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Shalom Rassegna Stampa
20.09.2022 L'insulto a Israele del Presidente cileno
Commento di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 20 settembre 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «L'insulto a Israele del Presidente cileno»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "L'insulto a Israele del Presidente cileno".

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Ugo Volli

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Gabriel Boric

Antisemitismo e mancanza di rispetto
Uno dei tratti comuni all’antisemitismo, in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini, è quello di non esercitare solo nei confronti degli ebrei odio e violenza, fino al genocidio, ma di cercare prima di distruggere il rispetto delle vittime attraverso atti simbolici di disprezzo, di atroce presa in giro e di disumanizzazione. Durante la “Notte dei cristalli” i nazisti costrinsero gli ebrei a buffonesche processioni, non molto diverse da quelle che a lungo durante il carnevale subirono gli ebrei di Roma ad opera del Papato; era pratica comune nei paesi del Maghreb accogliere a schiaffi gli ebrei che venivano a pagare la jiza, l’esosa tassa cui il Corano obbliga gli “infedeli protetti”, i dhimmi. Sulle chiese gotiche sono ancora visibili le “Judensau”, rappresentazioni degli ebrei che baciano il sedere di un maiale.

Il caso cileno
Bisogna pensare a questa orribile tradizione per capire il senso di quel che è avvenuto la settimana scorsa in Cile. È un fatto molto semplice e in apparenza privo di conseguenze importanti. In tutti gli stati gli ambasciatori stranieri, prima di entrare nel pieno della loro funzione, devono presentare al capo dello stato le loro credenziali, un documento ufficiale dello stato cui appartengono, che assegna loro la responsabilità di rappresentarlo. Prima che ciò avvenga, non solo ci devono essere relazioni diplomatiche fra i due stati, ma il nome del futuro ambasciatore viene reso noto al ministero degli esteri ospitante, che deve esprimere il suo gradimento. Si tratta dunque solo di una cerimonia ufficiale, non di un atto politico, che serve a sottolineare il rapporto fra i due stati e il ruolo speciale e l’immunità dell’ambasciatore. Così doveva avvenire a Santiago del Cile giovedì scorso. Il nuovo ambasciatore israeliano Gil Artzyeli doveva presentare le sue credenziali al presidente cileno Gabriel Boric, era stato convocato al palazzo presidenziale per la cerimonia ed era già lì, quando Boric si è improvvisamente rifiutato di riceverlo e di accettare le credenziali, rimandandolo all’ambasciata. Il pretesto per lo sgarbo era la morte di un giovane terrorista, Uday Trad Salah, 17 anni, di Kafr Dan, pochi chilometri a ovest di Jenin, che con altri suoi compagni aveva intrapreso uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano per resistere all’arresto di un altro terrorista. Secondo un altro vecchio stereotipo antisemita, Boric aveva presentato la morte, armi in pugno, del terrorista come “assassinio di bambini palestinesi”.

Il processo diplomatico
 La decisione di Boric è del tutto inedita nei rapporti fra stati, proprio perché interviene in un momento puramente formale. A rimediare l’insulto sono intervenute le diplomazie. Il ministero degli esteri cileno si è scusato con Artzyeli, l’ambasciatore cileno è stato convocato al ministero israeliano di Gerusalemme per ricevere una nota di protesta e anche in questo caso vi sono state delle scuse, alla fine si è deciso di “voltare pagina” (così ha detto Gil Artzyeli) e di tenere la cerimonia a ottobre. Ma vale la pena di approfondire la ragioni di questo deliberato oltraggio.

La situazione cilena
 Il Cile è una nazione profondamente divisa. Boric è stato eletto un anno fa, con una maggioranza piuttosto risicata, in contrapposizione a un candidato di destra, José Antonio Kast. È un estremista di sinistra su tutti i temi, e in particolare un nemico dichiarato di Israele. Ricevendo l’omaggio della piccola comunità ebraica locale, ha detto di accettarlo, ma invitandola a rompere i rapporti e a condannare “lo stato razzista e assassino” che sarebbe Israele. Questo odio antisionista si spiega in parte con ragioni elettorali: il Cile è la sede di una notevole comunità tedesca di fuggitivi o nostalgici nazisti e anche di una significativa emigrazione di palestinesi, probabilmente la più numerosa del mondo. Ma non bisogna sottovalutare la base ideologica del suo atteggiamento. Boric, che ha solo 36 anni appartiene a quella generazione di militanti di sinistra di cui abbiamo visto qualche traccia notevole anche fra i candidati delle elezioni italiane, che ha perso ogni ritegno legato alla Shoà ed esprime un odio per lo stato ebraico che si estende chiaramente agli ebrei. Questo antisemitismo di sinistra non cancella naturalmente quello di destra, ma è oggi probabilmente il più pericoloso. L’estremismo di Boric è stato probabilmente esasperato da una grave sconfitta politica da lui subita pochi giorni fa, il 4 settembre, quando un progetto di nuova costituzione per il paese, fortemente caratterizzata in senso “rivoluzionario”, è stata respinta da un referendum con ampio margine (62% contro 38%). Incapace di realizzare il suo progetto ultrasinistro, Boric ha voluto forse mobilitare i suoi sostenitori con un eclatante gesto antisionista e anche chiaramente antisemita.

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