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Corriere della Sera - Il Giornale - La Fionda News Rassegna Stampa
12.10.2010 Ahmadinejad arresta anche il figlio di Sakineh
Commento di Bernard-Henri Lévy, cronache di Gian Micalessin, Viviana Mazza, Michael Sfaradi

Testata:Corriere della Sera - Il Giornale - La Fionda News
Autore: Gian Micalessin - Bernard-Henri Lévy - Viviana Mazza - Michael Sfaradi
Titolo: «Ora il regime arresta anche il figlio di Sakineh - Quale assurdo capo d’accusa produrranno? - E i diplomatici 'traditori' lanciano l’Ambasciata Verde - Ahmadinejad scrive al Papa: Santa alleanza contro la laicità»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 12/10/2010, a pag. 21, gli articoli di   Bernard-Henri Lévy, Viviana Mazza titolati " Quale assurdo capo d’accusa produrranno? " e " E i diplomatici 'traditori' lanciano l’Ambasciata Verde  ". Dal GIORNALE, a pag. 12, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Ora il regime arresta anche il figlio di Sakineh ". Da LA FIONDA NEWS, l'articolo di Michael Sfaradi dal titolo " Ahmadinejad scrive al Papa: Santa alleanza contro la laicità ".
Ecco gli articoli:

Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Ora il regime arresta anche il figlio di Sakineh "


Sakineh

Chi dà retta a Mahmoud Ahmadinejad e crede veramente che la vicenda di Sakineh Mohammad Ashtian sia una bufala montata dai media occidentali è servito. Mentre Sakineh attende che le infilino il cappio al collo, la persecuzione si estende anche ai suoi figli, ai suoi legali e ai giornalisti impiccioni. Il nuovo atto del caso Sakineh si apre domenica nello studio dell’avvocato Houtan Kian. Nell’ufficio entrano prima Ghaderzadeh, uno dei due figli della condannata, e subito dopo una coppia di giornalisti tedeschi. Grazie all’aiuto telefonico di Mina Ahadi, portavoce del «Comitato Internazionale contro la Lapidazione» impegnata a tradurre la conversazione i due reporter fanno il punto sulla situazione di Sakineh e sulle minacce subite dai suoi due figli. Il reportage dura poco. All’improvviso la signora Ahadi sente le urla di uno sconosciuto e la voce di uno dei due giornalisti che le grida «Ora dobbiamo chiudere». Da quel momento il silenzio. Spento il telefono dei giornalisti, spenti quelli dell’avvocato e di Ghaderzadeh. Solo ieri - dopo l’allarme lanciato dal «Comitato contro la Lapidazione» le autorità giudiziarie di Tabriz annunciano il fermo di due giornalisti tedeschi accusati di esser arrivati nella città senza l’accredito stampa. Sulla sorte di Ghaderzadeh e dell’avvocato Kian neppure un fiato. Per intuire la loro sorte non serve Sherlock Holmes. Non più di dieci giorni fa Ghaderzadeh e suo fratello si erano appellati al presidente Berlusconi chiedendogli di salvarli dalla persecuzione delle autorità e di aiutarli ad ottenere asilo politico nel nostro paese. L’intervento della Farnesina già mobilitata non arriva in tempo. Ghaderzadeh e l’avvocato si trovano ora in una delle tante segrete in cui sparisce chiunque disturbi il regime o riveli verità scomode. Verità che coinvolgono il presidente iraniano. Lo scorso 18 settembre Mahmoud Ahmadinejad approfitta di un tour newyorkese alle Nazioni Unite di New York per denunciare la faziosità degli organi di stampa occidentali. A suo dire la signora Sakineh non è mai stata condannata alla lapidazione per adulterio e l’intera faccenda è un’invenzione dei media occidentali. Il colpo da maestro del presidente pasdaran è l’invito ad occuparsi - piuttosto - del caso di Teresa Lewis, la condannata americana mandata a morte proprio in quei giorni. Per tante anime belle occidentali, sempre pronte a indignarsi per le colpe americane e ad ignorare le nefandezze dei vari regimi illiberali, il consiglio del presidente è un invito a nozze. In poche ore fanno «mea culpa», chiudono il caso Sakineh derubricandolo al rango di bufala e tornano a dedicarsi anima e corpo all’annoso dibattito sulla pena di morte in America. Poi il 28 settembre il procuratore Gholam-Hossein Mohseni-Ejei conferma la condanna a morte di Sakineh facendo sapere che la donna verrà impiccata per complicità nell’omicidio del marito. «La sua condanna a morte per omicidio ha la precedenza sulla punizione per l’adulterio» spiega il procuratore aggiungendo che gli «organi giudiziari iraniani non si faranno influenzare dalla propaganda dai paesi occidentali». E visto che le principali fonti dei media occidentali, il figlio di Sakineh e il suo avvocato, sono in galera la campagna probabilmente manco riprenderà. Ci sveglieremo una mattina e vedremo la foto del cadavere penzolante di Sakineh. Con buona pace delle anime belle e della loro cieca fiducia in Ahmadinejad.

