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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - Il Foglio Rassegna Stampa
10.09.2011 Usa, panoramica di repubblicani e neocon
commenti di Piera Prister, Mattia Ferraresi

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio
Autore: Piera Prister - Mattia Ferraresi
Titolo: «Primarie Americane 2012, dibattito tra i candidati repubblicani - La fase lunare dei neocon»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/09/2011, a pag. 1-4, l'articolo di Mattia Ferraresi dal titolo " La fase lunare dei neocon ".
Ecco il pezzo, preceduto dall'analisi di Piera Prister dal titolo " Primarie Americane 2012,  dibattito tra i candidati repubblicani ".

INFORMAZIONE CORRETTA - Piera Prister : " Primarie Americane 2012,  dibattito tra i candidati repubblicani "


Piera Prister         Rick Perry                  Mitt Romney 

La campagna elettorale per le presidenziali americane del 2012, è entrata nel vivo. Presso la fondazione Reagan Library Foundation, a Simi Valley, California, il 7 settembre 2011, Nancy Reagan, ex first lady, ha invitato ad un dibattito televisivo gli otto candidati repubblicani, che soddisfano alla data attuale a due condizioni essenziali: essersi presentati formalmente quali candidati, ed aver ottenuto almeno il 4 percento dei voti in uno degli otto scrutini nazionali già effettuati: Michele Bachmann, Herman Cain, Newt Gingrich, John Huntsman, Ron Paul, Rick Perry, Mitt Romney and Rick Santorum. Come ha detto l’ex Speaker of the House, Newt Gingrich, tutti i contendenti erano li’ con lo scopo di sconfiggere Obama: “We all are here for defeating Barack Obama” (siamo tutti qui per sconfiggere B.O.) Sono tutti o quasi a favore di Israele, tranne Ron Paul  che ancora deve chiarire la sua posizione su alcune sue affermazioni che ci lasciano perplessi. Ma sembrano tutti pronti a sfidarsi sulla creazioni di posti di lavoro, sistema sanitario, Social Security e riforma della legge sull’Immigrazione etc…

 Ma  il dibattito s’e’ svolto sostanzialmente tra i due contendenti più significativi, preferiti dai  sondaggi, Rick Perry, attuale governatore del Texas, e Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts.

Rick Perry ha subito galvanizzato l’attenzione del pubblico presentandosi  con spavalderia come l’uomo forte  “with Lone Star bravado” ( richiamando l’immagine tipica texana, di un uomo forte a cavallo con cappello e stivali da cow-boy), che subito getta sul tavolo le carte del suo successo e lancia il suo guanto di sfida a Mitt Romney:  “Low taxation and deregulation” e  “We created more jobs in the last three months in Texas than he (Romney) created in four years in Massachusetts”. ( Abbiamo creato piu’ posti di lavoro in Texas negli ultimi tre mesi, che Romney negli ultimi quattro anni in Massachusetts, con l’incentivo di poche tasse da pagare, e una semplificazione delle regole burocratiche, nelle transazioni economiche).

Due personalità molto diverse: Perry e’ molto pragmatico, non è una persona colta, ma ha l'immagine di un vincitore che ha sempre ottenuto quello che ha proposto, che ha gestito bene il Texas dal 2001 fino ad oggi, e ha creato nuovi posti di lavoro quando negli altri stati la disoccupazione aumenta paurosamente e che incomincia a farsi sentire anche qui in Texas. Ma il merito non e’ tutto suo, come gli ha fatto giustamente osservare Romney, perche’ il Texas e’ una roccaforte repubblicana senza grande opposizione, da sempre con governo, Corte di giustizia, economia e stile di vita improntata ai principi repubblicani, e per giunta il Texas e’ uno stato ricco di petrolio e di gas.

 
Ma Perry presenta anche dei lati discutibili, è stato spesso criticato per un atteggiamento  contradditorio verso gli omosessuali nel Texas, bloccando il riconoscimento del loro matrimonio, salvo far sapere di essere bisex. (Non sappiamo se la sua e’ una  provocazione velata, come per dire che siamo tutti gay nel momento in cui essi sono discriminati. Ma e’ un dato di fatto che il Texas non e’ assolutamente omofobo, a scuola, negli ambienti di lavoro etc…l’Italia lo e’ molto, molto di piu’).
Perry è stato spesso criticato perchè nel colmare il deficit dello stato del Texas, in almeno un’ occasione ha ridotto le spese per le scuole pubbliche, tenendo il Texas lontano dalla recessione, l'unico stato nell'Unione. 
 
