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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - Corriere della Sera Rassegna Stampa
01.02.2011 Sergio Romano prova a replicare a Pierluigi Battista, ma le sue argomentazioni sono deboli
La Polemica di Giorgio Israel

Testata:Informazione Corretta - Corriere della Sera
Autore: Sergio Romano
Titolo: «La Polemica di Giorgio Israel - Che errore l’accusa di antisionismo»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/02/2011, a pag. 41, l'articolo di Sergio Romano dal titolo " Che errore l’accusa di antisionismo ".

Facciamo precedere all'articolo la 'polemica' di Giorgio Israel:


Giorgio Israel

Diciamo la verità. Se Sergio Romano si esprimesse sulla questione ebraica e sul sionismo con lo stile che ha usato oggi sul Corriere della Sera in risposta a Pierluigi Battista, si potrebbe rimanere in dissenso totale con lui e considerare le sue tesi come totalmente infondate ma non accusarlo di usare un linguaggio, diciamo così, “politicamente scorretto”.
Ma non risulta che egli abbia fatto ammenda di tante espressioni spiacevoli (per usare un eufemismo), come:

**  l’ebraismo definito come «il catechismo fossile di una delle più antiche, introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente»
«è apparso, per reazione all’Illuminismo, un ebraismo arcigno, arcaico, psicologicamente impermeabile a qualsiasi forma di tolleranza e convivenza»
 

** la definizione della Shoah come «polizza di assicurazione»

**la definizione dell’ebreo come «orgoglioso, radicale, spesso miope e intollerante» 

** i «tic mentali» e la «grettezza» degli ebrei 

**e così via, si noti bene, non parlando di questo o quell’ebreo ma “degli” ebrei.

Sarebbe interessante sapere se l’ambasciatore Romano avrebbe il coraggio di dire che la religione musulmana (non l’integralismo islamico, attenzione, ma la religione musulmana) è una delle confessioni religiose più retrograde, arcaiche, intolleranti, grette, impermeabili a qualsiasi forma di convivenza, mai praticate al mondo. Di certo, avrebbe bisogno di una scorta a vita. E non racconti che non direbbe cose del genere perché non le pensa. Non le direbbe comunque, nei confronti di nessun popolo. Semplicemente perché non può non sapere che quel modo di parlare è poco commendevole e che l’unico popolo con cui è possibile usarlo è quello ebraico, tanto si trova ampia condiscendenza e si sa che l’intollerante e violenta lobby ebraica non emetterà alcuna fatwa. È facile darsi un tono da signore rispondendo a Battista sul Corriere senza avere il coraggio di fare ammenda.

CORRIERE della SERA - Sergio Romano : " Che errore l’accusa di antisionismo"


Sergio Romano, Pierluigi Battista, Lettera a un amico antisionista (ed. Rizzoli)

