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Riprendiamo LIBERO di oggi, 05/11/2024, a pagina 16, con il titolo "Bugie e odio islamista per decapitare un prof", l'analisi di Mauro ZanonMauro Zanon «Il processo delle fatwa», lo ha definito la scrittrice Émilie Fèche, dei piccoli ayatollah che hanno condannato a morte un insegnante di Storia e Geografia devoto al suo lavoro, un ussaro della République reo di aver mostrato in classe le vignette di Charlie Hebdo su Maometto. Si è aperto ieri a Parigi, dinanzi alla Corte d’assise speciale, il processo degli otto adulti che hanno azionato la macchina infernale che il 16 ottobre 2020 ha portato alla decapitazione di Samuel Paty da parte di un diciottenne jihadista di origini cecene, Abdoullakh Anzorov. Durerà fino al 20 dicembre, e sarà integralmente registrato, sette settimane durante le quali i giudici dovranno determinare la responsabilità degli otto imputati nell’ingranaggio islamista che ha spinto Anzorov a «vendicare il profeta», come scrisse su Twitter il giorno dell’attacco. Sono tre i gruppi di imputati. Nel primo c’è Brahim Chnina, il padre dell’alunna all’origine della menzogna che ha scatenato la galassia islamista. ASSOCIAZIONE A DELINQUERE Secondo i giudici istruttori, Chnina e Sefrioui hanno partecipato a una «associazione a delinquere con finalità di terrorismo» per aver «prodotto e distribuito» dei video che hanno suscitato «sentimenti di odio» nei confronti dell’insegnante. I magistrati ritengono inoltre che il loro attivismo sui social network sia stato portato avanti con piena consapevolezza del «contesto ideologico e criminale» di quel periodo e abbia contribuito a designare Paty «come un obiettivo». Insomma, a mettere un mirino dietro la sua schiena. I BASISTI Ci sono infine gli amici di Evreux, la città in cui il jihadista risiedeva: Azim Epsirkhanov, 19 anni all’epoca dei fatti, nato in Russia e anch’egli di origini cecene, e Naim Boudaoud, allora 18enne. Entrambi sono sospettati di aver aiutato Anzorov a procurarsi le armi, coltelli e pistole ad aria compressa, per portare a termine il suo piano omicida: in quanto tali, sono perseguiti per «complicità in omicidio a carattere terroristico» e rischiano l’ergastolo. «Ho bisogno di sapere. Cosa avevano in testa gli accusati? Cos’avevano previsto? Per inviare a Libero la propria opinione, telefonare: 02/99966200, oppure cliccare sulla e-mail sottostante lettere@liberoquotidiano.it |
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