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Informazione Corretta - Il Foglio Rassegna Stampa
17.08.2010 L'assurdità della Moschea a Ground Zero, ora Obama tenta di fare marcia indietro
Commenti di Luciano Tas, redazione del Foglio, Carlo Pelanda

Testata:Informazione Corretta - Il Foglio
Autore: La redazione del Foglio - Carlo Pelanda
Titolo: «Ground islam. Così si spezza l’illusione della 'newyorkesità' - La moschea è l’occasione d’oro dei repubblicani contro Obama - Quel tempio islamico diventerà meta di pellegrinaggio per i terroristi»

Continua sui quotidiani di oggi, 17/08/2010, la polemica sulla costruzione della mosche a Ground Zero. La REPUBBLICA continua con la sua linea filo islamica ad appoggiare la costruzione di un monumento al terrorismo islamico a New York in due articoli di Federico Rampini che non pubblichiamo.
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, a pag. 3, gli articoli titolati " Ground islam. Così si spezza l’illusione della 'newyorkesità' " e "  La moschea è l’occasione d’oro dei repubblicani contro Obama", l'articolo di Carlo Pelanda dal titolo " Quel tempio islamico diventerà meta di pellegrinaggio per i terroristi ". Pubblichiamo il commento di Luciano Tas dal titolo " Assurdo costruire una moschea a Ground Zero ".

Ecco i pezzi:

INFORMAZIONE CORRETTA - Luciano Tas : " Assurdo costruire una moschea a Ground Zero "


Luciano Tas

Quando alcuni anni fa un gruppetto di suore si installò entro il perimetro di Auschwitz per stabilire lì un luogo di culto cattolico, molte furono le proteste di quanti ricordavano come il famigerato lager sarebbe dovuto restare per sempre testimone dello sterminio compiuto degli ebrei, testimone di un crimine unico nella storia umana.
Fra l’altro i Pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II proclamarono che la Chiesa non poteva essere ritenuta del tutto innocente di quanto perpetrato ad Auschwitz, e fecero udire da tutti la voce di solenne pentimento della Chiesa.
Certo, le suore di Auschwitz erano animate da fraterne intenzioni, ma la loro presenza era stata ora interpretata come un tentativo di “cristianizzare” una terra impregnata del sangue e delle ossa incenerite degli ebrei.
L’aria di pentimento della Chiesa finì per indurre le suore a uscire da Auschwitz.
Mi è venuto in mente questo episodio quando ho sentito con stupore che il Presidente USA Obama si era detto favorevole al sorgere di una Moschea a Ground Zero, là dove nel 2001 sorgevano quelle Twin Towers che un attacco terroristico di fanatici islamici doveva ridurre in polvere insieme a quasi tremila vittime – cristiani, ebrei, musulmani e atei.
Con tutto il rispetto dovuto a ogni fede e a ogni credenza, la firma di quell’attentato (un’altra “prima” assoluta della malvagità umana) è dichiaratamente islamica. Di un gruppo terroristico forse minoritario ma esaltato, fanatico ed estremamente pericoloso che si richiama –probabilmente a torto – all’Islam.
Le suore di Auschwitz non avevano alcuna colpa di quanto abominio era stato perpetrato nel lager, eppure la loro presenza in quel luogo di dolore non era apparsa opportuna.
La costruzione di una Moschea proprio là dove sorgevano le Torri Gemelle abbattute, sembra ora non solo inopportuna, ma provocatoria. Da parte del mondo islamico non si è mai sentita, per esempio, nessuna voce di pentimento per la strage delle Twin Towers, nessuna dissociazione dagli assassini.
Probabilmente la paura delle vendette dei terroristi ha impedito che questo pentimento venisse espresso da parte di musulmani pacifici e onesti. Per gli adoratori del nuovo dio Bin Laden, “infedeli” sono tutti i non musulmani, ma anche i musulmani che non siano estremisti fanatici.
Il sorgere di una Moschea a Ground Zero suonerebbe come una manifestazione di paura degli americani e finirebbe con indurre gli imam ad un’ancora maggiore indulgenza verso gli operatori della “guerra santa”.
La domanda ora è: non c’è dunque più spazio negli Stati Uniti o nella stessa New York per costruire un luogo di preghiera islamico che non sia Ground Zero e che sia una Moschea di sola preghiera?

