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Il Giornale - La Repubblica Rassegna Stampa
29.07.2020 Caos Libia, scontro tra Bernard-Henri Lévy e Matteo Salvini
Analisi di Bernard-Henri Lévy, commento di Gian Micalessin

Testata:Il Giornale - La Repubblica
Autore: Bernard-Henri Lévy - Gian Micalessin
Titolo: «Quell'arrogante francese che ci offende in diretta tv - Tarhuna»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 29/07/2020, a pag. 4 con il titolo "Quell'arrogante francese che ci offende in diretta tv" l'analisi di Gian Micalessin dalla REPUBBLICA, a pag. 12, con il titolo "Tarhuna", l'analisi di Bernard-Henri Lévy.

Ecco gli articoli:

IL GIORNALE - Gian Micalessin: "Quell'arrogante francese che ci offende in diretta tv"

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Gian Micalessin

Che il virus renda folli, come recita l'ultimo pamphlet del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, ce l'ha fatto ben capire il suo autore protagonista - lunedì sera - di un borioso testa a testa con Matteo Salvini nel corso del programma di Nicola Porro Quarta Repubblica su Rete4. Reduce da un viaggio in Libia dove è stato accolto al grido di «uccidi il cane ebreo» e salutato con festose raffiche di kalashnikov ad altezza d'uomo il filosofo ha preferito però concentrarsi su «xenofobia, nazionalismo e sovranismo» mettendo sotto accusa i «barbari» italiani colpevoli di darla caccia ai migranti «diventati i principali untori del coronavirus». Insomma per l'ex nouveau philosophe il principale problema non è il contenimento di un morbo responsabile della morte di 35mila nostri concittadini, mala protervia «sovranista» di chi vorrebbe bloccare i migranti infetti bollandoli come possibile causa di una seconda ondata di contagi. In preda a un delirio auto-referenziale il cui unico obiettivo sembrava la conquista delle fila anti-salviniane e la vendita di qualche copia in più Henri Lévy è arrivato a liquidare come «terribili ignobili e vergognose» le parole del sindaco di Lampedusa Totò Martello, già simbolo dell'accoglienza solidale e progressista. La colpa imperdonabile del povero Totò, trasformato in icona della peggior xenofobia, è quella di spiegare come i pescatori tunisini, oltre a traghettare migranti a pagamento, gettino le reti nelle acque territoriali di Lampedusa sottraendo pesci e proventi ai loro colleghi italiani. Una verità chiaramente illustrata nel reportage della brava Lodovica Bulian sottotitolato in francese per renderlo comprensibile anche all'ospite francese. Ma per l'indispettito Lévy quelle riprese non contano nulla. Anzi è «vergognoso mostrare immagini di questo genere come se rappresentassero l'opinione del popolo italiano». Insomma per il presunto campione del pensiero liberale d'oltralpe sarebbe meglio non far vedere - ovvero censurare - un servizio colpevole di «stigmatizzare e individuare come problema qualche barchetta che viene a pescare al largo delle coste italiane». Che quelle barchette abbiano scaricato un terzo dei 12mila migranti arrivati quest'anno - dopo i 600mila sbarcati dalla fine del 2013 - è fa va sans dire irrilevante. I veri problemi degli italiani li conosce un filosofo pronto a dipingere l'Italia come un Paese piegato da mafia e terrorismo e pronto a vendersi a Putin. Un Paese che - come ripete Lévy rivolgendosi a Salvini - «senza l'Europa sparirebbe dalla mappa dell'Europa e dell'economia». «Voce del sén fuggita» - verrebbe da dire visto che l'Italia durante il contagio ha subito il blocco delle forniture sanitarie e ha dovuto attendere cinque mesi per veder abbozzata la promessa, ancora virtuale, del Recovery Fund. Ma per sfortuna degli spettatori di Quarta Repubblica, abituati a dibattiti più pertinenti e informati, la performance del filosofo francese non si ferma là. La vera ciliegina arriva alla fine quando il «filosofo» spiega sotto gli sguardi sconcertati di Porro, che soltanto grazie ai migranti potremo trovare cure e vaccino contro il Covid 19. «Senza immigrazione maghrebina e africana non c'è ricerca e non si troverà mai un vaccino o una cura contro il Covid» ripete l'invasato Lévy citando l'infettivologo di Marsiglia Didier Raoult più famoso, in verità, per aver curato il Covid con la clorochina. «Quindi - conclude - se in Francia o in Italia si troverà un vaccino bisognerà dire grazie ai migranti». A quel punto Henry Lévy avrà anche conquistato qualche lettore anti-salviniano, ma Salvini, in compenso, ha moltiplicato i propri voti.

