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La Repubblica - Corriere della Sera - La Stampa Rassegna Stampa
15.09.2020 Angelo Pezzana: 80 anni di battaglie per i diritti e Israele
Le interviste di Federica Cravero, Giorgia Mecca, Beppe Minello

Testata:La Repubblica - Corriere della Sera - La Stampa
Autore: Federica Cravero - Giorgia Mecca - Beppe Minello
Titolo: «Pezzana: 'Regali per gli 80 anni? Ne voglio fare uno io a Torino' - 'I miei ottant’anni di lotta per non essere invisibile' - 'Gay, radicale, sionista e libraio. I miei 80 anni tra mille battaglie'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA - Torino di oggi, 15/09/2020, a pag.9 con il titolo "Pezzana: 'Regali per gli 80 anni? Ne voglio fare uno io a Torino' " l'intervista di Federica Cravero; dal CORRIERE della SERA - Torino, a pag. 10, con il titolo "I miei ottant’anni di lotta per non essere invisibile", l'intervista di Giorgia Mecca; dalla STAMPA - Torino, a pag. 51, con il titolo 'Gay, radicale, sionista e libraio. I miei 80 anni tra mille battaglie' l'intervista di Beppe Minello.

Ecco gli articoli:

LA REPUBBLICA - Federica Cravero: "Pezzana: 'Regali per gli 80 anni? Ne voglio fare uno io a Torino' "

Angelo Pezzana:
Angelo Pezzana

«Per il mio compleanno non voglio regali, anzi voglio farne uno io a questa città». Angelo Pezzana, 80 anni oggi, in realtà di regali a Torino ne ha già fatti tanti, dall’apertura della Luxemburg, prima libreria internazionale in città, al Salone del libro, ma soprattutto il suo nome è legato al Fuori!, primo movimento in Italia per l’affermazione dei diritti degli omosessuali. «Nel 2021 il Fuori! compirà 50 anni e sto lavorando a una bella mostra che racconti quell’esperienza. Foto, film, libri, manifesti, tavole rotonde... Sarà una mostra che racconterà anche Torino perché il movimento è diventato italiano e internazionale, ma qui è nato. Per cui se qualcuno vuole farmi un regalo può darmi una mano concretamente. È un appello che faccio a tutti, enti e privati».
Adesso ci sarebbe bisogno di un altro Fuori! a Torino? «Naturalmente le cose sono cambiate. Quando lo abbiamo fondato essere gay significava strisciare contro i muri, mentre adesso si è acquisita visibilità. E poi eravamo osteggiati sia dalla chiesa che dalla politica. Ora la società è maturata, i sondaggi dicono che la larga maggioranza dei giovani ha un atteggiamento aperto verso la comunità Lgbt, ma le violenze e gli omicidi continuano ad esserci, certe storture non spariranno mai e per questo non bisogna mai smettere di lottare».
La sua battaglia è iniziata mezzo secolo fa ma le unioni civili sono cosa molto recente. La amareggia che ci sia voluto tanto tempo? «No, sono sempre stato molto realista e all’inizio non avevamo neanche la certezza che le cose sarebbero cambiate. In realtà, poi, noi puntavamo al matrimonio egualitario perché non si erano ancora visti gli esempi che si sono affermati all’estero di unioni civili. Arrivarci è stato un successo dell’atteggiamento riformista che ci siamo dati e che all’inizio invece faceva sì che fossimo attaccati da tutti i rivoluzionari. Così come sono stato attaccato per le mie idee su Israele, l’altra mia grande battaglia: mi hanno bruciato anche la libreria, ma sono contento che adesso una parte del mondo arabo si apra a Israele».
Che consiglio vuole dare a un giovane che oggi vuole impegnarsi per i diritti? «Di rifiutare le ideologie perché tutte portano al disastro. E soprattutto di fare attenzione alle ideologie mascherate da progresso. Ce ne sono in tutti i settori, anche nel femminismo e nel mondo omosessuale».
Dal suo osservatorio di libraio, che idea ha maturato di Torino? «Ho sempre scommesso su Torino. Prima con la libreria internazionale, poi con il Salone del libro. Tutti mi dicevano che la gente non legge e che non avrebbe mai visitato un posto in cui i libri venivano messi in mostra e per di più a pagamento. Io ci ho creduto e mi fa piacere che adesso il Salone sia guidato da una persona come Nicola Lagioia, che è un bell’intellettuale e anche un manager. Spero che resti a lungo e spero che torni presto il Salone, naturalmente quando si potrà tornare a farlo, dopo la pandemia».
Come ha vissuto il lockdown? «Proteggendomi, cosa che faccio ancora adesso, stando chiuso in casa e leggendo. Se c’è stato qualcosa di buono in questo periodo è che la gente ha continuato a leggere».