Perry spesso invoca il nome del Signore, anche invano, come è comune in tante comunità negli Stati Uniti, anche per ingraziarsi molte comunità religiose che lo fanno di regola, ma si sa, nessuno è perfetto.
Perry è sempre stato un impeccabile sostenitore di Israele.
Perry sarà un grande Presidente, e potrà svolgere il medesimo ruolo che Reagan ebbe dopo la disastrosa presidenza di Carter,  dopo la guerra del Vietnam, dopo il disastro dell'Ambasciata Americana del '79 a Teheran, e dopo l’ormai  la sua avvenuta proliferazione nucleare. Carter causo’ un’ inflazione a doppia cifra, e Obama, non sappiamo ancora quanti altri danni ci causerà. Ma il governatore del Texas, quando fa appello alla statura di Reagan come grande statista, dovrebbe ricordarsi che fu proprio  Ronald Reagan come governatore della California ad opporsi a livello esecutivo ad una proposta di legge che vietava ai gay di insegnare nelle scuole.
Un consiglio che vorrei offrire al mio governatore, se vuole vincere,  e veramente avere una buona chance di diventare il mio  prossimo Presidente e’ che termini le sue battute su una presunta chiamata  divina che lo ha fatto scendere in lizza alla conquista della Casa Bianca, che dia invece pieno ricoscimento dei diritti civili a tutti i cittadini che assolutamente non debbano essere discriminati in base alla loro sessualita’. E’ il godimento dei diritti civili  -fra cui il diritto di matrimonio per le coppie gay- nella loro pienezza che garantisce la buona salute della democrazia, perche’ il  livello di democraticita’ di uno stato e’ basato sui parametri dei diritti civili e liberta’ individuali. Questo gli procurera’ una valanga di voti da parte di giovani uomini e donne e servira’ come momento di riflessione per quelli che non conoscono ancora il concetto di separazione tra  Chiese e Stato. 

Il suo oppositore Mitt Romney è una gran bella figura, con una gamma di successi imprenditoriali di grande rilievo, ed una vita politica travagliata che ha messo in risalto la sua tenacia. Ma in realtà le sue carte non sono perfette, come sembrerebbe a prima vista, e la sua appartenenza ad una chiesa mormone, non gli gioverà, purtroppo. Ma non è possibile non sottolineare lo spessore etico che lo contraddistingue, e tanti eventi che mostrano che non scende a compromessi, come farebbero tanti altri. 
Troppo spesso si tace su un grande successo acquisito nel suo stato, introducendo una riforma sanitaria statale (non federale), sulla quale Obama si è ispirato. Nessuno nella storia americana è riuscito a fare quanto ha realizzato Romney, senza creare scompensi finanziari e senza mettere in ginocchio lo stato che amministrava.
Per giunta Romney ha accumulato una grossa fortuna personale (guadagnata grazie ai suoi successi imprenditoriali), ed ha quindi una riserva di danaro per finanziare almeno in parte la sua campagna, in modo legale.
Paradossalmente Romney può vantare di aver reso legale il matrimonio gay e sull'aborto Romney ha mantenuto una posizione a "favore della vita".
Mitt Romney ha sempre appoggiato Israele e in politica estera e’ un acerrimo nemico di Ahmadinejad che voleva far arrestare come quel tiranno  mise piede per la prima volta a New York per partecipare ai lavori dell’ONU, per violazione del diritto internazionale, avendo piu’ volte detto di voler incenerire Israele.

Altre figure di grandissimo rilievo come John Bolton, ex ambasciatore USA all'ONU, o come Rudy Giuliani, ex sindaco di New York non hanno partecipato al dibattito, perchè non hanno annunciato ancora ufficialmente la loro candidatura, o non hanno mostrato i consensi di questo primo gruppo di candidati. Comunque la disponibilità limitata di fondi per finanziare le elezioni, non li aiuterà a prendere una decisione. Il loro appoggio a Israele e’ grandissimo.

Il senatore Ron Paul ha sollevato obiezioni all'idea di continuare a dare sovvenzioni a Israele. Certamente Ron Paul è noto per il suo anticonformismo, e primo di dargli una nota di demerito, credo valga la pena di capire meglio in quale contesto fece questa osservazione nel passato. 

Quali altri candidati hanno un’ immagine equivalente e quali altri candidati hanno raggiunto risultati simili?   Proporrò nei mesi a venire un’ analisi degli altri candidati che sopravviveranno all'inizio delle primarie, ed un’ analisi piu’ approfondita della loro posizione su Israele.