Il FOGLIO -  "  Ground islam. Così si spezza l’illusione della 'newyorkesità'"

Roma. La nostra è una guerra di religione? No, ha ribadito venerdì Barack Obama, mettendo infine bocca dove gli sarebbe convenuto astenersi – peccato che fosse inevitabile: “In quanto cittadino e presidente, credo che in questa nazione i musulmani abbiano lo stesso diritto degli altri di praticare la loro religione, compreso il diritto di costruire un luogo di culto a Manhattan. Il nostro impegno a favore della libertà di culto dev’essere inalterabile”. Non è una mera riproposizione del primo emendamento della Costituzione: è un cerino che dà fuoco alle polveri. Si può cominciare: la serpe in seno, il diavolo dentro l’armadio, i kamikaze a Battery Park, il “ciascuno parli chiaro: pro o contro l’America?”. 24 ore dopo Obama prova a smussare: nel suo discorso avrebbe ribadito i diritti disponibili per chiunque viva in America, ma non ha espresso un giudizio personale sullo specifico, insomma non ha detto se quella della moschea vicino a Ground Zero sia o no una buona idea. Ma è chiaro che per lui, ben più che per i predecessori, un dibattito sulla questione islamica rappresenterà un rischio potenzialmente fatale in vista degli appuntamenti elettorali che l’attendono. Tornando sulle posizioni del discorso del Cairo del 2009, quello del “nuovo inizio” nelle relazioni con l’islam, Obama rilancia sul terreno della tolleranza, ma stuzzica in modo irresistibile la resistenza nervosa o oggi ben più rumorosa di ieri, aggregatasi attorno ai tea parties, ad alcuni talk show di Fox News e a un’infinità di blog conservatori. Nell’occasione, del resto, la maggioranza dei politici democratici ha preferito tacere, girando alla larga da queste acque pericolose. Mentre per tanti repubblicani è stato il momento per poter finalmente dire: “Visto? Da anni lo diciamo: Barack Hussein è un musulmano in maschera”. Può andare in scena lo scontro poco edificante tra la nuova chiusura della mente americana e la miope sciatteria del politicamente corretto: tormentoni della campagna per il voto di medio termine che sta cominciando. Con la moschea a due passi da Ground Zero nel ruolo della madre di tutte le guerre culturali del 2010. Ben oltre le prime avvisaglie, quelle sulla provocatoria insensibilità di chi ha promosso questo progetto. Ben oltre gli editoriali di Charles Krauthammer sul WP, che scrivendo “Non si apre un negozio di alcolici accanto a una scuola”, stabilisce i toni della sua intolleranza. L’apparente titolare dell’iniziativa, l’imam Rauf, procede a sua volta ad aggiustamenti che hanno il sapore d’una strategia: prima rinuncia all’idea di battezzare l’edificio “Cordoba House” per celebrare la città spagnola dell’incontro tra culture diverse, ammettendo la pericolosità dell’allusione, vista l’egemonia islamica in quell’episodio storico. Meglio tornare alla denominazione “Park51” che è l’incontestabile indirizzo della moschea. Poi, addirittura a colpi di Twitter, Rauf e Sharif El- Gamal, il costruttore che si occuperà del progetto da 100 milioni di dollari, si sono detti disposti a incontrare il governatore Paterson, che nel frattempo si aggira tra conferenze stampa e talk show proponendo di fare sì la moschea, ma non proprio in quel posto, citando “l’enorme quantità di ansia” generata dalla questione “non senza ragione”. “Possiamo parlarne. Ma restando in zona”, precisa “Park51”. I due ultimi sindaci-star di New York City nel frattempo hanno esposto la loro, diametralmente opposta. Il sindaco in carica Bloomberg si è sbilanciato, assumendo toni di leadership visionaria inconsueti per un tipo pratico come lui. In sostanza ha detto che New York è New York perché c’è spazio per tutti, negarlo sarebbe negare lo spirito della città e dell’America. Giuliani ha invece parlato d’una dissacrazione che qualsiasi “musulmano decente” non si sognerebbe di commettere. Newt Gingrich, sempre a caccia di visibilità pre-elettorale, ha picchiato più duro: “Costruire quella struttura sopra il campo di battaglia generato da radicali islamici è un’affermazione politica di scioccante arroganza e ipocrisia”. E gli editorialisti hanno definito il dibattito teorico: la “preziosa libertà” del progetto originale americano, può restare indifferente alle ferite inferte al corpo nazionale? O è ora di confrontarsi con la speciosità del vero, con l’imperfezione umana, e con le conseguenze che genera, anche nel campo nell’intolleranza? L’idea di restare immutabili, di volare solo alla propria sublime altezza, col rischio, d’improvviso, di venire abbattuti, non è prerogativa dell’illusione? D’altro canto, l’America non è piena di musulmani? Come ci si rapporterà con essi se il caso di questa moschea si estremizzasse? “Il nostro diritto più importante è di credere in ciò che vogliamo” ha detto l’ebreo Bloomberg. “Tradiremmo i nostri valori e giocheremmo secondo le regole del nemico se facessimo altrimenti”. Perché un nemico c’è. Quello non è un’illusione. E’ un formidabile mandato di fiducia quello che, attraverso il governo di New York, l’America può indirizzare all’islam: non si tratta di porgere l’altra guancia o di offendere i morti, ma di dare seguito alla dichiarazione di buone intenzioni. E’ un passo notevole, nella direzione di una condiscendenza che difficilmente convincerà la maggioranza degli americani. La richiesta è impegnativa, la ferita non è rimarginata e c’è da scommettere che la costruzione della moschea procederà spedita, surclassando nei tempi quel colosso di cartapesta che è il One World Trade Center, il mausoleo della vita e della morte che non riesce a rinascere dalle ceneri delle Torri, se è vero che due miliardi di spesa e nove anni di discussioni sono riusciti a malapena a riempire l’impressionante cratere. Ground Zero resta un’idea e un prodotto delle emozioni. La moschea invece nascerà e il suo impatto è tutto da valutare – nei cittadini e nell’uso che se ne faranno i media. Sostenerla o negarla diventerà questione di partigianeria politica, di sfida sul concetto di americanità. E un altro dato s’aggiunge al quadro: due sondaggi della settimana scorsa hanno ottenuto identico esito. Circa il 53 per cento dei newyorkesi si dichiara contrario alla costruzione della moschea in quel posto e solo il 34 per cento favorevole. Confrontando i numeri con quelli di approvazione dell’operato di Bloomberg, i conti non tornano. Sarà sintomo di oscurantismo o d’intolleranza nervosa, ma è difficile ignorare queste cifre. Andrebbero approfondite. Se i newyorkesi dovessero continuare a esprimersi in questa direzione, si richiederebbe una riflessione ulteriore. Di questa scelta, di questo responso, di questa ridefinizione del proprio canone, la città-stato per antonomasia – e l’America intera – dovrebbe farsi carico e attraverso essa riconfigurarsi di fronte al mondo. E di fronte a se stessa, davanti allo specchio.

