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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Il Foglio - Informazione Corretta - La Repubblica Rassegna Stampa
05.05.2010 JCall, un appello che piace a chi non ama Israele
Come Sandro Viola. Commenti di Giulio Meotti, Giorgio Israel, Deborah Fait

Testata:Il Foglio - Informazione Corretta - La Repubblica
Autore: Giulio Meotti - Giorgio Israel - Deborah Fait - Sandro Viola
Titolo: «Salviamo la ragione d’Israele - JCall, un modo per isolare Israele - Troppe J contro Israele - Se gli intellettuali ebrei criticano Gerusalemme»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 05/05/2010, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Salviamo la ragione d’Israele  ". Da REPUBBLICA, a pag. 1-33, l'articolo di Sandro Viola dal titolo " Se gli intellettuali ebrei criticano Gerusalemme ", preceduto dal nostro commento. Pubblichiamo la Polemica da Giorgio Israel dal titolo "  JCall, un modo per isolare Israele ", il commento di Deborah Fait dal titolo " Troppe J contro Israele ". I pezzi di Giorgio Israel e Deborah Fait sono pubblicati anche nelle rispettive rubriche.

Domani l'appello internazionale (in italiano e in inglese) redatto da Fiamma Nirenstein in difesa della ragione di Israele. Con l'invito a firmarlo.

Ecco gli articoli:

Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Salviamo la ragione d’Israele "


