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Corriere della Sera - Libero Rassegna Stampa
19.10.2020 'Je suis Samuel': tornano le chiacchiere di 'Je suis Charlie', mancano i fatti
Cronaca di Stefano Montefiori, commenti di Pierluigi Battista, Gianluca Veneziani

Testata:Corriere della Sera - Libero
Autore: Stefano Montefiori - Pierluigi Battista - Gianluca Veneziani
Titolo: «'Siamo tutti Paty'. Un oceano per il prof - Quel prof francese che non aveva paura - Macron poteva salvare il prof ucciso dai terroristi»
Riprendiamo oggi, 19/10/2020, dal CORRIERE della SERA, a pag. 19, con il titolo '' 'Siamo tutti Paty'. Un oceano per il prof'', la cronaca di Stefano Montefiori; a pag. 31, con il titolo "Quel prof francese che non aveva paura" il commento di Pierluigi Battista; da LIBERO, a pag. 11, il commento "Macron poteva salvare il prof ucciso dai terroristi" di Gianluca Veneziani.

Ecco gli articoli:

CORRIERE della SERA - Stefano Montefiori: " 'Siamo tutti Paty'. Un oceano per il prof"

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Stefano Montefiori

«Je suis Samuel». Decine di migliaia di persone sono scese in strada ieri a Parigi e a Lione, Lille, Tolosa e tante altre città francesi per rendere omaggio a Samuel Paty, il professore di Storia e Geografia decapitato venerdì a Conflans da un terrorista islamico. In place de la République, a Parigi, teatro della grande manifestazione dell’11 gennaio 2015 dopo l’attentato a Charlie Hebdo, c’era chi esibiva con orgoglio, ingrandite e attaccate con la colla sul cartone, le famose vignette su Maometto, quelle all’origine della strage del 2015 e anche dell’uccisione di venerdì: il 5 ottobre Samuel Paty le aveva mostrate in classe ai suoi allievi 13enni, come previsto dal programma di educazione civica. Da quel momento il professore 47enne, molto amato, rispettoso ed equilibrato, è stato oggetto di una campagna di odio islamista culminata con la decapitazione, per strada, all’uscita da scuola. «Sono sconvolta ma purtroppo non sorpresa», dice Céline, una collega di Monsieur Paty, che cinque anni fa nella stessa scuola di Conflans-Sainte-Honorine aveva cercato di fare rispettare il minuto di silenzio in onore delle vittime di Charlie Hebdo. «Non era stato facile. Un allievo di CM2 (10-11 anni) aveva disegnato un kalashnikov — racconta —. L’ho segnalato ma nessuno ha preso provvedimenti». In piazza tanti professori, che raccontano episodi simili e ripetono con rabbia «poteva capitare a me». La rabbia è rivolta contro il nemico dichiarato, l’islamo-fascismo, ma anche contro le autorità, che nei discorsi ufficiali esortano gli insegnanti a difendere le leggi della Repubblica ma poi sono accusate di non difenderli abbastanza nella vita reale. Una delle voce più dure è quella di Fatiha Boudjahlat, insegnante (a Tolosa) di Storia e Geografia come Samuel Paty, autrice di saggi contro l’islamismo: «Questa atrocità è frutto di una lunga serie di vigliaccherie: gli agenti che ricevono la falsa denuncia di pedopornografia ai danni del professor Paty (aveva mostrato la vignetta di Maometto nudo ai ragazzi, ndr); il capo dell’istituto che si comporta come un mediatore tra lui e l’islamista Brahim Chnina padre di una allieva; la direzione della scuola che accetta di ricevere lo stesso genitore infuriato e anche l’imam radicale Abdelhakim Sefrioui, che lo accompagna non si sa bene a che titolo. In questi anni la gerarchia ha preferito nascondere i problemi, alimentando la prepotenza di tanti genitori islamisti che a scuola si comportano come clienti arroganti, e non come cittadini della Repubblica». Il 18enne rifugiato ceceno Abdoullakh Abouyezidvitch non conosceva neppure il professore ma ha risposto ai video pieni di odio di Brahim Chnina e Abdelhakim Sefrioui, che avevano preteso e ottenuto di essere ricevuti dal capo d’istituto e adesso restano tra le 11 persone in custodia cautelare. Il clima sociale è di grande tensione, Marine Le Pen — e non solo lei, soprattutto a destra — denuncia «l’inutile politica delle candele e delle commemorazioni».

CORRIERE della SERA - Pierluigi Battista: "Quel prof francese che non aveva paura"

