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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - Il Foglio - La Stampa Rassegna Stampa
06.05.2011 Accordo Hamas-Fatah, l'unica cosa certa è l'ostilità per Israele
Analisi di Angelo Pezzana, Redazione del Foglio. Cronaca di Antonella Rampino

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio - La Stampa
Autore: Angelo Pezzana - Redazione del Foglio - Antonella Rampino
Titolo: «Napolitano aiuta Hillary nei rapporti con Israele»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 06/05/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo "  E’ il premier Fayyad a pagare la pace tra Hamas e Fatah". Dalla STAMPA, a pag. 7, l'articolo di Antonella Rampino dal titolo " Napolitano aiuta Hillary nei rapporti con Israele ".
Ecco i due articoli, preceduti dal commento di Angelo Pezzana:

INFORMAZIONE CORRETTA - Angelo Pezzana : " Accordo Hamas-Fatah, l'unica cosa certa è l'ostilità per Israele "


Angelo Pezzana

Gerusalemme, 06/05/2011

"  Gli arabi perdono sempre l'occasione di perdere un'occasione", diceva Abba Eban, uno dei padri fondatori di Israele. Una storia che si ripete dalla fondazione dello Stato ebraico, e che puntualmente si ripete oggi con la cosidetta riconciliazione fra le due fazioni palestinesi, una firma che dovrebbe mettere fine allo scisma nato quattro anni fa con la presa del potere a Gaza da parte di Hamas.

Una firma che non risolve affatto i problemi che la dirigenza palestinese si trova davanti, ovvero come arrivare ad uno stato autonomo che non pregiudichi la sicurezza di Israele e che venga quindi riconosciuto dagli organismi internazionali. Una eventualità da escludersi nel modo più netto, viste le dichiarazioni di Hamas, che ha riconfermato lo scopo per cui è nato, la distruzione di Israele. Una firma che non lascia a Israele altra scelta se non prepararsi a difendere la propria sopravvivenza  con qualunque mezzo. La messa in scena del dialogo per arrivare alla pace è stata spazzata via da Hamas, che ha il pregio di parlare senza ipocrisie e ambiguità, come invece era solito fare Abu Mazen, secondo la politica iniziata da Arafat.

E le carte sono sul tavolo: Gerusalemme capitale e ritorno dei profughi per uno stato che, nelle intenzioni, nasce senza che sia stato raggiunto un accordo sui confini. I territori contesi possono soltanto diventare proprieta' del futuro stato, il che significa il ritorno alla linea verde del 1967, senza alcun accordo sui circa trecentomila ebrei che ci abitano, in quanto e' stato stabilito che la Palestina sara' "Judenrein", senza ebrei. Senza contare la smilitarizzazione, condizione sine qua non, essendo inaccettabile avere uno stato terrorista a pochi chilometri, armato fino ai denti, che dichiara apertamente di voler distruggere Israele. E' questo il risultato del tira e molla condotto da Abu Mazen con il governo israeliano, che si trova adesso a sperare negli errori della controparte, la cui riunificazione sembra essere più che altro un desiderio che una realtà, il primo litigio è già avvenuto su come dovevano essere distribuiti i posti a sedere intorno al tavolo della firma. Che il patto sia fragile spinge Israele a non credere che durerà più di tanto, sono troppe le differenze tra le parti. Hamas è una filiazione dei Fratelli musulmani, non è per caso che l'iniziativa sia partita dal nuovo potere succeduto alla caduta di Mubarak. Il che rende Abu Mazen un partner tollerato più che benvenuto, nella convinzione che verrà spazzato via nelle prossime elezioni che dovranno stabilire chi governerà il nuovo stato. Sempre che nasca, ma a guidarlo, apertamente o dietro le quinte, saranno gli stessi leader che hanno pianto la scomparsa di Bin Laden.

Ci si chiede anche in Israele, come potrà essere chiesto all'Onu il riconoscimento internazionale viste le credenziali terroriste dei richiedenti.

E dietro a tutte le ipotesi, l'ombra minacciosa dell'Iran, il pericolo più grande, che poco a  poco e senza clamore, sta estenendendo i suoi tentacoli sull'Egitto. Destinato a diventare nuovamente nemico dopo decenni di pace.

Lo scenario non sarà più lo stesso, questo è sicuro, come è sicuro che Israele non starà a guardare. L'insegnamento della guerra dei sei giorni è tuttora valido, chi si muove per primo vince. E Israele non può permettersi di perdere nemmeno una battaglia.

