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La Stampa - Il Foglio Rassegna Stampa
07.12.2019 Che cosa significa la visita ad Auschwitz di Angela Merkel
Cronaca di Mauro Mondello, editoriale del Foglio

Testata:La Stampa - Il Foglio
Autore: Mauro Mondello
Titolo: «Merkel ad Auschwitz ricorda Primo Levi: 'Può succedere ancora' - Un'identità nazionale responsabile»
Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 07/12/2019, a pag. 13 con il titolo "Merkel ad Auschwitz ricorda Primo Levi: 'Può succedere ancora' ", il commento di Mauro Mondello; dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale "Un'identità nazionale responsabile".

Ecco gli articoli:

LA STAMPA - Mauro Mondello: "Merkel ad Auschwitz ricorda Primo Levi: 'Può succedere ancora' "

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Angela Merkel ieri ad Auschwitz

«È successo. Dunque può succedere di nuovo». Cita Primo Levi la cancelliera Angela Merkel nel discorso pronunciato durante la sua prima visita ad Auschwitz. In completo nero, accompagnata nella commemorazione dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, la cancelliera tedesca si è mostrata profondamente commossa e ha insistito sulla necessità di mantenere vivo il ricordo dei campi di sterminio nazista, dove persero la vita 1,3 milioni di persone durante la Seconda guerra mondiale. «Provo una vergogna profonda per i crimini barbari che sono stati commessi qui dai tedeschi: crimini che superano i limiti di ogni possibile comprensione», ha detto Merkel. «La necessità del ricordo non può essere messa in discussione: si tratta di una parte integrale della nostra identità, e lo resterà per sempre», ha aggiunto. Prima del suo discorso, la cancelliera tedesca ha visitato una delle camera a gas del campo, il crematorio, gli alloggi dei prigionieri e ha attraversato il tristemente noto cancello d'entrata, sul quale campeggia il motto «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi). Di fronte al muro della morte, dove migliaia di persone furono giustiziate, si è fermata per un minuto di silenzio e ha deposto una corona di fiori. La visita di Angela Merkel, considerata storica dall'opinione pubblica in Germania, arriva a 24 annidi distanza dall'ultimo passaggio di un capo di governo tedesco. Prima di lei, avevano visitato il campo di Auschwitz - Birkenau, nel Sud della Polonia, solo Helmut Schmidt, nel 1977, ed Helmut Kohl, nel 1989 e nel 1995. Ci teneva, la cancelliera, a lasciare una traccia forte in quelli che potrebbero essere i suoi ultimi mesi da premier, un messaggio a difesa della democrazia liberale. «Viviamo un preoccupante razzismo, una crescente intolleranza, un'ondata di delitti d'odio. Viviamo un attacco ai valori fondamentali della democrazia liberale e un pericoloso revisionismo storico al servizio di un disprezzo diretto verso alcuni gruppi umani». Secondo i dati del ministero dell'Interno, in Germania gli atti antisemiti sono cresciuti del 10% nel 2019 (erano 1.646 nel 2018)e addirittura di un terzo le aggressioni. I timori di un risveglio antisemita nel Paese si sono d'altronde materializzati nell'attentato alla sinagoga di Halle dello scorso 9 ottobre, giorno dello Yom Kippur, la più sacra festività ebraica, durante il quale sono rimaste uccise quattro persone. La commemorazione di ieri arriva a poche settimane dal 75° anniversario della liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche, che cade il prossimo 27 gennaio, e coincide con i dieci anni di attività della fondazione Auschwitz-Birkenau, di cui il governo tedesco è principale finanziatore e a cui Berlino, proprio lo scorso giovedì, ha garantito una nuova donazione di 60 milioni di euro, che si aggiungono agli 80 milioni già stanziati dal 2009 ad oggi.

IL FOGLIO: "Un'identità nazionale responsabile"

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Angela Merkel è andata ieri in visita ad Auschwitz, la prima volta da cancelliera, la prima volta di un cancelliere tedesco dal 1995. Accompagnata dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e da un sopravvissuto del campo di concentramento, l'ottantasettenne Bogdan Stanislaw Bartnikowski, la Merkel ha poi tenuto un discorso a Birkenau durante il quale ha detto di provare "profonda vergogna" per quello che è accaduto in quei luoghi, lo sterminio degli ebrei da parte del Terzo Reich, "non ci sono parole per esprimere questo dolore", ma c'è la memoria, la memoria responsabile. Citando Primo Levi, la cancelliera ha detto che "ricordare questi crimini è una responsabilità che non finisce mai e appartiene in modo inseparabile al nostro paese", ma la memoria e la responsabilità non sono sufficienti, ci vuole anche la consapevolezza. "Essere consapevoli di questa responsabilità - ha detto la Merkel - è parte della nostra identità nazionale", della capacità della Germania di comprendersi e di viversi come una società libera e una democrazia. La Merkel ha fatto esplicito riferimento agli atti di antisemitismo in crescita -1.646 atti d'odio contro gli ebrei soltanto lo scorso anno, il 10 per cento in più rispetto all'anno precedente - assieme ad azioni violente, anch'esse in crescita. Ma il riferimento implicito della cancelliera era racchiuso dentro all'espressione "identità nazionale", in un momento in cui c'è un partito che acquista consensi in Germania, l'Alternative für Deutschland, con una retorica nazionalista che, nei casi più duri (ma la leadership dell'AfD è sempre più dura, come ha dimostrato l'ultimo congresso), confina con il neonazismo. Tutti tirano la coperta dell'identità e della nazione, la Merkel la riporta - con la sua consueta, determinata cura - dove dovrebbe stare: sulla responsabilità e la consapevolezza della propria storia e dei propri valori, senza strattoni.

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