CORRIERE della SERA - Bernard-Henri Lévy : " Quale assurdo capo d’accusa produrranno? "


Bernard-Henri Lévy

Oso appena credere alle notizie che ci giungono dall'Iran. Oso appena credere che le autorità abbiano potuto commettere l'errore, lo sbaglio irreparabile e folle, di arrestare il figlio di Sakineh, Sajjad, come pure il suo avvocato Houtan Kian. Oso appena credere che il regime sia così poco sicuro del suo dossier, abbia così tanta paura di vedere la verità, cioè l'innocenza di Sakineh, venire alla luce e imporsi, che il semplice fatto di un'intervista di Sajjad a due giornalisti tedeschi abbia potuto motivare questa «retata», questa punizione collettiva.

Oso appena immaginare — in realtà, non posso immaginare — le contorsioni intellettuali alle quali la «giustizia» iraniana potrà abbandonarsi per giustificare un atto arbitrario così estremo, mai visto da quando esiste la Repubblica islamica, mai visto in nessun luogo, salvo, forse, nella Corea del Nord o, un tempo, nella Cina della Rivoluzione culturale, o in Cambogia. Ci spiegheranno che Sajjad, il giovane controllore sugli autobus di Tabriz, l'adolescente il cui padre è stato assassinato e che si batte perché sua mamma sia liberata, è, anch'egli, sospettato di omicidio? Di complicità nell’assassinio del padre? Di complicità, già che ci siamo, nell'adulterio di cui è accusata la madre? Quale follia inventeranno? Quale capo d'accusa assurdo produrranno, stavolta? Oppure ci diranno solo che i due giornalisti di Bild erano lì senza visto professionale, in situazione irregolare e che questo ha permesso a un commando dell'organizzazione Basiji di buttare in galera tutti quanti, con sprezzo della legge internazionale, delle usanze diplomatiche come anche della pura e semplice ragione?

Nel momento in cui scrivo, l'informazione dell'arresto di Sajjad e di Houtan Kian deve essere ancora confermata. Il governo tedesco sta cercando, da parte sua, di chiarire le circostanze di questa strana e allucinante peripezia. Ma peripezia non è la parola giusta. Non esistono peripezie nella tragedia senza fine chiamata «affare Sakineh».

All'indomani della giornata mondiale di azione contro la pena di morte, in un mondo dove l'idea stessa di lapidazione suscita nelle coscienze un sentimento d'orrore assoluto, bisogna, più che mai, ripetere: Sakineh Mohammadi Ashtiani non è colpevole di nulla; Sakineh Mohammadi Ashtiani deve essere riconosciuta innocente; bisogna fermare la lugubre messa in scena — che va avanti da sei anni — che è la persecuzione di Sakineh. Intanto, bisogna che ci diano notizie del figlio Sajjad e dell' avvocato Houtan Kian e, se è vero che sono stati messi in carcere, bisogna che siano liberati al più presto.

CORRIERE della SERA - Viviana Mazza : " E i diplomatici 'traditori' lanciano l’Ambasciata Verde "


Ahmadinejad

Ogni giorno comunicano tra loro via Skype e via email dalle loro «postazioni» in Giappone, negli Stati Uniti e in Europa. Vogliono essere la voce dell’opposizione iraniana «ridotta al silenzio» e mirano a destabilizzare dall’estero il regime. Sono gli uomini dell’«Ambasciata verde»: sei ex diplomatici che hanno tradito il governo dell’Iran e ottenuto asilo politico all’estero.

