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La Repubblica - Corriere della Sera - Il Foglio Rassegna Stampa
11.01.2021 La censura dei social contro Trump e la politica Usa verso Israele con la presidenza Biden
Intervista di Ilaria Zaffino a Massimo Cacciari, commento di Pierluigi Battista, analisi dal Jerusalem Post

Testata:La Repubblica - Corriere della Sera - Il Foglio
Autore: Ilaria Zaffino - Pierluigi Battista
Titolo: «Cacciari: 'È scandaloso che sia Twitter a decidere chi può parlare e chi no' - Censura senza coerenza: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori? - Biden su Israele seguirà molto Trump»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 11/01/2021, a pag. 17, con il titolo "Cacciari: 'È scandaloso che sia Twitter a decidere chi può parlare e chi no' ", l'intervista di Ilaria Zaffino a Massimo Cacciari; dal CORRIERE della SERA, a pag. 1-15, con il titolo "Censura senza coerenza: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori?", il commento di Pierluigi Battista; dal FOGLIO, a pag. III, l'analisi tratta dal Jerusalem Post dal titolo "Biden su Israele seguirà molto Trump".

Ecco gli articoli:

Come cambierà la politica energetica Usa dopo le elezioni - Energia Oltre
Donald Trump, Joe Biden

LA REPUBBLICA - Ilaria Zaffino: "Cacciari: 'È scandaloso che sia Twitter a decidere chi può parlare e chi no' "

Massimo Cacciari - Ultime notizie su Massimo Cacciari - Argomenti del Sole  24 Ore
Massimo Cacciari

«Continuerà a parlare sui giornali, alle televisioni, è evidente che continuerà a parlare. Mica sto piangendo sulle sorti di Trump. È una questione di principio. Ha dell’incredibile che un’impresa economica la cui logica è volta al profitto, come è giusto che sia, possa decidere chi parla e chi no. Non è più neanche un sintomo. È una manifestazione di una crisi radicale dell’idea democratica e che alcuni democratici non lo capiscono vuol dire che siamo ormai alla frutta». Non usa certo mezzi termini Massimo Cacciari di fronte alla clamorosa espulsione di Donald Trump da tutti i social network, ma soprattutto da Twitter e da Facebook. «Adesso i mezzi con cui uno fa politica, piacciano o non piacciano, sono questi», continua Cacciari, «io ho smesso anche per questo motivo, non esiste per me. Il mezzo fa il messaggio, il mezzo è il messaggio, come sappiamo da qualche secolo».

Professor Cacciari, se lo immaginava che saremmo arrivati a questo? «Che un politico, costretto per svolgere il suo mestiere a usare questi mezzi, possa averne accesso in base a decisioni del capitalista che detiene assoluto potere su questi mezzi stessi, a me pare inaudito. Dovrebbe esserci un’autorità politica costituita sulla base di procedimenti di legge, come quella per la privacy, un’autorità che sulla base di principi della Costituzione dica Trump non può parlare. Benissimo, allora io applaudo. Poi è evidente che Trump non dovrebbe parlare, che un politico non deve essere messo nelle condizioni di incitare all’odio, alla violenza: ma chi lo decide? Quello che fino al giorno prima era il suo sostenitore? Che non si capisca lo scandalo di questa cosa vuol dire che ormai siamo proprio pronti a tutto. Lo diceva anche Lacan: volete un padrone? Lo avrete».

Avrebbero potuto agire diversamente? «Avrebbero dovuto. Twitter e Facebook sono dei privati, non possono togliere la parola. Oppure stabiliscano delle regole, mi diano un loro codice etico, come c’è nelle imprese, rendano pubblico questo codice in base al quale concedono l’accesso alle loro reti, indichino chi e cosa ha diritto di parola nelle loro reti e cosa no. Se non c’è una struttura politica che decide un controllo preciso su questi strumenti di comunicazione e di informazione decisivi ormai per le sorti delle nostre democrazie, è evidente che saranno gli Zuckerberg di questo mondo a decidere delle nostre sorti».

Secondo lei, assisteremo a nuovi casi, ci sarà una deriva in tal senso? «E che ne so io? Lo chieda a Facebook. O a Twitter». Twitter è percepita come una comunità dai suoi appartenenti e Trump ne ha violato le regole, istigando alla violenza, per questo è stato espulso.

Potrebbe essere una motivazione… «Non c’entra la motivazione. E poi la comunità che si è costituita intorno a questi mezzi coincide con la comunità politica, con lo spazio del lavoro politico…».

