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Shalom Rassegna Stampa
24.11.2022 Le bombe di Gerusalemme: un crimine e un grave segnale d’allarme
Commento di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 24 novembre 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Le bombe di Gerusalemme: un crimine e un grave segnale d’allarme»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Le bombe di Gerusalemme: un crimine e un grave segnale d’allarme".

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Ugo Volli

Un omicidio feroce
Il doppio attentato di ieri a Gerusalemme è orribile ed efferato. Piazzare delle bombe in un bersaglio assolutamente civile come la sempre affollata stazione degli autobus, imbottirle di chiodi e bulloni per straziare le carni degli innocenti che avessero avuto la sfortuna di trovarsi nel raggio dell’esplosione, uccidere un ragazzino di quindici anni, l’israeliano-canadese studente di yeshiva Aryeh Schopak e ferire altre due dozzine di persone non è un atto di “resistenza” e neppure di guerra, è un delitto atroce, un omicidio feroce anche perché casuale, un crimine contro l’umanità.

Come la “seconda intifada”?
Se si cerca di analizzare freddamente le circostanze dell’attentato, esso rappresenta anche un grave segnale d’allarme, la testimonianza di un salto di qualità del terrorismo. In primo luogo le bombe fatte esplodere in luoghi pubblici, in particolare all’interno del territorio “storico” dello stato di Israele, non solo in Giudea e Samaria, richiamano agli israeliani la grande ondata terroristica di vent’anni fa, che sui giornali venne chiamata “seconda Intifada”. Vi furono stragi nei pub, nei ristoranti, nei supermercati, negli autobus, dappertutto. Nessuno poteva sentirsi sicuro. La costruzione della barriera di sicurezza contribuì a rendere più difficile questo tipo di attentati, una campagna militare stroncò le basi del terrorismo e alla fine questo pericolo fu scongiurato per due decenni. Ma nonostante la barriera e i controlli stradali non è impossibile fare entrare delle bombe nel territorio di Israele e tentare di ripetere quel periodo difficilissimo.

Deadly 'high quality' Jerusalem bombs planted by organized terror cell,  police say | The Times of Israel

La tecnica dell’attentato
Rispetto a quei crimini vi è però una differenza fondamentale. L’omicidio non è stato compiuto da un attentatore suicida con una cintura esplosiva, bensì da qualcuno che ha lasciato le due borse esplosive alle fermate dei bus e le ha fatto esplodere in maniera coordinata usando un cellulare che ha innescato il detonatore. E’ una tecnica più avanzata, che non costa la vita al terrorista e che permette di agire da lontano e anche con un certo anticipo di tempo, com’è già accaduto qualche volta in Libano. Indiscrezioni giornalistiche attribuite ai responsabili delle indagini rimandano a finanziamenti provenienti dal centro di Hamas in Turchia. Ma è significativo che non vi siano stati per tutte le prime ore di ieri arresti o indicazioni di possibili responsabili. Anche le telecamere, che non mancavano nel luogo dell’esplosione e che hanno funzionato perfettamente, non sono risultate particolarmente utili, perché in quella zona vi è un gran passaggio di persone, che spesso portano borse o zaini. Insomma, dietro l’attentato vi è una rete internazionale e una competenza tecnica nettamente superiore al passato, il che fa temere che questo tipo di attacchi possano ripetersi.

Il contesto
Dopo l’attentato vi sono state numerose dichiarazioni di solidarietà per Israele, dagli Usa, dall’Unione Europea e anche da parte del ministro degli esteri italiano Tajani. Da parte palestinese vi sono state le solite scene disgustose di dolcetti offerti per strada a Gaza e anche in numerose località di Giudea e Samaria per festeggiare l’omicidio. Ma vi sono state anche prese di posizione sostanzialmente complici del terrorismo da parte di esponenti della sinistra israeliana: il solo deputato ebreo della “lista unitaria” comunista-nazionalista araba, Ofer Cassif, in un discorso alla Knesset ha paragonato la vittima Aryeh Schopak a un terrorista arabo morto negli scontri con la polizia l’altro ieri a Shechem, mentre cercava di impedire con le armi che fedeli ebrei potessero andare a pregare alla tomba di Giuseppe, com’è esplicitamente statuito negli accordi di Oslo; a Hadas Steif, una giornalista della “radio militare” (che in realtà non esprime le posizioni delle gerarchie militari, ma un’ideologia di sinistra) è stata tolta la copertura dell’attentato, dopo che ne aveva attribuito la colpa alla progettata nomina di Itamar Ben-Gvir a ministro della sicurezza interna.

Un altro episodio raccapricciante di terrorismo
Sempre ieri è successo un altro episodio terribile. Il corpo di Tiran Fero, un ragazzo druso-israeliano di 17 anni, abitante a Dilyat HaCarmel, sopra Haifa, ferito gravemente in un incidente stradale nella città di Jenin, e portato d’urgenza all’ospedale della città, è stato rapito da una trentina di terroristi palestinesi. Essi, saputo della presenza di un cittadino israeliano, hanno fatto irruzione in ospedale, l’hanno staccato dal respiratore che lo teneva ancora in stato vegetativo, benché ne fosse stata dichiarata la morte clinica, l’hanno portato via e ora lo tengono in ostaggio per un possibile riscatto. I drusi sono una popolazione araba, distribuita anche in Libano e Siria, con una loro distinta identità religiosa. In genere sono fedeli allo stato di appartenenza e in Israele prestano onorevolmente servizio militare, ma mantengono buoni rapporti con i palestinesi. Tiran Fero era solo un ragazzo ed ora la famiglia cerca disperatamente di recuperare almeno il suo corpo. Ma anche in questo caso per i terroristi, “pietà l’è morta”.
Alla fine, dopo trenta ore di sequestro, i terroristi hanno ceduto e hanno restituito il corpo alla famiglia. Ma anche questo episodio testimonia il totale imbarbarimento del movimento palestinista
 
Video da j24news


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