Il FOGLIO -  "  La moschea è l’occasione d’oro dei repubblicani contro Obama"


Barack Obama

New York. Il via libera implicito del presidente americano, Barack Obama, alla costruzione di una moschea a Ground Zero rappresenta un’occasione unica per i repubblicani: il voto di mid-term si avvicina, il tema sarà al centro dei dibattiti nella campagna elettorale e questa non è una buona notizia per Obama e per il partito. Per Mike Allen, uno dei notisti più ascoltati alla Casa Bianca, “la strategia seguita dai democratici fino a oggi è stata quella di mantenersi alla larga dai problemi nazionali. Obama si è assicurato che la campagna segua il percorso da lui tracciato almeno per questa settimana, e possibilmente lungo tutto l’autunno. I candidati democratici saranno provocati dai loro avversari, che chiederanno loro di condannare le direttive del presidente, esprimendo frustrazione in ogni modo possibile”. Il messaggio dei repubblicani sulla moschea a Ground Zero, sostiene Allen, sarà questo: “Il presidente è fuori dal mondo. Il fatto che abbia il diritto di fare qualcosa non può sollevare gli altri dall’indignazione per l’insensibilità mostrata con questa decisione”. Al quotidiano Politico notano che l’aggressività dei repubblicani apre una nuova posizione nei confronti dell’islam: “I repubblicani hanno abbandonato l’abbraccio retorico post 11 settembre di George W. Bush e la sua insistenza, sempre vissuta con disagio all’interno del partito, sull’islam come religione di pace. Le indicazioni di Obama sulla questione sono chiare e si inizia a vedere che i repubblicani ne stanno guadagnando. I loro candidati inseriscono il tema nelle loro campagne a New York e in Florida, mentre gli avversari democratici cercano di evitare la questione. I potenziali candidati repubblicani alla presidenza, Sarah Palin in testa, stanno attaccando molto duramente il progetto. Il governatore del Minnesota, Tim Pawlenty, ha respinto l’appello dei leader musulmani locali a ritrattare le dichiarazioni nelle quali affermava che la moschea avrebbe ‘degradato e profanato’ Ground Zero. Un portavoce di Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, si è appellato alla ‘volontà delle famiglie delle vittime e alla possibilità per gli estremisti di usare la moschea come centro di propaganda e reclutamento’”. Michael Yon, un conosciuto inviato di guerra, pensa che “non si dovrebbe costruire una meta di pellegrinaggio per terroristi a Ground Zero. Passo molto tempo in paesi islamici, soprattutto quelli in guerra, e so che molti buoni musulmani hanno altre preoccupazioni – il tempo favorevole al raccolto, portare i figli a scuola e i tanti altri problemi della vita quotidiana. La maggiornaza dei musulmani odia i terroristi perché nessuno soffre a causa dei terroristi islamici quanto i musulmani stessi. Siamo dalla stessa parte, ma permettere la costruzione di questa meta di pellegrinaggio è un errore per la gente di tutto il mondo, musulmani, indù, cristiani e tutti gli altri. Daremmo soltanto altra carne alla bestia. I buoni musulmani dovrebbero prendere fermamente posizione contro questo errore che si sta dischiudendo”. Secondo un rappresentante dell’Amministrazione citato da Allen, “quando inizio a vedere la libertà religiosa attraverso il prisma delle elezioni di mid-term, mi viene voglia di licenziarmi”. Ma le statistiche di Nate Silver dicono che la posizione di Obama è politicamente meno rischiosa di quanto sembri: “L’opinione pubblica si divide in tre parti: un terzo del paese pensa che i promotori abbiano diritto a costruire la moschea e che l’iniziativa sia assolutamente appropriata; un terzo crede che il progetto sia poco opportuno, ma che abbia diritto di esistere; l’ultimo terzo, crede che la moschea sia inappropriata e che i promotori non abbiano alcun diritto di costruirla. Sebbene sia un po’ più rischioso che non aprire bocca, dire che i costruttori hanno un diritto costituzionale a procedere non è un’affermazione particolarmente controversa”.

