venerdi 23 ottobre 2020
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Il suono dello Shofar


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Storia
Parliamo di Hebron 1
a cura di Deborah Fait
ogni primo giovedi' del mese, insieme a molti altri israeliani, partiamo per Hebron per portare agli abitanti ebrei della citta' la nostra solidarieta', perche' capiscano di non essere soli e abbandonati.

Viaggiamo su autobus blindati protetti da vetri antiproiettile percio' siamo abbastanza tranquilli anche nell'attraversare villaggi arabi tra gli sguardi ostili degli abitanti.

Ci facciamo immediatamente conquistare dalla spiritualita' di Hebron, la prima citta' ebraica, la prima capitale di Israele, respiriamo l'aria leggera e fresca, camminiamo per le stradine tra le case degli ebrei praticamente sepolte dentro metri di sacchetti di sabbia che dovrebbero proteggere dagli spari dei palestinesi. Per la strada incontriamo i nostri ebrei, ci sorridono, i bambini corrono e cantano, alcuni pregano perche' si fa sera e io penso alle descrizioni che i filopalestinesi fanno degli ebrei di Hebron: bestie assetate di sangue, coloni violenti, bambini cattivi che distruggono i banchetti dei palestinesi nella piazza del mercato.

Si stringe la gola a pensare a questa terribile propaganda che demonizza persone perseguitate da decenni e che da decenni vivono in uno stato di tensione disumana.

Vediamo soltanto persone tranquille, giustamente preoccupate e sicuramente spaventate ma serene, nonostante tutto.

Donne col turbante che chiacchierano sotto casa guardando i loro bambini che giocano. Ci lanciano sguardi curiosi come a chiedersi chi sono questi strani personaggi che vengono a trovarli una volta al mese e gli sorridono e si mettono anche a giocare con i bambini oppure a chiacchierare con i soldati che sono presenti ad ogni angolo di casa. Soldati stanchi, ragazzini anch'essi che ormai vivono in simbiosi con la popolazione ebraica di Hebron, sono diventati i loro figli adottivi, i fratelli maggiori.

I soldati ci salutano, *shalom* , guardano discretamente le ragazzine che scendono dagli autobus, le belle ragazzine israeliane un po' provocanti e un po' timide che li adocchiano e gli offrono una sigaretta o un mastic, la gomma da masticare .

Questi ragazzi in divisa e armati fino ai denti se le mangiano cogli occhi ma poi guardano altrove perche' vietato distrarsi, potrebbe costare la punizione o, peggio, la vita.

E' vero, gli abitanti ebrei di Hebron sono armati ma chiunque lo sarebbe in un posto dove anche uscire a comprare le sigarette o portare il proprio figlio in un prato a giocare puo' costare la vita.

Ci allontaniamo dal centro del quartiere ebraico e saliamo sulla collina per andare a Tel Rumeida, il cuore della Hebron biblica, a visitare la tomba di Rut, ritornata ad essere Tomba di Rut dopo che per anni era stata trasformata in una moschea.

Rut, la moabita, matriarca della casa di Davide, che, dopo la morte in guerra del marito, rifiuto' l'invito della suocera Noemi di ritornare nel suo villaggio in Moab tra la sua famiglia d'origine, dicendole queste meravigliose parole:



* Il tuo popolo sara' il mio popolo, il tuo Dio sara' il mio Dio, dovunque tu andrai la' io ti seguiro' *



E ritorno' insieme a lei a Bet Lechem.



Nella stessa Tomba insieme a Rut, e' sepolto anche Jesse, padre di Re Davide.

Nella stanzetta minuscola e buia, illuminata malamente da qualche candelina, qualcuno prega, qualcuno accende ancora una candela, qualcuno chiede una grazia e tutti si fanno travolgere dalla magia del luogo: dentro il buio e il silenzio interrotto dal brusio delle preghiere, fuori ancora silenzio,cinguettio di uccelli, il cielo blu del tramonto, lo stesso blu terso di Gerusalemme, e sotto i nostri piedi la terra che ricopre i resti del palazzo di Re David.

Recitiamo tutti insieme lo Shema' Israel, Ascolta Israele.

Viene un groppo alla gola.

Scendiamo a piedi verso il centro della citta'. E' gia' buio e la piazza antistante la Grotta della Machpela' , la grotta dei Patriarchi, si sta facendo silenziosa e deserta. Magica. Sembra di sentire il rumore delle carovane bibliche che entravano nell'antica Capitale di Israele.

Nella Grotta si trovano le tombe di Abramo e Sarah, Giacobbe e Leah.

