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Diego Gabutti
Corsivi controluce in salsa IC
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Gli intellettuali di Mussolini 04/06/2021
Gli intellettuali di Mussolini
Recensione di Diego Gabutti

Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di  Mussolini - Mimmo Franzinelli - Libro - Mondadori - Le scie. Nuova serie |  IBS
Mimmo Franzinelli, Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini, Mondadori 2021, pp. 378, 24,00 euro, eBook 11,99 euro.

Filosofo in camicia nera, organizzatore culturale in orbace e stivaloni, non fu per le sue «idee», come poi si disse, né per «il ruolo da protagonista che avrebbe potuto occupare nel dopoguerra», come ancora fantasticano molti storici non soltanto di destra, che Giovanni Gentile s’attirò le attenzioni del GAP comunista che il 15 aprile del 1944, a Firenze, lo liquidò a revolverate. Gentile non era un passante innocente, come spiega Mimmo Franzinelli, storico delle zone d’ombre della storia italiana, nel suo ultimo libro, Il filosofo in camicia nera: morì, e morì male, abbattuto da una scarica di pallottole davanti al cancello di casa, perché era stato una figura eminente del fascismo durante l’intero ventennio; perché ne aveva condiviso tutte le scelte, leggi razziali comprese, e perché in una guerra civile su scala planetaria, come quella in cui Mussolini aveva compromesso il paese, ciascuno va incontro ai propri rischi, compresi i filosofi, per non parlare dei sicofanti del tiranno e degli accumulatori d’incarichi e prebende, tra cui Gentile. Liberale finché lo convinse, o gli convenne, il sodalizio con Benedetto Croce, il filosofo dell’«attualismo» spiegò come s’era evoluto il suo liberalismo dopo la Marcia su Roma quando scrisse che «ogni forza è forza morale, perché si rivolge sempre alla volontà: e qualunque sia l’argomento adoperato – dalla predica al manganello – la sua efficacia non può essere altra che quella che sollecita infine interiormente l’uomo e lo persuade a consentire. Quale debba esser poi la natura di questo argomento, se la predica o il manganello, non è materia di discussione astratta. Ogni educatore sa che i mezzi d’agire sulla volontà debbono variare a seconda dei temperamenti e delle circostanze». Convertito alle bastonature, aggiunse, da riformatore del liberalismo crociano, che «il Duce, fin dal primo giorno [del suo governo], tra il consenso universale, poté pronunziare il de profundis di quella falsa libertà, di quella bastarda tirannica libertà che era la libertà del regime parlamentare». Di qui il suo cursus honorum mussoliniano. Fu ministro dell’istruzione, direttore scientifico dell’Enciclopedia italiana, regio commissario della Scuola normale di Pisa, vice commissario dell’Università Bocconi, presidente della Domus Galileiana e dell’Istituto italiano per l’estremo e medio oriente, socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e infine – quando Mussolini («il nostro capo, una dottrina vivente») riparò a Salò, perduto l’universale consenso, sotto l’ombrello nazista – presidente dell’Accademia d’Italia.

