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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Il Giornale - Il Foglio - Corriere della Sera - La Stampa - Fondazione CdF.it Rassegna Stampa
22.11.2012 Tregua Israele-Hamas: I commenti
di Fiamma Nirenstein, Fausto Biloslavo, Carlo Panella, Bernard-Henri Lévy, Maurizio Molinari, Fondazione CdF

Testata:Il Giornale - Il Foglio - Corriere della Sera - La Stampa - Fondazione CdF.it
Autore: Fiamma Nirenstein - Fausto Biloslavo - Carlo Panella - Bernard-Henri Lévy - Maurizio Molinari - Fondazione CdF
Titolo: «Il lieto fine della diplomazia. Ma la pace è solo un’illusione - L’Iran ora si vanta: da noi appoggio militare a Hamas - La vittoria di Hamas - Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d'Europa - Sono i Fratelli musulmani la carta vincente di»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 22/11/2012, a pag. 13, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Il lieto fine della diplomazia. Ma la pace è solo un’illusione ", a pag. 12, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " L’Iran ora si vanta: da noi appoggio militare a Hamas ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " La vittoria di Hamas ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 40, l'articolo di Bernard-Henri Lévy dal titolo " Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d'Europa ". Dalla STAMPA, a pag. 2, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Sono i Fratelli musulmani la carta vincente di Hillary ". Da FONDAZIONECDF.IT l'articolo dal titolo " Le difficoltà di una tregua ".
Ecco i pezzi :

Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Il lieto fine della diplomazia. Ma la pace è solo un’illusione "


Fiamma Nirenstein

Un autobus esplode con 27 feriti, 4 gravi, decine di missili cadono ancora su Israele, Israe­le bombarda alcuni obiettivi strategici a Gaza. E poi alla sera happy end , Hillary Clinton con sorriso da gatto insieme al mini­stro degli esteri egiziano Mohammed Kamel Amr pre­senta al Cairo il cessate il fuoco di questa guerra. Ha avuto l’ok da Netanyahu al telefono. C’è di che essere molto contenti, speriamo che sia gli israeliani che i palestinesi dormano final­mente stanotte. C’è di che esse­re molto preoccupati, speria­mo che possano dormire tran­quilli molte notti, e non è facile crederlo.
Molte volte la cronista ha do­vuto vedere l­e carcasse degli au­tobus fatti esplodere dai terrori­sti
suicidi. A volte ancora con la gente seduta dentro. Quando non vengono solo feriti, o fatti a pezzi, rimangono per qualche minuto seduti immobili, morti, intatti perché uccisi dalla di­struzione dei loro organi inter­ni a causa dello spostamento d’aria causato dall’esplosione; una volta a Gerusalemme ho vi­sto un ragazzo seduto così, la te­sta reclinata indietro e lo zaino in grembo. Un’altra volta ho vi­sto Shimon Peres sotto una pioggia battente che con l’om­brello aperto si sporgeva fra re­sti anneriti in Rehov Jaffo, pian­gendo. L’esplosione di un auto­bus è quella della casa di tutti i suoi viaggiatori. Restano libri, giocattoli, la spesa, borse, cap­potti. Una volta ho visto i genito­ri dei ragazzi che abitano a Gilò precipitarsi giù per la discesa sulla quale era esploso l’auto­bus che ne trasportava chissà quali, chissà i figli di chi, a scuo­la.
Ieri, mentre si sgombravano i resti degli autobus e si traspor­tavano i feriti, un missile colpi­va quattro abitanti del sud e pe­rò si svolgevano altri due even­ti. Hillary Clinton ha evidente­mente mostrato al Cairo un vol­to abbastanza deciso a Morsi, chiuso nell’angolo di una enor­me penuria economica. Morsi è stato dunque pressato a dire ai palestinesi di fare una corte­sia e smettere di sparare. Il se­condo evento denso di signifi­cati è la reazione di Hamas alla notizia dell’attentato che ha get­tato nel panico Tel Aviv: fra spa­ri di gioia il portavoce Abu Zuhri ha benedetto l’attacco terrorista, e la Jihad islamica ha dichiarato che «è una vittoria per il sangue degli Shahid», e lo hanno ripetuto tutti gli altopar­lanti delle moschee. Hamas non può essere pacificato, non è nei suoi programmi, nel suo Dna, a meno che non gli venga­no tagliate le unghie, ovvero le armi e il sostegno politico. De­ve essere invitato alla tregua con mezzi più strategici di quel­li usati fino ad oggi. Obama ha spedito la Clinton a cercare di ri­parare i guai che in Medio Oriente, dopo le rivoluzioni ara­be, stanno venendo al pettine, ma il rischio è che a caccia di illu­sioni, dove è andato Obama fi­no ad oggi, si cucini una situa­zione che prepari altre guerre: come dimostra il lancio di due missili ieri sera dal Libano su Israele.Hamas è un’organizza­zione che dimostra di continuo la sua natura: attacca i civili, ri­vendica il terrore e lo loda, tra­scina nel fango con una moto le membra di chi definisce «colla­borazionista ». Eppure è stata ignorata e lasciata crescere al­l’ombra della Siria, ha goduto della fornitura enorme di armi di Teheran, la cui potenza e quantità si è vista in questi gior­ni. Ma l’Iran è una vacca sacra, Obama l’ha lasciata fare, per non parlare dell’Europa. Gli Usa e l’Europa non hanno mai detto una parola, anche se dai tempi delle navi come la «Karin A» i rifornimenti erano palesi. Adesso che, col ritorno alla ca­sa sunnita Hamas ha stretto un rapporto intrinseco con l’Egit­to di Morsi, quello dei Fratelli musulmani cui Hamas appar­tiene, Morsi viene lodato dagli Usa e dall’Europa perché ha mediato una pace. Ma quale pa­ce? Un segnale positivo ieril’ha dato fermando le armi dalla Li­bia, ma l’azione sa di public re­lations. L’America adesso deve chiedergli di non conclamare il suo appoggio e l’alleanza con Hamas, così come deve dire a Erdogan di fermarsi quando il suo istinto antisemita gli sugge­risce parole da black bloc, accu­sando Israele di «pulizia etni­ca ». Non è una questione di edu­cazione, ma di smantellamen­to delle arterie principali di una prossima esplosione. E soprat­tutto, occorre fermare il riforni­mento di armi iraniano.
Anche se Israele accetta ora la tregua, di fronte a una nuova Intifada dei palestinesi della Ci­sgiordania o all’insistere del ri­fornimento di armi, non accet­terà che i suoi cittadini siano bersagliati. Bisogna ricordare, per disegnare strategie, che Israele è l’unico Paese del mon­do­che abbia mai vinto il terrori­smo, e che l’Islam l’unica reli­gione che abbia mai giurato di distruggere una nazione sovra­na.
www.fiammanirenstein.com

Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : "L’Iran ora si vanta: da noi appoggio militare a Hamas"


Fausto Biloslavo    Ahmadinejad con Khaled Meshaal

Nella Striscia di Gaza la guerra fra Israele ed Iran è già cominciata. I missi­li più temibili che i palestinesi hanno lanciato su Tel Aviv e per la prima volta contro Gerusalemme sono iraniani. Ie­ri il presidente del parlamento di Tehe­ran, Ali Larijani, ha ammesso l'appog­gio militare a Gaza e ha invitato i Paesi arabi a fare altrettanto. Hamas ha addi­rittura ringraziato e la risposta è subito arrivata: «Con gli Usa - ha detto ieri se­ra Netanyahu- lavoreremo per blocca­re le armi iraniane per Gaza».
Il primo atto del nuovo braccio di fer­ro con l'Iran scatta in gran segreto il 23 ottobre, quasi un mese prima dell'esca­lation nella striscia palestinese. Alle 11 di notte lo stabilimento di armamenti di Yarmouk, nella capitale sudanese, viene attaccato presumibilmente dall' aviazione israeliana. Non è la prima volta che accade, ma questa volta l'obiettivo a Khartoum è cruciale. Se­condo Statfor, il think tank vicino alla Cia, a Yarmouk gli iraniani stavano am­massando armi antiaeree e controcar­ro, ma soprattutto as­semblavano i temuti Fajr 5, i missili che da Gaza possono rag­giungere le principa­li città israeliane.
Secondo Mario Ar­pino, ex capo di Stato maggiore della Dife­sa, i Fajr, che signifi­ca «Alba», arrivano via nave dal Sudan e attraversano la peni­sola del Sinai fino al­la
Striscia.
Uno degli obiettivi principali del Pilastro di difesa, che ha scatenato l'inferno a Gaza, è cancella­re i missili iraniani in mano ai palestine­si. I Fajr 3 e 5 hanno un raggio massimo d'azione di 75 chilometri e sono stati sviluppati a Teheran negli anni Novan­ta. Con un apposito radar possono col­pi­re anche le navi della Marina israelia­na. I palestinesi della Jihad islamica hanno lanciato per la prima volta i mis­sili iraniani contro Tel Aviv e Gerusa­lemme negli ultimi giorni. «Quest'ar­ma fantastica
in bat­taglia dimostra ad Israele che possia­mo bombardare le lo­ro città, come fanno con le nostre» ha di­chiarato Ziyad Nakh­leh, leader a Gaza del­la Jihad islamica pa­lestinese.
Il comandante dei Pasdaran, generale Mohammad Ali Jafa­ri, ha confermato ie­ri che «non possia­mo inviare armi a Ga­za
a causa dell'assedio, ma abbiamo fornito la nostra esperienza nella fab­bricazione dei missili Fajr- 5 e oggi que­sto missile viene costruito» dagli stessi palestinesi «in gran numero».
Poche ore prima il presidente del Par­lamento iraniano, Ali Larijani, ammet­teva «l'aiuto materiale e militare». Per poi inviare un messaggio chiaro ai Pae­si arabi: «Se volete appoggiare la nazio­ne palestinese fornite assistenza mili­tare ». Un gruppo di deputati iraniani
ha inscenato una manifestazione a Teheran dichiarando di essere «pronti a combattere accanto ai palestinesi».
In mattinata il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, aveva punta­to il dito contro Teheran nell'escala­tion a Gaza: «Ci sono armi a medio rag­gio, fino a 75 chilometri e sono irania­ne ». Domenica il ministro degli Esteri britannico, William Hague, aveva defi­nito l'Iran «il primo implicato nel forni­re armi» ai gruppi radicali a Gaza.
