domenica 01 novembre 2020
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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Corriere della Sera - L'Opinione - Il Riformista - Informazione Corretta Rassegna Stampa
08.05.2009 Oggi prima tappa del viaggio del Papa in Medio Oriente
L'analisi di Sergio Minerbi, le cronache di Francesco Battistini e Michael Sfaradi, Analisi di Sergio Minerbi. Interviste , e un intervento di Bruno Forte, arcivescovo

Testata:Corriere della Sera - L'Opinione - Il Riformista - Informazione Corretta
Autore: Sergio Minerbi-Francesco Battistini - Michael Sfaradi - Anna Momigliano
Titolo: «Più cattolico dell'Italia ?-Papa in Terrasanta, allarme sicurezza - La religione? Nel viaggio conta poco -»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 08/05/2009, a pag. 12, la cronaca di Francesco Battistini dal titolo " Papa in Terrasanta, allarme sicurezza  " e, a pag. 13, le  interviste a Stas Misezhnikov, ministro del turismo israeliano, dal titolo " Dare il Cenacolo sarebbe un regalo al Vaticano " e al rabbino David Rosen dal titolo " False le accuse di antisemitismo Ora lo dimostrerà ". Dall'OPINIONE l'articolo di Michael Sfaradi dal titolo " Papa in Terrasanta ". Dal RIFORMISTA, a pag.3, l'intervista di Anna Momigliano a Amnon Ramon, esperto di relazioni tra lo Stato d'Israele e la Santa Sede presso l'Istituto di Gerusalemme per gli studi israeliani, dal titolo " La religione? Nel viaggio conta poco ". Pubblichiamo inoltre l'articolo di Sergio Minerbi dal titolo " More catholic than Italy? ", uscito nell'edizione inglese di HAARETZ. Concludiamo con la lettera dell'arcivescovo Bruno Forte pubblicata sul CORRIERE della SERA con il titolo " Con il papa i credenti e chi ama la pace " che commentiamo dopo il testo.   Ecco gli articoli:

CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " Papa in Terrasanta, allarme sicurezza  "

MADABA (Giordania) — Niente è pronto e si è pronti a tutto. Sulla via centrale di Ma­daba, «la città delle fedi che convivono», cristiani e musul­mani s’assordano coi trapani, mangiano polvere, guardano gli scalpellini ancora al lavoro e condividono, più che altro, le perplessità: ce la faranno per l’arrivo di Benedetto XVI? Hanno appeso gli striscioni, in un latino un po’ approssimati­vo.
Rassettano intorno alla chie­sa di San Giorgio, un paio di strade. Cinquanta metri più in là ed è subito spazzatura, case diroccate, animali bradi, ma in fondo che importa? Madaba sa­rà la sosta più breve, delle 36 previste in otto giorni di pelle­grinaggio, e quel che conta è il simbolo: «La coesistenza paci­fica fra le religioni — dice il nunzio ad Amman, Francis As­sisi Chullikat —. Qui è eviden­te. Ed è una testimonianza per tutta la regione».
Tre giorni in Giordania, cin­que in Israele: nessun Papa s’era mai fermato tanto, sulla via di Gerusalemme. Qui, do­ve Cristo fu battezzato e chi lo battezzò fu decapitato. Qui, do­ve atterrò il primo Pontefice mai sceso in Terrasanta, e do­ve atterriva il terribile al-Zar­qawi, il qaedista che decapita­va i cristiani. In Giordania c’è una comunità piccolissima di fedeli, il 2% della popolazione, e oggi Benedetto XVI comince­rà da loro. E dai luoghi di Mo­sè. E dalla moschea Al-Hus­sein Bin Talal. E da Abdullah II, il primo leader mediorienta­le ricevuto da Obama, ben pri­ma d'israeliani e palestinesi.
Problema numero uno, la si­curezza. Qui come in Israele. I Fratelli musulmani si sono già fatti vivi: «Rinuncia al viag­gio », «vai a benedire l’occupa­zione israeliana». I coloni isra­eliani hanno scatenato le loro radio: «Il crociato», «l’ex giova­ne
nazista». Dalle polemiche sull’Islam a quelle sulla Shoah, dal caso Williamson alle accu­se per Gaza, è un Papa che fa trillare mille campanelli d’al­larme. Amman ha addestrato due unità speciali che segui­ranno ovunque la Papamobi­le. Il governo Netanyahu ha mobilitato 80mila poliziotti: «Per questa visita — dice Dudi Cohen, capo della sicurezza israeliana —, ci hanno fatto una richiesta precisa: zero er­rori ». L’incubo dei giordani è la frontiera irachena, da dov’è facile infiltrarsi tra le migliaia di pellegrini. Quello degl’israe­liani, è ciò che accadde con la visita di Sarkozy, un anno fa: tutto sotto controllo, e poi un poliziotto si suicidò a pochi metri dal presidente francese. Sia oggi che lunedì, giorno del trasferimento a Tel Aviv, gli spazi aerei saranno chiusi per un’ora e tutti i segnali radio monitorati.
Punti caldi del tour papale: Nazareth, con le minacce del­l’imam locale; Betlemme, col braccio di ferro sul percorso vi­cino al Muro. E perché no, Ge­rusalemme:
un sondaggio di­ce che, in tutto Israele, il 76% degli ebrei non è affatto distur­bato dai cristiani, ma nella cit­tà degli ultraortodossi uno su tre vorrebbe che se ne andasse­ro. Prima dei numeri, lo dice la Caritas: «Essere insultati o picchiati, succede. Specie in questi giorni».

CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " Dare il Cenacolo sarebbe un regalo al Vaticano "

GERUSALEMME — Ma il mondo, alla fine, vedrà il Papa che passa sotto il Muro?
«Questo, lo chieda ai palestinesi. Non dipende da me. Non ci fa piacere che si veda, ma non posso farci niente. Quel pezzo di percorso è nei Territori».
L'ultimo ostacolo, il più alto, sta a Betlemme. Il programma voleva che Benedetto XVI andasse al campo profughi di Aida. L'Autorità palestinese aveva montato un palco a ridosso del Muro, perché fosse inquadrato in tv. Il programma ha deciso che il Papa sarà accolto in una scuola. E il palco è stato smontato. Stas Misezhnikov, origini russe come il suo leader di partito Avigdor Lieberman, è il ministro israeliano (del Turismo) incaricato dell'organizzazione della visita. Se la cava con una battuta: «Smontato? Non ne sapevo niente...».
Il Museo dell'Olocausto, il palco: avete fatto uno slalom fra gl'imbarazzi...
«Abbiamo lavorato sodo. È il secondo Papa che viene in dieci anni. Questo spiega l'attenzione del Vaticano ai cristiani che vivono qui. E la nostra a far sì che i rapporti restino buoni».
E la lite sulle proprietà della Chiesa?
«È un problema che dura da dieci anni. Loro rivolevano un centinaio di proprietà. Dopo un negoziato lunghissimo, siamo a discutere di sei luoghi, che il Vaticano vorrebbe in uso esclusivo, ma che sono importanti anche per noi. Il Cenacolo non è mai stato della Chiesa: sarebbe un regalo. Finora si sono fatti passi minimi. Però, vorrei fosse chiaro che non vogliamo accettare pressioni. La visita del Papa non deve influenzare le nostre decisioni».
Ma le restituirete o no?

«Io sono contrario. La colpa è del governo Olmert, che ha intrapreso una politica di dialogo con le confessioni, cedendo luoghi d'importanza simbolica. Si sono illusi che qui ci sia qualcuno disposto a cedere. Ma è stato un errore enorme. E l'aria è cambiata».
Che cosa vi aspettate di positivo, allora, da questa visita?
«La comunità cristiana ne uscirà rafforzata e questo è anche un nostro interesse. Molti cattolici hanno una visione distorta d'Israele, ma se la guida spirituale d'un miliardo di persone inviterà a fare più pellegrinaggi, per noi sarà un'occasione».

CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : "False le accuse di antisemitismo Ora lo dimostrerà  "

GERUSALEMME — Rabbino Rosen, come accoglierete il Papa in Israele?
«Sarà una visita molto positiva. Ci sono state molte incomprensioni e false rappresentazioni sul caso Williamson, molta gente ha spinto perché le relazioni cristiani-ebrei tornassero indietro: è importante dimostrare come stanno le cose».
Lui lo accoglierà quattro volte in quattro giorni: presidente del Comitato ebraico interreligioso, David Rosen è fra i rabbini più ascoltati. C'era anche nel 2000, con Giovanni Paolo II, e dice che i due Papi non gli sembrano poi così diversi: «Teologicamente, sono uguali. Quello fu un uomo del dramma, dei gesti, un grande comunicatore. Questo è un professore tedesco, credo si trovi meglio in una biblioteca. Ma in un certo modo mi ricorda Paolo VI,
che non aveva la potenza carismatica di Giovanni XXIII, ma ne concretizzò le innovazioni: Ratzinger segue il sentiero di Wojtyla».
In Israele, gli rinfacciano le ambiguità sull'Olocausto...
«Ce l'hanno col suo tedesco o perché fu giovane sotto il nazismo o perché dicono che vuole ingraziarsi la comunità ebraica. Io dico che non è questo, Ratzinger. Bisogna leggere attentamente quel che dice: non è un uomo che ha paura di esprimere le sue opinioni, e le sue opinioni sono sempre raffinate».
Il rabbino Kook gli rinfaccia le Crociate...
«Kook è fin troppo conosciuto per il suo estremismo. Ma non rappresenta l'opinione del rabbinato. Io disapprovo fortemente queste parole».
La visita risolverà la questione del Cenacolo e delle proprietà cattoliche?
«Ci sono due questioni. Una, finanziaria, riguarda essenzialmente le tasse. Quella delle proprietà, che la Chiesa ritiene siano storicamente sue, è legale.
Entrambi non sono nodi difficili da sciogliere. E penso che Israele sia pronto a dare ciò che i cattolici chiedono. Non si rinuncia a nessuna sovranità, non si crea un'entità extraterritoriale: si sta solo discutendo se dare alla Chiesa l'amministrazione di questi luoghi. Faccenda più complicata per il Cenacolo, perché sotto la dominazione turca era un luogo musulmano. I cristiani sostengono d'avere il diritto di starci, i musulmani pure: la soluzione sarà più difficile».

L'OPINIONE - Michael Sfaradi : " Papa in Terrasanta "

In questi giorni si è molto scritto e parlato a proposito della visita che Papa Benedetto XVI effettuerà in Giordania ed Israele e dell´importanza del suo pellegrinaggio vista la delicata situazione politica nella regione. Quello che tutti sperano è che le sue parole possano essere di un qualche aiuto al fine di raggiungere una pace che sembra sempre più lontana. C´è però un aspetto, forse il più importante di questo viaggio, almeno dal punto di vista della Santa Sede, che non ha ancora avuto la giusta vetrina e cioè la situazione attuale dei cristiani che risiedono nei territori dell´amministrazione palestinese. Queste person e vivono nella speranza che il Pontefice riesca ad ottenere da Abu Mazen e dai suoi delle assicurazioni di un netto cambiamento, sia nella politica che nel comportamento nei confronti di una minoranza che si sta lentamente estinguendo. Papa Ratzinger ha davanti a se una missione difficilissima. Bisogna spiegare che nel mondo arabo, e i territori palestinesi non fanno eccezione, i cristiani vengono considerati "Dhimmi", cioè cittadini tollerati ma di seconda classe e questo li ha sempre costretti ad una vita di "basso profilo" e il loro essere, nel mare dell´Islam, non ha mai permesso uno sviluppo delle comunità sia nell´ambito economico che in quello culturale. Dalla firma dei trattati di Oslo ad oggi la situazione è ulteriormente peggiorata sia per il numero delle persone residenti sia per la loro qualità di vita. Gli arabi cristiani che vivevano nei territori palestinesi nel 1950 erano il 15% del totale mentre oggi raggiungono appena il 2%. Un esempio può essere la città di Tulkarem dove trentE2anni fa la comunità cristiana contava fino a 2000 persone mentre oggi ci sono appena 12 famiglie che affrontano un´esistenza piena di difficoltà. Stando a rapporti dei vari osservatori della vita in Medio Oriente e pubblicati dal sito Internet indipendente Imra, a Betlemme la comunità cristiana vive in uno stato di continua discriminazione e in molti si sono visti confiscare, con i più svariati pretesti, terre e proprietà dall´autorità palestinese. Sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza ci sono state a più riprese violenze nei confronti dei cristiani e nel settembre del 2006, durante l´ondata di sdegno che seguì la pubblicazione delle "vignette danesi", sette chiese sono state danneggiate. Durante tre giorni di furore che seguirono il discorso di Papa Benedetto XVI all´Università di Ratisbona una chiesa Greco Ortodossa, fu data alle fiamme e nel Giugno 2007 la scuole delle Sorelle del Rosario e la chiesa latina a Gaza so no state attaccate e distrutte con conseguente rogo delle Bibbie. Questi sono solo alcuni degli esempi, ma la lista purtroppo è lunga. Papa Benedetto XVI dovrà convincere i dirigenti palestinesi ad un completo cambio di rotta per quello la politica attualmente attuata nei confronti della minoranza cristiana. Diverse famiglie, per sfuggire a questa situazione, hanno trovato rifugio in Israele tanto è vero che nella città di Nazareth, a prevalenza arabo cristiana ma in territorio sraeliano, si è registrato un incremento della popolazione ed uno sviluppo delle attività economiche e sociali. Raramente si sono divulgate notizie sulla reale situazione delle minoranze non islamiche in terra araba e speriamo che questo pellegrinaggio del Papa, che segue quello di Giovanni Paolo II nel 2001, oltre ad aprire le porte alla pace possa anche aprire degli spiragli di luce su questa dolorosa situazione.