Apprezzato dal Duce, fu apprezzato anche da Hitler, che «nel luglio 1940» gli conferì una «prestigiosa onorificenza: il Verdienstorden vom Deutschen Adler, o cavalierato di II classe dell’Ordine dell’Aquila germanica, con croce maltese decorata da due svastiche e sovrastata dall’aquila tedesca», un premio «conferito a personalità straniere vicine al nazismo (Mussolini l’ottenne nel 1937, con croce in oro con diamante riservatagli in esclusiva)». Gentile, è vero, protesse e favorì alcuni dissidenti (quelli considerati innocui dal regime, che per gli altri non c’era speranza, né a lui sarebbe mai venuto in mente di sostenere la causa persa d’un nemico conclamato dell’Altissimo). Fece lavorare alle voci, o alle bozze da correggere, dell’Enciclopedia italiana, un’opera che sul momento onorò la cultura italiana, qualche antico antifascista bisognoso, e salvò dalla deportazione alcuni ebrei. Ma non fu mai particolarmente turbato dal fatto che decine di migliaia di dissidenti, meno fortunati dei suoi occasionali protetti, finissero alle isole oppure in galera, nonché purgati fino a evacuare l’anima, e neppure prese mai pubblicamente le distanze (con «un atto» finalmente «puro», come predicava e/o manganellava la sua dottrina filosofica) dal regime fascista repubblichino, che dava una mano alle SS quando si trattava di caricare gli ebrei sui carri bestiame. Scrisse la voce «fascismo» (pura fantasy) dell’Enciclopedia firmandosi «Benito Mussolini», che se ne compiacque e lo remunerò con sempre nuovi incarichi, tutti strapagati. Ricevuta una sua proposta editoriale, con acclusa richiesta stratosferica di compensi, il DUX scrisse una nota a margine della richiesta: «È un filosofo che sa fare i propri affari». Dobbiamo a Gentile l’espressione «Stato totalitario» (con accezione complimentosa, e anche di questo si compiacque Lui, caro lei). Fu Gentile, nel 1931, ad avere la bella idea d’imporre ai professori universitari un giuramento di fedeltà al fascismo (quindici rifiutarono di giurare, e al Duce fu recapitata una lettera di biasimo firmata Albert Einstein).

Gentile riformò la scuola, anche questo è vero, e la sua riforma ha retto a (quasi) tutte le tempeste, Sessantotto escluso, ma era una scuola il cui ideatore e primo pedagogo non sapeva (né voleva) distinguere, come abbiamo visto, tra predica e manganello. Era la scuola rifondata da chi definiva Croce «il nostro nemico filosofo» e che ne riportava con aria falsamente scandalizzata ­– scrive Franzinelli ­– «estese citazioni (inclusa la definizione [praticamente perfetta] del fascismo “tutto sfrenatezza di egoismo o durezza di comando, e par che celebri un’orgia o un culto satanico”)». A Salò fu una voce moderata. Anche questo è vero: la guerra fratricida non gli piaceva, e perciò lui non piaceva ai settori più estremisti della Repubblica sociale, né ai crucchi, che non tolleravano le pose da santerellino degl’intellettuali che speravano di sopravvivere all’imminente catastrofe e che, per questo, tennero in ostaggio dentro un campo di prigionia suo figlio Federico (ufficiale del regio esercito arrestato dopo l’8 settembre con tutto il suo reparto) per più d’un anno. A chiudergli il conto non fu il CLN, come tentò di far credere il partito comunista, ma il GAP operaista che operava a Bologna e Firenze. Pesavano, nel Pci clandestino, anche i cattedratici, naturalmente, come per esempio l’archeologo (e «Conte Rosso») Ranuccio Bianchi Bandinelli, che Gentile aveva sempre favorito e che, per quanto antifascista, «nel maggio 1938 aveva indossato la camicia nera per guidare «Hitler, Goebbels e Mussolin, nella visita a musei e reperti antichi di Roma e Firenze». Gl’intellettuali pesavano, ma contavano meno di quanto si pensi: arrestato dopo l’assassinio del filosofo, Bianchi Bandinelli fu rilasciato dopo un mese, insieme ad altri professori della rete comunista, su richiesta della stessa famiglia Gentile.

Due, allora, i piatti della bilancia. Sul primo, la riforma della scuola, alcuni ebrei scampati ai forni grazie al suo intervento, qualche antifascista favorito sul lavoro, le voci tipo «fascismo» dell’Enciclopedia italiana (oggi Treccani). Sul secondo piatto, il manganello, l’allineamento col regime in tutte le sue giravolte, il bacio della pantofola, la piaggeria e gli emolumenti, la copertura data all’antisemitismo, la distruzione della cultura liberale italiana, l’eia eia alla guerra globale, le lodi alla Wehrmacht che occupava il paese, l’assoluta indifferenza per la sorte degli ebrei d’Europa. Grazie a Mimmo Franzinelli, che ha scritto la prima biografia senza fronzoli né bellurie di Giovanni Gentile, adesso sappiamo quale dei due piatti pesa di più sulla ruota del karma.  

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Diego Gabutti

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