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Shalom Rassegna Stampa
22.06.2022 Israele verso nuove elezioni: ecco che cosa è successo
Commento di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 22 giugno 2022
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «In Israele fallisce il governo e si scioglie il parlamento. Ecco che cosa è successo»
Riprendiamo da SHALOM online l'analisi di Ugo Volli dal titolo "In Israele fallisce il governo e si scioglie il parlamento. Ecco che cosa è successo".

A destra: Benjamin Netanyahu

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Ugo Volli

La caduta di Bennett
Quasi esattamente un anno dopo la sua costituzione, il governo Bennett cade. Ieri sera Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato di voler andare a nuove elezioni, presentando loro la legge di scioglimento della Knesset che il sistema politico israeliano richiede per indire le elezioni, prima che possa farlo l’opposizione mercoledì come si proponeva. Sembra un gesto di orgoglio ma è in sostanza una resa. Se non ci saranno nuovi colpi di scena, Israele andrà alle quinte elezioni generali in tre anni e mezzo il 25 ottobre, dopo la conclusione del ciclo delle feste autunnali. Il governo di tutti, che doveva gestire il paese “unitariamente” non ha retto alle sue contraddizioni.

Le cause prossime
Si conclude così un mese di agonia fatta di sconfitte, di leggi non approvate al vaglio parlamentare, di nomine non ratificate, di parlamentari che sono usciti dalla maggioranza a destra e a sinistra. Il caso più importante è quello di una legge che dev’essere periodicamente approvata per estendere certi aspetti della legislazione israeliana ai territori di Giudea e Samaria. Era necessario votarla di nuovo entro giugno fra l’altro per permettere ai cittadini israeliani che vi abitano di avere la sicurezza sociale come tutti gli altri, per estendere loro la giurisdizione civile e poter arrestare secondo la legge israeliana i terroristi. Normalmente questa legge viene riapprovata senza problemi ogni cinque anni, ma questa volta la maggioranza conteneva partiti contrari ideologicamente al governo israeliano di Giudea e Samaria (gli arabi di Ra’am e gli ultrasinistri di Meretz). Mentre i loro dirigenti erano disposti a passare sopra le loro convinzioni pur di continuare a escludere la destra dal governo, alcuni loro parlamentari non erano disposti a rinunciare all’ideologia. Il governo sperava in un soccorso dell’opposizione di destra, che invece è d’accordo sulla logica della legge, ma naturalmente questa ha rifiutato di fare da stampella a un governo detestato e a un primo ministro considerato come un traditore della destra e non l’ha votata. Si è certificato così che la maggioranza non c’era più. Di fronte alla presentazione di una mozione di sfiducia nei prossimi giorni, i leader del governo hanno deciso di gettare la spugna.

Le cause remote
Questa vicenda è uno dei temi di divisione della maggioranza, importante e urgente; ma ve ne sono molti altri già emersi: le costruzioni negli insediamenti ebraici e i finanziamenti di quelli illegali dei beduini, la difesa dal terrorismo e l’atteggiamento verso l’Iran, l’economia e la religione, la giustizia e la politica estera. Cioè praticamente tutto. In realtà il governo Bennett è stato costituito mettendo assieme delle forze politiche che non erano d’accordo su niente, salvo che sul tentativo di tener lontano dal potere il leader più popolare del paese, cioè Bibi Netanyahu. Ma a un governo non basta occupare il potere, deve governare e cioè fare scelte. Ma su ogni scelta concreta, la maggioranza era destinata a dividersi, perché le convinzioni erano opposte.

Che succede adesso
Salvo improbabili colpi di scena (per esempio una mozione di sfiducia costruttiva che nomini un nuovo governo evitando le elezioni), prima di tutto scattano gli strani accordi di coalizione che hanno presieduto alla nascita del governo. In seguito a questi Bennett non gestirà l’ordinaria amministrazione nei quattro mesi fino alle elezioni (o più probabilmente sei fino alla costituzione del nuovo governo). Gli subentrerà subito Yair Lapid, come avrebbe dovuto fare comunque a metà legislatura se essa fosse durata. Sarà lui a incontrare Biden e a gestire le difficili condizioni di sicurezza di qui a ottobre (o a gennaio), inclusa la scelta se e quando attaccare gli impianti atomici iraniani. Ci sarà poi un gran balletto sulla presentazione delle liste elettorali: sia il partito di Bennett che quello di Saar, nell’ex maggioranza, rischiano di non superare la soglia del 3,5% necessaria per entrare al Knesset. E’ possibile che si uniscano, e così Meretz e i laburisti. Si dice anche che il partito di Bennett probabilmente si spacchi e che lo stesso leader non si candidi. I sondaggi assegnano una vittoria alla destra, ma forse non così amplia per costituire un governo senza i pezzi di destra transfughi (Bennett, Sa’ar, Lieberman). Insomma i giochi sono del tutto aperti. Nel frattempo è probabile che Lapid governi, senza maggioranza, secondo la sua ideologia di sinistra, mentre il paese è orientato al 60% almeno sulla destra. C’è insomma il rischio di forti tensioni. L’ultimo tema da citare è quello della legge sulla Giudea e Samaria, che verrà automaticamente prorogata, essendo caduto il governo prima della sua scadenza.

Il sistema politico israeliano è malato?
Certamente sì, si tratta di una malattia comune a molti sistemi politici occidentali: come la Francia, che non ha al momento una maggioranza; l’Italia con un governo dalla maggioranza ampia e rissosissima; gli Usa col presidente meno popolare da decenni. Eccetera. Senza affrontare il grande problema della debolezza dei paesi democratici in questo periodo, bisogna dire che il sistema elettorale israeliano proporzionale puro, con una soglia d’accesso molto bassa, liste decise dai partiti, una forte frammentazione etnica e religiosa oltre che politica, una personalizzazione altrettanto forte della politica, la politicizzazione del sistema investigativo e giudiziario fa sì che lo stato ebraico sia particolarmente a rischio e rende molto difficile la costituzione di governi compatti ed efficienti. Comunque finisca questa nuova difficile prova della democrazia israeliana, è chiaro che una riforma istituzionale è necessaria. Ma bisogna aggiungere una cosa fondamentale: la democrazia israeliana è autentica, segue le regole della legge e la volontà dell’elettorato, conta le teste e non le taglia. Meglio troppe elezioni, come in questi anni, che nessuna, come avviene in quasi tutti i paesi del Medio Oriente (e purtroppo della maggior parte del mondo).

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