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Informazione Corretta - Il Foglio Rassegna Stampa
10.05.2012 Sentenza pro-Vauro contro Caldarola
commenti di Giovanni Quer, Emanuele Macaluso

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio
Autore: Giovanni Quer - Emanuele Macaluso
Titolo: «La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: diverse osservazioni - Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/05/2012, a pag. 4, l'articolo di Emanuele Macaluso dal titolo "Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro".
Ecco il pezzo, preceduto dall'analisi di Giovanni Quer dal titolo " La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: alcune osservazioni ".

INFORMAZIONE CORRETTA - Giovanni Quer : " La sentenza del caso Caldarola-Vauro-Nirenstein: alcune osservazioni "


Giovanni Quer, la vignetta antisemita di Vauro, Peppino Caldarola

Il 20 gennaio 2012 Giuseppe (Peppino) Caldarola è stato condannato, assieme ad Antonio Polito, per diffamazione a mezzo stampa per un articolo pubblicato su “Il Riformista” il 23 ottobre 2008, nella sezione MAMBO, intitolato “Annozero tra alti e Granbassi”.
Nell’articoletto satirico si faceva riferimento alla trasmissione diretta da Michele Santoro e agli ospiti che vi intervenivano, tra cui Vauro Senesi, che aveva pubblicato una vignetta ritraendo Fiamma Nirenstein, allora candidata per il PDL, con il naso adunco, la stella di David cucita al petto vicino al fascio littorio. Vauro denuncia Caldarola per diffamazione sulle seguenti parole: “Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein 'sporca ebrea' ”.
Peppino Caldarola è stato condannato “per diffamazione aggravata, senza (…) la discriminante dell’esercizio del diritto di critica” (p. 2). Le numerose considerazioni alla sentenza, che seguono a una breve introduzione della disciplina giuridica della stampa, sono divise in due parti: l’impostazione interpretativa e il ragionamento decisorio.

Diritto e giornalismo

La libertà di stampa (art. 21, costituzione italiana) si articola nel diritto di cronaca, diritto di critica e diritto di satira. Il diritto di cronaca si definisce come il diritto di raccontare i fatti così come avvenuti per informare la comunità; il diritto di critica è il libero giudizio sui fatti di cronaca, esprimendo un punto di vista; il diritto di satira trova fondamento nella libera rappresentazione di fatti o persone con lo scopo di suscitare ilarità nel lettore/spettatore.
L’esercizio del diritto di cronaca e di critica è limitato da tre principi: verità, ossia la veridicità del contenuto dell’esposizione; continenza, cioè l’attinenza al fatto dell’esposizione priva di contenuti lesivi; e rilevanza pubblica, ossia l’interesse della comunità a esser informata sui fatti. Il diritto di cronaca incontra una più rigida applicazione dei limiti perché dev’esser obiettivo, mentre il diritto di critica incontra limiti più blandi, perché è soggettivo.
Il diritto di satira ha dei limiti ancor più blandi poiché il fine è suscitare ilarità nel lettore/spettatore, evidenziando con ironia e alterando in maniera grottesca aspetti di eventi o persone. Il limite è l’innocenza, che non deve sfociare in un “insulto gratuito”, né in un “banale mendacio”, con l’intento di nuocere a una determinata persona.

L’interpretazione: l’articoletto è critica o satira?

