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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Corriere della Sera - Informazione Corretta Rassegna Stampa
10.12.2010 Ian Buruma non perde occasione per dimostrare che non capisce nulla di storia
in un articolo sulle dimostrazioni di Sheikh Jarrah a Gerusalemme

Testata:Corriere della Sera - Informazione Corretta
Autore: Ian Buruma - Angelo Pezzana
Titolo: «La voce della solidarietà israelo-palestinese - Il caso Sheikh Jarrah, l'incapacità di vedere tutto intero il quadro politico»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 10/12/2010, a pag. 51, l'articolo di Ian Buruma dal titolo "La voce della solidarietà israelo-palestinese".

Ian Buruma non è un odiatore di Israele, appartiene piuttosto a quella categoria di intellettuali che criticano Israele attribuendogli una sorta di mancata perfezione.
Israele ha tutte le responsabilità, sempre, perchè è più intelligente, più armato, più moderno, mentre i suoi vicini, che si sono sempre proposti di distruggerlo vanno capiti, perchè sono meno intelligenti, meno colti, meno armati (finora), meno moderni, quindi non vanno mai giudicati, ma capiti.
Buruma non vede nemmeno la minaccia di distruzione che pende su Israele, perchè è troppo preso dalla sua personale interpretazione della storia.
Per altri giudizi su Buruma, consigliamo la consultazione del nostro archivio, scrivendo il suo nome in Home Page, in alto a sinistra, dentro la finestra "cerca nel sito".


fra i dimostranti anche Jimmy Carter, la verità non sta mai dalla sua parte

A commento del pezzo di Ian Buruma riprendiamo l'analisi di Angelo Pezzana del 18/08/2010 dal titolo " Il caso Sheikh Jarrah, l'incapacità di vedere tutto intero il quadro politico ", eccola, seguita dl pezzo di Ian Buruma:

Angelo Pezzana :  " Il caso Sheikh Jarrah, l'incapacità di vedere tutto intero il quadro politico "


Angelo Pezzana

Da quando Gerusalemme è stata riunificata dopo la guerra dei sei giorni nel 1967, la divisione in est e ovest ha perduto gran parte del suo significato. Prima di quella data, l’occupazione giordana di parte della città poteva autorizzarne la separazione, di fatto un confine. Non più dopo. Molti quartieri della parte orientali sono infatti a popolazione mista, sarebbe impossibile oggi prefigurare qualunque divisione. Una questione che non ha solo caratteri di natura giuridica, ma anche, e soprattutto, politica, dato che sulla capitale i giudizi tra Israele e le istituzioni internazionali divergono sostanzialmente. Israele sostiene il suo buon diritto di costruire su qualunque parte del  territorio, Gerusalemme inclusa, come è logico per qualunque altro stato del mondo. Ma Israele non gode di parametri eguali agli altri stati, il conflitto con i palestinesi, mantenuto intatto dalla guerra di indipendenza del 1948, è un’arma troppo utile alla delegittimazione dello Stato ebraico perchè possa trovare una soluzione condivisa. Ci sarebbe, certo, quella che prevede la scomparsa di Israele quale stato ebraico e domocratico, annullato in uno binazionale, nel quale gli ebrei ritornerebbero ade essere cittadini di serie B in un ennesimo stato arabo. Per questo ogni sviluppo urbano in zone che includano anche popolazioni arabe, viene visto negativamente dagli organismi internazionali. L’ultimo caso è quello del quartiere di Sheikh Jarrah, nella parte orientale di Gerusalemme, dove due abitazioni da arabi sono state restituite ai precedenti proprietari ebrei, ai quali erano state confiscate – i terreni, non le case- dopo la divisione del ’48. La loro richiesta di reintegro è stata accolta dal tribunale, e le due famiglie arabe, gli Hanun e i Rawie, sono state obbligate ad andarsene, dopo che si erano rifiuate di pagare almeno l’affitto. Da qui il ‘caso Sheikh Jarrah’, ma sarebbe più corretto scrivere Sheikh Jarrah/Shimon HaTzadik, come si chiama oggi il quartiere, che vede una popolazione mista, 200.000 ebrei e 270.000 arabi, compreso tra il Monte Scopus, sede dell’Università ebraica, fondata nel 1925, e il grande ospedale Hadassah, la cui visita si consiglia a coloro che tacciano Israele di apartheid, per vedere come e quanto l’integrazione della componente araba sia un fatto compiuto, altro che discriminazione.  Ma il destino di quelle due famiglie ha innescato una protesta in difesa del loro diritto a rimanere in quelle due case, un diritto garantito, è stato detto, da un tribunale dello scomparso impero ottomano, una documento oltre tutto molto ambiguo, perchè riferito a un territorio allora deserto, senza costruzioni di sorta. Una questione da dirimere sotto l’aspetto legale, ma pur sempre senza nasconderne l’aspetto politico. Gli arabi non sono riusciti a sconfiggere in guerra Israele, e con la sconfitta anche la proprietà di territori  sono diventati israeliani, sarebbe ipocrita non riconoscere a Israele un diritto che appartiene a tutti gli altri stati del mondo. A Gerusalemme, la politica dei governi israeliani, tutti, è stata quella di facilitarne l’unità, attraverso la costruzione, e l’ampliamento, di nuovi quartieri, quelli di cui oggi leggiamo il nome sui giornali, definiti ‘insediamenti’, mentre non sono altro che la dimostrazione di quanto la capitale si è sviluppata negli ultimi decenni.

