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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - La Stampa Rassegna Stampa
12.09.2011 11 settembre 2001, dieci anni dopo
commenti di Piera Prister, Federico Steinhaus. Cronache di Maurizio Molinari, redazione della Stampa

Testata:Informazione Corretta - La Stampa
Autore: Piera Prister - Federico Steinhaus - Maurizio Molinari - Redazione della Stampa
Titolo: «La memoria e la rinascita dell’America: siamo forti - Gli islamisti bruciano bandiere americane - Svezia, fermati quattro somali: Strage sventata a Göteborg»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 12/09/2011, a pag. 2, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " La memoria e la rinascita dell’America: siamo forti ", a pag. 4, la breve dal titolo " Gli islamisti bruciano bandiere americane ", l'articolo dal titolo " Svezia, fermati quattro somali: Strage sventata a Göteborg ".
Pubblichiamo i commenti di Piera Prister e Federico Steinhaus titolati " A dieci anni dall’11 settembre 2001 " e " Non è finita... ".
Ecco i pezzi:

INFORMAZIONE CORRETTA - Piera Prister : " A dieci anni dall’11 settembre 2001 "


Piera Prister

  “l’America e’ stupida!”. Cosi’ prima dell’attentato, beffardamente disse ai suoi compagni, Mohamed Atta, il terrorista colto e di buona famiglia, che aveva frequentato la moschea di Amburgo in Germania e  capo degli attentatori islamici del  World Trade Center di New York.

E’ vero, perche’ non avevamo capito che eravamo ormai nel mirino del fondamentalismo islamico, anche  dopo l’ avvertimento del precedente attentato, che era avvenuto nel 1993 nel sotterraneo, vicino alle tubature di gas,  dello stesso World Trade Center, ad opera di  Mahmud Abouhalima che proveniva dalla moschea di Munich (Monaco), un attentato premonitore che stronco’ sei vite con decine e decine di feriti.  Bill Clinton non capi’ che quei dannati sarebbero ritornati, aveva abbassato la guardia proprio quando i terroristi con derisione ci stavano testando, stavano testando il nostro punto debole, in attesa di ritornare trionfalmente per portarci ancora piu’ devastazione e morte. Eravamo anche dimentichi dell’attacco a sorpresa dei Giapponesi  a Pearl Harbour nel 1941 con migliaia e migliaia di morti, che fece entrare gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Ma gli Americani non studiano la storia, nemmeno il nostro tanto colto presidente Barack Obama, se ha avuto il coraggio di inchinarsi e chiedere scusa oltre che ad Abdullah anche all’imperatore del Giappone, nella sua  visita a Tokyo, per le bombe su Hiroshima e Nagasaki, che dico per chi non lo sapesse erano due obiettivi militari e non civili - i libri di scuola in Italia sono falsi e mendaci- quando loro, i Giapponesi, non ci hanno mai chiesto scusa per Pearl Harbour e per tutte le altre atrocita’ e le razzie di oro da loro commesse contro i Cinesi, quando invasero la Manciuria, e contro i Filippini. 

 Con l’allora presidente Bush, dopo poco l’11 settembre, l’America si era risollevata. Tutti uniti, conservatori e democratici tutti insieme, avevamo risposto con la guerra alla guerra, avevamo superato le ferite di una nazione colpita, il dramma delle migliaia di morti, la crisi economica,  il panico dell’antrax, che ci spinse ad indossare i guanti quando dissuggellavamo la posta recapitata dal postino. E anche dopo quell’agitazione continua che ci prendeva agli aeroporti quando dovevamo prendere un aereo o ascoltavamo l’altoparlante nei campus e nei posti di lavoro che trasmetteva l’avvertimento: "c’e’ una bomba, evacuare l’edificio", o quando un cecchino musulmano s’era messo a sparare all’impazzata seminando morti sulle strade di Washington. Gli Americani compostamente, non risposero, assaltando moschee e comunita’ islamiche. 