Gli ebrei possono entrarvi soltanto a giorni alterni. Assolutamente proibito l'incontro con i mussulmani ed e' una fortuna che almeno non abbiano proibito agli ebrei l'ingresso ai loro luoghi santi come e' successo a Gerusalemme dove nessun ebreo puo' salire al Monte del Tempio.

I controlli dell'esercito sono severissimi, non lasciano passare nemmeno un tubetto di pillole per il mal di testa.

Qui Baruch Goldstein, nel 1994, era salito, pazzo di dolore e di rabbia per i continui assassini di ebrei, nonostante o forse a causa del processo di pace, e aveva aperto il fuoco contro i mussulmani in preghiera.

Voleva morire insieme ai suoi nemici, gli stessi nemici che il giorno prima avevano ammazzato la bambina di tre anni di un suo amico. Aveva riconosciuto lui il cadaverino martoriato nell'ospedale dove era medico. Da quel momento la follia dell'odio gli aveva divorato l'anima.



Si salgono in silenzio le grandi scalinate e si entra in un' ampia sala illuminata da candele, milioni di candele tremolanti sparse dovunque a grappoli. Candele che i fedeli accendono, una per ogni membro della famiglia, anche zii e cugini, anche parenti lontani e mai visti. Tutti hanno qui una candela accesa anche se non lo sanno.

Si resta delusi e tristemente sorpresi nel vedere che tutto e' stato islamizzato, l'antica grotta acquistata da Abramo per seppellirvi Sarah e' stata trasformata in moschea e gli ebrei sono costretti a pregare in un luogo all'aperto sotto una tenda.

A dire il vero e' bello e molto spirituale, sembra di essere tornati all'epoca dell Arca Santa, tra gli squarci del tendone si intravvedono le stelle. Un rabbino prega, gli altri rispondono i bambini gridano ma nessuno li zittisce.

I bambini in Israele sono i padroni, i padroni adorati che a 18 anni devono andare all'esercito e forse non tornare mai piu' a casa. Ogni mamma di Israele pensa a quel momento col cuore che fa male.

Per le sale si aggira una uomo, bellissimo, vecchio, con una corta barba bianca e vestito di bianco. E' l'uomo che si e' autoeletto a fare da tramite tra i fedeli e La Divinita'.

Chi gli chiede di dire una benedizione per il figlio che si sposa o che divorzia, chi va da lui piangendo perche' qualcuno sta male o perche' il figlio, la figlia, il marito, il padre vanno in guerra e lui prega e a ogni persona fa una carezza e non chiede mai soldi.

A chi vuole fare un'offerta indica uno scrigno d'argento vicino a uno dei sarcofaghi. La' vanno a finire le offerte dei fedeli per poter sostenere le spese della Grotta.

I sarcofaghi dei Padri e della Madri di Israele sono letteralmente coperti di scritte in lingua araba. Ne manca uno pero', manca la Tomba di Isacco che e' situata nel quartiere arabo quindi, secondo il metro di tolleranza religiosa islamica, e' off limit per gli ebrei che hanno il permesso di recarvisi soltanto, e per fortuna, 10 giorni nell'arco di un anno.

Usciamo dalla Grotta della Machpela' un po' storditi e silenziosi. Tutti abbiamo acceso le nostre candele e abbiamo chiesto al vecchio profeta dalla barba bianca di dire le sue benedizioni per noi e per le nostre famiglie e per i nostri amici.

E' buio, Hebron e' completamente deserta, vi sono i soldati a gruppetti, tutti ci salutano, Shalom- pace, ci guardano con nostalgia, e' come se fossimo il tramite tra questo mondo silenzioso di un silenzio pieno di tensione e quello da cui provengono, Tel Aviv, Haifa, le citta' israeliane libere, le spiagge, le discoteche dove ogni ragazzo del mondo dovrebbe avere il diritto di divertirsi.

Anche i ragazzi israeliani, anche quelli palestinesi.

Quel loro shalom e' disperato e disperante. Quale pace? dove sta la pace? Persa a Camp David dal rifiuto di Arafat.

Qualche ebreo che, uscito dalla sinagoga piu' vicina, corre verso casa un po' chino su se stesso. Paura? sicuramente si e la si sente la paura, e' palpabile. Le case del quartiere ebraico, sepolte tra metri di sacchetti di sabbia , hanno le finestre, di cui si vede solo la meta' superiore, illuminate. Finestre sbarrate e porte sbarrate, fuori, sui tetti delle case arabe di Tel Rumeida potrebbe esserci qualche cecchino pronto a colpire l'ebreo di turno. Un anno fa era stata colpita alla testa la piccola Shalhevet di 6 mesi in braccio al papa' che la portava a giocare in un giardino.

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