«Quando studiavamo all’università, sognando di diventare diplomatici, imparammo che il nostro dovere era creare un rapporto stretto col Paese che ci avrebbe ospitati. Poi abbiamo scoperto che dovevamo operare ai danni di quel Paese. Ed ecco i risultati: l’Iran è sotto sanzioni e il mondo lo vede come uno Stato terrorista». Abdolfaz Eslami, 61 anni, è un ex diplomatico che ha lavorato in Thailandia, nelle Filippine e in Indonesia, dove il suo compito reale, spiega al telefono da Tokyo dove ha avuto l’asilo politico, era di «reclutare giovani estremisti musulmani da mandare con borsa di studio in Iran perché poi tornassero in patria a diffondere la rivoluzione islamica». A Roma, nel 2000, partecipò agli incontri sul nucleare con l’ordine di «negoziare per comprare tempo, mentre in Iran avrebbero pensato a costruire la bomba». E s’è occupato dei rapporti con il Canada nel caso di Zahra Kazemi: la giornalista irano-canadese era stata «torturata a morte» nel 2003, e «fui accusato di complicità con i canadesi perché consigliavo di restituire il cadavere». Eslami è fuggito nel 2006 con la moglie e i due figli.

L’Ambasciata Verde si considera parte dell’«Onda verde», movimento di opposizione nato in Iran nel 2009. Gli ex diplomatici si esprimono anche sul caso di Sakineh: non accettano la condanna e l’arresto di suo figlio e del suo avvocato. «Violazioni dei diritti umani», spiega Mohammed Reza Heydari che fino a gennaio era console generale a Oslo. Ha lasciato dopo la repressione delle proteste postelettorali in Iran ed è il portavoce dei «diplomatici verdi». A settembre si sono uniti a lui l’addetto stampa dell’ambasciata di Bruxelles, Farzad Farhangian, 47 anni, e Hossein Alizadeh, 45 anni, ex numero due a Helsinki. Sono saliti a bordo anche ex diplomatici fuggiti da tempo: oltre a Eslami, Ali Akbar Omid Mehr che nel 1997 si rifugiò in Danimarca dopo aver acquistato su ordine del ministero degli Esteri iraniano cinque chili di uranio arricchito in Pakistan, e Darvish Ranjbar, 49 anni, ex diplomatico a Ginevra, fuggito in America. «Il regime usava le sedi di Ginevra e di Vienna per assassinare i dissidenti, facendo viaggiare i killer con visto diplomatico e nascondendoli nei sotterranei». L’Iran replica che «hanno problemi psicologici» e «cercavano una scusa per restare all’estero». Omid Mehr assicura che non è facile. Insegna all’università sotto falso nome, non ordina mai cibo da asporto, si guarda le spalle. Heydari e compagni dicono d’essere in contatto con molti altri diplomatici. «L’80% la pensa come noi». Al mondo chiedono di impedire che Ahmadinejad goda delle libertà che nega ai cittadini, come viaggiare e parlare anche all’Onu.

LA FIONDA NEWS - Michael Sfaradi : " Ahmadinejad scrive al Papa: Santa alleanza contro la laicità "


Michael Sfaradi

Sullo stesso argomento invitiamo a leggere la Cartolina da Eurabia di Ugo Volli di oggi, pubblicata in altra pagina della rassegna.
Ecco l'articolo di Michael Sfaradi

Mahmoud Ahmadinejad in una lettera inviata a papa Benedetto XVI ha proposto una sorta di santa alleanza fra le religioni “divine”. La preoccupazione del tiranno di Teheran è il secolarismo e la crescente tendenza dell'uomo moderno (noi leggiamo occidentale), a concentrarsi solo sulla vita materiale, e della mancanza di riguardo dell'umanità per gli insegnamenti delle religioni divine diffuse da queste «scuole» di pensiero,(libertà e democrazia). Nella lettera Ahmadinejad esorta i fedeli delle “religioni divine” a battersi per ripristinare la giustizia, sradicare l'oppressione e sconfiggere le pratiche discriminatorie. Il presidente iraniano ha offerto al Papa la disponibilità del suo paese per creare un cambiamento nell'attuale ordine mondiale.Queste idiozie, che il presidente iraniano continua proclamare e a professare, da tempo ci fanno sorridere pensando che si tratti di semplici farneticazioni di un povero demente, ma noi crediamo che sia giunto il momento di smettere di sorridere e di renderci conto che l’attacco alle idee illuministiche e liberali, che sono le fondamenta della democrazia occidentale, e al capitalismo che è la colonna portante della nostra economia, e' si portato avanti da un personaggio che da tempo ha litigato con la ragione, ma che questo personaggio trova troppo spesso alleati anche fra gli insospettabili e che presto, visti i troppi sorrisi che coprono l’ignavia occidentale, sarà armato di bomba atomica

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