LA REPUBBLICA - Bernard-Henri Lévy: "Tarhuna"

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Bernard-Henri Lévy


Un’esperienza fuori dal comune. Stai percorrendo una strada pessima dell’Ovest della Libia, tra Misurata e Tripoli, dove fino a qualche settimana fa infuriavano gli scontri armati, per l’offensiva lanciata da Est dal generale Haftar. Hai appena scoperto, a Tarhuna, un’immensa fossa comune da dove è stato riesumato, lo scorso 10 giugno, un autentico carnaio di 47 uomini, donne e bambini, alcuni con i polsi legati dietro la schiena; la responsabilità dell’eccidio è stata attribuita ad alcuni gruppi di miliziani favorevoli alle forze dell’Est. Passi di nuovo da un incrocio che, un’ora prima, non aveva nulla di diverso da qualsiasi altro incrocio di qualsiasi altra città libica: simil-giardinetto spelacchiato, palme ridotte all’osso, lampioni traballanti contro cui si appoggiano, sigaretta in bocca, i nullafacenti del quartiere. Carcasse d’auto, spolpate. Abbandonati ai bordi dei marciapiedi, i cassonetti straripano. Ed ecco che di colpo ti trovi di fronte un manipolo di uomini armati, in uniforme color sabbia. Un gruppo di civili dà loro manforte; anche i civili sono muniti di kalashnikov e sputano insulti; il primo che mi scagliano addosso è «sporco ebreo», mentre un pick-up, equipaggiato con un cannone antiaereo da 14,5mm, di quelli che spaccano in due un mezzo blindato, si mette di traverso e sbarra la strada al convoglio su cui viaggi. E non è mica finita qui. Fai appena in tempo a chiederti se la tua auto sia rimasta intatta, se i fotografi che ti accompagnano e viaggiano sull’auto dietro alla tua sono illesi e, soprattutto, se gli autisti sono stati abbastanza pronti di riflessi da non fermarsi e, nel caso, di forzare il posto di blocco, cosa che poi avviene.

Ma ecco che un secondo pick-up, più agile, inizia a darti la caccia, ti sorpassa, trecento metri dopo ti obbliga a inchiodare, a fermarti proprio dove finisce il rettilineo, sollevando un nugolo di polvere. Vedi l’occupante dei veicolo aprire entrambi gli sportelli e balzare giù, col suo kalashnikov prima spianato e subito dopo puntato contro di te. Gridi all’istante, insieme all’addetto alla sicurezza, che è seduto in fianco all’autista «No! Stop! No! Stop!» e lui nel frattempo s’impossessa dell’Ak47, che fino a quel momento giaceva tra i due sedili, e sbandi sul ciglio della strada, in bilico sul fossato, pregando che quel pazzo, ritto sull’asfalto, non faccia fuoco mentre la seconda Toyota, quella dei fotografi, accelera e decide di aprirsi un varco a sinistra, scardinando la portiera del pick up. Subito dopo si rende necessario, per fermare gli inseguitori, che una terza auto, quella che faceva da apripista e che la polizia di Misurata ti ha messo a disposizione all’arrivo, faccia un testacoda degno di un rodeo e ti consenta di sgusciare via, lasciandoti alle spalle lo strepito di un’inchiodata e un rimpallo di messaggi contraddittori dentro i walkie talkie. L’apripista, a sua volta, si mette di traverso sulla strada e rimane lì, immobile. La targa dell’auto su cui viaggi è finita sui social, perciò l’autista riceve l’ordine di raggiungere, a pochi chilometri di distanza, una caserma di polizia al riparo da sguardi indiscreti, protetta da un alto muro di cinta, quasi da penitenziario. Mura impenetrabili che sembrano sciogliersi sotto il sole, mentre tu cambi veicolo. Anche la targa del nuovo mezzo di trasporto, però — un pick-up meno vistoso del primo, quello abbandonato in fretta e furia — appare quasi subito su Facebook e Twitter, e capisci che gli altri si urlano, attraverso i walkie talkie, che ti stanno spiando; che sei un sorvegliato speciale; che «i traditori» ti stanno alle calcagna; che un «figlio di puttana», un «sepolcro imbiancato» ha sguinzagliato la muta, li hai alle costole, ti spoilerano e ti bloccheranno di nuovo. Per proseguire si dovrà pensare a un’altra strada, l’ennesima. Qualche ora dopo, eccoti sulla pista dell’aeroporto di Misurata, dove ti attende, con i motori già accesi, pronti al decollo, lo stesso aereo su cui eri arrivato. Che cosa è successo? Senz’altro è successo di tutto, a Tarhuna. La città di Tarhuna e i suoi sobborghi, dimenticati dal mondo, snobbati dalla maggior parte dei reportage sulla Tripolitania in guerra; una città che però ha il triste privilegio di essere da decenni in balia del clan degli Al Khani, che hanno fatto del voltafaccia politico la loro arma preferita e una vera e propria tattica di governo. «Di carnaio non ce n’è soltanto uno», mi ha rivelato, dopo avere preso confidenza, il giovane miliziano in uniforme da ranger del deserto che mi ha guidato — col suo cappello boonie calato sulla testa, il mitra in spalla e due cartuccere a tracolla — nel caldo estenuante, attraverso quello scenario di sabbia e di morte. «In questa prima zona ci sono i corpi dei giustiziati di quest’anno, quelli della guerra di Haftar e, per poterli distinguere, ci si mette una bandierina, oppure per differenziare i vari gruppi, o il posto in cui è stato riesumato il corpo di una giovane donna, tagliato a pezzi».