CORRIERE della SERA - Giorgia Mecca: "I miei ottant’anni di lotta per non essere invisibile"

Babydoc

Non festeggerà il compleanno, oggi. Angelo Pezzana non l’ha mai fatto. A ottant’anni non è nostalgico per niente, guardarsi indietro non gli piace. Eppure ne ha di storie da raccontare, le battaglie politiche e sociali, «Fuori!» l’associazione che ha fondato per porre fine al silenzio sulla questione omosessuale, il Salone del Libro che ha reso Torino la capitale dell’editoria, gli incontri in libreria con gli autori, un format che prima non esisteva. «Metà della mia vita l’ho dedicata alla causa omosessuale, l’altra metà a quella ebraica con la Fondazione Italia Israele. Prima, dopo e durante ci sono stati i libri».
Nel 1970 gli omosessuali non venivano neanche nominati, facevano parte di un mondo nascosto, quando andava bene ci si rivolgeva a loro come al terzo sesso. Lei ha deciso di fondare l’associazione Fuori! Dove ha trovato il coraggio? «Volevo smettere di essere invisibile. Ricordo un convegno di psichiatri a Sanremo in cui si affermava che l’omosessualità era una malattia da cui si poteva guarire. Pensavamo fosse il posto giusto per farci vedere, per dire che eravamo sani come pesci. Andammo a presentarci, io facevo già il libraio, un giornalista mio cliente mi chiese: “È anche psichiatra?”. Gli spiegai che ero omosessuale, rispose: “Peccato che sul giornale quella parola non si possa scrivere”».
Come viveva la sua omosessualità negli anni Settanta? «Non ho mai pensato di essere malato. Ma sono cresciuto in una famiglia cattolica, di sesso non si parlava. Sentivo il peso dell’invisibilità, perché ciò che vivevo e provavo non era supportato dai film, dai libri, dai giornali. Era come se i gay non esistessero, ci si incontrava nei cinema al buio. A trent’anni mi sentivo abbastanza forte per uscire all’aria aperta».
Non aveva paura delle possibili conseguenze? «Mai. Una sera un professore provò ad ammonirmi: “Perderai clienti”. Non è andata così, qualcuno l’ho perso, ma sono stati di più quelli che ho trovato».
La sua prima libreria, la Hellas, l’ha aperta nel 1963, giovanissimo. Ha sempre sognato di fare il libraio? «In realtà volevo fare l’editore. Ma per fondare una casa editrice ci vogliono soldi e io non ne avevo. Mio padre mi disse, comincia con una libreria, poi vediamo. La aprii in via Roma, dove un tempo c’era una confetteria. Oggi a Torino accade il contrario. La chiamai Hellas, in onore della Grecia, una cultura che non discriminava la sessualità. Anni dopo ho aperto la Luxemburg con la stessa idea: letteratura, riviste e stampa internazionale».
Che effetto le ha fatto Torino senza Salone? «Una decisione dolorosa e inevitabile. Prima deve passare questo momento. Certo, mi dispiace, il Salone lo abbiamo fondato io e Guido Accornero nel 1987: “Ma chi vuoi che venga?” mi sentivo dire da tutti. La mia risposta era sempre la stessa: “Tutti e da tutto il mondo. Non solo: pagheranno anche il biglietto”».
Davvero non ha nostalgia di niente? «Del mio compagno Alfredo Cohen, che è morto dieci anni fa. Mi viene sempre in mente, ma senza rimpianti».
Come vi siete conosciuti? «Nel 1970, al Cinema Alexandra, frequentato dagli omosessuali. Succedeva così: entravamo in sala e ci guardavamo intorno per cercare qualcuno che ci piacesse. Io ho incontrato lui, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di uscire per parlare. Una modalità che non esiste più, per fortuna. O forse non per fortuna, perché senza quei pomeriggi clandestini io forse Alfredo non lo avrei mai conosciuto».
Ha paura della morte? «Pensi che il mio primo testamento l’ho fatto a 20 anni. Nel 2003 poi mi sono organizzato un funerale, con lapide inclusa, a cui ho invitato gli amici più stretti. Volevo sentire tutta la verità sul mio conto, e la canzone Ainu malkeinu di Barbra Streisand in sottofondo».
E della vecchiaia ha paura? «No, ma chi dice che gli ottant’anni sono una bella età mente. La vecchiaia è terribile, obbliga a molti sacrifici, a fare i conti con il fatto che tante cose non puoi farle più».
Angelo Pezzana si smentisce subito dopo raccontando il suo prossimo progetto, una mostra che vuole organizzare per i cinquant’anni di «Fuori!», con documenti inediti, foto, materiali d’archivio. La storia di quegli anni e della prima associazione nazionale di gay e lesbiche merita, anche grazie al sostegno dei torinesi, di non essere dimenticata.