Il problema è che i nemici giurati del­lo Stato ebraico stanno aumentando le loro potenzialità offensive, a comincia­re dagli Hezbollah. Il 6 ottobre gli sciiti in armi libanesi sono addirittura riusci­ti a lanciare un drone nello spazio ae­reo israeliano, che ha volato racco­glien­do informazioni per una settanti­na di chilometri prima di venir abbattu­to.
Come per i missili a Gaza con il Su­dan, il velivolo senza pilota sarebbe sta­to progettato in Iran e poi assemblato in Libano.
L'annunciata tregua fra Hamas e Israele solo rimanda lo scontro finale, che prima e dopo chiamerà diretta­mente in causa Teheran.

Il FOGLIO - Carlo Panella : " La vittoria di Hamas "


Carlo Panella                      Hamas

La vittoria di Hamas Una foto spiega perché i padroni di Gaza sono usciti dall'isolamento e sono politicamente forti Roma. Ahmet Davutoglu, ministro degli Esteri della Turchia, in lacrime in una corsia dell'ospedale di Gaza: è la foto che campeggiava ieri sulle prime pagine dei media musulmani e nulla come questo scatto mostra la vittoria politica che Hamas ha sinora conseguito con la sua offensiva di razzi contro Israele. Per la prima volta, attorno e dietro all'avventurismo jihadista di Ha-mas si è schierato non soltanto il mondo arabo (dieci ministri degli Esteri della Lega araba si sono recati, quasi in pellegrinaggio, a Gaza in questi giorni) ma anche il più grande e potente stato musulmano del Mediterraneo, che di Israele, fino a quattro anni fa, era fedele alleato: la Turchia. Nel 2008, le critiche di Ankara e dei paesi arabi a Israele erano state soltanto verbali e Hamas subì l'operazione Piombo fuso a Gaza in un sostanziale isolamento nel mondo arabo-musulmano. L'attentato di ieri a Tel Aviv, rivendicato dalle Brigate al Aqsa di Fatah e dal Jihad islamico, dimostra che l'aggressività bellicosa di Hamas è riuscita a mettere in difficoltà Abu Mazen, già costretto a coprirla a malincuore: Ha-mas "esercita egemonia" sui suoi uomini. A questo rafforzamento di Hamas, Israele contrappone una vittoria militare: ha colpito e ucciso dall'aria tre "generali" di Ha-mas, ha distrutto i depositi di armi e razzi e Iron Dome ha dimostrato di essere efficiente. Israele ha smosso dall'apatia Ba-rack Obama, che ha riconosciuto il diritto di Gerusalemme di rispondere con le armi ai razzi lanciati da Gaza e ora preme sul presidente egiziano, Mohammed Morsi, perché si dimostri disposto a tessere una mediazione efficace a lungo termine. Israele può sperare di ottenere, nei prossimi giorni, una garanzia egiziana e internazionale sulla cessazione del lancio dei razzi da Gaza. Se vi riuscisse, il dividendo politico sinora acquisito da Hamas scemerebbe, di molto. Ma al momento il cessate il fuoco assomiglia all'ennesima "hudna", la tradizionale tregua islamica, e Hamas ha celebrato la sua vittoria "militare e politica" in conferenza stampa ieri sera.