«Laggiù», aggiunge, indicando l’infinito mare di sabbia, disseminato di piccoli cumuli di calcinacci e di fosse rettangolari delimitate dalla calce viva «ci sono i morti di due anni fa», quando le milizie si uccidevano tra loro e che «Fathi, che oggi è il nostro ministro dell’Interno» non aveva ancora «rimesso in ordine». E un po’ più in là — siamo passati sotto il nastro giallo che, come per il luogo di un delitto, definisce il perimetro di sicurezza e ne vieta l’accesso, e ci siamo spinti oltre il tumulo più alto — «c’è la zona in cui sono state riesumate le vittime del 2010, quando gli Al Khani e le loro milizie erano al servizio di Gheddafi e svolgevano per lui il lavoro sporco». Non riesco a scorgere il volto di questo ragazzo. È mascherato da un foulard tinta sabbia che gli arriva fino agli occhi e gli fascia i tratti somatici talmente bene da farlo assomigliare, così bendato, all’Uomo Invisibile. Dalla sua voce sento però che, pur avendo di sicuro ricevuto un’educazione — forse è uno studente, o un giovane volontario — il suo stesso racconto lo supera, e nemmeno lui capisce fino in fondo la portata di tutto ciò, di questa sfilza di omicidi, pur conoscendo a memoria data e luogo esatto in cui sono avvenuti. Ne ho viste di città di martiri, in Libia. Anzi, forse non ho visto altro, al tempo della guerra di liberazione che tanta speranza mi aveva ispirato e dove ogni giorno, o quasi, assistevo invece alla scoperta di un carnaio che non immaginavo nemmeno lontanamente. Ma queste città più volte martoriate, città in cui le persone scomparse si stratificano come pezzi di diverse ere geologiche, come testimonianze del susseguirsi di crimini che sembrano volere vendicare, di volta in volta, l’assassinio precedente; necropoli piene zeppe di morti, i cui corpi sono però passati da un laboratorio di Tripoli per essere identificate grazie al Dna e lì resteranno, nella gran maggioranza dei casi — perfino quando la prova avrà consentito di dare a quei corpi un nome — per sempre senza sepoltura. Ecco, anche questo è un fatto fuori dal comune. Che io abbia visto e compreso tutto ciò è il motivo che ha spinto alcuni a considerarmi, all’improvviso, persona non grata? Questi delitti reiterati e compiuti in tacita connivenza, sono forse il segreto inconfessabile di una città che non è mai stata in grado di affrancarsi dai propri carnefici né, ancor peggio, ha saputo castigarli, visto che sono sempre gli stessi? Sarà Tarhuna una specie di piccola Tebe in territorio libico, una città in cui le anime dei morti perseguitano non solo i vivi ma anche i testimoni che, come Hertzog, Roussel e me, siamo venuti a tentare di rompere il silenzio che la circonda? Avrei dunque dovuto saper decifrare il nervosismo del mio interprete del luogo, quando mi sussurrò all’orecchio che era meglio lasciare che i morti seppellissero i morti e andarsene via da lì al più presto, ché la visita stava durando troppo? Forse sì. Prima di tutto questo, 100 chilometri più a Ovest, ero stato ad Al Khoms, il nome arabo di Leptis Magna, la più grande città dell’Antichità sulla costa sud del Mediterraneo e la prova — casomai ce ne fosse stato bisogno — del fatto che la Libia, prima di essere berbera, araba e musulmana, è stata anche un territorio romano.