Giulio Meotti

Roma. J-Call, il nuovo movimento della sinistra ebraica europea promotrice di un appello molto duro sulle politiche di Israele, nasce in reazione a un articolo del premio Nobel per la Pace Elie Wiesel. “For Jerusalem”, questo il titolo del commento di Wiesel apparso sul New York Times, è un inno all’ebraicità di Gerusalemme, ma da J-Call è stato interpretato come un aperto sostegno alla politica del governo Netanyahu, da mesi sotto pressione da parte della Casa Bianca. A Wiesel all’inizio hanno risposto un centinaio di intellettuali di sinistra, da Avishai Margalit, fondatore di Peace Now, ad Avraham Burg, già presidente della Knesset e “apostata del sionismo”, che accusano Wiesel di sostenere la “colonizzazione” ebraica a Gerusalemme. Poi è uscito l’“Appello alla ragione” di J-Call sul Monde: firmato da noti intellettuali ebrei come Alain Finkielkraut e Bernard-Henri Lévy, l’ex presidente svizzero Ruth Dreifuss e lo storico Pierre Nora. L’Appello è stato subito accolto con grande favore anche da esponenti della sinistra israeliana, come gli ex ministri Yossi Sarid e Shlomo Ben-Ami, mentre è stato criticato duramente da ambienti vicini al governo Netanyahu. Da Parigi arriva un altro appello, “Salviamo la ragione”, con il quale a J-Call hanno risposto altri pezzi da novanta della cultura ebraica europea. Ci sono il grande studioso di razzismo Pierre-André Taguieff, la studiosa svizzera Bat Ye’or e il professor Shmuel Trigano, i quali affermano che J-Call “va contro i suoi obiettivi dichiarati: la democrazia, la moralità, la solidarietà della diaspora, la preoccupazione del destino di Israele”. Spiegano che è inaccettabile l’idea di una “pace imposta a Israele sotto attacco” e “sotto la minaccia di sterminio pronunciata da parte della Repubblica islamica dell’Iran e dei suoi satelliti, al nord con Hezbollah, al sud con Hamas nella Striscia di Gaza”. Da qui il loro giudizio secondo cui “la creazione di uno stato palestinese senza la conferma della volontà di pace del mondo arabo, senza eccezioni, esporrebbe il territorio di Israele a una debolezza strategicamente fatale. Domani ‘Gerusalemme est’ e lo stato di Palestina saranno sotto il giogo di Hamas? Il rammarico dei firmatari di questo appello non servirà a nulla”. “Penso che l’appello di J-Call per creare un movimento ebraico europeo che insegni agli israeliani come comportarsi sia assurdo e che viene strumentalizzato e manipolato da potenze, come l’Unione europea e l’Amministrazione Obama, che stanno realizzando politiche ostili a Israele”, dice al Foglio la celebre studiosa d’islam Bat Ye’or. “Non si dice nulla in J-Call a proposito degli obblighi dei palestinesi e dei paesi arabi. Anche io desidero vedere uno stato palestinese, ma perché non fare pressioni sulla Giordania? Perché soltanto Israele? Questo appello a mio avviso non è altro che una copertura ebraica costruita dall’Unione europea per darsi una ripulita rispetto alla sua politica anti israeliana causata dalla ripetuta pressione della Organizzazione della Conferenza islamica attraverso strumenti come minacce, terrore e rappresaglia. Il significato di J-Call è quello di porre la diaspora contro Israele, di delegittimare Israele e di sollevare il mondo contro questo stato minuscolo che più di altri ha il diritto di vivere nella sua patria ancestrale”. Anche in Italia è stato lanciato un appello contro J-Call per adesso firmato, tra gli altri, dalla giornalista e parlamentare del Pdl Fiamma Nirenstein, dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara, dall’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, dal presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e dall’ex presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane Leone Paserman. “L’aggressione a Israele dei firmatari del documento J-Call è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale”, si legge nell’appello italiano. “Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia. Lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della Seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006”. J-Call ignora il rifiuto arabo islamico di riconoscere l’esistenza stessa d’Israele. “Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’ divenuta la moda di questo tempo”. Secondo Vittorio Dan Segre, ex diplomatico israeliano, accademico e commentatore, J-Call è parte del millenario scisma nell’anima ebraica. “E’ l’eterna divisione ebraica, dalla Bibbia in poi. E’ la storia del naufrago ebreo sull’isola nel Pacifico: uno vi rimane dieci anni, arriva una nave a riportarlo in patria, prima però fa visitare al capitano ciò che ha costruito da solo. E lo porta a vedere due sinagoghe che aveva costruito. ‘Perché due?’, chiede il capitano. ‘Perché in quella lì io non ci entro’, replica il naufrago”. Su J-Call, Segre dice: “Anche io sono contrario alle colonie, ma penso che il problema dell’identità ebraica è quello dell’accettazione o del rifiuto di vivere secondo il sacro. E forse i firmatari di J-Call hanno rinunciato a legami con certe radici ebraiche sacre e aristocratiche. E’ molto faticoso essere ebreo, è più facile essere una vittima ebraica. Essere un aristocratico monoteista è difficile. Il problema è cosa significa la ‘J’, ebreo. E’ più facile dire quello che non si è piuttosto che dire quello che si vuole essere”. Dalla sinistra ebraica viene lo storico israeliano Benny Morris. E al Foglio spiega così la sua posizione: “Non può esserci soluzione senza risolvere il problema degli insediamenti, sono anche io contrario alle colonie. Ma il grande problema è la mancanza di volontà di pace degli arabi, da Abu Mazen a Hamas fino all’Iran che vuole distruggere Israele”. “Il vero pericolo che corre Israele non deriva dalle sue politiche interne o dalle sfumature del suo governo”, ci dice Claudia Rosett, storica commentatrice per il Wall Street Journal, Forbes e New Republic. “Penso che il reale pericolo sia l’abbagliante antisemitismo in ascesa in tutto il mondo, e l’ostilità fra i regimi autoritari del medio oriente verso il tipo di genuina democrazia che Israele incarna. Il portabandiera di questa minaccia è l’Iran che ambisce all’atomica e sostiene il terrorismo. Stanno conducendo una campagna in istituzioni come l’Onu al fine di delegittimare Israele. Questo si incontra con la scarsissima resistenza dell’Europa occidentale e dell’attuale Amministrazione Obama. Si sbrana Israele mentre l’Iran assume un seggio all’Onu in organismi come la Commissione sullo status della donna. E’ questo il mondo a cui aspirano gli intellettuali dell’appello JCall?”.

INFORMAZIONE CORRETTA - Giorgio Israel : " JCall, un modo per isolare Israele "


Giorgio Israel

Negli anni dal 1935 in poi la comunità ebraica italiana venne spaccata dalle prime campagne antisemite: una parte di essa, aggregatasi attorno al periodico “La nostra bandiera”, sconfessò duramente il sionismo per dimostrare la propria lealtà al regime fascista e alla nazione, sperando così di salvare l’ebraismo. Furono le leggi razziali del 1938 a sanare la divisione ricompattando il mondo ebraico di fronte alla persecuzione.

