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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - Il Foglio Rassegna Stampa
25.03.2011 Siria, il regime traballa
Analisi di Mordechai Kedar, Redazione del Foglio

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio
Autore: Mordechai Kedar - La Redazione del Foglio
Titolo: «Le rivolte in Siria-Oggi in Siria si capisce quanto è spaccato il regime di Assad»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 25/03/2011, a pag. 3, l'articolo dal titolo "Oggi in Siria si capisce quanto è spaccato il regime di Assad". Ecco il pezzo, preceduto dall'analisi di Mordechai Kedar dal titolo "Le rivolte in Siria  ".

INFORMAZIONE CORRETTA - Mordechai Kedar : " Le rivolte in Siria "

(Traduzione di Angelo Pezzana)


Mordechai Kedar

Sulla tomba di Hafez a-Assad nella città alawita di Qardaha c’è un verso del Corano: “ Obbedisci ad Allah, obbedisci al Messaggero e a coloro che ne rappresentano l’autorità”. “Coloro che hanno autorità” si riferisce a chi comanda, anche senza il consenso dell’Islam. Non a caso fu scelto questo versetto, per dare credibilità islamica a un governo di infedeli. Infatti, dal 1966, il regime siriano è  nelle mani della piccola minoranza alawita, considerata infedele dall’Islam; i suoi rappresentanti non hanno titoli per comandare, sono idolatri, e secondo la legge islamica non avrebbero neppure il diritto di vivere.

 Dal 1976 al 1982, gruppi islamici cercarono di mettere fine al potere alawita, che reagì però eliminandone cinquanta mila: 20.000 uccisi nella prigione di Tadmor, 30.000 a Hama, colpita da un bombardamento che distrusse interi quartieri della città. Quando il Presidente rumeno Ceausescu perse il potere nel 1989, in Siria apparve questa scritta sui muri “ C’è una fine per tutti i Ceausescu”, tutti i siriani capirono a chi si riferiva.

 L’ascesa al potere nel 2000 di Bashar al-Assad, medico e amante di internet, colto e cresciuto nella modernità, aveva riacceso le speranze dei siriani in una nuova stagione di cambiamenti. In effetti, negli ultimi mesi del 2000, furono permesse riunioni politiche pubbliche. Ma l’élite al comando del paese non accettò di perdere il proprio potere, e la Siria sprofondò di nuovo in un clima di repressione politica.

 A seguito della cacciata dei presidenti tunisino e egiziano, Bashar al-Assad annunciò alcune riforme, si fece vedere fra la gente e, all’inizio di marzo, partecipò persino, lui medico!, alla vaccinaione di bambini in un ospedale infantile vicino a Damasco. Ma la gente non gli credette, la rivolta è contro la corruzione della sua famiglia, di coloro che dirigono il paese e l’economia, che si intascano miliardi mentre il paese muore di fame. I siriani guardano con invidia ai loro fratelli in Egitto e in Tunisia, ma temono che il regime si comporterà come Gheddafi.

E’possibile che le reazioni internazionali a Gheddafi possano dissuadere Bashar dal commettere uccisioni di massa contro i ribelli, ma il ritardo della reazione internazionale causerà lo stesso molte vittime fra i siriani. Gli alawiti e i loro collaboratori  sanno che una sollevazione è possibile e reagiranno di conseguenza. I centinaia di morti di queste settimane non saranno gli ultimi. In questo momento il regime sta arrestando moltissimi giovani dimostranti, nel tentativo di fermare la rivolta.

 
L’illusione del potere

Per anni, la propaganda di regime presentava lo Stato come un contenitore nel quale trovavano posto tutti, tribù, gruppi etnici e religiosi, uniti nella nazione siriana sotto la saggia guida del Presidente Hafez al-Assad e suo figlio Bashar. Ma il popolo non l’ha mai creduto. La regione di Hauran, vicino al Golan, era e rimane la più arretrata della Siria: una socità tribale, forte disoccupazione, siccità, miseria e un forte senso di discriminazione, tanto che la parola “Haurano” è usata in Siria comunemente come un insulto.I curdi al nord sono pieni di riesentimenti, rappresentano il 10% della popolazione  ma non hanno diritto alla cittadinanza, nessuna rappresentanza legale  e assistenza sanitaria, la loro lingua non viene riconosciuta, la loro cultura repressa. Qamishli, la loro capitale, è sempre stata il centro di maggior tensione con la maggioranza araba.
Gli organzizzatore delle proteste in Siria hanno chiamato venerdì 18 marzo il “Giorno della Dignità”, quale simbolo della fine delle uminliazioni patite sotto il regime tirannico di Assad. In quel giorno vi furono dimostrazioni in molte città, ma sabato e domenica la rivoltà continuò soprattutto a Dar’a, capitale della regione Hauran. Dopo, le proteste si allargarono in altre città, persino a Damasco molte persone credettero che la paura verso il regime stesse sfaldandosi.
La determinazione internazionale verso la Libia ha fatto sentire Assad in una specie di trappola. Se non fermava i dimostranti, la protesta sarebbe cresciuta come in Tunisia, Egitto e Yemen; se la reprimeva, come fece suo padre a Hamat, sarebbe stato paragonato a Gheddafi. Si mosse quindi contattando i dignitari di Daran, si dichiarò dispiaciuto per quanti avevano perso la vita, e chiese a loro di spegnere le fiamme della rivolta. Secondo la tradizione siriane, con questa richiesta il Presidente ha compiuto un atto di umiltà, lasciando al popolo quale decisone prendere: cacciarlo o accettare le scuse per le vittime. In ogni caso la situazione è pessima. Il crogiolo siriano si sta infiammando,contribuendo a unire la gente contro il presidente.