Dopo ancora, c’è stato il mio ritorno a Misurata. Per nove anni l’avevo desiderato così tanto! È qui che ero venuto, per conto di Paris-Match , all’indomani della morte di Chris Hondros e Tim Hetherington, quei due eredi di Robert Capa uccisi da un colpo di mortaio. È qui che, giunto per mare, da Malta, su un’imbarcazione di fortuna, l’unica che poteva aggirare il blocco, ho scoperto lo spirito di resistenza di una città assediata come lo fu Sarajevo. È qui che, strabiliato da tanto coraggio, ho capito che solo le brigate di Misurata, se avessero ricevuto le armi giuste, potevano liberare Tripoli e porre fine alla guerra che minacciava di farsi eterna sulle rive di Sirte e di Ras Lanuf. Incontro alcuni esponenti dei giovani di Misurata che da soli, nel 2015, senza alcuna coalizione né sostegno internazionale, riuscirono a strappare Sirte e Sabratha allo Stato Islamico. Li ascolto mentre mi raccontano l’ignominiosa fuga di Abu Muhad al-Kurdi, uno dei capi terroristi, responsabile di aver fatto decapitare, in febbraio, 21 cristiani copti egiziani, e che loro stanno ancora braccando. Chiedo che mi raccontino della morte in battaglia, alle porte di Sirte, di Abderrahman Al Kissa, il presidente del Collegio degli Avvocati della città che, qualche settimana prima, era venuto a Parigi a portarmi un invito ufficiale per tornare a Misurata: il Consiglio della città mi aveva nominato, all’epoca, cittadino onorario. E rivedo il generale Ramadan Zarmouh che, sempre durante l’assedio, avevo portato in Francia, affinché ottenesse dal presidente Sarkozy l’equipaggiamento necessario alle brigate per lanciarsi su Tripoli. Infine sono tornato su Tripoli Avenue, che allora, con i suoi palazzi sventrati, i caffè come ruderi incendiati e i minareti da cui venivano diffusi falsi rumori di aereo, per far credere ai nemici che gli Alleati si stavano avvicinando, era la fedele immagine della devastazione. Ora la vita vi ha fatto ritorno, e il suo piccolo Museo della Guerra, allora a cielo aperto, adesso è diventato un vero museo; la Centrale Elettrica, in periferia, di cui avevamo fotografato la contorta ferraglia, le travi d’acciaio fuse, le lamiere calcinate e accavallate, le tubature scoppiate, le gigantesche lastre di ghisa sbriciolate, i fili elettrici che pendevano nel vuoto come girandole rovesciate e la cima di quel tetto, rimasta intatta, ma talmente strinata dalle fiamme che si poteva scambiare per il fregio dorato del frontone di uno dei templi di Leptis Magna; la Centrale Elettrica, insomma, ha ripreso a funzionare come se nulla fosse accaduto; e ogni cosa, quel mattino, sembrava mutarsi in fascino; perfino i ricordi dell’orrore.