La sentenza offre un breve riepilogo della disciplina del diritto di critica (p. 2 e 3), senza però spiegare perché l’articolo scritto da Caldarola sia ritenuto un esercizio di critica e non di satira. Infatti, l’applicazione della disciplina della critica comporta un esame dei fatti secondo limiti più rigidi (verità, continenza, e interesse pubblico). È invece condivisibile un’interpretazione dell’articolo come esercizio del diritto di satira, per il contesto, il tono e l’obiettivo perseguito dall’autore.
La rubrica “Mambo” ne “Il Riformista” conteneva spesso articoli satirici su eventi, persone, tendenze politiche. Nello specifico, l’articolo pubblicato il 23 ottobre 2008 ironizzava sulla trasmissione “Annozero”, sul direttore Santoro e su alcuni suoi ospiti, inventando un avvenimento di preparazione alla trasmissione. Il carattere satirico dell’articolo appare evidente non solo dal tono, bensì anche dagli eventi narrati, chiaramente fittizi e atti a suscitare divertimento nel lettore.
I limiti del diritto di satira sono ravvisabili, secondo la giurisprudenza, nella “notorietà” del personaggio, nel “nesso causale tra la dimensione pubblica e il contenuto satirico”, e nella finalità dell’espressione, che non dev’essere meramente denigratoria.
Vauro Senesi è noto vignettista satirico ed era ospite stabile della trasmissione Annozero, oggetto della satira di Caldarola; di qui può esser stabilita la sua notorietà. Altresì, il contenuto specifico della frase dedicata a Vauro trova un nesso causale con la sua notorietà poiché fa espresso riferimento alla polemica suscitata dalla pubblicazione della vignetta su Fiamma Nirenstein. Infine, non è individuabile un contenuto meramente denigratorio, poiché la frase è inserita in un contesto generale: a Vauro infatti si dedicano 3 righe su 34 dell’articolo, e 21 parole (compresi i nessi logici) su 230 parole di cui è composto lo scritto.
Il “libero insulto” o il “banale mendacio” fanno riferimento a espressioni denigratorie dirette a una specifica persona, mentre inventare un’espressione che la persona oggetto di critica avrebbe detto, opportunamente inserita tra virgolette, nel contesto satirico costruito nell’articolo, non è riconducibile a queste categorie. La frase attribuita a Vauro aveva lo scopo di far riflettere sulla vignetta pubblicata e sulla cultura politica in cui essa è stata prodotta.

Il ragionamento (1): lecita la vignetta di Vauro, non la satira di Caldarola

La sentenza, pur senza motivazione, inquadra l’articolo come un esercizio del diritto di critica e non di satira, enunciando l’analisi dei limiti che non si sono considerati rispettati. Di verità, continenza e interesse pubblico, sono stati esposti solo i primi due principi.
Nell’analisi della verità di fatto si fa riferimento alla vignetta pubblicata da Vauro. Si riscontra la mancanza del requisito di verità per due motivi, anzitutto perché l’articolo fa “riferimento ad una vignetta mai realizzata e pubblicata nel corso della trasmissione Annozero bensì su un quotidiano e molti mesi prima in occasione delle amministrative (dell’aprile 2008)” e poi perché “fornisce una falsa rappresentazione del contenuto della vignetta, in modo peraltro non funzionale all’esercizio del diritto di critica” (p. 4).
Non si considera che il diritto di critica non si deve riferire a un fatto preciso o ad una persona specifica, bensì anche ad una tendenza o ad un gruppo. È dunque plausibile che il riferimento nell’articolo fosse rivolto alla tendenza generale dell’attività di Vauro come vignettista, che spesso accosta il simbolo della stella di David ad attività intenzionalmente sanguinarie, e alla tendenza della trasmissione Annozero di dare voce a una certa sinistra. Manca, quindi, una valutazione nel complesso della critica rivolta a Vauro, tanto più ché è inserita in un contesto di critica generale a una certa corrente politica.
Per quanto attiene invece alla produzione di Vauro, si legge che “la vignetta voleva evidentemente evocare la mostruosità nascente dall’accostamento di simboli tanto distanti” (la stella di David e il fascio littorio), al fine di “stimolare un dibattito sul tema della candidatura della Nirenstein in una lista con appartenenze tanto eterogenee” (p. 4). La sentenza qui analizza la vignetta come se essa stessa fosse potenzialmente diffamatoria, accogliendo la tesi di Vauro, senza spiegare perché è “evidente” che si voleva parlare della lista e non della Nirestein.
Non è “evidente” come l’accostamento dei due simboli sia un’ironica modalità per dibattere sulla candidatura nella Nirenstein con il PDL: non si comprende in effetti come il fascio littorio disegnatole sul petto sia funzionale alla grottesca rappresentazione della corsa alle elezioni di una deputata ebrea non di sinistra. Altresì la vignetta ritrae solo la Nirenstein, non anche gli altri candidati politicamente “distanti”.
Altresì, la raffigurazione del naso adunco, “caratteristica somatica (…) propria del suo tratto nella rappresentazione del naso” (p. 4), richiederebbe una più approfondita analisi dell’opera generale di Vauro.

