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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Moked Rassegna Stampa
07.11.2010 Il dialogo con la Chiesa si è incrinato. Ecco perchè.
Commento di Ugo Volli

Testata:Moked
Autore: Ugo Volli
Titolo: «I motivi che hanno incrinato il dialogo con la Chiesa»

" I motivi che hanno incrinato il dialogo con la Chiesa "


Ugo Volli

La profonda incrinatura avvenuta nelle ultime settimane nel dialogo
col mondo cattolico deve indurci a riflettere con molta cura. Le
occasioni e i temi del dissenso sono state due, molto diversi: da un
lato lo svolgimento molto spesso marcatamente antisionista del sinodo
dei vescovi del Medio Oriente, e dunque il diritto all'esistenza di
uno stato ebraico; dall'altro la trasmissione di uno sceneggiato
televisivo su Pio XII, con la ripresa martellante della campagna per
la sua beatificazione e dunque il nostro diritto a una memoria critica
della Shoà.

E però il risultato è stato lo stesso: una forte amplificazione di
stampa del punto di vista della Chiesa, una risposta ebraica
abbastanza fievole, limitata a singoli interventi non coordinati di
rabbini, di intellettuali, di giornalisti, di qualche presidente di
comunità particolarmente sensibile; l'ebraismo italiano in quanto
tale, cioè l'Ucei, in queste occasioni non ha saputo o voluto parlare.
Le reazioni dell'opinione pubblica e di quasi tutti i settori politici
di fronte alle nostre ragioni sono state distratte o comunque poco
sensibili, spesso addirittura meravigliate per la nostra reazione agli
atteggiamenti della Chiesa.

Come se, nel primo caso, noi non avessimo diritto di parlare di
Israele se non per partecipare alla sua condanna già stabilita che si
ritiene obbligatoria. (Le violentissime e scomposte reazioni che si
sono avute alla partecipazione di Saviano a una manifestazione per
Israele dicono la stessa cosa: chi parla per Israele è un nemico del
popolo e va emarginato e boicottato.) Come se, nel secondo caso, noi
non avessimo diritto di proporre la nostra testimonianza di vittime
nella discussione sulla storia della Shoà, ma dovessimo adeguarci alla
parte scritta per noi dagli altri, per scopi che non ci riguardano. Se
no, se ricordiamo la nostra memoria storica, se pretendiamo di
esprimere il nostro giudizio su personaggi pubblici e istituzioni
storiche, siamo "ingrati", "ostinati" e magari anche "perfidi", per
rispolverare una vecchia parola che a sua volta ha una storia
dolorosa.

Se dunque in un autorevolissimo consesso della Chiesa si dice che la
fondazione di Israele è un'"ingiustizia" da correggere e se sostiene
che la "resistenza" palestinese è da appoggiare, se i più autorevoli
esponenti del sinodo affermano che non c'è più terra promessa e popolo
eletto, dunque che il cuore della Torah (o dell'Antico Testamento,
come dicono) è abrogato, tornando a posizioni preconciliari, la cosa
piace ai filopalestinesi e interessa poco gli altri. Gli ebrei devono
tacere, se proprio non vogliono fare il loro dovere di condannare
"l'oppressione coloniale". Se poi i giornali vaticani dicono che la
maggior parte degli ebrei si sono salvati grazie alla Chiesa e dunque
al Papa, citando numeri inverosimili e circostanze inesistenti, se
lodano un racconto in cui la Resistenza non c'è e i fascisti neanche,
scompaginando dunque le basi stesse della nostra "repubblica
democratica nata dalla resistenza", non se ne accorgono né le
organizzazioni partigiane, né i partiti e gli intellettuali di
sinistra, distratti da temi no global e terzomondisti. E l'ebraismo
che protesta suscita "insofferenza" per la sua "ostinazione", come ha
scritto Vittorio Messori in un articolo sul "Corriere" che è difficile
non definire minaccioso. Noi semmai dovremmo pensare a un rabbino di
Roma il cui allarme non fu ascoltato e poi si convertì, come se
l'imprevidenza dei dirigenti comunitari e non l'azione di fascisti e
nazisti, nel gelido silenzio della Chiesa, fosse stata la causa della
strage.

