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La Repubblica - Il Manifesto Rassegna Stampa
03.01.2021 La corsa dell'Iran al nucleare. Biden saprà disobbedire a Obama?
Commento di Federico Rampini, Michele Giorgio plaude l'Iran

Testata:La Repubblica - Il Manifesto
Autore: Federico Rampini - Michele Giorgio
Titolo: «La sfida degli ayatollah a Biden: 'Uranio arricchito fino al 20 per cento' - A un anno da Soleimani Stati uniti e Israele nel cortile dell'Iran»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 03/01/2021, a pag.12, con il titolo "La sfida degli ayatollah a Biden: 'Uranio arricchito fino al 20 per cento' " il commento di Federico Rampini; dal MANIFESTO, a pag. 7, con il titolo "A un anno da Soleimani Stati uniti e Israele nel cortile dell'Iran", il commento di Michele Giorgio.

A destra: Joe Biden

Mentre Federico Rampini informa correttamente, Michele Giorgio ancora una volta si schiera con il regime teocratico fondamentalista iraniano e difende la bomba nucleare di cui gli ayatollah cercano di dotarsi per meglio seminare il terrore e proseguire una politica di potenza che coinvolge tutto il Medio Oriente. Ritornerà la complicità di Obama con gli ayatollah?

Ecco gli articoli:

LA REPUBBLICA - Federico Rampini: "La sfida degli ayatollah a Biden: 'Uranio arricchito fino al 20 per cento' "

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Federico Rampini

L’Iran ricomincerà ad arricchire uranio fino al 20%, cioè a livelli tali da poter costruire una bomba atomica, «il più presto possibile ». L’annuncio arriva da Teheran nell’anniversario dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte degli americani, mentre tutte le forze militari nel Golfo Persico sono in stato di allerta. L’annuncio fa salire la tensione ai massimi e viene interpretato come un segnale a Joe Biden. Il regime degli ayatollah mette sotto pressione il prossimo presidente a due settimane dal suo insediamento, perché annunci il ritorno degli Stati Uniti nell’accordo nucleare e quindi la levata delle sanzioni. Intanto la previsione di un atto di vendetta nell’anniversario dell’uccisione di Soleimani, induce gli Stati Uniti a lanciare un monito a Teheran: «Nessuno deve sottovalutare – dice il comandante capo delle forze Usa in Medio Oriente, generale Frank McKenzie – la nostra capacità di reagire a qualunque attacco». Il Pentagono ha mandato due bombardieri strategici B-52 a sorvolare l’area del Golfo Persico. È diretto nel Golfo anche un sottomarino Usa dotato di missili Tomahawk. Ma in un gesto di segno opposto, il segretario alla Difesa Christopher Miller ordina il rientro negli Stati Uniti della portaerei Nimitz. Annunciato alla vigilia dell’anniversario della morte di Soleimani, il ritorno a casa della Nimitz viene interpretato come un gesto di “de-escalation”, per non fornire pretesti agli iraniani e ridurre l’ampiezza dei possibili bersagli americani. La minaccia atomica torna però in primo piano. Il capo del programma nucleare iraniano, Ali Akbar Salehi, usa un’immagine di tipo militare: «Siamo come soldati con il dito sul grilletto, agli ordini dei nostri capi siamo pronti a produrre uranio arricchito al più presto». La decisione dell’Iran di arricchire uranio al 20% scatenò l’allarme un decennio fa. Allora Israele fu sul punto di colpire gli impianti nucleari iraniani con l’appoggio degli Stati Uniti. Lo scenario di una guerra fu scongiurato, o congelato, dall’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 per volontà di Barack Obama, poi abbandonato da Donald Trump. L’accordo prevedeva un forte ridimensionamento dei preparativi sull’uranio iraniano per dieci anni in cambio di una progressiva levata delle sanzioni economiche contro Teheran. Trump dopo la denuncia dell’intesa ha inasprito quelle sanzioni e l’economia iraniana ha visto peggiorare le sue difficoltà. Biden era il vice di Obama e favorevole all’accordo, anche se ultimamente ha adottato una posizione più cauta, accogliendo alcune delle critiche contro quell’accordo mosse da Israele, Arabia saudita, nonché da Trump e anche da alcuni europei: la durata breve dello stop iraniano sull’uranio arricchito; l’assenza di impegni sul riarmo missilistico di Teheran o l’appoggio a milizie terroristiche come gli Hezbollah in Medio Oriente. Ora l’annuncio sulla ripresa imminente dell’arricchimento di uranio sembra voler costringere Biden a sciogliere le riserve e ad accelerare i tempi per un ritorno all’accordo, quindi una levata delle sanzioni. Il centro dove l’Iran ha annunciato di voler riprendere l’arricchimento dell’uranio si trova a Fordo, vicino alla città santa di Qom, a 90 km a sudovest da Teheran. L’area ha la protezione naturale delle montagne, a cui si aggiungono batterie anti- aeree e altre fortificazioni militari. Finora l’arricchimento di uranio è stato portato dal 3,67% al 4,5%, un livello che già costituisce una violazione degli accordi del 2015. Firmatari di quegli accordi, oltre agli Stati Uniti, sono Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Un anno fa l’eliminazione del generale Soleimani da parte di un drone americano fu un colpo micidiale, decapitando i corpi di élite delle Guardie Rivoluzionarie di un leader leggendario. Gli iraniani reagirono con un missile contro una base americana in Iraq che ferì decine di soldati. L’Iran ha subito un altro colpo duro a novembre: l’uccisione dello scienziato fondatore del suo programma nucleare, in un raid attribuito ai servizi israeliani.