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Pierluigi Battista

Il terrorismo islamista ha come obiettivo quello di tagliare la lingua a chi ancora pretende di parlare, di esercitare il diritto alla libertà culturale, alla libertà d’espressione, alla possibilità di avere opinioni diverse, di onorare divinità diverse o non onorarne nessuna, il diritto di prendere in giro, il diritto all’ironia, al sarcasmo, all’eresia. Samuel Paty, un professore francese che per insegnare ai suoi studenti il significato della libertà d’espressione ha fatto vedere le vignette di Charlie Hebdo dopo aver avvertito gli allievi musulmani che (ancora questo vizio della libertà) avrebbero potuto disertare la lezione se si fossero sentiti offesi, ha sfidato la legge del terrore: e invece della lingua gli hanno tagliato la testa dopo averlo sgozzato. Non nel mattatoio dell’Isis, ma nel cuore della Francia, con un presidente coraggioso come Macron che non vuole cedere a uno dei principi essenziali della convivenza in un Paese libero e democratico. Dovremmo erigere un monumento a Samuel Paty che non ha avuto paura di svolgere al meglio il suo ruolo di insegnante e di difensore della libertà d’espressione, mentre noi, qui in Italia, con un governo che fa la corte a ogni genere di dittature, siamo talmente paralizzati dalla paura che in alcuni tg la notizia della decapitazione di un professore è stata trattata con una noticina breve e svogliata. Ci dicevano: imparate a convivere con il virus. Non ci siamo riusciti, in compenso abbiamo imparato a convivere, in forme di desolante subalternità, con il terrore, una convivenza che è diventata assuefazione, indifferenza, fastidio anche per quei pochi, come il professor Paty, ora sgozzato e decapitato, che senza voler essere eroi ritenevano che la libertà d’espressione fosse ancora un valore per cui valesse la pena battersi. Eroi gentili, miti, che vogliono solo fare il loro lavoro senza atteggiarsi a profeti e profetesse tonitruanti, come quelli che ora tacciono di fronte allo spettacolo di un insegnante a cui hanno mozzato la testa. Silenziosi per paura, perché quelli del terrore sono forti, feroci, vendicativi. Come il padre di un allievo di Samuel Paty che, facendo il delatore, ha consegnato l’insegnante ai suoi carnefici. Tagliatori di lingue. Tagliatori di teste.

LIBERO - Gianluca Veneziani: "Macron poteva salvare il prof ucciso dai terroristi"

Lo piangono adesso, e con tutti gli onori, come dovuto a un martire della violenza religiosa e simbolo dell'Occidente che non si arrende. Ma avrebbero dovuto pensarci prima a difenderlo, sentire le sue grida di aiuto e fermare in tempo i suoi odiatori. Fa bene ora la Repubblica Francese a tributare il prof Samuel Paty, decapitato venerdì scorso vicino a Parigi da un 18enne ceceno per aver mostrato in classe delle vignette su Maometto, giudicate blasfeme dai genitori islamici dei suoi alunni. Fa bene lo Stato francese a dedicargli un omaggio solenne dopodomani, cosi come ha fatto bene ieri a concedere, nonostante le misure di restrizione dovute al coronavirus, una grande manifestazione in suo onore a Parigi. Ma dov'era lo Stato, quello stesso Stato, quando il prof si sentiva minacciato e in pericolo? Dov'era quando, dopo la lezione sulle vignette dello scorso 5 ottobre, il genitore musulmano di una sua alunna, tale Brahim Chnina, aveva diffuso online due video intimidatori e lanciato una vera e propria fatwa contro il prof, definendolo «un delinquente che va cacciato da scuola», giudicando «pornografiche» le caricature su Maometto e appellandosi ai musulmani a fare qualcosa per «dire basta»? Dov'era, quando quello stesso genitore aveva fornito pubblicamente le generalità del prof e l'indirizzo dell'istituto, indicando cosi il bersaglio da colpire? E ancora, dov'erano le più alte istituzioni di Francia, il ministero dell'Istruzione e la stessa dirigenza dell'istituto, quando quel padre si era presentato a scuola per protestare, accompagnato dall'imam Abdelhaldm Sefrioui, noto ai servizi francesi come fanatico militante islamista e antisraeliano? Chi ha raccolto il grido del prof che, dopo quelle accuse e azioni intimidatorie, aveva presentato una controdenuncia per diffamazione? Chi si è preoccupato di difendere la sua incolumità e la sua libertà di insegnare, in quei dodici lunghissimi giorni che hanno separato la lezione incriminata dalla sua decapitazione? Chi? Forse quello Stato francese che ora con Macron condanna a parole questo «attentato terrorista islamico», assicurando che «l'oscurantismo non vincerà»? Ma per carità. Dovevano pensarci prima, proteggendo il prof, fermando quel padre predicatore di odio e magari espellendo quell'imam radicale. Sennò quella di Paty pare essere solo la cronaca di una morte annunciata. Una morte a cui si aggiunge l'ulteriore beffa di un ritrattino buonista, politicamente corretto del martire, a uso e consumo dei lettori dei giornaloni. Ieri il Corriere della Sera, da noi, presentava Samuel Paty come «il prof che insegnava il dialogo», un uomo che si mostrava «gentile», «non provocava» e non voleva «ferire», ma era profondamente «rispettoso», anche verso l'islam. Un ritratto mellifluo, che fa un torto a ciò che Paty è stato e al modo eroico in cui ha vissuto. Il prof francese ha mostrato le caricature di Maometto non certo per tolleranza o per atteggiamento "dialogante" con l'islamismo, come piacerebbe a lorsignori. No, lui ha fatto una lezione su Charlie Hebdo e ha esibito con coraggio le vignette sul Profeta per difendere, fino all'estremo, la libertà occidentale di dire, pensare e provocare, e il diritto di essere dissacranti con gli intolleranti. E ha invitato gli studenti musulmani a uscire dalla classe evidentemente perché sapeva di poter parlare di libertà di espressione solo con chi, per ragioni culturali e religiose, non era già stato indottrinato. E allora non trasformiamo in un pacifista smidollato un martire e un cavaliere dell'Occidente. A Paty delle bestie hanno tagliato brutalmente la testa. Ma lui, si, è morto a testa alta.

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