Il FOGLIO -  Carlo Pelanda : " Quel tempio islamico diventerà meta di pellegrinaggio per i terroristi "

La costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero verrà certamente definita dai movimenti jihadisti come una vittoria fondamentale: il simbolo dell’islam è stato insediato nel cuore del grande Satana confermando che l’attacco del 2001 è stato un successo. Anche se qualche imam predicherà la variante pacifica e tollerante del credo musulmano, migliaia di visitatori sussurreranno tra loro che le parole di guerra nel Corano prevalgono, reciteranno sottovoce i nomi degli eroi che hanno creato la spianata poi occasione per far trionfare il simbolo. Come la moschea dorata costruita a Gerusalemme al posto del distrutto tempio di Salomone. In più quella di Ground Zero sarà sacrario virtuale dei martiri guidati da Atta, motivo di loro imitazione. La gestione apparente della moschea sarà ovviamente densa di linguaggi pacificanti, ma ciò sarà visto dai jihadisti operativi e potenziali come un travestimento compatibile con la strategia di dominio islamica che implica il lungo termine. In particolare, il “travestimento” è assimilato al peculiare concetto di “tregua” dove questa è solo una sospensione tattica, che può anche durare decenni, dell’offensiva, dello sforzo, del jihad. Certamente, si ripete, il pensiero strategico jihadista attuerà una gestione simbolica di questo tipo come moltiplicatore di potenza, conferma della profezia di vittoria finale e di reclutamento globale. Per tale motivo la rubrica raccomanda alle autorità di New York di non concedere il sito per la moschea nei pressi di Ground Zero, rivedendo la decisione in base a queste considerazioni. Inoltre, poiché gli Stati Uniti chiesero nel 2001 l’aiuto della Nato in quanto nazione attaccata e l’Italia inviò risorse da buon alleato, la rubrica suggerisce al governo italiano di inviare a Washington una nota (riservata) che spieghi la rilevanza dei simboli nella definizione islamica del concetto di vittoria e che chieda ad Obama di non concederla al jihad. Anche per la sicurezza futura di Roma: la moschea di Ground Zero incentiverebbe il progetto di una nuova spianata via distruzione nei pressi del Vaticano per poi poter costruire una moschea simbolo di pacificazione, ma in realtà di conquista islamica. La tesi di Obama che la moschea a Ground Zero sia un segnale che separa al Qaida dal vero islam in realtà favorisce la dottrina di guerra della prima. Il vero islam non è codificato e controllato da una chiesa, ma caratterizzato tempo per tempo, luogo per luogo, da leader carismatici che lo interpretano. La moschea di Ground Zero confermerebbe la vittoria e la potenza dell’interpretazione di Osama bin Laden. Inaccettabile.

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