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Avvenire-La Stampa Rassegna Stampa
08.07.2018 Cristiani a Gerusalemme: le menzogne di Avvenire
La cronaca di Giorgio Bernardelli, odio e disinformazione

Testata:Avvenire-La Stampa
Autore: Giorgio Bernardelli-Andrea Tornielli
Titolo: «Così Gerusalemme perde i suoi fedeli nel silenzio generale-Il patto fra i leader cristiani 'Uniti per il Medio Oriente'»

I cristiani, quando possono, fuggono dal Medio Oriente, la cui islamizzazione riduce le popolazioni cristiane in condizioni di vita inaccettabili, con persecuzioni e stragi  quotidiane. L'unico paese che fa eccezione è Israele, non a caso nello Stato ebraico i cristiani aumentano invece di diminuire. Lo scriviamo sempre, ogni volta che Avvenire / Osservatore Romano scrivono "cristiani in fuga dalla Terra Santa". E' purtroppo nota l'attitudine vaticana di non nominare mai il nome 'Israele', sostituendolo con 'Terra Santa". Oggi Avvenire fa eccezione, in senso negativo, nomina addirittura Gerusalemme, ma per odio antico, cita la capitale di Israele con il titolo "Così Gerusalemme perde i suoi fedeli nel silenzio generale". Il pezzo è di Giorgio Bernardelli, noto per l'odio e la disinformazione che diffonde con le sue cronache sul quotidiano dei vescovi italiani.
Per dimostrare la falsità di quanto scrive il Bernadelli, che ha incentrato il suo pezzo proprio su Gerusalemme, invitiamo i nostri lettori a confrontarlo con la cronaca di Andrea Tornielli sulla Stampa di oggi, che abbiamo scelto apposta, in quanto cronista di cose vaticane estremamente ortodosso, quindi non sospettabile di simpatie laiciste. Ebbene, pur non nominando nemmeno lui Israele, si guarda bene dallo scrivere che Gerusalemme perde i suoi fedeli cristiani, dando dell'incontro di Bari un resoconto totalmente diverso.

Ecco entrambi gli articoli:

Avvenire-Giorgio Bernardelli: " Così Gerusalemme perde i suoi fedeli nel silenzio generale "

Immagine correlata
Giorgio Bernardelli

Fortemente angosciati, ma mai privi di speranza, volgiamo lo sguardo a Gerusalemme, città per tutti i popoli, città unica e sacra per cristiani, ebrei e musulmani, la cui identità e vocazione va preservata al di là delle varie dispute e tensioni». In una giornata di preghiera dei cristiani per il Medio Oriente non poteva mancare nelle parole del Papa a Bari il riferimento a Gerusalemme. Eppure è l'aspetto che rischiamo di far scivolare via più velocemente, abituati come siamo ormai alle sue ferite. Da tempo la diplomazia internazionale e la stessa opinione pubblica stanno alla larga il più possibile dai problemi concreti della Città Santa; persino la vicenda dello spostamento dell'ambasciata americana, una volta finito il tripudio di bandiere e dichiarazioni di circostanza, è stata archiviata in grande fretta. Nel Medio Oriente di oggi Gerusalemme è diventato un luogo periferico, tutt'altro che cruciale per gli interessi geopolitici. Ma proprio in questo contesto i cristiani si ostinano a ricordare che - al contrario - la questione del volto plurale della Città Santa non è un problema in più, ma una parabola che dovrebbe suggerire molto a tutta la regione. Gridano il loro dolore i cristiani di Gerusalemme. Nonostante tutti a parole si dicano loro amici, di fatto non sono mai stati così pochi: meno di diecimila, ormai, in una città che oggi conta oltre 850.000 abitanti. Certo, le immagini dei luoghi santi cristiani campeggiano in tutti i depliant turistici; ma la vita concreta delle comunità deve fare i conti con la corsa a imporre visioni unilaterali. E - da parte dell'attuale governo israeliano - è una corsa che si manifesta anche attraverso scelte urbanistiche e fiscali che stanno trasformando il volto di Gerusalemme, dando la priorità assoluta a tutto ciò che ha a che fare con l'identità ebraica. C'era tutto questo dietro la protesta clamorosa che nel febbraio scorso ha portato i capi delle Chiese locali a chiudere per tre giorni le porte della Basilica del Santo Sepolcro. Un'iniziativa legata a una tassa municipale e a un contestato disegno di legge che prende di mira le compravendite degli immobili di proprietà delle istituzioni cristiane. In quell'occasione, alla fine, intervenne il premier Netanyahu a congelare i due provvedimenti; ma la vicenda resta aperta, al punto che qualche settimana fa il patriarca greco-ortodosso, quello armeno e il Custode di Terra Santa hanno inviato una nuova lettera aperta, denunciando il fatto che la commissione mista che avrebbe dovuto affrontare i problemi in realtà non si è mai riunita. Il tutto mentre anche sull'altro versante - quello islamico - i salafiti guadagnano posizioni dentro e intorno alla Spianata delle Moschee, propugnando un'altra visione di Gerusalemme chiusa a un incontro vero tra culture e religioni. Dentro a tutto questo i cristiani continuano a richiamare il rispetto dello "status quo", come è stato detto anche ieri a Bari. Che non significa salvaguardia di privilegi, ma semplicemente rispetto di quelle regole secolari che rendono Gerusalemme "casa di preghiera per tutti i popoli". Perché la Città Santa è la prima vittima dell'idolatria della terra e delle identità che porta a chiudere gli occhi sull'esperienza dell'altro. Ed è quanto i cristiani ripetono alle migliaia di ragazzi e giovani di ogni religione che frequentano le loro istituzioni educative, il servizio forse più profetico oggi offerto dalle Chiese a Gerusalemme e a tutta la Terra Santa. Insieme a un altro segno importante, cresciuto soprattutto in questi ultimi anni: il dialogo ecumenico. Proprio le ferite del Medio Oriente hanno portato le comunità di Gerusalemme a fare un salto di qualità nei rapporti tra di loro. I restauri compiuti al Santo Sepolcro e quelli in via di ultimazione alla Basilica della Natività a Betlemme sono stati in qualche modo un segno della capacità di superare incomprensioni storiche. Se qualche anno fa fecero scalpore le immagini delle risse tra religiosi al Santo Sepolcro, oggi accade sempre più spesso che i capi delle Chiese di Gerusalemme si esprimano insieme. Il che - per i cristiani di tutto il mondo - dovrebbe essere un motivo in più per non dimenticarsi di loro.