Vale la pena di tentare un paragone per chiarire questa dinamica, che
mi è stato autorevolmente suggerito. Quando un mese fa un professore
di provincia ha messo in rete una sua lezione sulla Shoà in cui
sosteneva tesi negazioniste o revisioniste, le deplorazioni non sono
mancate. Quasi tutti i politici – non la Chiesa - hanno accettato
almeno a parole (i fatti li dobbiamo ancora vedere) l'idea di una
legge contro il negazionismo. Ma quando il sinodo dei vescovi del
Medio Oriente parla contro Israele o le voci cattoliche sostengono una
ricostruzione storica unilaterale e inesatta del suo atteggiamento
verso le persecuzioni, ci viene chiesto invece di non  disturbare il
manovratore. La ragione è semplice: la Chiesa per definizione
dev'essere buona e non può sbagliare, non può stare dalla parte dei
persecutori (anche se Giovanni Paolo II di qualcosa ha pur chiesto
scusa...) Gli ebrei invece, almeno da vivi, sono di per sé "ostinati",
anche se forse non deicidi certo mancanti di fede; quando agiscono per
difendersi fanno "peccato contro Dio"; chi li ha uccisi in quantità
industriali certamente è malvagio, ma questo marchio riguarda solo
pochi carnefici nazisti, non i complici fascisti, non l'indifferenza
di chi non volle vedere o intervenire, non il popolo tedesco, non la
Chiesa che vide, e ufficialmente tacque.

E comunque noi ebrei dobbiamo solo esprimere umilmente gratitudine,
non rivendicare diritti, non avere un punto di vista nostro, non
cercare di distinguere noi chi ci ha aiutato e chi non l'ha fatto, a
chi esprimere gratitudine e a chi dissenso. La cosa che ci viene
richiesta è di tacere e magari di assomigliare il più possibile al
ricordo folkloristico dei nostri antenati, quei dolci individui
disarmati degli Stehtl askenaziti che pregavano, raccontavano
meravigliose storie allegoriche, si lasciavano massacrare senza
opporre resistenza, le cui favole sono applaudite a teatro..

Eppure noi dobbiamo continuare a parlare; non solo per solidarietà a
Israele o per onorare la memoria di chi fu ucciso nella Shoà, non solo
per il dovere di quella testimonianza del vero che è così centrale
nell'ebraismo. Ma anche per responsabilità verso il paese, in cui
viviamo e che è anche nostro, dove la coscienza storica sembra essersi
spenta, il senso della nazione dimenticato e l'attaccamento alla
democrazia trasformato in sterile polemica di parte. Testimoniando che
Israele non è ingiustizia ma realizzazione democratica di un sogno
nazionale, abbiamo anche il ruolo di richiamare il valore dell'unità
nazionale e della democrazia in Italia; ricordando che il fascismo e
la monarchia, non solo il nazismo furono colpevoli di gravi crimini
contro i cittadini italiani (gli ebrei e non solo loro), rivendicando
il ruolo della Resistenza al nazismo, esponendo le ambiguità della
Chiesa in quel periodo, noi ci assumiamo il compito di ricordare le
radici laiche e antifasciste della nostra democrazia.

Mi è capitato talvolta di dover lamentare la sovraesposizione
mediatica del piccolo ebraismo italiano, chiamato a far da testimone
sull'affidabilità democratica di questo o quel politico o a giudicare
sull'accettabilità di politiche della memoria, fino all'onomastica
stradale. Il duplice attacco della Chiesa e dei suoi difensori alla
Sermonti mi ha fatto cambiare in parte idea. E' vero, noi abbiamo
anche il compito di coscienza democratica di questo paese. Lo siamo in
quanto minoranza che ha subito l'oppressione e la persecuzione, lo
siamo in quanto abbiamo il coraggio di opporre le nostre ragioni al
potere più forte che c'è oggi in Italia, quello clericale. Questo
ruolo di coscienza è pesante, ma essenziale. Chi ci minaccia, come fa
Messori, probabilmente non vuole fare solo a meno del nostro
"ostinato" controllo, ma in generale di controlli e contraddittori,
per affermare la volontà "provvidenziale" di istituzioni che non
vogliono ammettere di aver mai potuto sbagliare


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