Il FOGLIO - "  E’ il premier Fayyad a pagare la pace tra Hamas e Fatah"


Salam Fayyad

Roma. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’accordo palestinese del Cairo come “una grande vittoria del terrorismo”. Sarebbero due le richieste fatte da Hamas a Fatah: la cacciata dell’attuale premier palestinese in Cisgiordania, Salam Fayyad, e il controllo della Striscia di Gaza. “Il primo ministro deve venire da Gaza”, ha scandito il leader di Hamas Mahmoud Zahar. “Né Hamas né Fatah vogliono Fayyad”, ha detto Hani Masri, storico mediatore palestinese. Si è aperta la successione al premier criticato in patria per le stesse ragioni per cui viene elogiato all’estero. Ritratti elogiativi di Fayyad sono apparsi sul Washington Post, sulWall Street Journal e sul New York Times. Ma per Hamas Fayyad è semplicemente un “lacché” e un “collaborazionista”, soprattutto per aver ceduto sul diritto al ritorno dei profughi. Anche le Brigate dei Martiri di Al Aqsa, braccio armato di Fatah, lo hanno condannato a morte in quanto “traditore”. “L’americano a Ramallah”, ha scritto di lui Time magazine. Con il dottorato in Economia all’Università del Texas, amicizie solide nelle cancellerie occidentali, una lunga esperienza alla Banca mondiale, Fayyad è inviso anche ad al Fatah, il partito di Abu Mazen che non gli perdona le purghe contro i funzionari corrotti. Gli islamisti hanno in odio il “fayyadismo”, come lo ha definito Foreign Policy, l’idea cioè che per fondare lo stato palestinese si debba rinunciare al conflitto con Israele e partire dall’economia e dal welfare. Fayyad ha basato il suo buon governo sul celebre motto israeliano di “creare fatti sul campo”. Nulla di più lontano dal martirologio jihadista di Osama bin Laden fatto dal premier di Hamas, Ismail Haniyeh. “Il giorno in cui i palestinesi butteranno fuori Fayyad è vicino, non accetteremo di essere governati da uomini dell’America”, ha detto uno dei leader di Hamas, Mushir Al Masri. Hamas vuole anche la testa del capo della sicurezza di Fayyad, il generale Adnan Damiri, che ha bandito gli imam più fondamentalisti dalle moschee e represso le cellule di Hamas. I capi islamisti lo accusano esplicitamente di averli “venduti” a Israele. Circolano i primi nomi per la successione. Uno è quello di Ziad Abu Amr, l’ex ministro degli Esteri e della Cultura di Gaza, benvoluto da Hamas, un intellettuale che ha scritto un libro sui Fratelli musulmani ma che conosce anche l’America, avendo diretto a Washington il Palestinian center. E’ stato lui a convincere il jihad islamico a partecipare alla riunificazione al Cairo. Poi c’è l’indipendente Abed Karim Shubeir, ma che pare non avere il carisma sufficiente. Molto più noto è l’islamista Jamal al Khudari, radicalmente anti israealiano, vicino a Hamas e supporter della confraternita egiziana. Oltre a Abdel Shaath, a capo della Università islamica di Gaza, spicca il nome del “dottore”, il medico Mustafa Barghouti, teorico della “terza via” fra Hamas e Fatah, legato a Edward Said, coccolato dagli intellettuali di sinistra europei e che nel 2005 si è candidato, in opposizione ad Abu Mazen, alle elezioni presidenziali (ottenne il 20 per cento dei voti). Tra i favoriti Munib al Masri, che flirta con gli americani ma strizza l’occhio agli islamisti. Laureato in Geologia in Texas, Masri vende frigoriferi e pentole ed è il signore della rete internet Kadara e della Paltel, la società di telecomunicazioni palestinese. Il suo grande consenso si basa sulle cinquantamila persone a cui dà lavoro ogni giorno. Vive in una villa sul monte Gerizim, il punto più alto del West Bank, fra una base israeliana e la colonia ebraica di Har Bracha. La sua casa è la copia esatta di una villa seicentesca a Venezia. Alle pareti ci sono dipinti di Picasso e Modigliani. In giardino una grande piscina. La villa di Masri però si affaccia su Nablus, dove un abitante su due vive con meno di tre dollari al giorno. E’ il suo punto debole: il proletariato palestinese tende a votare per l’islamismo. Masri è vicino alla casa reale giordana, tanto che nel 1970 re Hussein lo fece ministro. Nel 1994 Arafat gli chiese di fare da premier, ma Masri declinò. E’ sposato a un’americana, Angela, e ha lavorato a lungo per la compagnia petrolifera statunitense Phillips Petroleum. La sua popolarità crebbe quando il milionario si barricò con Arafat all’interno della mukata a Ramallah. Era accanto al letto di Arafat quando è morto a Parigi.