CORRIERE della SERA - Bernard-Henri Lévy : " Hamas, un drappello di eroi per i soliti indignati d'Europa "


 Bernard-Henri Lévy

Rimettiamo le cose in ordine. L'esercito israeliano Tsahal ha evacuato Gaza, unilateralmente, senza condizioni, nel 2005, su iniziativa di Ariel Sharon. Da allora, non c'è più presenza militare israeliana in questo territorio che, per la prima volta, è sotto controllo palestinese. Le persone che lo amministrano — e che, tra parentesi, non sono arrivate al potere attraverso le urne ma con la violenza e al termine (giugno 2007) di uno scontro sanguinoso con altri palestinesi durato parecchi mesi — non hanno ormai, con l'ex occupante, nemmeno l'ombra di un contenzioso territoriale, come quello per esempio che aveva l'Olp di Yasser Arafat.
Si poteva ritenere che le rivendicazioni di Arafat, e quelle di Mahmud Abbas oggi, fossero eccessive, o formulate male o in parte inaccettabili: almeno esistevano e lasciavano la possibilità di un accordo politico, di un compromesso. Mentre ora, con Hamas, prevale un odio nudo, senza parole né sfide negoziabili: solo una pioggia di razzi e missili sparati secondo una strategia che, avendo come unico fine la distruzione della «entità sionista», bisogna pur chiamare guerra totale.
Quando Israele si accorge infine di questo, quando i suoi dirigenti decidono di rompere il riserbo che per mesi li aveva portati ad accettare quello che nessun altro dirigente al mondo ha mai dovuto accettare; quando constatano, oltretutto nel terrore, che il ritmo dei bombardamenti è passato da una media di 700 lanci all'anno a quasi 200 in qualche giorno, e che l'Iran ha cominciato a consegnare ai suoi protetti i razzi Fajr-5 che possono colpire non più soltanto il Sud, ma il cuore stesso del Paese, fino ai sobborghi di Tel Aviv e Gerusalemme, e si decidono a reagire e a farlo con vigore, cosa crediamo che succeda?
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, che raramente abbiamo visto negli ultimi mesi così pronto a scattare, si riunisce con urgenza: non tuttavia per dibattere dell'eventuale sproporzione della legittima difesa israeliana, ma del suo principio stesso.
Il ministro degli Esteri britannico — al quale non auguriamo di vedere il Sud del suo Paese sotto il fuoco di una organizzazione che riprendesse il sentiero della guerra terroristica — avverte minaccioso lo Stato ebraico che, facendo il suo lavoro di proteggere i propri cittadini, perderà gli ultimi magri sostegni che egli ha la bontà di riconoscergli sulla scena internazionale. La responsabile della diplomazia europea, Catherine Ashton, comincia con lo sdoganare Hamas da attacchi che, secondo lei, sarebbero in parte fomentati da «altri gruppi armati» e — stimando nel più puro stile tartufesco che i torti siano da condividere fra gli estremisti dei due campi — si limita a deplorare una «escalation della violenza» in cui, come nella notte hegeliana, tutte le vacche diventano nere.
Il Partito comunista, in Francia, esige «sanzioni». I Verdi, che non si son quasi sentiti né sulla Siria né sulla Libia, né sulle centinaia di migliaia di morti delle guerre dimenticate in Africa o nel Caucaso, proclamano che «l'impunità di Israele deve finire». I manifestanti «pacifisti», che non si degnano di uscir di casa quando sono Gheddafi o Assad a uccidere, scendono in piazza: ma è per dire la loro solidarietà con l'unico partito che, in Palestina, rifiuta la soluzione dei due Stati, dunque la pace. E non parliamo degli esperti in complotti che in questa storia vogliono vedere solo la mano demoniaca di un Netanyahu felice di una nuova guerra che faciliterà la sua rielezione.
Non mi addentrerò in conteggi che dimostrerebbero a questa gente ignorante come tutti i sondaggi, prima della crisi, davano Netanyahu già vincitore. Non mi abbasserò a confidare a coloro che comunque ritengono Israele, qualsiasi cosa faccia, come l'eterno colpevole, i motivi che, se fossi israeliano, mi dissuaderebbero dal votare per la coalizione uscente. Cosa serve ricordare a tali piccoli furbi che, se c'è una manovra, una sola, all'origine dell'attuale tragedia, è quella di un establishment Hamas pronto a tutti gli eccessi e a tutte le fughe in avanti, e deciso, in realtà, a lottare fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese pur di non dover restituire il potere, e i relativi vantaggi, ai nemici giurati del Fatah?
Di fronte a questo concerto di cinismo e di malafede, di fronte al due pesi e due misure, secondo cui un morto arabo è degno di interesse solo se si può incriminare Israele; di fronte all'inversione dei valori che trasforma l'aggressore in aggredito e il terrorista in resistente; di fronte all'abile gioco di prestidigitazione che vede gli Indignati di ogni Paese «eroicizzare» una Nomenklatura brutale e corrotta, spietata con i deboli, le donne, le minoranze, e che arruola i propri bambini in battaglioni di piccoli schiavi inviati a scavare i tunnel attraverso cui transiteranno i traffici fruttuosi che la arricchiranno ancora di più; di fronte all'ignoranza crassa della natura reale di un movimento di cui i Protocolli dei saggi di Sion sono uno dei testi costitutivi, e di cui è capo Khaled Meshaal, che fino a poco tempo fa lo dirigeva da una confortevole villa di Damasco, c'è una sola parola: oscenità.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " Sono i Fratelli musulmani la carta vincente di Hillary "


