puntate contro gli israeliani se questi non avessero ceduto a ogni singola richiesta palestinese. Una registrazione di Sha’ath che discuteva di strategia durante un incontro a porte chiuse venne divulgata da Palestine Media Watch il 15 gennaio 1996. “Questa è la strategia – diceva Sha’ath – Se e quando Israele dirà ‘basta’, vale a dire ‘non discuteremo di Gerusalemme, non faremo ritornare i profughi, non smantelleremo gli insediamenti, non ci ritireremo sulle frontiere [del 1967], allora torneremo alla violenza. Ma questa volta sarà con 30.000 soldati palestinesi armati e in una terra con elementi di libertà. Sono il primo a invocarla. Se arriveremo a una situazione di stallo, torneremo a combattere e lottare come abbiamo combattuto per quarant’anni e più”. Il fatto che l’obiettivo non fosse quello di raggiungere la pace con Israele venne esplicitamente affermato dallo stesso presidente dell’Olp Yassar Arafat pochi mesi dopo aver firmato gli accordi di Oslo, e poi ripetutamente da altri nell’arco di trent’anni. Arafat paragonò gli accordi di Oslo al noto trattato di pace di dieci anni di Hudaybiyyah che Maometto firmò con la tribù dei Quraish della Mecca quando era troppo debole per conquistarli. Due anni dopo, calpestò l’accordo e conquistò la Mecca. “Questo accordo [di Oslo] – disse Arafat in un discorso a Johannesburg del 10 maggio 1994 – non lo considero di più dell’accordo che venne firmato tra il nostro profeta Maometto e i Quraish”. Come mai Israele non ha voluto cogliere questi e numerosi altri segnali di allarme che venivano continuamente rivelati durante gli anni del processo di Oslo? Come mai i negoziatori israeliani presero per buone le promesse verbali dell’Olp senza esigere alcun passo concreto che ne dimostrasse la sincerità, pur sapendo che nel corso della storia l’inganno è stata spesso una strategia basilare per indebolire i nemici e attirarli in trappola? L’intramontabile forza del mito del cavallo di Troia basterebbe per ricordare quante volte nel corso della storia l’inganno di un falso gesto di pace è stato la chiave per prevalere in una guerra. Tuttavia, l’inganno di solito comporta creatività, strategia e pianificazione. Guardando ai trent’anni di incessante terrorismo promosso, glorificato e ricompensato dall’Autorità Palestinese, ciò che è scioccante nell’inganno di Oslo è che l’Olp, nel 1993 ancora considerata un’organizzazione terroristica, non ha avuto bisogno di fare nulla per ingannare gli entusiasti israeliani: non ha dovuto far altro che sedersi a un tavolo e firmare un pezzo di carta. Non c’è stato bisogno di nessun cavallo di Troia o false fughe di notizie o altre diavolerie per convincere gli israeliani che i terroristi dell’Olp erano cambiati. Non c’è stato un periodo di prova. Non c’è stato alcun tentativo di attendere che a un’intera generazione di giovani palestinesi, cresciuta nell’odio verso gli ebrei e Israele, venissero insegnati i valori della convivenza e della pace. Gli israeliani e i loro politici erano divorati dal desiderio di credere davvero che l’Olp non voleva più distruggere Israele. Il cavallo di Troia di Oslo ha avuto successo perché c’erano negoziatori e leader israeliani così bramosi di arrivare a un accordo di pace che hanno ignorato ogni cautela e si sono lasciati ingannare. Ciò che è scioccante è che c’erano tutte le prove che gli accordi di Oslo erano un inganno. Già nel 1996 Palestine Media Watch segnalava i messaggi di impegno verso il terrorismo rivolti dall’Autorità Palestinese alla propria popolazione. Nel 1997, Palestine Media Watch denunciava la promozione del terrorismo e del martirio dei minorenni da parte dell’Autorità Palestinese. Nel 1998, Palestine Media Watch documentava l’opera di indottrinamento all’odio e alla violenza attraverso i libri scolastici dell’Autorità Palestinese. L’Autorità Palestinese ripeteva alla sua gente che Haifa e Giaffa sono città palestinesi da liberare in più fasi, e si compiaceva apertamente all’idea che la polizia palestinese finisse per volgere le sue armi contro gli israeliani. In quegli anni, gli attentatori suicidi palestinesi stavano già compiendo stragi di innocenti sugli autobus e nei centri commerciali delle città israeliane. I governi israeliani avevano tutte le informazioni, ma si comportarono come giocatori d’azzardo che continuano a gettare più soldi nel piatto, rifiutandosi di ammettere l’errore e accettare la responsabilità d’aver trascinato Israele nella trappola mortale di Oslo. Quindi Oslo è stato un fallimento? Secondo i capi palestinesi, nient’affatto. Per lo stesso motivo per cui gli israeliani vedono Oslo come un fallimento – vale a dire, la continuazione incessante del terrorismo palestinese – i capi palestinesi vedono Oslo come un successo. Lo ha spiegato bene Ziyad Abu Ein, già vice ministro dell’Autorità Palestinese per gli affari dei prigionieri: “Oslo – ha detto alla tv iraniana Al-Alam il 6 luglio 2006 – è la serra efficace e potente che ha sostenuto la resistenza palestinese. Senza Oslo, non ci sarebbe mai stata resistenza. In tutti i territori occupati non potevamo spostare una sola pistola da un posto all’altro. Senza Oslo, e senza essere armati meditante Oslo, non saremmo stati in grado di creare questa grande intifada palestinese”. Gli ha fatto eco un altro dirigente, Sultan Abu Al-Einein, il membro del Comitato Centrale di Fatah noto per aver detto “Ovunque trovate un israeliano, tagliategli la gola”. Il 6 aprile 2009 Abu Al-Einein ha affermato alla tv Al-Quds: “Le armi usate contro il nemico israeliano a Gaza e in altri luoghi furono portate [dentro l’Autorità Palestinese] in conformità con gli Accordi [di Oslo]. Quando parliamo degli aspetti negativi degli Accordi di Oslo, dobbiamo considerare anche questi altri aspetti”. In sintesi, si può dire che gli accordi di Oslo sono stati un grande successo per l’Olp e un tragico fallimento per Israele. Ma c’è una verità ancora più profonda: il processo di pace immaginato e sognato dagli israeliani non è fallito, semplicemente non è mai esistito.
 (Da: Jerusalem Post, 7.9.23)

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