Il RIFORMISTA - Anna Momigliano : " La religione? Nel viaggio conta poco "

un'unica preoccupazione: che nella visita di Benedetto XVI fili tutto liscio». Questo è il commento, neppure troppo ironico, di Amnon Ramon, esperto di relazioni tra lo Stato d'Israele e il Vaticano presso l'Istituto di Gerusalemme per gli studi israeliani. Che poi aggiunge: «Ma a parte questo, la religione c'entra poco». Almeno dal punto di vista degli israeliani.
Però nelle comunità ebraiche europee molti interpretano la visita come una rassicurazione dopo gli incidenti sulla preghiera per la conversioni degli ebrei e sui vescovi lefebvriani.
Ma la differenza principale tra gli ebrei della diaspora e gli israeliani sta proprio qui. I primi si interessano molto al dialogo inter-religioso, e hanno buone ragioni per farlo. Ma per i secondi non è una questione così fondamentale, noi qui siamo la maggioranza. Esiste un dialogo tra il Rabbinato d'Israele e il Vaticano, ma al grande pubblico non interessa. E dopo essermi consultato con alcuni membri del governo, mi sembra di capire che neppure per loro è una questione fondamentale.
Scusi?
Senta, il governo si è appena insediato e probabilmente è stato un po' preso di contropiede da tutta questa faccenda. A parte Yitzhak Herzog (ministro del Welfare, laburista e discendente del famoso rabbino capo d'Irlanda, suo omonimo, Nda) non credo che gli altri membri dell'esecutivo siano interessati al dialogo inter-religioso. I temi cruciali di questa visita sono ben altri, questioni più pratiche.
Un esempio?
Dal punto di vista israeliano si tratta prima di tutto di discutere la questione della sovranità dei luoghi santi del cristianesimo. Come hanno riportato i giornali, il presidente Shimon Peres vorrebbe cedere la sovranità al Vaticano, che la richiede. Anche se non è detto che l'accordo vada in porto, comunque si tratta di una questione molto rilevante dal punto di vista economico. Perché in questo momento di crisi, si sta cercando di puntare sul turismo cristiano.
Poi?
Le autorità israeliane si augurano che la visita di Benedetto XVI porti un po' di attenzione mediatica positiva al nostro Paese. E visti i tempi, dopo i fatti di Gaza, ce n'è proprio bisogno.
Molti riflettori saranno puntati su quello che Ratzinger dirà sulla questione palestinese.
Già, e sarà molto difficile dire qualcosa senza offendere molte persone, per questo c'è tutta questa preoccupazione. Probabilmente il papa dirà delle belle parole sulla pace, ma dubito che possano avere effetti pratici. Più del pontefice, qui ci servirebbe Barack Obama.
E i cristiani palestinesi?
Anche per loro, dal punto di vista pratico Benedetto XVI non può fare molto. Anche perché oggi il problema principale dei cristiani palestinesi è Hamas, non certo lo Stato di Israele. A Gaza sono rimasti appena 500 cristiani, e spesso arrivano notizie di attacchi contro di loro. In Cisgiordania la situazione è un po' migliore, ma anche lì Hamas si sta rafforzando.
Quanto ai cristiani israeliani?
Per loro sì che la visita potrebbe essere importante. Esistono circa 120 mila cittadini israeliani di fede cristiana e di lingua araba (ci sono poi altri 30 mila cristiani israeliani tra immigrati russi, figli di coppie miste e occidentali, Nda). Vivono in pace con gli ebrei, non ci sono forti tensioni e nei loro confronti esistono meno pregiudizi rispetto ai musulmani. Però c'è ancora un problema di mancata integrazione economica. Ed è un gran peccato, perché in genere sono persone molto istruite. Mi auguro che la presenza del pontefice possa attirare l'attenzione sulla questione, e cambiare qualcosa.
E per il Vaticano?
Anche per loro, mi sembra, l'obiettivo sia avvicinare in Israele la comunità ebraica a quella cristiana. Un recente sondaggio del nostro istituto dimostra che si stanno facendo già dei passi in avanti, specie tra gli israeliani che si definiscono laici: il 69% ritiene che le relazioni stiano migliorando.
Per ora non si vedono grandi entusiasmi...
Il viaggio di Benedetto XVI è un po' nell'ombra di quello di Giovanni Paolo II. Ma resta comunque un fatto storico.