Ogni venerdì, nel primo pomeriggio, un gruppo di giovani attivisti, in difesa dei diritti dei palestinesi, come si autodefiniscono, si ritrovano nelle vicinanze delle case nelle quale sono rientrate le due famiglie di ebrei, portando, così dicono i cartelli e gli striscioni, solidarietà per l’inguistizia commessa. I sentimenti che li animano sono nobili, ma non tengono conto della storia del popolo al quale anche loro appartengono, una storia che ha visto il ritorno dopo duemila anni sulla terra che era stata Israele e che è tornata ad esserlo. Un paese con un alto senso della giustizia, della libertà di espressione e di parola che ha pochi uguali nel mondo, ma che si rende anche conto che questi valori vanno difesi contro chi, magari in buona fede, non riesce a comprendere quanto pesino storia e politica nelle azioni che un governo deve prendere per impedire che quanto è stato creato non rischi di andare perso, perchè la previsione di quanto potrà avvenire nel futuro non può non guidare le scelte di oggi.

CORRIERE della SERA - Ian Buruma :  "La voce della solidarietà israelo-palestinese"


Ian Buruma

Da oltre un anno, ogni venerdì pomeriggio, centinaia di ebrei israeliani si raccolgono all’imbrunire in una piazzetta polverosa, nel cuore del quartiere arabo di Gerusalemme. Vi sono anche alcuni palestinesi, compresi un paio di ragazzi che vendono spremute d’arancia. La gente nel quartiere di Sheik Jarrah si raduna per protestare contro lo sfratto delle famiglie palestinesi costrette ad abbandonare le loro abitazioni per lasciar spazio agli insediamenti israeliani. Questi sgomberi forzosi sono umilianti, talvolta vessatori, e terrorizzano le altre famiglie. Gli studenti israeliani sono stati i primi a organizzare la protesta, conosciuta come Movimento di Solidarietà Sheik Jarrah. Poi si sono aggiunti anche professori rinomati, celebri scrittori, ex magistrati.

Sulle prime, la polizia ha fatto ricorso alla forza per disperdere i manifestanti, benché tali proteste siano perfettamente legittime in Israele. Ma tale è stato il clamore che la polizia ha dovuto fare marcia indietro, pur mantenendo i posti di blocco. Ai manifestanti non resta che agitare cartelli, picchiare sui tamburi, cantare slogan e dimostrare la solidarietà con la semplice presenza.