Fatte le debite proporzioni sta accadendo qualcosa di analogo: “debite proporzioni” nel senso che quel che sta accadendo coinvolge tutto il mondo ebraico internazionale. Una parte di esso si sta schierando con appelli “contro la politica del governo Netanyahu” per “salvare Israele”. E lo fa senza tenere in alcun conto la situazione di tragico isolamento in cui si cerca di mettere Israele, anche per la sgangherata politica dell’amministrazione Obama; l’ostilità crescente che lo circonda; la minaccia iraniana; l’immensa ipocrisia con cui qualsiasi atto israeliano viene tacciato di criminalità e il silenzio con cui si voltano le spalle di fronte a crimini autentici. Da un lato parte l’appello Jcall, dall’altro risponde l’attacco contro Elie Wiesel, colpevole di difendere le ragioni di Israele. Intanto, l’antisemitismo cresce e in Francia siamo alla seconda aggressione in pochi giorni.

Speriamo che anche stavolta non sia qualche evoluzione drammatica a richiudere questa ferita.

INFORMAZIONE CORRETTA - Deborah Fait : " Troppe J contro Israele "


Deborah Fait

Non bastava avere un'organizzazione di ebrei americani di sinistra che tifano per imporre a Israele una pace inutile , non fattibile e pericolosa contro ogni idea di democrazia e di determinazione di popoli. No non bastava, adesso anche l'Europa, o Eurabia come ormai e' chiamata dai piu', ha fondato il suo J , che sta per Jews, contro Israele e ha intitolato il suo appello alla resa di Israele " Appello alla ragione". Fa male lo stomaco pensare che uno dei fondatori e firmatari sia l'amico di sempre, il filosofo Bernard-Henri Levy.
Qualcuno replica " Deborah Fait, tu dici sempre che Israele e' lo stato degli ebrei quindi questi ebrei  hanno tutto il diritto di criticare il loro paese".
Io rispondo" No, sono ebrei e vivono allestero. Avrebbero tutti i diritti di criticare se vivessero in Israele, se facessero la Zava', se rischiassero la vita come tutti noi, se pagassero le tasse, se fossero israeliani. Non lo sono, stanno nei loro salottini a organizzare gruppi di critica a Israele. Se vogliono farlo allora vengano qui e si assumano gli onori ma anche gli oneri."
Io credo invece che questi ebrei vogliano mettere le mani avanti alla luce dell'antisemitismo crescente in tutto il mondo, hanno paura di essere toccati e trattati da sionisti.
In un villaggio dell'Europa orientale un giorno arrivarono i nazisti che incominciarono a bastonare un gruppo di bambini che giocava a palla, corse il rabbino per difenderli "cosa hanno fatto? stavano solo giocando". Un ebreo convertito gli rispose "Per voi ebrei incominciano i guai" . Il rabbino gli rispose :"non credere che un po' di acqua in testa e una benedizione  ti salveranno" Il convertito fu ucciso tra i primi...ebrei che aveva tradito!
Pensino a questo fatto tutti i J contro Israele.
Dagli antisemiti non ci si salva e se si deve pagare il fio perche' si e' ebrei e meglio farlo con onore e a testa alta piuttosto che nascondersi dietro a un'organizzazione di "legittima critica al governo israeliano"
 