Maurizio Molinari          Hillary Clinton con Mohamed Morsi

L’ accordo fra Israele e Hamas sul cessate-il-fuoco a Gaza è un risultato che Hillary Clinton coglie grazie ad un nuovo strumento a disposizione dell’amministrazione Obama: la «Muslim Brotherood diplomacy» i legami fra i partiti islamici dei Paesi sunniti.

L’attentato contro l’autobus a Tel Aviv ha rischiato di far fallire sul nascere la missione del Segretario di Stato ma la solida intesa con il premier Benjamin Netanyahu sulla lotta al terrorismo ha consentito a Washington di convincere l’alleato che era il momento di incassare i risultati ottenuti: Ahmed Jabaari, capo di Stato maggiore di Hamas alleato dei jihadisti salafiti, è stato eliminato e i depositi di razzi a lungo raggio sono stati distrutti. Il primo passo di Hillary verso la tregua è così arrivato con l’annuncio di Gerusalemme sulla «cessazione unilaterale delle ostilità». Quando è arrivato, Hillary era al Cairo, dal presidente Mohammed Morsi, per compiere il secondo e decisivo passo verso la tregua. Ovvero, il successo dell’Egitto nell’ottenere da Hamas la fine del lancio di razzi. Si tratta di un risultato che premia la scelta compiuta dalla Casa Bianca per risolvere la crisi: fare leva sui legami privilegiati fra i Fratelli musulmani egiziani, partito di maggioranza al Cairo di cui Morsi fa parte, e i Fratelli musulmani palestinesi che esprimono Hamas a Gaza. Durante la transizione del dopo-Mubarak è stato il presidente americano Barack Obama a spingere i vertici militari egiziani ad aprire la strada del potere politico ai Fratelli musulmani nella convinzione che fossero la più fedele espressione della volontà popolare. La scommessa di Obama è stata nel credere che, una volta al governo, i Fratelli musulmani avrebbero espresso una leadership capace di ridimensionare l’influenza delle componenti estremiste, anti-occidentali ed anti-israeliane. Morsi in questa occasione sembra esserci riuscito, grazie alla convergenza di pressioni su Hamas con altre due nazioni guidate da governi islamici filooccidentali: Turchia e Qatar. Ciò significa che, per la prima volta, la diplomazia islamica sunnita di Cairo, Ankara e Doha si dimostra capace di operare in favore della stabilità del Medio Oriente, facendo leva sui legami privilegiati con l’ala più fondamentalista e violenta dei palestinesi. Si tratta di un risultato della «Primavera araba» che introduce un nuovo attore in Medio Oriente, destinato ad essere protagonista su più fronti: dalla composizione del conflitto israelo-palestinese alla soluzione della guerra civile in Siria.

