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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Implicazioni dell’ultimo attacco iraniano agli impianti petroliferi sauditi 18/03/2021
Implicazioni dell’ultimo attacco iraniano agli impianti petroliferi sauditi
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione di Yehudit Weisz)

Iran's Nuclear Capabilities Fast Facts - CNN

Nelle due ultime settimane si è assistito ad una notevole escalation degli scontri tra l'Arabia Saudita e gli Houthi nello Yemen. Di recente questi ultimi erano riusciti a strappare alle forze governative yemenite, grandi estensioni di terre vicino alla città di Mar'ib, e l'aviazione saudita aveva risposto colpendo numerosi obiettivi nello Yemen, seminando morte e distruzione. All'inizio del mese, missili balistici e droni hanno colpito il terminal saudita per l’esportazione di petrolio, il più grande del mondo, a Ras Tanura, a Nord del porto di Dammam, nel Golfo Persico. È da questo porto che era salpata la nave da trasporto di veicoli Helios Ray, di proprietà dell'imprenditore israeliano Rami Ungar, e che il 25 febbraio era stata attaccata nelle acque internazionali del Golfo, e costretta a ritirarsi nel porto di Dubai per le riparazioni.   Gli Houthi si assunsero la responsabilità del lancio di missili e droni su Ras Tanura, così come nel settembre del 2019 si erano assunti la responsabilità del grande attacco su altri impianti dell’Aramco, che bloccò circa la metà della capacità di esportazione di petrolio dell'Arabia Saudita per settimane.

The Coming Iran Nuclear Talks: Openings and Obstacles | The Washington  Institute

Qualche tempo dopo quell'attacco, erano trapelate informazioni secondo cui il lancio non sarebbe stato effettuato dallo Yemen ma dall'Iraq, e forse persino dal territorio iraniano. Il recente attacco è stato molto simile a quello del settembre del 2019. Come quello, è stato un duro colpo per i bersagli sauditi più importanti, sensibili e vulnerabili (impianti petroliferi), è stato condotto con missili e droni iraniani, è stato lanciato senza avvertimento, e gli Houthi ne hanno rivendicato la responsabilità. Come risultato dell'attacco, i prezzi globali del petrolio sono saliti a circa 70 dollari al barile, una conseguenza che ha leggermente migliorato le prospettive per l'economia iraniana. Ras Tanura si trova a circa 1.000 chilometri dallo Yemen, il che aumenta il tempo in cui missili e droni avrebbero dovuto essere in volo e aumenta anche la probabilità che sarebbero stati rilevati e intercettati dai sistemi di difesa aerea del regno saudita. Ma chi sferra un attacco cerca sempre di ridurre la gittata, il che accorcia sia il tempo di volo che la possibilità di intercettazione. Quindi sembra che anche questa volta il lancio sia partito dall'Iraq, e forse anche direttamente dall'Iran, suo vicino al di là del Golfo. È molto probabile che le organizzazioni di intelligence mondiali conoscano il luogo esatto del lancio ma stiano ben zitte per a) non rivelare di conoscere i dettagli che gli iraniani stanno cercando di nascondere; b) non compromettere le fonti di informazione; oppure c) non mettere in imbarazzo l'amministrazione statunitense, che cerca di riprendere i negoziati con l'Iran e di alleggerire l'onere delle sanzioni.

Perché, allora, gli Houthi si stanno assumendo la responsabilità di un attacco all'Arabia Saudita che non hanno perpetrato (se è davvero così)? Ci sono svariate risposte possibili. Una è che Teheran si aspettava e forse ha persino chiesto, che loro si assumessero la responsabilità in modo che l'Iran si risparmiasse la punizione. Un’altra è che gli Houthi volevano ostentare i risultati alle masse, aumentare il loro sostegno nello Yemen e seminare paura nei cuori dei loro avversari sia all'interno che all'esterno dello Yemen. Riyadh, da parte sua, ha cercato di minimizzare l'offensiva con un laconico annuncio da parte del suo Ministero dell'Energia riguardo ad un attacco all’impianto di Ras Tanura “da parte di un aereo proveniente dal mare.” Ci sono tre punti da sottolineare qui. In primo luogo, è stato il Ministero dell'Energia, non il Ministero della Difesa, a rilasciare la dichiarazione, sottintendendo che questo è un problema per l'industria energetica e non un problema di sicurezza. In secondo luogo, l '”aereo” è descritto come proveniente dal mare, cioè dall'Iran, che si trova al di là del Golfo, o da navi che navigavano nel Golfo. E terzo, l'Arabia Saudita non si è bevuta la rivendicazione di responsabilità degli Houthi, dato che questi si trovano a 1.000 chilometri a Sud-Ovest di Ras Tanura mentre “il mare” è ad Est. È probabile che l'intelligence saudita sappia perfettamente chi ha attaccato il regno e da dove, ma ha scelto di non rivelare queste informazioni.