IL MANIFESTO - Michele Giorgio: "A un anno da Soleimani Stati uniti e Israele nel cortile dell'Iran"

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Michele Giorgio

Gerusalemme - La portaerei USS Nimitz è stata richiamata a Bremerton ma nel Golfo resta il sottomarino a propulsione nucleare USS Georgia. E nessuno sa dove si trovi il sommergibile israeliano della classe Dolphin, capace di lanciare missili nucleari, che il mese scorso è passato per il canale di Suez.

POCHI DUBITANO che sia a breve distanza da Hormuz, una dimostrazione di forza con gli Usa in occasione del primo anniversario dell'uccisione, il 3 gennaio di un anno fa a Baghdad, di Qasem Soleimani, capo della Forza Qods dei Pasdaran iraniani, compiuta da droni statunitensi. Questa settimana due B-52 Usa, i bombardieri più potenti al mondo, hanno sorvolato il Golfo lanciando un altro ammonimento all'Iran. Da giorni le basi americane nella regione sono in stato di allerta. È arduo credere che Teheran realizzi proprio oggi la dura rappresaglia che promette da un anno. Finora non è andata oltre i lanci di missili contro le basi Usa in Iraq seguiti all'uccisione di Soleimani e le azioni di disturbo dei gruppi suoi alleati in quel paese. Piuttosto è Teheran che accusa i suoi nemici di cercare il pretesto per un conflitto. «Stai attento alla trappola, informazioni di intelligence indicano che agenti israeliani stanno operando per organizzare attacchi agli americani». È l'avvertimento mandato a Trump dal ministro degli esteri iraniano Zarif, per cui Israele vorrebbe creare «un casus belli».

E SE GUERRA SARA’, aggiunge Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, l'Iran è pronto a colpire le basi americane «dalla Giordania all'Iraq al Golfo e le loro navi da guerra nell'Oceano Indiano». Un conflitto di cui pagherebbero lo scotto anche i paesi arabi alleati di Washington e naturalmente Israele. Una minaccia diretta a Trump è giunta qualche giorno fa dal generale Esmail Ghaani, il sostituto di Soleimani. «Qualcuno — ha detto — potrebbe emergere dall'interno della vostra casa per vendicarsi del vostro crimine». Toni forti, linguaggio esplicito, eppure è improbabile che Teheran faccia il gioco dell'amministrazione Usa uscente in attesa di un pretesto per scatenare un'offensiva militare prima che Biden entri alla Casa bianca e cerchi — almeno questo è quello che si prevede — di rilanciare l'accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 da cui Trump è uscito nel 2018.

CERTO IL DESIDERIO di vendicarsi alla leadership iraniana non manca. L'assassinio di Soleimani è stato un colpo durissimo. Il generale stratega della ragnatela di alleanze iraniane nella regione, dalla Siria al Libano fino allo Yemen, e tenace avversario di Israele, fu ucciso alle prime luci dell'alba di un anno fa da un drone statunitense assieme al capo delle Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al Muhandis, all'aeroporto di Baghdad. Trump spiegò la decisione di eliminare Soleimani come una «difesa preventiva».

PIÙ DI TUTTO fu un regalo che a Israele a sua volta responsabile, secondo l'opinione di molti, dell'attentato dello scorso 27 novembre in cui è morto il fisico Mohsen Fakhrizadeh, a capo del programma nucleare iraniano. La posizione dell'Iran l'ha spiegata qualche giorno fa con toni insolitamente accesi il presidente Rohani. «Tra pochi giorni, la vita di questo criminale (Trump) finirà e andrà nella pattumiera della storia», ha detto Rohani secondo il quale «uno degli effetti di questo atto stupido e vergognoso (l'assassinio di Soleimani, ndr) è stata la fine del trumpismo. Di questo siamo felici e crediamo che il periodo dopo Trump risulterà in una migliore condizione per la stabilità regionale e globale». Teheran, dove pure l'ala dura sta avendo il sopravvento sul più flessibile Rohani, non intende perdere, entrando in guerra, la possibilità di testare le reali intenzioni di Biden e di considerare un dialogo con la nuova amministrazione per un recupero dell'accordo nucleare.

PARTENDO PERO’ da una base più elevata come indica l'annuncio di Ali Akbar Salehi, capo del programma dell'energia atomica: l'Iran «comincerà la produzione dell'uranio arricchito al 20% a Fordow». Un livello quasi 6 volte la soglia del 3,67% fissata dalle intese del 2015.

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