Il FOGLIO - Mattia Ferraresi : " La fase lunare dei neocon "


Mattia Ferraresi

New York. Mentre sgomberava la sua scrivania al New York Times, Bill Keller ha trovato fra le scartoffie una vecchia cambiale mai pagata. Risaliva al gennaio del 2004, quando il giornale online Slate aveva chiesto anche a lui di partecipare al forum dei liberal a vario titolo pentiti per avere sponsorizzato la guerra in Iraq iniziata meno di un anno prima. Il senso dell’opportunità dell’allora direttore del New York Times lo aveva tenuto lontano dalla rimpatriata di quello che lui stesso aveva definito il club di quelli che non-ci-posso-credere-che-sono- un-falco, una rimpatriata amara fatta di resipiscenza, pentimento e rimozione della stagione in cui l’intervento armato contro il macellaio Saddam Hussein era un argomento che si portava molto in certi salotti di sinistra. Lasciata la direzione a Jill Abramson e tornato al ruolo di editorialista – dov’era arrivato nel 2001: la prima column, nella quale si augura che “il presidente passi più tempo a parlare dell’efficacia dell’intelligence nel mondo reale e dell’applicazione della legge”, porta la data ferale del 12 settembre – Keller ha deciso di saldare il suo conto con l’Iraq in particolare e con l’11 settembre in generale spiegando il motivo per cui si era tesserato al club dei falchi liberal salvo poi pentirsi una volta che le cose sul campo si sono fatte complicate: “Ricordo il crescere di un istinto protettivo, acuito anche dalla nascita della mia seconda figlia nove mesi dopo gli attacchi. Qualcosa di terrificante era stato rilasciato nel mondo e l’urgenza di fermarlo, di fare qualcosa – di dimostrare qualcosa – stava dominando la mia educazione alle virtù della cautela e dello scetticismo”. Keller era soltanto uno degli aderenti al club degli interventisti di sinistra. Christopher Hitchens, Paul Berman, George Packer, Fareed Zakaria, Thomas Friedman, Andrew Sullivan: i falchi liberal volavano ad ali spiegate negli ambienti più influenti di Washington e New York, compulsavano con fervore da sacra scrittura il manuale dell’ex analista della Cia Ken Pollack (“The threatening storm”) e tornavano in quelle altezze dove si muovevano i neoconservatori, i custodi della dottrina Bush, gli ex radicali di sinistra che con il tramonto degli anni Sessanta hanno dato forma a quella “persuasione” (così la chiamava il nume tutelare Irving Kristol) fatta di eccezionalismo americano, unilateralismo, esportazione della democrazia e una confidenza piena ma mai civettuola con il mercato (il famoso “two cheers for capitalism”). Il sodalizio fra i due gruppi attorno alla posizione dell’America sulla guerra al terrore non era un fatto sconvolgente a livello di dottrina: si trattava in fondo di liberal assaliti dalla realtà, anche se l’assalto li aveva sorpresi in momenti storici e circostanze differenti. Ma il cerchio del pentimento chiuso da Keller con il suo percorso a ritroso lungo il decennio passato riporta al centro del dibattito la questione della rilevanza dei neoconservatori e il loro peso a Washington, dai think tank in cui l’Amministrazione Bush si abbeverava per nutrire la sua dottrina muscolare e morale fino alle riviste in cui la realtà veniva letta attraverso la lente dell’unicità americana. William Kristol, direttore del settimanale The Weekly Standard e animatore della leggendaria iniziativa Project for a new american century si è trovato stranamente a incrociare la strada di un altro liberal, Barack Obama, sulla via che porta a Tripoli. La guerra in Libia, con i suoi tic onusiani e la sua patina coloniale, non ha molto da spartire con l’afflato universalista che ha portato le truppe americane a Baghdad – e per questo, oltre che per i costi insostenibili, ha incontrato le resistenze di molti conservatori generici, ma non dei neocon, che si sono lanciati a capofitto nella guerra sponsorizzata da Samatha Power, giornalista, attivista e consigliere di Obama sui diritti umani, quella che ha “iniziato a fare la giornalista per cambiare il mondo”. Lei era favorevole alla prima guerra del Golfo (Saddam aveva esagerato), contraria alla seconda (gli americani stavano esagerando) e si è presa a cuore quella in Libia (Gheddafi aveva esagerato, lo ha detto l’Onu). Prima di annunciare l’inizio dell’“operazione militare cinetica” Odyssey Dawn, il presidente ha incontrato Kristol: “E’ venuto per sapere se avrei sostenuto la sua politica d’intervento. Certo, dal momento che le sue idee sono quelle per cui gente come me combatte da tempo, sono felice di sostenerle. E’ un born-again neocon”. Kristol sostiene la campagna in Libia con ardore immutato rispetto ai tempi dell’interventismo iracheno e dopo avere messo in croce Obama senza pietà ha riconsiderato il giudizio su un presidente che, a suo dire, nell’aiutare i ribelli a rovesciare il colonnello Gheddafi dimostra di essere un “amante della freedom agenda”; uno che sa “quanto sia importante per l’America vincere