 L’America che quest’ anno partecipa al memorial di September 11 a Ground Zero, nell’anniversario decennale dell’attacco terroristico della Jihad islamica agli Stati Uniti, e’ un’America profondamente cambiata, un’America che non e’ piu’ la stessa, un’ America impoverita e prostrata che chiede lavoro, e grida : jobs, jobs jobs… come proprio ora stiamo ascoltando alla radio in diretta da oratori che parlano nelle Town Halls, ossia  associazioni spontanee di cittadini… Gli Americani stanno sperimentando di persona sulla loro pelle la paura della recessione che a giorni dovrebbe essere ufficializzata da dati e cifre. Lo spettro della disoccupazione incombe minaccioso, con una classe dirigente che sembra che operi contro l’America e non a suo favore. L’avevamo predetto, tra i primi in Italia da Informazione Corretta che l’elezione di Obama ci avrebbe portato giu’ giu’ in basso e che avrebbe interrotto la piucchesessantennale amicizia con Israele. Un Obama che non aveva le carte in regola per la Casa Bianca, per aver ascoltato nella sua chiesa per 20 anni, un pastore razzista antisemita  e anti-americano come quel Jeremiah Wright che, non sappiamo come abbia fatto  per giunta ad ispirargli, con una sua omelia,  la stesura del suo libro, The audacity of Hope. 

 Durante questo weekend piuttosto che alle perdite, ai morti, alla ferita profonda ancora viva, vogliamo ricordare il sacrificio di quanti non si sono arresi: i passeggeri del volo United Airlines 93 quei gloriosi 37 passeggeri, uomini e donne che informati ai telefonini dai familiari, di quello che stava accadendo, uniti  vennero a colluttazione con i piloti terroristi nella cabina di pilotaggio e si schiantarono in Pennsylvania. Questa e’ la risposta che l’America ha dato, insieme a quella dei  pompieri ed agenti di polizia che perirono tra le fiamme per salvare vite umane, e insieme a quella del nostro sindaco Rudy Giuliani che sebbene malato  era rimasto li’ a coordinare i soccorsi per giorni e per notti, senza dormire.

 Sono quelli, gli eroi  che vogliamo ricordare; e quella l’America che vogliamo, senza divisioni politiche, liberals e conservatives uniti di fronte al comune pericolo, avverso al quale abbiamo fatto quadrato. Quell’’America gloriosa vogliamo, che rispose con una catena interminabile di solidarieta’ “from coast to coast” di persone in fila che in silenzio, e in un lunghissimo serpentone, aspettavano il proprio turno per poter donare il sangue negli innumerevoli Centri di Trasfusione, creati da medici ed infermieri volontari, anche vicino casa. 

 Non dobbiamo abbassare la guardia perche’ siamo ancora in guerra. Le notizie dell’attacco di una folla inferocita all’ambasciata israeliana al Cairo che ci arrivano dal Medio Oriente , aumentano il nostro sgomento e ci fanno correre brividi sulla pelle. Come ci mette paura la conferma da parte del Dipartimento di Stato che altri due attentati sono stati appena sventati proprio oggi 11 settembre, a New York e a Washington D.C. “The government confirms 9/11 Anniversary Threat”,e le bandiere americane sono state bruciate da esaltati musulmani a Londra.

Abbiamo imparato poco qui in America se abbiamo prodotto un presidente come Barack Obama alla Casa Bianca, un presidente che ha fatto solo imbaldanzire i nemici, che ha lasciato che l’Iran si dotasse di armi atomiche, un presidente che non crede all’”American Exceptionalism”,  un presidente che gli Americani mi auguro bocceranno prossimamente alle urne, prima che faccia altri danni.

 E cosi’ sara’, ne siamo certi, perche’ alla TV gli Americani compunti, come per incanto, proprio ora stanno applaudendo George Bush e non stanno applaudendo Barack Obama, mentre man mano le immagini dei due presidenti uno accanto all’altro scorrono lentamente sul nostro teleschermo in questo momento, durante la cerimonia ufficiale dell’anniversario dell’11 settembre a Ground Zero.

INFORMAZIONE CORRETTA - Federico Steinhaus : " Non è finita... "


Federico Steinhaus

Ci dispiace doverlo ammettere e ci facciamo un dovere di ricordarlo a chi volesse crogiolarsi nel pensiero del buonismo e della multiculturalità: NON E’ FINITA. Ieri si è celebrato il decimo anniversario dell’attacco al mondo occidentale (non alle Torri gemelle, anche a noi tutti, ad ognuno di noi), ma lo si è celebrato solo in una parte del mondo: nel mondo islamico, forse per pudore, si è in genere taciuto.