I retroscena di questi sgomberi non sono chiari. È vero che alcuni ebrei vivevano nel quartiere prima di esserne scacciati nel corso della guerra per l’indipendenza di Israele nel 1948. Ma un numero assai maggiore di palestinesi è stato spodestato della propria abitazione in diversi settori di Gerusalemme ovest, per trasferirsi successivamente in zone come Sheik Jarrah sotto la giurisdizione giordana, finché gli israeliani non si sono impadroniti anche di Gerusalemme est nel 1967. I palestinesi sono stati lasciati in pace, nella maggior parte dei casi, fino a qualche anno fa, quando gli ebrei hanno cominciato a rivendicare il possesso delle proprietà alienate nel ’48. Tuttavia, i palestinesi che volessero fare altrettanto per le loro case a Gerusalemme ovest, oggi non possono. (...)

Sheik Jarrah, però, non rappresenta il caso peggiore. Altri quartieri palestinesi a Gerusalemme si ritrovano tagliati fuori dal resto della città dal cosiddetto «muro di sicurezza», il che significa che gli abitanti, pur soggetti alle imposte comunali, non godono di alcun servizio pubblico. (...) La situazione è di gran lunga peggiore in località più distanti, nelle cittadine come Hebron, dove i coloni israeliani si comportano spesso da pistoleri del Far West, e — infischiandosene delle leggi del loro stesso Paese — scacciano i palestinesi, tagliando i loro alberi, avvelenando il bestiame, o escogitando altre forme di angherie e vessazioni. (...)

Lo scopo finale, a quanto pare, è quello di rendere ebraica tutta Gerusalemme, facendo leva sia sulle acquisizioni che sulle rivendicazioni storiche e, se necessario, senza escludere il ricorso alla forza. Tale spinta è talmente sistematica, e appoggiata all’unanimità dal governo, che ben poche sono le speranze che uno sparuto manipolo di manifestanti, per quanto rinomati, riesca a fermarla. Che la protesta sia un semplice spreco di tempo? Oppure una sorta di ricevimento radical-chic? Un signore palestinese non la pensa così. Oggi vive a poche strade di distanza dal punto dove si raduna il corteo. «Se non fosse per la vostra presenza», mi dice con un sorriso ottimistico, «sarebbe la fine per tutti noi». Forse si aspetta chissà che cosa, ma non c’è dubbio che la solidarietà ebraica contribuisca a far sentire meno soli i palestinesi. Anche perché a loro non è consentito protestare, pena la perdita del prezioso permesso di residenza in città.

Esiste un’altra ragione per far sentire la propria voce: perché è nell’interesse di Israele. Le contestazioni contro le imposizioni del governo, o la resistenza civile, ben di rado hanno effetti immediati e tangibili. Sotto le dittature, rischiano di essere addirittura controproducenti, perché scatenano rappresaglie feroci, specie nel caso della lotta armata. Ma Israele non è una dittatura, bensì l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Malgrado i problemi di segregazione, discriminazione, tensioni etniche e religiose, Gerusalemme rimane l’ultima città davvero diversa nella grande regione mediorientale. Oggi ben pochi ebrei sono rimasti a vivere in città come Teheran, Damasco o il Cairo, mentre la popolazione araba di Gerusalemme ammonta al 36% ed è in costante crescita.

Israele è poi costretto a difendersi inoltre dalla tenace ostilità degli arabi. Ma l’umiliazione sistematica dei palestinesi, quando si dà mano libera ai coloni anche nel caso dei peggiori abusi, ha un effetto corrosivo sulla società israeliana. La cittadinanza si è abituata ad assistere a episodi di brutalità ingiustificata ai danni di una minoranza, e non ci fa più caso. Anche se la maggior parte degli israeliani non vede mai un posto di blocco o il muro di sicurezza, né la gente che viene estratta con la forza dalle case, l’abitudine a girarsi dall’altra parte, a far finta di non sapere, è già una forma di corruzione.

Ecco perché le proteste del venerdì sera, per quanto inefficaci nel breve termine, svolgono un ruolo essenziale. Questa dimostrazione di solidarietà è la voce della società civile di Israele, che mantiene vivo il senso di giustizia e la speranza in una società migliore, sia per i palestinesi che per gli stessi israeliani.

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