HAARETZ - Sergio Minerbi : " More catholic than Italy? "

Despite strong opposition in the Vatican to his visit to Israel, Pope Benedict XVI is scheduled to arrive here on Monday. According to press reports, even prior to his arrival, President Shimon Peres was pressing Interior Minister Eli Yishai to waive Israeli sovereignty over six sites: the Basilica of the Annunciation in Nazareth; the Church of Gethsemane, on Jerusalem's Mount of Olives; the Church of the Multiplication of the Loaves and Fishes, at Tabgha on Lake Kinneret; the Mount of Beatitudes; the Basilica of Mount Tabor; and the Coenaculum on Mount Zion in Jerusalem. The first five sites already are the property of the Catholic Church, while the Coenaculum, the traditional site of the Last Supper, has not been in the Church's hands for the past 400 years. The status of the Coenaculum, which today also houses a mosque, is very different than the others. Legally, it belongs to the local Waqf (Muslim religious trust), and during the British Mandate, requests by the Church to have it restored to Catholic ownership went unanswered. Israel is only a custodian of the site, and a decision to hand it over to the Church would create a new conflict with the Muslim world, and would gravely threaten the status quo arrangement of 1852. Only preservation of the status quo can assure a minimum quiet in those sanctuaries, like the Holy Sepulchre, that belong to various churches. Moreover, both Israel and the Church are committed to respecting the status quo, according to the Fundamental Agreement of 1993. There is no commanding reason to impair the status quo. Giving up Israeli sovereignty would mean that whenever a road would need to be paved, water or sewage pipes laid or electrical infrastructure renovated at any of these sites, permission would have to be granted by the Vatican. Interior Minister Yishai has objected to the move, claiming that such a concession would limit "the Israeli government's ability to function as a sovereign government in those areas." Israel could expect to be asked for similar concessions by the Greek Orthodox Church, from which it leases the land on which the Knesset and other buildings are located in Jerusalem. What makes the possibility of renouncing sovereignty especially absurd is that even in Italy, a tribunal refused to hear an appeal made on the basis of canon law (on another matter entirely), stating that it could pass judgment only on matters of Italian law. Should Israel be more Catholic than Italy? Definitely not. Rather than considering phantasmagorical requests on the part of the Vatican, Israel could agree to the Holy See's legitimate request to obtain exemption from taxation for its institutions in Israel - a request granted under the terms of the Fundamental Agreement, but not acted on since 1993 because of the Finance Ministry's opposition, and the Foreign Ministry's relative weakness. So desperate is the Vatican for tax relief that the issue was raised by the pope himself last year when the new Israeli ambassador to the Holy See, Mordechay Lewy, presented his letter of accreditation, to no avail. Maybe such a move would make it easier to take the issue of the six holy sites off the table. I am not sure that Israelis are aware of the measure of political hostility expressed by the Holy See toward Israel. Vatican authorities did not object explicitly to the bombing of civilian targets within Israel by Hamas over eight long years, but were quick and vehement in protesting the army's campaign in the Gaza Strip this past winter. At the beginning of this year, the pope himself protested five time times in eight days. Cardinal Renato Martino said at the time that Israel had transformed Gaza into a concentration camp. And just last Sunday, the pope expressed his sympathy for the Palestinians, saying: "In a special way, I ask that you remember the Palestinian people, who have endured great hardship and suffering." Yet, I am not aware of any diplomatic measure by Israel conveying to the Holy See its regret and disappointment over the unbalanced and steady condemnation of Israel, at the same time that the pontiff expresses solidarity with the Palestinians, who, he said, live in a region "plagued by violence and injustice, mistrust, uncertainty and fear." Unfortunately, the itinerary of the pope's visit will not allow him to receive a detailed description of the complex political situation in the region. Prime Minister Benjamin Netanyahu, the only political personality scheduled to meet the pope - apart from a ceremonial encounter with President Shimon Peres - will apparently go to Nazareth, to the Basilica of the Annunciation, to meet him. Very strange indeed, since diplomatic protocol would generally demand that the pope pay a visit to the Prime Minister's Residence, in Jerusalem. Israel badly needs a complete reshuffling of its policy toward the Vatican. We should be much more flexible and forthcoming on fiscal issues, while alerting Jewish communities in the United States, which take pride in their good relations with the pope, to the Holy See's very hostile posture on the political plane. After all, the Vatican still generally refuses to refer to Israel by its name, calling it instead the "Holy Land."