Il mio unico rimpianto fu che mi sconsigliassero di peregrinare fino all’imbarcadero, deserto e silenzioso, dove in precedenza ci avevano atteso le autorità cittadine, al termine delle nostre 36 ore di navigazione senza strumenti di bordo né rintracciabilità: «i Turchi» dei nostri giorni stanno proprio lì, mi dissero, e lì scaricano, col favore delle tenebre ma anche alla piena luce del sole, i loro carichi vietati, in barba all’embargo. Ma sarà un rimpianto che non rimarrà tale, e questa è una premonizione. È tutto scritto qui, non c’è altro. Al contrario di ciò che ho letto da varie penne complottiste, a Nord come a Sud del Mediterraneo, dopo l’agguato di Tarhuna, io sono entrato in Libia con un regolare visto e con le dovute forme. Non ero ospite di nessuno e non avevo alcuna intenzione d’immischiarmi in dispute (la fazione tale contro la fazione talaltra… la Tripolitania contro la Cirenaica…) che, ai miei occhi, contano molto meno dell’urgenza di vedere la società civile libica afferrare finalmente da sola le redini del proprio destino. E non avevo in agenda altri appuntamenti se non quello di riallacciare i rapporti con un popolo a cui ho dato molto di me; di lanciare un appello, a Leptis Magna e altrove, a favore dell’unità e della pace; e di tornare da quei luoghi con il reportage che state leggendo. Avevo anche dei secondi fini, in realtà, a ben guardare. L’errore che stiamo commettendo di lasciare, in Libia come in altri posti, campo libero alla Turchia e alle sue ambizioni islamico-fasciste. L’urgenza di vedere la Francia correggere il tiro in una di quelle guerre civili in cui si ha torto sempre e comunque, non solo se la si diserta ma anche se si sceglie la peste anziché il colera. Non avevo affatto immaginato, invece — nel mio totale entusiasmo o, forse, nella mia assoluta ingenuità-, che macchina infernale si sarebbe putroppo messa in moto nel preciso istante in cui informai il ministero degli Interni di Tripoli del mio progetto di reportage. Il ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, che, per il solo fatto di essere il primo sbirro del Paese è, automaticamente, l’uomo forte del regime; che però è anche uno dei pochi ad avere espresso il desiderio che Parigi faccia da contrappeso ad Ankara; ma che tuttavia deve rendere conto al suo primo ministro, Fayez al-Sarraj, che però è una marionetta dei turchi. Il Gabinetto di Sarraj che, appena informato, organizza una prima fuga di notizie su una pubblicazione algerina, che esce col titolo «Il criminale sionista torna sui luoghi del delitto»; e poi un altro scoop, su alcune pagine di Facebook turche o del Qatar, si poteva leggere l’itinerario del mio viaggio snocciolato nei minimi dettagli, dettagli più o meno farlocchi, ma che comunque ho dovuto scartare.

L’isterismo dei social, che mi presentano sia come emissario della Francia e quindi complice del suo sostegno per niente velato alle forze di Haftar; sia come un provocatore, un guerrafondaio, venuto a dare una mano alla demolizione di un grande paese arabo; o ancora, visto che la cretinaggine non è mai abbastanza, come un doppiogiochista che apre in segreto la porta alla vittoria dei Fratelli Musulmani. Per non parlare del regolamento di conti, sulla mia pelle, tra chi, come Fathi Bashaga, dice di credere nello Stato e nel suo dovere, per esempio, di garantire la sicurezza a un giornalista straniero e chi, come Sarraj, a questa cosa non crede per nulla; tra chi, come il premier, vuole spazzare via le milizie e sostituirle con la guardia reale e chi, per fare in modo che invece trovino, nel fatto di essere mantenute attive, una fonte di potere e di guadagno, non vuole smantellarle. Insomma, proprio come avviene in Cirenaica, tra chi ha intenzione di mettercela tutta a negoziare e indire nuovi tavoli per la pace e chi, invece, farà di tutto, fino all’ultimo momento e, se fosse il caso, perfino sulla pelle dell’ultimo libico, per lasciare che il paese continui a essere quel terreno di scontri mortali che è, con l’impero ottomano e l’impero russo sul punto di ricostituirsi. Amata e dolorosa Libia. Teatro di un momento di grandezza in cui, per la prima volta, nove anni fa, alcuni paesi occidentali hanno dato prova di non essere votati a sostenere ciecamente e per l’eternità i tiranni, contro i loro popoli. È per riportare alla memoria quell’Avvenimento senza pari che sono tornato. È con la speranza di vederlo ripetersi che tornerò ancora; a Bengasi e Derna, questa volta. La Libia è a un crocevia. Lo siamo anche noi. Attenzione, però. È qui, lungo queste coste che si sta giocando la partita del futuro del Mediterraneo e dell’Europa
— Traduzione di Monica Rita Bedana

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