La Stampa-Andrea Tornielli: " Il patto fra i leader cristiani 'Uniti per il Medio Oriente' "

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Andrea Tornielli

I patriarchi e i responsabili di tutte le Chiese cristiane del Medio Oriente attorno a un tavolo per discutere liberamente tra di loro sui cambiamenti politici e religiosi che interessano la regione. E per fermare l’emorragia dei cristiani dalla terra che è culla della loro fede. C’è una nuova “alleanza” tra i credenti in Cristo sullo sfondo dell’iniziativa voluta da Francesco. Il Papa ieri ha invitato a Bari, nella basilica di san Nicola - veneratissimo anche dal mondo ortodosso - i capi delle diverse confessioni mediorientali. Forte il grido lanciato dal Pontefice: quelle terre rischiano di diventare «buie distese di silenzio» come Hiroshima e Nagasaki. E c’è il rischio che la stessa presenza dei cristiani «sia cancellata deturpando il volto stesso della regione». Un Medio Oriente senza cristiani «non sarebbe Medio Oriente», ha detto Bergoglio denunciando le «sfrenate corse al riarmo» e la «gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti». Soffiava il vento di Maestrale sulla città pugliese quando Francesco e una ventina di patriarchi - tra di loro Bartolomeo di Costantinopoli, il russo Hilarion, il copto Tawadros e il luterano Sani Ibrahim Azar - dopo aver pregato davanti alle reliquie di san Nicola, sono saliti insieme sul pullman per raggiungere la Rotonda del Lungomare dove si è pregato per la pace. Ma il fatto inedito sono state le due ore circa di confronto, seduti attorno a un tavolo rotondo nella basilica, a porte chiuse. A introdurre la discussione, una relazione del francescano Pierbattista Pizzaballa, amministratore del patriarcato latino di Gerusalemme, che ha analizzato i grandi cambiamenti in corso e il ruolo delle Chiese cristiane, le quali - ha spiegato - non devono appoggiarsi al potere politico. Pizzaballa ha insistito sulla necessità di essere uniti, mettendo da parte ataviche rivalità e differenze: solo così la voce dei cristiani potrà avere un peso. Bisogna, ha detto, «rimanere Chiesa», essere «in comunione» e non «tacere di fronte alle ingiustizie». Bari segna dunque un nuovo approccio e potrebbe essere il primo di una serie di incontri. Nei suoi due discorsi, Francesco ha toccato tutte le ferite aperte del Medio Oriente, «terra di gente che lascia la propria terra». Ha detto che «l’indifferenza uccide e noi vogliamo essere voce che contrasta l’omicidio dell’indifferenza». Non ha omesso le responsabilità delle Chiese, tentate «dalle logiche di potenza e di guadagno» e ha ricordato che la pace mai arriverà con i «muri» e le «prove di forza». Ha supplicato che finiscano «le occupazioni di terre che lacerano i popoli», e ha parlato della «piaga» della guerra, «figlia del potere e della povertà». Ha citato la Siria, ricordando la ripresa dei combattimenti nella provincia di Daara. Ha parlato dei conflitti «fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio». Ha citato anche la «sete di guadagno» che non guarda in faccia a nessuno «pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili». E ha chiesto con forza che i cristiani «siano cittadini a pieno titolo, con uguali diritti».

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