Il ragionamento 2: la sinistra non può esser antisemita

Per quanto riguarda la continenza formale, la sentenza sostiene che l’espressione attribuita a Vauro “non può mai perdere il contenuto offensivo, riducendosi in ogni caso a una mera aggressione, tenuto conto dell’impegno sociale che il Senesi ha pubblicamente mostrato negli anni, anche con il sostegno a Emergency, l’associazione umanitaria fondata da Gino Strada” (p.4).
L’attribuzione di una frase non detta, e chiaramente indicata come immaginaria espressione del soggetto satirizzato, sarebbe “una mera aggressione” non in virtù del suo contenuto, bensì in virtù dell’impegno in campo umanitario del soggetto. Questo ragionamento, un po’ oscuro, ha due conseguenze: evita di dibattere cosa s’intenda per antisemitismo e offre un’interpretazione secondo cui l’impegno umanitario sarebbe incompatibile con visioni antisemite.

Osservazioni

Sorprende la mancanza di un’analisi sul limite dell’interesse pubblico, vista la polemica già scatenata dalla pubblicazione della vignetta di Vauro. La comunità poteva quindi avere l’interesse di esser destinataria di uno scritto satirico su questioni così cruciali come l’antisemitismo e il dibattito di una certa sinistra.
Sorprende anche la mancata analisi di cos’è l’antisemitismo. La sentenza non fa riferimento alla definizione europea di antisemitismo, elaborata dall’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia nel 2007. Secondo questa definizione costituiscono manifestazioni di antisemitismo anche l’utilizzo di immagini associate all’antisemitismo classico (punto 3, seconda lista) e l’accostamento di politiche israeliane e immaginario nazista (punto 4). La produzione vignettistica fa spesso uso sia delle immagini dell’antisemitismo classico sia dell’accostamento delle politiche israeliane all’imaginario nazista. Pertanto è plausibile che l’articolo volesse anche, nelle 3 righe su 34 e con le 21 parole su 230, attirare l’attenzione del lettore su queste manifestazioni di moderno antisemitismo che non hanno bandiera politica.
Sconcerta il riferimento all’impegno umanitario, considerato quale “prova d’innocenza” da sentimenti antisemiti. Quest’affermazione, che ha un sapore più ideologico che giuridico, non trova spazio nel ragionamento generale della sentenza. Il tono della frase allude a una verità di fatto, a un fatto noto che, quindi, non precisa spiegazione. Non è per nulla chiaro come l’impegno umanitario con Emergency sia incompatibile con l’antisemitismo. Questa incompatibilità, che è reputata talmente assennata da non richiedere altre considerazioni, impedisce un sano dibattito sull’antisemitismo, sulle sue manifestazioni a sinistra, talvolta mascherate, spesso inconsce, e sovente parte di un più ampio dibattito su Israele.
Ancor più preoccupante è che alludere al potenziale antisemitismo di qualcuno sia grave reato di diffamazione, mentre esprimere antisemitismo non sia ancora un crimine perseguito.

Il FOGLIO - Emanuele Macaluso : "Macaluso, grottesche le motivazioni della sentenza pro Vauro".