Facciamo una piccolissima ed incompleta panoramica della situazione, anche a costo di essere noiosamente ripetitivi.

Dopo l’undici settembre 2001 altri attentati, meno distruttivi ma non meno feroci, hanno colpito città occidentali e città islamiche, accomunate da alcuni elementi fortemente simbolici: a) luoghi di multiculturalità istituzionalizzata (come Londra) o fortemente partecipi del sistema democratico occidentale; b) luoghi in cui l’islam moderato ed aperto al mondo era predominante (Bali, Mumbai, Sharm, Amman); c) città in cui vi fosse una forte presenza ebraica (di nuovo Mumbai ma anche Casablanca); d) località strategicamente sensibili e pertanto più adatte a richiamare l’attenzione mediatica (il Sinai); e) infine, ovviamente, Israele che si è sempre trovato al centro di queste sgradite attenzioni del terrorismo islamico ma ha saputo evitarne gli attacchi quando non erano condotti per procura da Hamas e dalla Jihad di Gaza.

Al di fuori dei veri e propri teatri di guerra dunque il terrorismo islamista ha colpito in modo mirato, secondo i suoi stravolti canoni ideologici e pseudoreligiosi, senza distinguere fra vittime occidentali, cristiane ed ebraiche, e vittime del mondo islamico.

Ed ecco che, inaspettatamente, è arrivata la cosiddetta primavera araba, un insieme di rivolte in parte casuali e spontanee, in parte teleguidate che hanno abbattuto i regimi autoritari che facevano – guarda caso – da barriera al terorrismo ed al fondamentalismo. Queste rivolte, che sono ben altro che rivoluzioni, hanno raggruppato una congerie di motivazioni, di frustrazioni, di ambizioni, di malcontento, di voglia di libertà, ma anche di disegni politici rimasti sullo sfondo. L’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo non è che la terza puntata di una serie appena iniziata di eventi, dapprima le ripetute interruzioni di fornitura di gas ad Israele e successivamente l’incidente al confine del Sinai, che proseguirà prevedibilmente fino alle elezioni politiche del prossimo autunno, quando i Fratelli Musulmani burattinai di questi incidenti cercheranno di andare al potere. Il punto è proprio questo: le rivolte arabe non hanno una bandiera, una loro specificità politica riconoscibile, e quando si saranno esaurite nel modo prevedibile con esemplari condanne dei governanti spodestati la parola passerà ad una maggioranza spesso rurale, sparpagliata sul territorio, semianalfabeta, che sarà facile incanalare a piacimento.

Il terrorismo islamico si autofinanzia grazie ad una stretta collaborazione con segmenti della criminalità internazionale e non può più contare sui canali di finanziamento attraverso banche, industrie e stati. La morte di Bin Laden non ha cambiato molto da questo punto di vista, ed Al Qaeda si basa necessariamente sui terroristi-fai-da-te, sulla rete informatica e dei social networks, su un passaparola che non è più così facile far circolare nella maniera tradizionale.

Intanto si affilano le scimitarre (il fioretto non è previsto) per la prossima sessione dell’ONU. L’Europa ha fatto un passo intelligente per tirarsi fuori dal suo consueto e confusionario immobilismo ed ha detto ai palestinesi: se liberate Shalit noi votiamo a favore. In questo modo ha messo Hamas con le spalle  al muro ed ha fatto un bel gesto carico di significato umano e politico. Del resto, i palestinesi avrebbero seri problemi a gestire politicamente un voto favorevole, che scaverebbe un fossato ancora più profondo fra Autoirità Palestinese e Hamas, ma anche fra i palestinesi “residenti” ed i profughi, oltre che fra i palestinesi doc e quelli viventi in Israele che chiedono già ora di aver voce in capitolo nelle scelte politiche dell’Autorità Palestinese.