La scelta di Hillary di annunciare la tregua dal Cairo e la telefonata di ringraziamento di Obama a Morsi hanno sottolineato il debutto della «Muslim Broterhood diplomacy», come i diplomatici di Washington la definiscono. Resta da vedere se si dimostrerà utile a Obama per disinnescare la prossima mina regionale: la scelta dell’Autorità nazionale palestinese di far votare il 29 novembre all’Onu il riconoscimento di Stato non-membro per la Palestina che rischia di far franare le intese con Israele.

FONDAZIONECDF.IT - "Le difficoltà di una tregua "

Il problema da risolvere per raggiungere una tregua fra Israele e Gaza è: chi può dare ragionevoli garanzie a Israele che la tregua a Gaza non sia usata per rimpinguare la scorta di razzi e missili e ricominciare  gli attacchi con armi più pericolose? Questa domanda si può frammentare in una serie di altre domande, che rivelano la complessità della questione. 

Israele può fidarsi delle garanzie del  governo egiziano condotto dai Fratelli Musulmani, quando gli stessi Fratelli Musulmani e la piazza egiziana chiedono  di porre fine al blocco della frontiera con Gaza, e persino il ripudio del trattato di  pace con Israele? Come si può vedere nella mappa a fianco il varco di Frontiera di Rafah è controllato dall’Egitto. Il governo di Mubarak svolgeva una ragionevole sorveglianza sul contrabbando, per cui almeno i  grandi razzi ed i missili non passavano. Passavano armamenti più leggeri, ma non razzi e missili di media  e lunga gittata. Ora invece i razzi ed i missili iraniani di media gittata sono tranquillamente arrivati a Gaza.

Israele può fidarsi delle informazioni di intelligence per valutare se i razzi Fajr5 sono stati tutti usati o distrutti, o se ne rimangono ancora? Per saperlo con certezza dovrebbe entrare a Gaza: che potrebbe essere quanto si appresta a fare.

Anche dopo una eventuale offensiva di terra per eliminare le armi più pericolose, cui seguirebbe certamente una tregua, rimane aperta la questione dell’Iran. E’ l’Iran che arma le milizie più pericolose in Medio Oriente, è l’Iran che le addestra. Shimon Peres ha detto il 19 novembre in una intervista alla CNN mirata soprattutto ad un uditorio americano che l’Iran è ‘un problema  del mondo’, cioè – in termini concreti - un problema che non si può affrontare senza  gli Stati Uniti. E gli USA paiono aver deciso di non affrontarlo affatto, ma di lasciare che siano le forze regionali, cioè gli stati del medio oriente stesso, a mantenere un costante livello di allerta e di azioni di guerra per contrastare l’Iran e le milizie che l’Iran arma e sobilla in tutto il mondo islamico. 

Il discorso di Shimon Peres alla CNN è un richiamo agli Stati Uniti e ‘al mondo’ perché si assumano la responsabilità di garantire che l’Iran non possa continuare impunemente ad armare ed addestrare gruppi che destabilizzano gli stati della regione e alimentano una costante guerriglia, che ogni tanto sfocia in guerra aperta, con conseguenti stragi. Hillary Clinton il 20 novembre  al Cairo non ha offerto l’impegno degli USA per far sì che le armi iraniane non affluiscano più a Gaza: senza questo impegno, non ci sono le condizioni per raggiungere un accordo affidabile fra le altre parti. 

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