Una storia di massacri

Nel febbraio 1982, una compagnia militare di al-Assad, distrusse un intero quartiere della città di Hamat, uccidendo senza pietà 30.000 uomini,donne, bambini e vecchi, tutti cittadini siriani. Il governo proibì a tutti i giornalisti di entrare, per cui passò un mese prima che la notizia del masscro venisse saputa.
Oggi, la città di Dar’a, sul confine giordano, si è ribellata per una settiman, nella quale hanno perso la vita circa cento persone uccise dalla polizia, centinaia sono stati feriti, molti altri arrestati. Ma fotografie, video e infomazioni di quanto è accaduto si sono potute vedere su internet quasi in in tempo reale, malgrado il governo avesse ocurato il cellulari e ogni collegamento a internet.
Come è stato possibile ? Superare il confine giordano con i cellulari che avevano ripreso gli eventi, per poi mandare su youtube le immagini in video. Un altro metodo è stato quello di bypassare il provider siriano, che aveva oscurato internet, e collegarsi a un network satellitare, usando altri siti web vicini. Grazie alla teconologia moderna, i siriani possono informare in tempo reale sulle atrocità del governo, per cui sono state uccisi molti meno cittadini che nel 1982. Il regime siriano ha paura che i video delle uccisioni di massa diventino pubblici e che i paesi europei si comportino con la Siria come con Gheddafi, e che si riparli dell’omidio Hariri, la complicità con l’Iran e il contrabbando di armi a Hezbollah.
I media siriani riferiscono che “teppisti” danno corso a devastazioni a Dar’a, danno fuoco a uffici governativi, danneggiano proprietà pubbliche. Ma tutti capiscono chiaramente il significato della parola “devastazione”; come i dimostranti in Tunisia e in Egitto hanno cacciato con successo i loro presidenti, la sfida che si trova ad affrontare il regime siriano è la più grande da quando il partito Ba’th prese il potere nel marzo 1963.

 Uno Stato non legittimato 

Sin da quando la Francia creò la Siria, uno Stato artificiale senza alcuna pubblica legittimazione, il paese è sempre stato diviso in vari segmenti, religiosi ( musulmani, cristiani, drusi, alawiti), etnici ( arabi, curdi, armeni), confessionali (sunniti, sciiti,cristiani) e tribali. Il governo ha cercato di far cresere una coscienza nazionale in modo da unire tutti i gruppi sotto un unico ombrello e sviluppare un senso di lealtà fra i cittadini.
I media e il sistema educatico, entrambi sotto il controllo del governo,sono stati i veicoli per promuovere questo nuovo nazionalismo. Sin da quando Hafez al-Assad prese il potere nel novembre 1970, i media non  hanno fatto altro che incensarlo per creare intorno a lui un clima di adulazione e legittima accettazione. Anche oggi, le statue di Afez al-Assad riempiono le piazze siriane. Ciò malgrado, più aumenta la propaganda del governo, più cresce il malcontento della popolazione.
Gli Alawi, gruppo al quale appartiene il presidente, sono percepiti come infedeli e idolatri. Per cui non solo non avrebbero diritto a governare, ma anche la loro stessa vita sarebbe in pericolo, in base alla legge islamica, che stabilisce per loro la conversione o la morte. Si compres bene in tutta la sua durezza quando tra il 1976 e il 1982 i Fratelli Musulmani cercarono di spodestare il presidente, il quale, con un atto tipicamente mediorientale, li fece massacrare tutti. Da allora la Siria ha vissuto tranquillamente, ma a causa della paura, non del consenso.
Per rimanere al potere, i guppi di controllo impiegano non meno di undici organismi addetti alla sicurezza, che si controllano l’un l’altro, in  modo che nessuno possa prendere il potere. Molti cittadini hanno sperimentato sulla propria pelle la mano di ferro di queste organizzazioni, molto temute dalla popolazione. Ma come i movimenti di liberazione araba sono iniziati, facendo vacillare presidenti e regimi, anche in Siria si stanno verificando le medesime situazioni.
Si è scritto che la Siria ha inviato aiuti per sostenere Gheddafi contro i suoi nemici, perchè, se cade, questo può avere una ricaduta negativa sulla stabilità del regime siriano. Un paese dove oggi i giovani inventano slogans contro il governo. Uno di questi è “Asad Lubnan Arnab a-Houran” (il leone- cioè Aassad- che ha agito con coraggio contro il debole Libano, è diventato un coniglio davanti agli eroi di Hauran).

