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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta - il Giornale Rassegna Stampa
28.09.2009 Giulio Meotti - Non smetteremo di danzare, con la recensione di R.A.Segre
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Testata:Informazione Corretta - il Giornale
Autore: Angelo Pezzana - R. A. Segre
Titolo: «Non smetteremo di danzare»

 

 

Giulio Meotti
Non smetteremo di danzare
LINDAU

«Giulio Meotti ci ha dato una commovente opera di cordoglio in memoria delle innumerevoli vittime della nuova ondata di antisemitismo. Lasciateci sperare che questo libro risvegli gli europei sui loro doveri verso gli ebrei, la cui veglia lungo i secoli è stata un esempio per tutti noi.»Roger Scruton Non smetteremo di danzare, un libro scritto per raccontare i martiri di Israele, per non dimenticare i loro nomi. Sono storie che parlano di coraggio, di disperazione ma anche della voglia di continuare a vivere. Nei quattro anni occorsi per scrivere questo libro hai incontrato e parlato con moltissime persone. Quali sono i loro sentimenti di fronte a queste tragedie: rassegnazione, rabbia, ostilità, voglia di vendetta? 

 

Il GIORNALE - R. A. Segre

Quando ho terminato il libro di Giulio Meotti (Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele, Lindau, pagg. 352, euro 24) mi sono chiesto: perché un giornalista italiano che alla destra nazionalista, religiosa ebraica non appartiene, ha sentito il bisogno di passare quattro anni a raccogliere testimonianze di vittime del terrorismo arabo in Israele? Dopo tutto la morte di un migliaio di civili israeliani è numericamente «poca cosa» a confronto dei sei milioni di ebrei massacrati in Europa e dei 20mila morti nel guerre di Israele. Tanto più che Meotti non fa cenno ai morti palestinesi negli scontri con Israele. Lo ha fatto per dare loro un nome che in una opinione pubblica dominata dalla propaganda anti sionista e anti ebraica non dovrebbero avere. Questi «morti ammazzati» dal terrorismo arabo sono e dovrebbero rimanere ignoti perché, come scrive Robert Redeker, insegnante protestante francese che da anni vive sotto scorta per aver criticato la violenza del radicalismo islamico in un suo libro, nella prefazione di questo testo «il martirio di Israele si trova anche nella testa di quei militanti della sinistra che non si rendono conto di ciò che fanno». Giulio Meotti ha voluto rompere il silenzio che circonda queste vittime israeliane di un terrorismo che esalta la morte soprattutto quando si tratta di ammazzare ebrei. Non ha soltanto voluto dare loro un nome raccontando le loro storie, le loro speranze e spesso i loro atti di eroismo. Li ha voluti situare al centro di due storie, diverse e straordinarie. La grande storia delle società - europee, nordafricane, yemenite, russe, americane - da cui provenivano le loro famiglie e la piccola storia che avevano voluto creare venendo in Israele. La storia di pionieri che rifiutano il titolo di coloni, di medici che si sono prodigati prima di essere uccisi, alla cura degli arabi, di soldati e di professori, di religiosi e di laici, la piccola umanità di un piccolo Paese che ha due imperdonabili colpe: quella di appartenere a un popolo incapace di morire e quella di essere colpevole di esistere. Un «popolo metafisico» aveva detto nel lontano 1930 Jacques Maritain. I membri «sommersi di Israele» di cui non c´è e non si vuole che sia raccontata la storia. Una storia che inizia a Monaco nel 1972, col massacro degli atleti israeliani a quella Olimpiade, che spiega perché la «vendetta» di Israele è esistere, perché il massacro di ebrei per mano palestinese è incominciato nel 1929, a Hebron, quando lo Stato d´Israele non c´era e la «colonizzazione» era rappresentata da ebrei ortodossi che del sionismo non volevano saperne. Inutile cercare il senso, la logica di questi assassini volontariamente dimenticati dalla parzialità mediatica. Forse Meotti voleva rispondere alla lugubre osservazione di Elie Wiesel che «il regno della notte... rifiuta di staccarsi da noi». Questi morti «sommersi» gli sembrano invece necessari «perché Dio possa tornare a sorridere».


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