La J americana e la J europea fanno a gara a dichiarare che loro amano follemente Israele  e che proprio per questo sono contro la politica del Governo Netaniahu peccato che  fossero anche , senza nessuna sigla a rappresentarli, contro i governi di sinistra, tipo quello di Rabin, fautore di Oslo, Nobel per la pace che loro, questi ebreipacifistiperlapacesenzaIsraele, hanno contestato in tutti i modi. Ricordo una visita di Rabin a Roma, perennemente circondato dalla polizia a causa delle manifestazioni contro Iraele. Rabin e' diventato l'eroe delle sinistre europee soltanto dopo il suo assassinio.
La J americana, che tifa Obama e la sua incapacita' a capire quello che succede tra Israele e palestinesi e che vuol accattivarsi le simpatie islamiche mettendo in pericolo Israele,  sta portando avanti l'idea antidemocratica e pericolosa della resa di Israele ai terroristi e alle potenze arabe del MO.
La J europea vuole convincere Israele con l'Appello alla ragione ...ragione loro naturalmente... che e' obbligatorio il ritorno ai confini del 67, cioe' del 1948 e che e' bene per tutti che Gerusalemme sia divisa a meta' e regalata ai palestinesi e contesta il grido di dolore di Elie Wiesel per la nostra Capitale.
I palestinesi non avevano mai pensato a Gerusalemme poiche' non vi sono mai stati legati culturalmente o storicamente. L'idea di metterla come condizione alla pace e' stata di Arafat per creare ancora piu' confusione nei rapporti con  gli israeliani e negli anni e' diventata, anche per l'appoggio del mondo intero, felice di poter mettere i pali tra le ruote a Israele e di umiliare gli israeliani, una conditio sine qua non per l'avvio di colloqui di pace.
Posso consigliare a Jstreet e a Jcall di mettersi tranquilli, loro non sono israeliani e non possono imporre a una paese  cui non appartengono di fare quello che vorrebbero per accontentare gli arabi a costo della vita stessa degli israeliani.
Posso invitarli a lasciarci in pace perche' abbiamo gia' tanti nemici e non ci servono altri lupi nascosti sotto il pelo d'agnello.
Ho letto su IC un articolo di Giulio Meotti "Miserabili cantastorie" su un film che il regista Giacomo Battiato sta girando  sul terrorista seriale Abu Nidal per rendere omaggio ai "diritti dei palestinesi". Cioe' a dire il "diritto" di uccidere ebrei. Abu Nidal, come ricorda Meotti, ha commesso innumerevoli atti di terrorismo contro obiettivi ebrei nel mondo e in israele:
" Ha fatto strage di passeggeri davanti ai banchi d’imbarco della compagnia israeliana El Al, all’aeroporto di Fiumicino. Alla Sinagoga di Roma ha ucciso un bimbo di due anni, Stefano Taché, e lanciato bombe a mano tra i tavolini del Cafè de Paris di via Veneto. Nato a Jaffa e cresciuto nella Striscia di Gaza, Abu Nidal ha sulla coscienza migliaia di morti e i suoi delitti contro obiettivi ebraici sono rimasti impuniti".
Posso aggiungere che  e' stato  definito il "BenLaden" degli anni 80 e quando e' morto, a Bagdad, un portavoce del Governo USA ha dichiarato "Il mondo senza di lui sara' un mondo migliore". Purtroppo non e' stato cosi', i terroristi si moltiplicano per partenogenesi o forse  grazie alle loro 72 vergini evidentemente molto prolifiche nonostante la verginita' .
Purtroppo il terrorismo arabo e islamico e' senza fine e noi non abbiamo molte speranze.
 
L'articolo di Meotti e' stato ripreso anche dal sito  http://www.focusonisrael.org/2010/05/03/abu-nidal-terrorismo-palestinese/ che vuole ricordare anche un altro dei miserabili cantastorie, Roberto Vecchioni, autore della canzone Marika, che racconta la storia di una kamikaze palestinese che ad Haifa sterminò un bel po’ di famiglie israeliane. La sua canzone dice
 
 “Canta Marika canta, come sei bella nell’ora del destino, ora che stringi la dinamite come un figlio al seno. Canta Marika canta, nel buio della storia, lucciola che si accende sul far della sera, canta Marika la nostra memoria”.
-Marika non è solo una canzone. Marika ha visitato i treni di Madrid, le torri di Manhattan, gli autobus di Gerusalemme, la discoteca di Bali, una scuola in Ossezia. Entrando in quel ristorante di Haifa, Marika si è premurata di spingere al centro del locale una carrozzina con un neonato prima di farsi esplodere. Perché non cantano questo?-
Perche' il Male affascina tanto, perche' gli ebrei sono sempre sul banco degli imputati? Perche' si esaltano i tagliagole e gli ammazzabambini? 
 
Ogni volta che si avvicina una guerra  i nemici di Israele aumentano e gli amici tendono a cambiar registro. Che sia vicina un' altra strage di innocenti?

La REPUBBLICA - Sandro Viola : " Se gli intellettuali ebrei criticano Gerusalemme"