Emanuele Macaluso, Vauro Senesi

Il 20 gennaio scorso il tribunale di Roma, nella persona della dottoressa Emanuela Attura, ha condannato Peppino Caldarola e Antonio Polito collaboratore del Riformista, il primo, e direttore del quotidiano, il secondo, a risarcire i “danni” subiti dal Senesi Vauro, vignettista del Manifesto, per un articolo diffamatorio scritto da Caldarola. Danno risarcitorio 25 mila euro. Il pubblico ministero aveva, invece, chiesto l’assoluzione dei due giornalisti. Su questa sentenza, quando era ancora in vita il giornale arancione, da me diretto, avevo scritto criticamente. E l’ho scritto non per un’antica amicizia con Caldarola e Polito, con i quali ho avuto anche delle polemiche. Sono i fatti che mi inducono ancora una volta a scrivere perché ritengo che le motivazioni di quella sentenza, rese note il 18 aprile scorso, dovrebbero allarmare chi ha a cuore la libertà di stampa, e non solo. Ricapitoliamo i fatti. Nel marzo del 2008, Vauro pubblicò una vignetta in cui disegnava Fiamma Nirenstein, ebrea, giornalista di sinistra, approdata a destra, parlamentare Pdl, con il naso adunco (tipica deformazione usata nella pubblicistica antisemita), con il fascio, il simbolo del partito e la stella di Davide (cucita come facevano i nazisti) sul petto. Peppino Caldarola, sul Riformista, nella sua rubrica, ironicamente collocava la vignetta in una immaginaria trasmissione di “Annozero” (a cui partecipa Vauro) per prendere in giro gli ospiti fissi di quel talk-show, concludendo che il vignettista, con quel disegno, aveva scritto di Fiamma “sporca ebrea” – locuzione con cui sintetizzava il suo pensiero su quella vignetta e perciò messa tra virgolette. L’opinione di Caldarola è rispettabile quanto quella di Vauro? O no? Quel disegno aveva provocato la protesta di tutta la comunita ebraica, come ha testimoniato al processo Riccardo Pacifici, presidente della comunità romana. La questione che con questa lettera voglio sollevare è, a mio avviso, molto grave, perché purtroppo c’è un giudice che nel giudicare i fatti fa prevalere i suoi legittimi convincimenti politici nelle sentenze come si evince, per esempio, leggendo le motivazioni di cui parlo. Vauro, dice che mette sul petto della Nirenstein il fascio perché Alessandra Mussolini e Ciarrapico sono, come lei, parlamentari del Pdl. Ma queste presenze fanno del Pdl un partito fascista, al punto da mettere un distintivo del fascio a una delle sue parlamentari che ha una radicale avversione al fascismo? Il mio giudizio su Berlusconi e il suo partito è noto per averlo scritto mille volte (non esagero) ma, qualificare come fascista il suo partito, perchè nel gruppo parlamentare ci sono Ciarrapico e la Mussolini può essere oggetto di una discutibile critica di Vauro, ma non può essere avallato da una sentenza di un tribunale della Repubblica. Leggo nelle motivazioni del giudice Emanuela Attura: “Ebbene, a parere della scrivente, a prescindere dalla considerazione che appare chiara l’assenza di contenuto antisemita nella vignetta pubblicata sul quotidiano il Manifesto nel marzo 2008 e che, anzi, come spiegato dallo stesso autore, se mai ve ne fosse bisogno, la vignetta voleva evidentemente evocare la mostruosità nascente dall’accostamento di simboli tanto distanti quali il fascio littorio, la stella di Davide e il simbolo del Popolo della libertà…”. Quindi la Nirenstein, come tutti i parlamentari e gli iscritti al Pdl ha adottato, con sentenza del tribunale, la “mostruosità” dei tre simboli messi insieme. Anche il simbolo del fascio! Infatti, la Nirenstein come ebrea viene disegnata nel modo in cui abbiamo detto. E il giudice dice, citando Vauro, che questo disegno voleva stimolare un dibattito sulla contraddizione che provoca la candidatura di Fiamma Nirenstein. Un dibattito che ha provocato l’indignata protesta di tutte le comunità ebraiche in Italia, per il giudice è indifferente. Infine, c’è un giornalista che alle esagerazioni caricaturali di Vauro replica con un corsivo ironico, e usa espressioni forti e ritorsive, e ora deve pagare 25.000 euro al vignettista. Ma in che paese siamo?

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