questa guerra”. Per il padrone del piccolo ma esclusivo salotto neoconservatore la primavera araba è il felice parto venuto dopo le famose “doglie del medio oriente” di Condi Rice. E’ fisiologico però che la comunità del Weekly Standard, dell’American Enterprise Institute e in parte anche della rivista Commentary – il potentato che Norman Podhoretz ha passato in eredità al figlio John – tutta proiettata sulla politica estera e sul posto dell’America nel mondo, soffra questi tempi di austero ripiegamento verso l’interno, questo pragmatismo di cabotaggio che crede di poter discettare del ruolo globale dell’America accettando una sostanziale diminutio del suo status di superpotenza. Il giornale di Kristol sostiene il capofila delle “young guns” Paul Ryan, capo della commissione budget alla Camera con un talento innegabile per la leadership; per qualche tempo a Washington si è mormorato di una sua possibile discesa in campo per le primarie repubblicane, ipotesi poi caduta nel vuoto, ma che segnala l’insofferenza della galassia kristoliana per i candidati in corsa. Dalle parti del quartier generale dei neocon sulla diciassettesima strada, a Washington, quel filo di isolazionismo che unisce a vario titolo i repubblicani che puntano al 2012 non piace affatto (l’unico che parlava come un falco era Tim Pawlenty, il primo dei ritirati). Anche per questo nel mondo neoconservatore orfano di un establishment politico si sono prodotti innamoramenti episodici, tipo quello per John Thune, senatore del South Dakota che scalpita nelle retrovie o quello, già più solido, per il governatore del New Jersey, Chris Christie. Eli Lake, storico corrispondente dal Pentagono del Washington Times ora passato a Newsweek, dice che “sono gli stessi termini della discussione repubblicana sulla politica estera a essere cambiati: la fine dell’Amministrazione Bush e la crisi economica hanno tolto tutti i riferimenti precedenti. I neoconservatori, come tutte le altre correnti, sono in lotta per ritagliarsi il loro posto”. La galassia ha aggiunto alcune sigle, tipo Keep America Safe, progetto di Kristol e Liz Cheney sulla sicurezza nazionale e la Foreign Policy Initiative di Bob Kagan, pensatoio dal quale dovrebbe rinascere un nuovo piano per la politica estera americana. Negli anni però non sono mancati i fuoriusciti. David Frum, ex speechwriter di Bush già collaboratore di questo giornale, è stato cacciato dall’Aei perché rifiutava di allinearsi alla posizione intransigente dei suoi colleghi sulla riforma sanitaria. Da allora risponde volentieri a qualunque domanda tranne a quelle sulla sua dipartita; preferisce starsene nella sua casa in stile coloniale di Van Ness, quartiere perbene della capitale, con la moglie e due Golden Retriever. Da lì amministra FrumForum, portale per conservatori non convenzionali e con una vena polemica mai esaurita per gli ex amici dell’era Bush. La Cnn lo ha scritturato per la parte del conservatore presentabile. Un transfugo antico è Francis Fukuyama, il teorico della fine della storia e dell’esportazione della democrazia, che nel 2006 ha dichiarato morto il neoconservatorismo: “Deve essere rimpiazzato con un’agenda realista”, dice. Dopo decenni di pugna washingtoniana, l’intellettuale di origine giapponese si è rifugiato fra le mura di Stanford (le stesse che accolgono l’ex segretario di stato Rice). Fra una lezione e l’altra costruisce mobili in un piccolo laboratorio in mezzo al giardino, tanto per sottolineare la sua dipartita. In quella trasversale compagine unita dall’Iraq c’era anche Kanan Makyia, professore iracheno con un passato trotzkista e amico del cultore delle minoranze oppresse Christopher Hitchens. “I soldati americani saranno accolti con i fiori” è una delle massime che meglio spiegano la sua foga interventista. Scriveva nel 2007 Dexter Filkins: “Nella preparazione della guerra in Iraq Makiya più di ogni altro ha insistito non per invadere a causa delle armi di distruzione di massa, ma perché era la cosa giusta”. Makyia, quello dei seminari con Richard Perle – neocon che lavorava anche come advisor di Gheddafi, non senza imbarazzo – come molti falchi, si è pentito. E’ tornato nella sua terra d’origine al seguito delle truppe con l’idea di rimanere, ma nel 2006, scottato da quello che aveva visto, ha preso un volo per l’America e si è rifugiato alla Brandeis University, nel Massachusetts. Nel 1952 il giornalista politico Samuel Lubell ha scritto “The future of the american politics”. La tesi di questo classico è che il sistema bipartitico implichi l’alternanza fra una maggioranza “soleggiata” e un’opposizione “lunare”: è nella maggioranza che le idee crescono e prosperano; nell’opposizione tendono ad avizzire per la poca esposizione alla luce della politica reale. E’ così che fra transfughi ed ex alleati liberal tornati da dove erano venuti, i neoconservatori cercano ovunque, anche in Libia, il loro posto al sole.

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