La STAMPA - Antonella Rampino : " Napolitano aiuta Hillary nei rapporti con Israele "


Giorgio Napolitano

Se il diavolo sta nei dettagli, il diavolo delle relazioni internazionali è un cappello. O almeno, così la pensava Bismarck per il quale la politica estera era solo «politica fatta con il cappello». E così devono aver pensato anche i Padri Costituenti, che hanno messo in capo al Presidente della Repubblica un ruolo di rappresentanza, ma anche di ulteriore verifica della coerenza con la quale la nazione nostra si rappresenta e relaziona col mondo. Così han fatto tutti i nostri presidenti della Repubblica. Ma forse, Giorgio Napolitano di più. La sfilza di eventi recenti della protezione elargita dal Colle più alto è impressionante, fosse solo come mole di lavoro. La prossima tappa sarà Gerusalemme, dove è in atto una complessa partita: se Hamas non riconosce

Israele e pronuncia la rinuncia al terrorismo va a carte e quarantotto ogni possibilità che, nascendo dalla coalizione con Fatah uno Stato palestinese, si dia una soluzione al conflitto. E’ il tema che è stato ieri al centro della visita di Hillary Clinton al Quirinale: Napolitano, con Frattini, è il primo ad affrontare la questione sul terreno. Ma intanto c’è da elencare il lavoro svolto solo negli ultimi due mesi. Volo a Ginevra e discorso presso l’agenzia dell’Onu per i diritti umani quando l’Occidente ancora tentennava su Gheddafi criminale contro il suo stesso popolo; blitz a Berlino presso la Cancelliera Merkel in favore di Mario Draghi; costante e pervasiva istruzione della pratica libica, e da ben prima della famosa riunione del Consiglio di Difesa nel quale Napolitano fece mettere per iscritto la «partecipazione attiva dell’Italia», vincolando un governo che si sa essere piuttosto «creativo» anche in politica estera alle decisioni prese da Onu, Ue, Nato. E il lavoro inquieto e anche arruffato del Parlamento, ostaggio di una politica decisamente senza cappello, seguito come un’ombra suadente. Per non dire delle telefonate, dei contatti, dei protagonisti studiati da vicino e da lontano, perfino l’erede del re di Libia, perfino l’ambasciatore ex gheddafiano che si presenta in una celebrazione napoletanesca all’Onu a sorpresa, che perora la sua causa, che insiste «l’Italia intervenga, non se ne stia immobile come la Germania mentre ci ammazzano...». E sempre con il Ministro degli Esteri affianco, quel Franco Frattini col quale il rapporto è saldo e di piena consuetudine. Sostanza, e sostanza recente. Non certo dettagli.

Poi qualche volta i dettagli scivolano nelle polemiche. Silvio Berlusconi, per esempio, ha sofferto a lungo di solitudine americana: Obama invitava Napolitano ma non lui, per quanto poi oggetto di pacche sulla spalla e ringraziamenti a scena aperta nei vertici Nato «perché i carabinieri italiani sul terreno fanno la differenza». Ma un presidente del Consiglio meno narcisista, non si stupirebbe affatto. Obama sostiene che Napolitano è semplicemente «leggendario». Che è «la guida morale dell’Italia». E saranno dettagli da «politica col cappello» più che da foreign relation che Napolitano a New York scenda nella stessa suite dello stesso albergo - che già ha un’ala dedicata a Madeleine Albright - nel quale vanno i presidenti degli Stati Uniti quando sono a Manhattan, e che lì riceva prima la telefonata di benvenuto del presidente degli Stati Uniti in carica, e poi a colloquio Henry Kissinger. Quello stesso Henry Kissinger che solo nel 1978, proprio quando in Italia il Pci era nella maggioranza di governo e alla Casa Bianca c’era Carter, consentì a Napolitano il visto che gli aveva negato tre anni prima. Per tenere conferenze ad Harvard, a Yale, a Princeton, con tanto di forum a porte chiuse sull’Italia a «Time Magazine».

Fu il primo comunista in America, sin da quegli anni, e sin da quegli anni tra i più sinceri europeisti. La «special relationship» con gli Usa, studiati da ministro degli esteri di Botteghe Oscure (e anche da «ministro ombra», in un paese nel quale, come diceva Andreotti, «non si riesce a spostare nemmeno un foglio di carta senza il loro via libera») è culminata nello strepitoso omaggio - sottovalutato dai giornali italiani che gli ha tributato Barack Obama. Quando ha istituito una nuova festa americana proclamando il 17 marzo «giorno di celebrazione dell’Unità d’Italia», e con un discorso di profondi sentimenti per il Risorgimento italiano e i suoi combattenti. Dunque, che ieri Hillary Clinton abbia detto al Presidente, nella sua visita, «Joe Biden verrà da lei il 2 giugno, per festeggiare l’Italia che compie centocinquant’anni», è solo uno dei molti dettagli.

Dettagli di una «politica fatta col cappello». E di fronte alla quale in Francia si direbbe: «Chapeau».

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