CORRIERE della SERA- Bruno Forte: "  Con il papa i credenti e chi ama la pace "il nostro commento dopo l'articolo.

Caro Direttore, il volto incorniciato da una fluente barba bianca dava al sorriso del Rabbino Shear Yashuv Cohen l’aura di una particolare solennità, mentre citava questo delizioso detto della saggezza ebraica: «Nessuno comprenderà veramente la Torah, se almeno qualche volta non avrà incespicato nell’interpretarla». Era il 12 marzo scorso e la Commissione di dialogo fra la Chiesa Cattolica e il Gran Rabbinato d’Israele si riuniva per la prima volta dopo le difficoltà suscitate dal caso Williamson e dalla sue assurde tesi negazioniste riguardo alla Shoah. Quelle parole e quel sorriso mi parvero dichiarare superata l’impasse, così come l’udienza concessa alla nostra Commissione da Benedetto XVI quella stessa mattina venne a suggellare nel modo più alto il clima di ritrovata fiducia e amicizia. Che non si trattasse di una riconciliazione d’occasione o a buon mercato lo sa bene chi conosce il pensiero del Papa teologo sul rapporto fra la Chiesa e la sua «santa radice», come Paolo chiama la fede d’Israele.

«Ebrei e cristiani devono accogliersi reciprocamente in una più profonda riconciliazione, senza nulla togliere alla loro fede e, tanto meno, senza rinnegarla, ma anzi a partire dal fondo di quella stessa fede. Nella loro reciproca riconciliazione essi dovrebbero divenire per il mondo una forza di pace. Mediante la loro testimonianza davanti all’unico Dio, che non vuole essere adorato in nessun altro modo che attraverso l’unità tra amore di Dio e amore del prossimo, essi dovrebbero spalancare nel mondo la porta a questo Dio». A pronunciare queste parole — in un discorso tenuto a Gerusalemme nel 1994 — era l’allora Cardinale Joseph Ratzinger. A renderle ora realtà pienamente significata nei gesti, è Papa Benedetto XVI pellegrino di pace in Terra Santa. David Rosen, presidente dell’International Jewish Committee for Interreligious Consultations, il rabbino che aveva invitato Ratzinger a tenere quel discorso, ha scritto qualche giorno fa a proposito di questo pellegrinaggio parole importanti: «Visitando Israele ed esprimendo il rispetto della Santa Sede per lo Stato ebraico, rafforzando l’impatto della visita pionieristica del suo predecessore, senza dubbio Benedetto XVI farà progredire ulteriormente il processo storico di riconciliazione fra ebrei e cattolici.