 Per finire una domanda: avete notato come in Israele il coro degli “esperti siriani”, che giorno e notte chiedevano di lasciare le alture del Golan perchè “ tutti sanno che è il prezzo della pace con la Siria”, e che “ è l’unico modo per separare la Siria dall’Iran”, stiano in silenzio ? Che fine hanno fatto ?

(questo articolo è dedicato alla memoria di Avraham ben Yitzak Rosenzweig)

 
Mordechai Kedar fa parte del Centro Studi sul Medio Oriente e sull’Islam della Università Bar Ilan, Israele. Collabora a Informazione Corretta.

Il FOGLIO - "Oggi in Siria si capisce quanto è spaccato il regime di Assad"

 
Assad di Siria

Roma. Oggi è una giornata cruciale in Siria. E’ il giorno in cui si capirà quanto e se si può allargare la rivolta che ha sconvolto – da una settimana – la città di Daraa, nella quale le truppe di Maher el Assad, fratello del presidente Bashar el Assad hanno fatto più di cento vittime, secondo le organizzazioni umanitarie (36 è la cifra ufficiale). Gli oppositori hanno proclamato un “venerdì della dignità”, chiamando a manifestare in tutte le piazze e soprattutto a Damasco, in cui sinora i manifestanti sono state poche centinaia mentre proteste più consistenti si sono tenute a Banyas, Jassem, Inkhil e Homs. A Daraa la linea dura scelta dal regime non ha sortito effetti e ieri mattina ventimila persone hanno partecipato ai funerali delle decine di vittime del massacro compiuto nella notte di due giorni fa, scontrandosi di nuovo con le forze speciali. Ma la straordinaria tenuta della mobilitazione di Daraa – città assetata dalla siccità che ha colpito l’intera regione di Jazira e che ha costretto migliaia di contadini ad abbandonare le campagne – a oggi pare essere un episodio relativamente isolato in un contesto in cui altrove le manifestazioni hanno visto partecipazioni ben più limitate. E’ ancora presto per parlare di “rivolta siriana”, pure se molti segnali la preannunciano. Il regime baathista è preoccupato, sembra spaccato al suo interno, ma comunque è deciso a seguire – con più crudeltà – la linea di Ben Ali e di Hosni Mubarak nelle ultime settimane dei loro regimi: grandi promesse di riforme, accompagnate da una repressione feroce. Un episodio, tra i tanti, è chiarificatore del livello di violenza messa in atto: secondo quanto riferiscono i manifestanti, a Daraa, nella notte dell’assalto alla moschea al Omari, un soldato, Khaled al Masri, è stato ucciso con tre colpi di pistola da agenti in borghese dell’intelligence perché si rifiutava di sparare sui civili. Queste due linee apparentemente opposte, ma in realtà interdipendenti, sono rappresentate da Maher el Assad che ha guidato la repressione con piglio da macellaio – secondo la tradizione di famiglia inaugurata dal padre Hafez – mentre il fratello Bashar, presidente della Repubblica, si dichiara pronto ad approvare rapidamente quelle riforme politiche e sociali che promette, ma non concretizza, dal 2000. Maher al Assad era stato in un primo momento indicato (assieme ad altri parenti) dal procuratore del Tribunale speciale per il Libano, Detlev Mehlis, quale mandante dell’omicidio a Beirut nel 2005 dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, accusa poi fatta decadere (anche su pressioni di Condoleezza Rice che temeva un incontrollato crollo del regime che avrebbe consegnato la Siria a un convulso periodo di instabilità). Ieri, in una affollata conferenza stampa, dopo una riunione del direttivo del Baath, il portavoce del rais, Buthaina Shaaban, ha dichiarato che il “presidente non ha mai ordinato di sparare sulla folla a Daraa, che manifestava per giuste ragioni e che mai darà in futuro questo ordine” e ha preannunciato la decisione di levare lo stato di emergenza in vigore dal 1963, la riforma della legge sui partiti, l’aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici, leggi sulla libertà di stampa, il rafforzamento del potere giudiziario e “provvedimenti per gli strati popolari più bisognosi, in particolare per aumentare i posti di lavoro per i più giovani”. Sono ancora impegni generici che troveranno una verifica oggi e nei prossimi giorni. In contemporanea con queste dichiarazioni, la polizia ha arrestato Mazen Darwish, capo del Centro siriano per la libertà di espressione, e il noto blogger Ahmad Hadifa, che nelle settimane scorse ha animato la Syrian Revolution 2011 su Facebook convocando le manifestazioni e mettendo in rete i pochi filmati disponibili delle manifestazioni.

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