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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Moked Rassegna Stampa
04.07.2011 Alcune domande semplici che i buonisti dovrebbero porsi
commento di Ugo Volli

Testata:Moked
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Buoni e cattivi»

Riportiamo da MOKED l'articolo di Ugo Volli dal titolo "Buoni e cattivi".


Ugo Volli

Ho letto di recente su queste pagine qualche difesa del buonismo e anche qualche tentativo di praticarlo, su cui mi sembra valga la pena di riflettere. Buonismo è una parola recente, che va tenuta accuratamente distinta dalla bontà. Essere buoni è naturalmente un obiettivo importante, che sta al centro di quell’aspetto della vita che oggi si chiama in maniera non sempre precisa etica. La bontà è una condizione esigente, che forse si può riassumere in quella massima che si usa attribuire a Hillel come massima della Torah, rispetto a cui “tutto il resto è commento” (il che non vuol dire certo che non importi, anzi): non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te stesso. O forse la bontà è descritta dalla seconda celebre formulazione dell’imperativo categorico, che impone di trattare gli altri sempre come fine e mai come mezzo. O forse ancora si tratta di quell’”amichevolezza per il mondo” che viene talvolta accostata all’insegnamento di Goethe. Come ebrei noi dobbiamo pensare che la bontà umana (non quella divina che è “rachmanut”, misericordia) nella nostra tradizione viene spesso tradotta come giustizia e tzaddikim, giusti sono definiti i maestri hassidici, come pure i profeti. Il che ci induce a pensare che non vi sia nulla di sentimentale nel pensiero ebraico sulla giustizia, nessun “volemose bene”, ma una concezione scrupolosa e precisa dei doveri verso gli altri, sempre plurali e spesso contrastanti.
Il buonismo è altra cosa, è l’idea che basti, avere buona volontà, essere gentili e simpatici, non far valere le proprie ragioni con troppa energia per risolvere le contraddizioni. E’ la psicologizzazione della storia, la sostituzione del conflitto politico con la dimensione morale del non prendersela con gli altri, o magari dell’esercitare l’arte della buona educazione. Naturalmente non vi è nulla di male nella cortesia, anzi; ma credere che i conflitti siano questioni di cattivo carattere e che basti “dialogare” per risolverli è un’illusione alquanto infantile e certamente pericolosa. Se solo Mordechai non avesse provocato Amman con il suo altezzoso rifiuto di fargli onore, se gli ebrei fossero stati più gentili col Faraone o con Hitler, se fossero stati più possibilisti con l’Inquisizione, se oggi riconoscessero lo stato palestinese “a prescindere”, accettando le frontiere che ci vengono proposte “senza fare tante storie” le cose sarebbero diverse – o no?
Lasciamo stare il passato, dov’è facile trovare nella nostra storia numerosi segni di cautela e tentativi di ottenere benevolenza, probabilmente utili ma certamente non decisivi. Parliamo dell’oggi, del conflitto con il mondo islamico. Possiamo davvero pensare che esso nasca da insufficiente volontà diplomatica o “buonismo”. Che da un secolo gli arabi cerchino di “espellere” il “corpo estraneo” dell’ebraismo (per usare il linguaggio di un portavoce del recente sinodo dei vescovi cattolici” solo perché non siamo stati abbastanza buonisti o cortesi o diplomatici? C’è qualcuno che pensa davvero che la pace coi palestinesi non si sia fatta solo perché Netanyahu non è abbastanza “buonista” e così Barak, Olmert, e perfino Rabin che alla vigilia del suo assassinio esprimeva dubbi laceranti sul processo di pace? Qualcuno crede davvero che il problema con la passione antisemita dei giovani musulmani italiani dipenda dal fatto che non siamo stati abbastanza compiacenti con loro, e che basterebbe giocarci una partita a calcetto o fare una band rock mista per risolvere il conflitto? Che la Tunisia, prima nazione della rivoluzione araba, abbia stabilito di proibire i rapporti con Israele solo perché non abbiamo lodato a sufficienza la sua antica civiltà? C’è qualcuno oggi davvero tanto buonista da ripetere quel che si diceva un tempo e cioè che “con un po’ di buona volontà”, basterebbe una settimana per far la pace coi palestinesi, perché tanto sanno già tutti quali sono i parametri della pace? Qualcuno in particolare che creda che una volta trasformate ufficialmente in confini le linee armistiziali del ’49 e stabilito un governo palestinese, non ci saranno più attentati né rivendicazioni? Che la pace con un nemico che dice apertamente di volerti annullare, non solo sconfiggere, si faccia rabbonendolo con qualche confessione? Sono domande difficili. Ma chiunque predica il buonismo ha l’obbligo morale di porsele.


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