Preghiamo affinché la sua visita possa anche promuovere l’altro obiettivo, prefissato dal Papa, della promozione della pace e della riconciliazione fra le popolazioni e le fedi in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente» (nell’Osservatore
Romano, 25 Aprile 2009). Vicinanza alla Chiesa madre di Gerusalemme, amore e rispetto fra ebrei e cristiani per la crescita della loro reciproca conoscenza e collaborazione, servizio comune alla causa della pace soprattutto con il mondo arabo e l’Islam, sono dunque le grandi sfide e promesse del pellegrinaggio che il Papa inizia oggi.

Rispetto alla storica visita compiuta in Terra Santa da Giovanni Paolo II nell’anno 2000 è profonda la continuità di intenti e di stile. Lo ha sottolineato lo stesso Benedetto XVI nell’udienza citata: «La Chiesa riconosce che gli inizi della sua fede risalgono al divino intervento storico nella vita del popolo ebraico e che qui ha il suo fondamento il nostro rapporto unico. Il popolo ebraico, che venne scelto come popolo eletto, comunica a tutta la famiglia umana la conoscenza del Dio uno, unico e vero e la fedeltà verso di Lui. I cristiani riconoscono che le loro radici affondano in quella stessa autorivelazione di Dio che nutre l’esperienza religiosa del popolo ebraico». Non meno grande è la differenza del contesto attuale rispetto a quello di allora e delle sfide in gioco.

L’11 Settembre 2001 e gli eventi ad esso seguiti fino all’attuale svolta della politica estera americana, avevano creato un clima da «scontro di civiltà» (Samuel Huntington), verso cui la Santa Sede ha sempre reagito nella ricerca di un incontro, basato — specialmente da Benedetto XVI — sull’uso libero e fiducioso della comune ragione umana davanti al mistero dell’unico Dio.

L’indiscutibile diritto all’esistenza d’Israele deve ancora trovare la strada di una piena conciliazione col non meno certo diritto del popolo palestinese a vedersi riconosciuto come Stato libero e sovrano. I muri di separazione che si sono innalzati in questi anni — e purtroppo non solo metaforicamente— indicano il bisogno urgente di ponti di pace, di porte che si aprano e di valori condivisi da riscoprire. Le vittime dell’odio e della violenza e il loro sangue chiedono a entrambe le parti sforzi inediti, audaci e generosi per arrivare a una pace fondata nella giustizia per tutti, nel reciproco rispetto e nel perdono offerto e ricevuto. Papa Benedetto si presenta davanti a queste sfide con l’unica arma che è nelle mani del Successore di Pietro, il pescatore di Galilea: il Vangelo. Nel fuoco incrociato delle opposte attese, egli si offre come l’umile intercessore, colui che, appunto, «inter-cede», che passa fra l’uno e l’altro, a entrambi offrendo rispetto, amicizia, ragioni di pace per il bene di tutti. Fra i due figli di Abramo, Isacco, padre di Giacobbe-Israele, e Ismaele, simbolico antesignano dei popoli arabi, il Papa vorrà essere voce del padre comune, della fede nell’unico Dio che unisce, dell’attesa di un’umanità che guarda a Gerusalemme come città di pace per tutti. Ci riuscirà? Lo accompagnerà la preghiera dei credenti, ma non dovrà mancare l’attenzione e la simpatia di tutti coloro cui stia a cuore trovare ragioni comuni di vita e di speranza per il futuro dell’umanità.

Arcivescovo di Chieti-Vasto

All'arcivescovo Bruno Forte ci permettiamo di chiedere se ha mai sentito parlare di fondamentalismo islamico, se il nome di Ahmadinejad gliel'ha mai sussurrato qualcuno all'orechhio, se ha mai letto lo statuto di Hamas, se qualcuno gli ha riferito che Abu Mazen si rifiuta di riconoscere Israele quale Stato ebraico ... e potremmo continuare con pagine e pagine piene di di domande simili. Ma ci fermiamo qui. L'arcivescovo pensi pure a costruire ponti & dialoghi, fin tanto che le persone per bene si preoccupano che non arrivi una nuova Shoah, A proposito, caro arcivescono, l'ha mai sentita nominare ?

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