L’auspicio contenuto in un documentario ( thttp://palwatch.org/main.aspx?fi=488&fld_id=492&doc_id=5487 ) trasmesso in agosto dalla televisione dell’Autorità Palestinese, che dopo la scomparsa di Israele il piazzale del Muro del Pianto venga trasformato in un quartiere di abitazioni arabe per dimostrare che gli ebrei non hanno mai avuto alcun legame con quella terra, non si realizzerà. Su questo non vi sono dubbi.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " La memoria e la rinascita dell’America: siamo forti "


Maurizio Molinari

Downtown blindata Il rettangolo urbano fra Canal Street, Wall Street, Battery Park e Albany Street è una fortezza. Le luci dell’alba svelano le pattuglie sull’Hudson, tre elicotteri fermi sopra Downtown e dozzine di unità di polizia a presidiare ogni accesso. Alle 6 arrivano i tiratori scelti e i robot che setacciano l’aria per verificare la presenza di sostanze nocive. Il timore di attentati è oggetto del briefing che alle 8 viene fatto a Barack Obama alla Casa Bianca, prima della partenza per New York.

Il fiocco celeste La folla dei parenti delle vittime è composta da persone silenziose, ordinate. Tutte hanno appuntato sugli abiti un piccolo fiocco celeste. Indica l’aver perso un proprio caro nel crollo delle Torri Gemelle abbattute dagli aerei-missili di Al Qaeda. Il fiocco è sulla giacca di Jerome Duram, che perse il fratello, sul maglione di Alan Freeman, arrivato con la moglie dalla North Carolina per ricordare «mia figlia morta quando aveva 30 anni» come sul tailleur della signora Calia, che non ha mai visto la salma del marito e assicura che «solo chi ha vissuto qualcosa di simile può sapere cosa si prova». Afroamericani, bianchi, asiatici, ispanici, con la croce al petto o la kippah in testa, i parenti vogliono condividere la memoria di chi non c’è più: mostrano immagini e oggetti personali. Il lutto non è personale ma collettivo, riguarda l’America intera e a ben vedere il mondo perché sul parterre di West Street si parla una babele di lingue, incluso l’italiano della donna che ricorda «Lora, mi manchi tanto, ti voglio bene».

Una bandiera per figlio

Ciò che accomuna è la Old Glory. La bandiera a stelle e strisce sventola sulla Freedom Tower, viene mostrata dal picchetto d’onore dei pompieri, è nella tasca posteriore dei jeans di un ragazzo del New Jersey ed è, in tanti piccoli esemplari, nelle mani di una madre afroamericana che dice ai quattro bambini che ha intorno: «Ognuno di voi deve averne una in mano».

I due presidenti Alle 8,04 Barack Obama atterra con il Marine One all’eliporto di Wall Street, pochi minuti dopo è all’entrata del Memorial dell’11 settembre. Ad aspettarlo c’è George W. Bush. I due Presidenti che hanno guidato la risposta dell’America all’attacco di Al Qaeda, e hanno scongiurato nuovi attentati, camminano fianco a fianco, si parlano, mentre attraversano il parco delle quattrocento querce per arrivare alla North Memorial Pool, la piscina della riflessione realizzata sull’impronta della North Tower. L’acqua che scende a cascata dalle pareti, i nomi delle 2983 vittime incisi sui bordi, il verde degli alberi giovani creano uno spazio di riflessione che imprime emozioni forti. Barack prende per mano Michelle. George fa lo stesso con Laura. Attorno a loro Michael Bloomberg, Rudy Giuliani, George Pataki, Andrew Cuomo, Chris Christie, sindaci e governatori di New York e New Jersey, gli Stati più colpiti. Prevale il silenzio mentre il rullio dei tamburi della polizia fa capire che è imminente l’inizio della cerimonia di ricordo.

Gli applausi per Bush L’inno nazionale e il suono delle cornamuse introducono Bloomberg, dopo il quale inizia la lettura dei nomi affidata ai parenti delle vittime. Alle 8.46.52 il minuto di raccoglimento per l’impatto del volo AA11 sulla North Tower. Subito dopo parla il presidente Obama. Recita il salmo 46 su «Dio nostro rifugio e nostra forza, aiuto sempre presente nelle difficoltà». Attorno c’è un silenzio religioso. È l’America intera a essere in raccoglimento. Passano pochi minuti ed a parlare è Bush, cita la lettera di Abramo Lincoln a una donna che durante la guerra civile perse cinque figli. Al termine la folla lo applaude come non ha fatto per Obama. Segno di un clima diverso. Le ferite del passato si rimarginano perché l’America guarda avanti.