Nel suo articolo sull’ultimo libro di Pierluigi Battista («Corriere» del 18 gennaio), Alessandro Piperno scrive che Lettera a un amico antisionista è una risposta alla Lettera a un amico ebreo che ho scritto poco meno di quindici anni fa. Il punto in discussione è quello del rapporto fra antisemitismo e antisionismo. È giusto sostenere che le due categorie siano in realtà le due facce di una stessa medaglia? Battista non accetta questa identificazione e crede che sia «il frutto di un eccesso polemico e di un’incomprensione che inchioda il pur discutibile snobismo di un tipico conservatore europeo a una vicenda infame e mostruosa» . Ma aggiunge: «Se pur gli antisionisti non sono tutti antisemiti senza sfumature, non c’è purtroppo antisionista che non sia prigioniero di un’ossessione che con l’antisemitismo, fatalmente, ha molte parentele» . Sarei quindi un antisionista ossessivo che viaggia in cattiva compagnia e corre continuamente il rischio di esserne contagiato. Confesso d’essere nella situazione d’una persona che guarda il proprio ritratto, dipinto da un eccellente pittore, e non riesce a riconoscere se stesso. Non credo di essere antisionista per almeno due ragioni. In primo luogo non sono mai riuscito a provare ostilità per un sistema di idee, tradizioni e convinzioni nel senso che la particella «anti» sembra comportare. Non sono antifascista perché la guerra contro i morti mi sembra un esercizio inutile. Non ero antisovietico negli anni della guerra fredda. E non sono anticlericale neppure quando il cardinale Ruini chiede agli italiani di disertare le urne. In secondo luogo il sionismo è una ideologia risorgimentale, nata dall’influenza di intellettuali come Giuseppe Mazzini che credevano nel sacrosanto diritto di ogni popolo al proprio Stato. Posso discutere il modo in cui questi Stati si sono comportati dopo la loro fondazione. Ma nei loro ideali vi erano sentimenti nobili e generosi a cui non potrei essere indifferente. Quando parlo di Israele, quindi, non metto in discussione le sue origini e la sua esistenza. Discuto invece il sionismo realizzato, vale a dire lo Stato sorto nel 1948, la sua configurazione e la sua politica. E constato alcune anomalie che hanno evidenti ricadute sulla situazione internazionale e rendono la questione palestinese terribilmente imbrogliata. La prima di esse è il suo anacronismo. Alla fine della Seconda guerra mondiale le migliori correnti politiche dell’Europa democratica credevano che occorresse seppellire una volta per tutte l’era dei nazionalismi identitari con il loro triste bagaglio di terre irredente, conflitti etnici e contenziosi territoriali. Non tutti gli Stati europei hanno vissuto all’altezza di queste aspirazioni, ma il metro su cui misurare le loro politiche è stato pur sempre, da allora, lo Stato di diritto, vale a dire lo Stato in cui il sentimento di appartenenza si chiama cittadinanza e il credo religioso o il colore della pelle non hanno alcuna rilevanza giuridica. Israele è una democrazia e uno Stato di diritto, ma è anche uno Stato identitario in cui la religione, per di più, ha assunto con il passare del tempo un ruolo crescente e discriminante. Se gli insediamenti nei territori occupati fossero soltanto un pegno che il governo israeliano tiene stretto nelle sue mani per giocarlo nel momento opportuno sul tavolo dei negoziati, non sarei preoccupato. Ma se gli insediamenti sono percepiti come un ritorno nelle terre perdute di Giudea e Samaria, la questione diventa molto più complicata. Battista ricorda nel suo libro il caloroso filosionismo di Martin Luther King. Ma i suoi sentimenti erano gli stessi di quegli evangelici americani — i «sionisti cristiani» — che considerano gli insediamenti una condizione indispensabile per la seconda venuta del Cristo. Con quali conseguenze per la questione palestinese è facile immaginare. Di fronte a posizioni di questo genere mi cascano le braccia e posso soltanto constatare che la politica è impotente. Esiste poi una seconda anomalia israeliana. Per Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista, Israele era destinato a diventare la patria di quegli ebrei che avrebbero deciso di abitarvi. Per gli altri, invece, la sola strada auspicabile sarebbe stata quella dell’assimilazione. È accaduto invece l’imprevedibile. In primo luogo gli ebrei israeliani sono soltanto circa un terzo dell’ebraismo mondiale e il numero degli ebrei americani è di poco inferiore a quello dei cittadini di Israele. Lo Judenstaat, come lo definì Herzl, è quindi lo Stato di una minoranza ebraica. Non è sorprendente. Il Novecento non è stato soltanto il secolo del genocidio. È stato anche il secolo di uno straordinario rinascimento ebraico. Nel giro di poche generazioni le comunità ebraiche, anche quelle più introverse e derelitte dell’Europa orientale, hanno prodotto, insieme a una borghesia affluente di commercianti, imprenditori e professionisti, una eccezionale messe di studiosi, scienziati, artisti, letterati, giornalisti, professori di tutte le discipline accademiche, produttori cinematografici, impresari teatrali, attori, violinisti, pianisti, direttori d’orchestra, banchieri centrali, finanzieri, collezionisti e mecenati. Alcuni di essi hanno scelto di vivere nello Stato di Israele, ma la maggioranza ha preferito restare nel Paese che li aveva accolti e in cui i loro meriti erano stati riconosciuti. Sono perfettamente integrati, ma non assimilati nel senso raccomandato da Herzl. Non è grave. Alla parola assimilazione, considerata ormai con un certo sospetto, è largamente preferita oggi la parola integrazione. Herzl non aveva previsto, tuttavia, che la sua raccomandazione sarebbe stata capovolta e che Israele, anziché allentare i suoi legami con coloro che non avevano voluto diventare suoi cittadini, si sarebbe servito della diaspora come di una rappresentante permanente degli interessi israeliani all’estero. Il genocidio è senza dubbio il peggior crimine del secolo, molto più grave, per il modo scientifico con cui fu perpetrato, dei giganteschi massacri staliniani. Me se viene usato per zittire i critici d’Israele, corre il serio rischio di venire declassato a strumento politico. Il caso americano è particolarmente significativo. Ogniqualvolta il governo degli Stati Uniti si appresta ad adottare una linea politica sgradita a Israele, la lobby filoisraeliana (Aipac, American Israel Political Action Committee) scende in campo con tutte le forze e le alleanze (i cristiani sionisti) di cui dispone, e riesce generalmente a trasformare la maggiore potenza mondiale in un mediatore impotente. Che cosa accadrà il giorno in cui gli Stati Uniti si accorgeranno che gli interessi israeliani non sono sempre necessariamente quelli dell’America? Molti ebrei americani ne sono consapevoli e provano un evidente disagio. Se queste analisi e queste preoccupazione sono antisioniste, eccomi qui. Ma la definizione non mi convince.

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