Sandro Viola commenta così l'appello JCall : " Non è difficile immaginare quale sarà la risposta delle destre israeliane ". Invece la risposta non ha nulla a che vedere con gli schieramenti politici. JCall è un appello contro Israele. Chiunque ami Israele, di destra o sinistra che sia, non potrà che respingerlo.
"
 la lettera dei 3.560 rappresenta comunque un fatto nuovo e significativo, perché rende ancora più visibile, più pesante, l´isolamento in cui si trova oggi Israele.". La lettera non evidenzia l'isolamento di Israele, ma lo aumenta, semmai.
Per quanto riguarda i negoziati fra Stato ebraico e palestinesi, Viola scrive : "
Netanyahu continua a dire in pubblico che non fermerà le costruzioni a Gerusalemme Est. Ma questo serve solo ad evitare beghe politiche interne, una possibile crisi della sua coalizione di governo, la più inadatta (con partiti tra l´estrema destra e la destra, e un´ininfluente presenza dei laburisti) a discutere con l´Autorità palestinese". Per quale motivo il governo Netanyahu sarebbe inadatto a discutere con l'Anp? Forse perchè rifiuta di cedere alle richieste arroganti dell'Anp e perchè come condizione fondamentale mette il riconoscimento e la sicurezza dello Stato ebraico?
"
Agli inizi Netanyahu aveva cercato di imbrigliare la pressione di Washington mettendo avanti la minaccia del nucleare iraniano, e i rischi che ne derivano per l´esistenza stessa d´Israele. La questione (che non è certo trascurabile, anzi) ha consumato molte energie dei negoziatori americani, e molto tempo, sinché gli israeliani non hanno dovuta toglierla temporaneamente dal tavolo". Il nucleare iraniano è una minaccia concreta. Netanyahu non la brandisce come scudo.
L'Iran minaccia quotidianamente Israele e l'occidente, continua indisturbato a costruire il suo arsenale atomico mentre giornalisti come Sandro Viola minimizzano i rischi e accusano Israele di essere la causa di ogni male in Medio Oriente.
Viola conclude con queste parole l'articolo: "
se fossero capaci di ragionare, anche loro dovrebbero cogliere i rischi dell´isolamento d´Israele. Primo fra tutti quello di servire da alibi ad una torva, odiosa - ma vasta, molto vasta - riapparizione dell´antisemitismo.". L'antisemitismo non è mai scomparso, ha solo cambiato forma. Dopo la Shoah in Occidente nessuno (salvo folli esaltati) inneggia allo sterminio degli ebrei. Gli antisemiti di oggi si nascondono dietro l'antisionismo. L'appello JCall non farà che aumentare l'isolamento di Israele e l'antisemitismo in Europa. Israele che cosa dovrebbe fare? Cedere ai ricatti dei Paesi arabi limitrofi per compiacere l'Europa antisionista?
L'unica cosa evidenziata da JCall è la pressochè assente solidarietà che l'Europa ha per lo Stato ebraico.
Ecco l'articolo:

Non è difficile immaginare quale sarà la risposta delle destre israeliane alla lettera che 3.560 ebrei dei diversi paesi d´Europa, in gran parte intellettuali, hanno presentato al Parlamento europeo contro la politica delle nuove costruzioni nei Territori occupati condotta sinora dal governo Netanyahu. Non è difficile immaginarla, perché quando le critiche ad Israele erano venute da ebrei, anche se religiosi e praticanti, anche se israeliani con ruoli di spicco nella cultura dello Stato ebraico, la replica era sempre stata la stessa: «Sono ebrei che odiano gli ebrei». Mentre le critiche che giungevano dai non ebrei, venivano sistematicamente, sprezzantemente accusate di antisemitismo.
Ma la lettera dei 3.560 rappresenta comunque un fatto nuovo e significativo, perché rende ancora più visibile, più pesante, l´isolamento in cui si trova oggi Israele. L´estendersi delle costruzioni nella Gerusalemme araba, il "non intervento" del governo rispetto agli insediamenti illegali in Cisgiordania, hanno suscitato una profonda, scoperta insofferenza nei governanti europei, la Merkel e Berlusconi inclusi. Persino l´appoggio degli ebrei americani alla politica delle nuove costruzioni, sino ad oggi costante, si va affievolendo. E questo mentre negli ultimi due mesi il rapporto con gli Stati Uniti, l´incrollabile alleato, il Protettore di Israele, non ha fatto che deteriorarsi. Per la prima volta, infatti, l´America di Barack Obama ha chiarito che i suoi interessi politici e strategici non coincidono più, com´era sempre stato in passato, con gli interessi politici e strategici di Israele. L´ha detto Obama, l´hanno detto i vertici del Pentagono, lo ripetono ogni giorno i grandi giornali americani.
Quel che non era mai accaduto dalla nascita dello Stato ebraico, accade adesso. Nel cemento dell´alleanza America-Israele si sono aperte crepe che non si possono più nascondere, e anzi diventano col trascorrere delle settimane sempre più vistose. Sbaglierebbe, infatti, chi riducesse il contenzioso tra la Casa Bianca e il governo Netanyahu alla sola questione delle nuove costruzioni nella Gerusalemme araba. Questa è la punta dell´iceberg, ma sotto c´è molto di più. C´è la posizione assunta in questi due mesi dal presidente americano. La convinzione che la riluttanza del governo d´Israele a negoziare seriamente sulla formula dei "due Stati", i continui rinvii nell´affrontare i nodi veri della contesa sulla Palestina (dopo ben nove mesi di faticosi tentativi fatti dall´inviato di Obama, George Mitchell), «stanno mettendo a rischio interessi vitali per la sicurezza degli Stati Uniti».
È vero che al momento lo stallo delle trattative tra israeliani e palestinesi sembra superato. Gli americani sono riusciti a fare accettare alle due parti l´idea di procedere per ora con la formula dei "negoziati indiretti". Con George Mitchell e il suo staff che faranno la spola tra gli uni e gli altri per ascoltarne le proposte e poi riferirle alla controparte. Beninteso, Netanyahu continua a dire in pubblico che non fermerà le costruzioni a Gerusalemme Est. Ma questo serve solo ad evitare beghe politiche interne, una possibile crisi della sua coalizione di governo, la più inadatta (con partiti tra l´estrema destra e la destra, e un´ininfluente presenza dei laburisti) a discutere con l´Autorità palestinese. Nei fatti, però, un congelamento delle costruzioni è ormai in atto.
Dunque il cosiddetto "processo di pace" (una definizione sempre più risibile, se si pensa che i negoziati si trascinano da diciannove anni) accenna a ripartire. Ma il suo contesto è cambiato. Gli Stati Uniti non sono più il mediatore sempre parziale, sempre sbilanciato a favore dei governi israeliani. Perché adesso risolvere il conflitto israelo-palestinese è divenuto per l´America di Barack Obama un "imperativo strategico". E la Casa Bianca ha in serbo nuovi e potenti mezzi di pressione. Uno è la possibilità di astenersi, invece che usare il diritto di veto, nel caso d´una condanna d´Israele da parte del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Un altro è l´idea di varare un "piano americano" per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che le parti dovrebbero o accettare, o respingere con conseguenze clamorose.
Sembra chiaro che negli ultimi mesi gli israeliani non avessero colto l´ampiezza della svolta americana. Avevano ritenuto che l´Obama di febbraio-marzo, non ancora rafforzato dal successo della riforma sanitaria e dalla firma dello Start 2, avrebbe esitato, segnato il passo, dinanzi all´eventualità d´entrare in collisione col governo Netanyahu. Ma non è stato così. Sostenuto, come s´è detto, dal Pentagono e da una grossa parte dell´opinione pubblica, il presidente è andato avanti: il negoziato con i palestinesi non è più rinviabile, la soluzione dei "due Stati" dovrà essere trovata entro il 2012.
Agli inizi Netanyahu aveva cercato di imbrigliare la pressione di Washington mettendo avanti la minaccia del nucleare iraniano, e i rischi che ne derivano per l´esistenza stessa d´Israele. La questione (che non è certo trascurabile, anzi) ha consumato molte energie dei negoziatori americani, e molto tempo, sinché gli israeliani non hanno dovuta toglierla temporaneamente dal tavolo. Mentre di fronte alle successive manovre diversive di Netanyahu, la posizione di Obama s´è fatta anche più recisa. Con 200.000 uomini tra Iraq e Afghanistan, un fallimento del negoziato israelo-palestinese rischia - secondo la Casa Bianca - di costare all´America «un prezzo enorme di sangue e di risorse economiche». Parole che nessun governante israeliano aveva mai dovuto ascoltare, e che hanno sicuramente avuto un peso decisivo nel varo dei "negoziati indiretti" che dovrebbero cominciare a metà mese.
La lettera dei 3.600 ebrei d´Europa farebbe riflettere qualsiasi governo sulla caduta dell´immagine dello Stato ebraico nell´opinione pubblica mondiale, ma lascerà probabilmente indifferenti i Moshe Feiglin, gli Avigdor Lieberman, gli Eli Yishai, la parte cioè più miope e intransigente del governo di Gerusalemme. Mentre se fossero capaci di ragionare, anche loro dovrebbero cogliere i rischi dell´isolamento d´Israele. Primo fra tutti quello di servire da alibi ad una torva, odiosa - ma vasta, molto vasta - riapparizione dell´antisemitismo.

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