Ci potrebbero essere due ragioni principali per questa decisione: in primo luogo, i sauditi non dovranno rispondere; e in secondo luogo, le informazioni potrebbero essere arrivate all'intelligence saudita tramite una controparte dell'intelligence straniera, a condizione che non venissero pubblicizzate o trasferite a terzi senza l'accordo della fonte. Il fatto che l'Arabia Saudita non stia attaccando l'Iran in risposta agli attacchi in corso su obiettivi strategici sauditi, deriva dall'equilibrio di potere tra i due Paesi. Da un punto di vista militare, il regno è sostanzialmente più debole dell'Iran. Inoltre, il fatto che la posizione diplomatica dell'Arabia Saudita sia migliore di quella dell'Iran non ha portato i Paesi del mondo - nemmeno gli Stati Uniti durante il mandato di Trump - a offrirle un'assistenza attiva. Il mondo è disposto a fornire al regno sistemi antimissili e antiaerei, ma a quanto pare non invierà forze aeree, navali o di terra per salvarlo. I sauditi comprendono molto bene l'equilibrio di potere nei confronti dell'Iran, e quindi continuano ad assorbire i colpi iraniani in silenzio. Sono ben consapevoli dell'enorme prezzo che pagherebbero in una guerra diretta con l'Iran, e quindi non hanno apertamente accusato l’Iran per gli attacchi subiti. Israele deve prendere sul serio l'attacco all'Arabia Saudita, poiché coloro che attaccano siti sensibili in Arabia Saudita con missili e droni, possono anche colpire strutture strategiche israeliane. Se nessuno si assume la responsabilità di un simile attacco, sarà difficile per Israele reagire. L'ultima cosa che l'Amministrazione Biden auspica sarebbe una guerra aperta tra l'Iran e un qualsiasi Paese, perché per tutta la durata di una guerra del genere, gli Stati Uniti non potrebbero negoziare con gli iraniani per un ritorno all'accordo nucleare, al loro programma di missili balistici o alla loro interferenza nella sicurezza di altri Paesi.

Questo approccio dell'Amministrazione Biden ha lo scopo di limitare - o, preferibilmente, congelare - qualsiasi piano israeliano per un attacco diretto al programma nucleare iraniano. Probabilmente neppure le operazioni segrete sarebbero accettabili per l'Amministrazione, soprattutto se implicassero la riduzione dell'aspettativa di vita di questo o quell’altro scienziato.  La conclusione più importante che Israele dovrebbe trarre dagli attacchi agli impianti petroliferi sauditi è che Riyadh è incapace di difendersi efficacemente, e che qualsiasi progresso diplomatico con l'Arabia Saudita deve essere basato su questo fatto. Con tutto il dovuto rispetto per l’alto e onorato rango dell'Arabia Saudita nelle arene arabe e internazionali, qualsiasi dipendenza strategica da Riyadh deve essere cauta, moderata e equilibrata, tenendo sempre ben presente che il regno ha difficoltà a difendersi da solo. Le attuali relazioni dell'Arabia Saudita con Israele sono molto più nell'interesse saudita che in quello di Israele, quindi non c'è motivo per cui Israele dovrebbe sacrificare i propri interessi vitali - per esempio, la sovranità su parti del proprio territorio - sull'altare delle relazioni con un regno che ha paura di chiamare un nemico per nome, anche quando quel nemico lo attacca ripetutamente. Se mai un giorno venisse siglata la creazione di legami tra Israele e Arabia Saudita, si spera che venga inclusa un’ “appendice segreta” che garantisce che Israele non sia in alcun modo obbligato a difendere l'Arabia Saudita da un “qualsiasi nemico che si trova nel mare.”


Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Studi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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