L’acqua delle cascate Alle 9,03 il secondo momento di raccoglimento per l’impatto del volo UA175 sulla South Tower. Alle 9,30 Obama e Michelle si allontanano verso Washington, per partecipare alla cerimonia al Pentagono, e nei minuti seguenti si apre per la prima volta ai parenti il Memorial dell’11 settembre. C’è chi entra alzando una croce, chi sussurra preghiere e chi tiene i bambini per mano. Si avvicinano tutti con esitazione e rispetto ai bordi della piscina, cercano i nomi dei parenti e poi, quasi tutti, hanno un attimo in cui si fermano. Ascoltano il rumore dell’acqua. La cascata è fragorosa, isola da tutto il resto, evoca la memoria, l’orrore di chi si gettò nel vuoto ma è anche un segno vibrante di vita, forza dirompente, rinascita. Rebecca, 19 anni, orfana di padre, dice: «Hanno fatto bene a non ricostruire sull’impronta delle Torri perché è qui che sono morti». I più giovani usano carta e matita per copiare i nomi desiderati. I nomi sono raggruppati per amici, famiglie o aziende e dunque attorno a loro si creano capannelli di persone che si conoscono. È come ritrovarsi assieme a chi non c’è più. Poi, alzando gli occhi, ci si accorge di essere in un angolo di Manhattan nuovo di zecca. Le passeggiate fra le querce, un grappolo di grattacieli in via di costruzione, il Museo quasi ultimato e tutto immerso in un grande spazio attorno al suono dell’acqua. È la trasformazione urbanistica a descrivere e riassumere il sentimento collettivo. Il ricordo delle vittime si fonde con la rinascita di una nazione che una volta ancora dimostra di sapersi risollevare.

Da Shanksville a Washington L’ultima tappa di Obama è sul prato della Memorial Plaza di Shanksville, in Pennsylvania, dove cadde il volo UA93 per la rivolta dei passeggeri. Una delle donne che legge i nomi a Ground Zero arrivata a Todd Beamer aggiunge «Let’s roll» ripetendo il grido con cui iniziò la sollevazione.

In serata Obama torna a Washington per parlare alla nazione dal Kennedy Center sul decennio passato e su quello che si apre. Come sempre dopo ogni rinascita, l’America guarda in avanti.

La STAMPA - " Gli islamisti bruciano bandiere americane"

Una sessantina di dimostranti, fra cui esponenti del gruppo «Musulmani contro i crociati», hanno bruciato una bandiera americana a Grosvenor Square, davanti all’ambasciata americana a Londra, mentre era in corso un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’11 settembre. Gli estremisti hanno gridato slogan antiamericani come «Usa terroristi» o «I nostri morti sono nel paradiso, i vostri all’inferno». Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia della capitale inglese, mentre si sono registrati scontri tra gli islamici e gli estremisti della destra xenofoba britannica, che hanno costretto le forze dell’ordine a intervenire.

La STAMPA - " Svezia, fermati quattro somali: Strage sventata a Göteborg "

Nella tarda serata di sabato la polizia svedese ha arrestato a Göteborg quattro individui sospettati di essere in procinto di eseguire un attacco terroristico. Il blitz, messo in atto dopo una lunga serie di osservazioni e di pedinamenti, ha probabilmente sventato la distruzione di un ponte a traffico intenso, vicino alla galleria d’arte Röda Stenen, dove si inaugurava la Biennale di Göteborg. I componenti del gruppo apparterrebbero alla cellula islamista Al Shabaab. Sono tutti somali, che i servizi segreti svedesi tenevano da tempo sotto controllo. Per evitare incidenti o scontri, la zona compresa fra il ponte e la galleria d’arte è stata fatta sgombrare e gli artisti e il pubblico allontanati. Lo sbarramento della zona è durato fino alle sei del mattino di ieri.

La portavoce dei servizi di sicurezza svedesi, Hilding Kvarnström, ha detto che non possono essere «resi noti né i nomi né il sesso di queste quattro persone, ma contro di esse ci sono elementi concreti». Stoccolma era già stata colpita dal terrorismo islamico nel 2010, quando l’iracheno Taimour Abdulwahab si fece esplodere in centro alla vigilia di Natale. Abdulwahab era in contatto con gli islamici di Göteborg, sui quali grava anche il sospetto di avere appiccato il fuoco alla casa dell’artista Lars Wilks, colpevole di aver disegnato una caricatura di Maometto con il corpo di un cane.

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