È qui che sta dunque l’errore? «È una tendenza storica, non è un errore. Non c’entra la storia con gli errori: quelli si fanno in matematica, in fisica, in biologia. È inevitabile fare politica su questi mezzi, questa è la tendenza storica, inappellabile. Ma è inconcepibile che quei mezzi siano proprietà di un privato che decide o meno il mio accesso al mezzo, senza alcuna possibilità di appello del pubblico, senza alcuna forma di controllo. Perché questo avviene, il pubblico è totalmente impotente sull’uso di quei mezzi, fuorché in Cina, ovviamente. E in Russia. È capitato a tutti noi di chiederci: ma è possibile che qualcuno possa aprire un profilo su Facebook a nome mio? Provi ad andare alla polizia postale e a chiedere come si fa a chiuderlo. Ma che vuoi chiudere?».

E allora che cosa ci resta da fare? «Serve un’autorità politica legalmente costituita che, sulla base di principi della costituzione di quel Paese, può decidere se Trump non ha più accesso ai mezzi di comunicazione. Perché? Perché incita all’odio, alla violenza, perché è nazista, perché è razzista. E sulla base di principi costituzionalmente sanciti, o con mezzi analoghi a quelle che noi chiamiamo costituzioni, interviene. È palese che è questa la linea democratica, ma ormai…».

Siamo al paradosso della tolleranza di Popper: nel nome della tolleranza non possiamo tollerare gli intolleranti? «La tolleranza è una parola odiosa nel mio vocabolario. Non si tollera se non ciò che ritengo inferiore. Quindi la tolleranza postula una gerarchia di valori. Meglio essere tolleranti che intolleranti, ovviamente. Dopodiché se pensiamo che i Trump si sconfiggano così, saluti. Magari sconfiggeremo i Trump, più difficile sconfiggere qualche altro: forse non è proprio Trump il pericolo. Trump si manda a casa, come si stava già facendo. Twitter o non Twitter era stato mandato a casa. È folle che un politico si comporti come lui, non è questo il problema. Non è che noi possiamo decidere su questioni di principio in termini occasionali, quello ci piace allora parla, quell’altro non parla. Ma siamo pazzi?».

CORRIERE della SERA - Pierluigi Battista: "Censura senza coerenza: perché silenziare Trump e dare voce ai dittatori?"

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Pierluigi Battista

Dicono che Twitter e gli altri social sono agenzie private e che dunque se silenziano (tardivamente, molto tardivamente) Donald Trump non si può parlare di censura. Dicono anche che il direttore di questo giornale ha tutto il diritto di cestinare il mio articolo, se lo ritenesse legittimamente impubblicabile, e che in questo caso sarebbe del tutto improprio parlare di censura Vero, verissimo. Solo che una piattaforma che governa la rete in modo quasi monopolistico non è un giornale e inoltre un giornale è uno dei tanti, mentre le piattaforme sono poche. Le analogie dovrebbero essere altre. Se una casa editrice non vuole pubblicare un libro, non è censura, ma se tutte le librerie d’Italia decidono di non venderlo dopo che è stato pubblicato da un’altra casa editrice, altroché se non è censura. Se un giornale non vuole pubblicare un articolo non è censura, ma se tutte le edicole decidessero di non vendere quel giornale, è inevitabilmente censura. Se in autostrada vado a 200 all’ora non considero un abuso una sanzione molto severa, ma se l’azienda autostradale (privata ancorché concessionaria) mi impedisce sine die di percorrere la sua rete, allora il sopruso appare evidente. Trump scrive e cinguetta cose nefande? A mio giudizio sì, ma a mio giudizio e il mio giudizio, come quello di chiunque altro, non può essere Legge insindacabile e autorizzazione all’imbavagliamento. E poi ci sarà pure una minima distanza tra il gridare (sia pur potenzialmente eversivo) ai brogli elettorali e l’assalto putschista al cuore della democrazia americana, che invece va trattato, non con la censura, ma con i mezzi molto più convincenti della Guardia Nazionale. Ma, si dice citando con disinvoltura l’unica frase infelice di un grande filosofo liberale come Karl Raimund Popper (il cui La società aperta e i suoi nemici ha dovuto aspettare 27 anni prima di essere tradotto in Italia: a volte l’autocensura conformista è peggio della censura), che non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Si dimentica però, per dire, che tra gli intolleranti nemici della società aperta e dei totalitarismi Popper annoverava non solo i nazisti e i fascisti, ma anche i comunisti: segno di come i confini dell’intolleranza all’intolleranza siano estremamente mutevoli e storicamente precari. La ruota gira, e chi oggi sostiene il massimo rigore censorio nei confronti di parole considerate spregevoli dovrebbe ricordare che in un’altra epoca si invocò la mannaia della censura sui cosiddetti «cattivi maestri» che, predicando l’abbattimento rivoluzionario delle istituzioni «borghesi», venivano accusati di alimentare con i loro scritti la deriva terroristica. Attenzione: i cattivi su cui puntare le armi delle censura cambiano colore e aspetto, anche se non cambia la smania censoria. A mio giudizio Trump dice cose nefande. Ma a stabilire se le parole di incitamento all’eversio-ne di un presidente siano un reato deve essere la giustizia americana, non Twitter o ciascuno di noi La censura, peraltro, dovrebbe conservare almeno un minimo di coerenza. Se si mette la sordina al presidente americano ancora in carica per il suo incitamento all’eversione (ma a stabilire se è un reato deve essere la giustizia americana, non Twitter o ciascuno di noi) non si capisce perché si permetta all’ayatollah iraniano Khamenei, nel cui Paese continuano le impiccagioni di dissidenti e le persecuzioni contro le donne, di scrivere che «Israele è un cancro maligno in Medio Oriente che va rimosso e sradicato», e non ci vuole molta fantasia per immaginare come dovrebbe realizzarsi questo «sradicamento». Oppure perché dittatori, caudillos o leader a forte vocazione autoritaria come i leader cinesi e russi, il presidente Erdogan e Maduro in Venezuela debbano usufruire dello spazio pubblico dei social, con post che sono molto più violenti di quelli del pur violentissimo Trump. Non c’è niente di peggio di un censore che si dice difensore intransigente di principi irrinunciabili e che pure sembra transigere con grande disinvoltura. Inevitabilmente scatta il sospetto che si tratti di principi onorati con eccessiva elasticità, da applicare rigidamente con chi è nel cono d’ombra e molto blandamente con chi invece gode di un grande e non incrinato potere. E soprattutto che si tratti di silenziamenti condizionati da ragioni contingenti di opportunità. Ovviamente, nella brutale semplificazione che sta inquinando sempre più diffusamente il dibattito pubblico, il rischio è di passare per trumpiani se si eccepisce sulla decisione (legale ma errata) di Twitter di oscurare il profilo di Trump. Ma Tzvetan Todorov ci aveva già ammonito che è facile esser tolleranti con chi la pensa come noi. Il difficile è esercitare le virtù della tolleranza e della libertà con le forme più sgradevoli e persino ripugnanti delle altrui opinioni. Il difficile è ingaggiare una dura battaglia politica e culturale con quelle posizioni senza dover far ricorso all’aiutino della censura e della messa al bando. La superiorità della democrazia liberale non dovrebbe essere misurata su questo, anche?