LA STAMPA - Beppe Minello: 'Gay, radicale, sionista e libraio. I miei 80 anni tra mille battaglie'

Avere 80 anni e non dimostrarli vivendo «mai di nostalgie ma guardando sempre avanti». Angelo Pezzana, «Straordinario rompiballe» e «Sporco sionista» per alcuni come coloro i quali una dozzina di anni fa gli bruciarono mezza "Luxemburg", l'ex sua libreria inclusa fra le 10 migliori al mondo dal quotidiano argentino Clarin, ma soprattutto fondatore del "Fuori" e campione dei diritti civili per i più, già guarda al 2021 quando di anni ne avrà 81 e sarà trascorso mezzo secolo dalla nascita del "suo" Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano. Una ricorrenza sulla quale alcune associazioni omosessuali d'Italia vorrebbero sorvolare («Ricorda? In Unione Sovietica i nemici li cancellavano anche dalle fotografie ufficiali», ride), indicando nella protesta di Sanremo del `72, davanti a un convegno di psichiatri che puntavano a una legge di condanna dell'omosessualità, l'inizio del movimento di liberazione omosessuale.
Pezzana, perché questa nuova battaglia? «Per principio e amore della verità. La fiammella che scatenò il rogo dal quale nacque il "Fuori" l'aveva accesa proprio il suo giornale... ma forse è meglio che sorvoli?»
Dica, dica, i giornali sono lo specchio dei tempi... «In effetti a quei tempi gli omosessuali erano sporcaccioni per la destra, peccatori per i cattolici e un surplus della borghesia per la sinistra che contava sulla rivoluzione e il Sol dell'avvenire per farli sparire con tutte le diseguaglianze. Dunque, sulla Stampa era comparso un articolo vergognoso sugli omosessuali e io raccolsi firme fra gli intellettuali per aprire un dibattito. Venni respinto con perdite dal suo giornale, «Si parla già troppo di queste cose» mi disse il segretario di redazione, e cercammo qualcosa per far parlare di noi: spuntò il convegno di Sanremo. Eravamo in venti anche se oggi chi vuole ricordare quell'evento parla di centinaia di persone: balle! Eravamo quattro gatti».
Sufficienti però, a far parlare di voi... «Esatto. Mi ricordo un suo illustre e bravo collega, Luciano Curino, che chiedeva conto della mia presenza a Sanremo, se per caso ero uno psichiatra... Quando gli spiegai che eravamo lì per contestare mi disse che la parola omosessuale sui giornali non si scriveva. Gli risposi che sarebbe stato il primo a farlo. E così fu e La Stampa fu veramente la prima».
Da lì iniziò anche la sua carriera politica con i radicali e Pannella: prima in Parlamento poi in Regione e infine in Sala Rossa: perché i radicali? «Nel '74 ci federammo con il Partito radicale di Pannella, una delle figure più importanti per cambiare ciò che non funzionava nel nostro Paese. Noi omosessuali ci siamo trovati in famiglia con i radicali... di allora».
Perché questa sottolineatura? «Perché oggi i radicali sono almeno tre (ride) e sono cambiati un po'...»
Quindi chi dice che lei è di destra ha ragione? «Ma scherza? Mai avuto altra tessera che quella radicale e non usi quella parola per definirmi! I radicali non sono né di destra, né di sinistra, né di centro, dove non sono ben visto da nessuno: nel '76, quando mi candidai anch'io, il Pci, per dire, ci definiva fascisti. Io, come i radicali, sono per i diritti civili».
E l'accusa di essere uno "Sporco sionista"? «Lo sono da quando a 16 anni lessi della Inquisizione spagnola e dell'antigiudaismo cattolico. Nato e cresciuto a Santhià, vivevo in una cattolicissima famiglia, ma chiesi all'arcivescovo di Vercelli di togliermi dai registri. Ovviamente non mi rispose ma da allora mi appassionai all'ebraismo e alla storia di Israele. Non da un punto di vista religioso, ma intellettuale dedicandomi, con la mia libreria, prima la Hellas poi la Luxemburg, alla letteratura e alle vicende di Israele. Nel '67, di fronte all'imminente guerra, chiesi alla Comunità ebraica, io che non avevo mi preso in mano una pistola, di potermi arruolare. La guerra, come si sa, durò sei giorni e rimasi a Torino...».
Dove ha poi fondato, nell'85, l'associazione Italia-Israele beccandosi minacce e non solo. «Così. Hanno provato a bruciarmi la libreria, sono stato minacciato e boicottato. E, a dimostrazione che i tempi cambiano, La Stampa in quel periodo scrisse articoli bellissimi sulla mia triste vicenda e su ciò che rischiavamo a tollerare il boicottaggio di qualcuno o qualcosa».
Oggi cosa fa Angelo Pezzana, uno di cofondatori del Salone del Libro del quale è stato vicepresidente per un decennio, in attesa della prossima battaglia? «Curo la "Fondazione Sandro Penna-Fuori" e sto preparando un convegno da tenere il prossimo anno per ricordare la nascita del "Fuori". Del mio privato non amo parlare. E poi, insomma, ho 80 anni e vivo di ricordi». E ride.

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