IL FOGLIO: "Biden su Israele seguirà molto Trump"
dal JPost

L’assalto al Campidoglio e le affermazioni infondate secondo cui le elezioni sono state "rubate" al presidente americano uscente Donald Trump non hanno nulla a che fare con Israele. Ma Israele dovrà fare i conti con l'eredità di Trump e la sua enorme impronta in Medio Oriente. Ripercorrendo gli ultimi quattro anni, è impressionante il numero di scelte politiche fatte da Trump che corrispondono alle ragioni e agli interessi di Israele. L'amministrazione Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d'Israele, ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan, ha presentato un piano di pace tra Israele e palestinesi che poteva essere scritto dallo stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L'amministrazione Trump ha dichiarato che gli insediamenti non sono di per sé illegali, ha permesso agli americani nati a Gerusalemme di scrivere "nato in Israele" sul loro passaporto e ai beni prodotti in Giudea e Samaria di essere etichettati come "made in Israel". L'amministrazione Trump ha abbandonato l'accordo sul nucleare del 2015 che piaceva tanto all'Iran e lo ha sostituito con sanzioni e ancora sanzioni. Poi ha convinto altri paesi della regione, che vedono nell'Iran un pericoloso nemico, a firmare storici accordi di pace con Israele. Netanyahu e molti altri in Israele non hanno risparmiato elogi al mercuriale presidente americano, noto per essere molto sensibile dall'adulazione. Non che i complimenti non fossero sinceri. E i sondaggi d'opinione hanno ripetutamente mostrato che la maggior parte degli israeliani approvava Trump. A un certo punto hanno mostrato che Israele era il paese dove Trump piaceva di più al mondo. L'effetto è stato quello di creare un'identificazione quasi totale tra Israele e Trump, insieme alla totale identificazione fra Trump e le recenti politiche statunitensi verso Israele. Ora che Trump termina la sua presidenza aizzando i suoi sostenitori che danno l'assalto al simbolo della democrazia americana, il rapporto Usa-Israele rischia di andare a fondo insieme a lui?Alcune di queste politiche - va sottolineato - godevano di un sostegno bipartisan anche negli Stati Uniti. Ad esempio, il neo eletto presidente Biden è stato a suo tempo uno dei membri del Congresso che hanno firmato il disegno di legge originario per lo spostamento dell'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, e di recente ha detto che non intende riportarla a Tel Aviv. Biden si è anche espresso apertamente a favore degli Accordi di Abramo. L'ampio sostegno al normale accoglimento di Israele fra i paesi del Medio Oriente e il vasto sostegno israeliano a molti dei passi compiuti da Washington negli ultimi quattro anni - non il presidente sotto il quale sono stati fatti quei passi - dovrebbe essere ciò che la leadership israeliana sottolinea al fine di preservare quei risultati.

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