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Il Giornale - Italia Oggi Rassegna Stampa
16.05.2018 Gaza: fallisce l'attacco dei terroristi di Hamas
Analisi di Fiamma Nirenstein, Pierluigi Magnaschi

Testata:Il Giornale - Italia Oggi
Autore: Fiamma Nirenstein - Pierluigi Magnaschi
Titolo: «Pugno di ferro di Israele e sostegno occidentale, Hamas fa marcia indietro - Gaza: massacro previsto e provocato a fini di propaganda contro Israele»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 16/05/2018, a pag. 10, con il titolo "Pugno di ferro di Israele e sostegno occidentale, Hamas fa marcia indietro", l'analisi di Fiamma Nirenstein; da ITALIA OGGI, a pag. 1, con il titolo "Gaza: massacro previsto e provocato a fini di propaganda contro Israele", l'editoriale del direttore Pierluigi Magnaschi.

Per approfondire, rimandiamo ai video segnalati da Silvia Grinfeld che spiegano la strategia del terrore di Hamas contro Israele (https://www.youtube.com/watch?v=kjTN7LKWGdk), l'attacco dei terroristi al confine di Gaza (https://www.youtube.com/watch?v=A45DpYQOZwo), il discorso di Nikki Haley, ambasciatrice Usa all'Onu, a proposito di Gerusalemme capitale di Israele (https://www.youtube.com/watch?v=6tXVQJQEcao), le reazioni del mondo contro Israele dopo i fatti di lunedì (https://www.youtube.com/watch?v=ZDlayteKxd8).

Ecco gli articoli:

Il Giornale - Fiamma Nirenstein: "Pugno di ferro di Israele e sostegno occidentale, Hamas fa marcia indietro"

Immagine correlata
Fiamma Nirenstein

Ieri è stata in Israele una giornata di carta, la protesta si è trasformata in titoli di giornali eccitati in cui, mostrando una scarsissima comprensione dell'evento, veniva mostrata con scherno e disprezzo la dissonanza fra il sorriso di Ivanka Trump all'apertura dell'ambasciata americana a Gerusalemme e la violenza a Gaza trasformata nei titoli in lutto per la morte dei 60 palestinesi uccisi dai tiratori scelti israeliani a guardia di un confine preso d'assalto. Hamas ha avuto la sua festa di morte, come vuole la cultura degli Shahid, ormai sperimentata sulle migliaia di morti civili fra gli israeliani, e stavolta rovesciatasi sulla propria cinica scelta di mandare ad assalire il confine i propri compagni. Del resto Hamas ha esperienza anche nell'uccisione di palestinesi: lo ha fatto con gli uomini di Abu Mazen quando li ha scaraventava giù dai tetti durante la guerra per Gaza nel 2007. Lunedì c'erano 20mila persone, ieri solo 400 lungo questa striscia di terra orlata da una parte dai kibbutz di Israele che sorgono lungo il filo spinato e quelle case in fondo, dove soffre sotto la sferza di Hamas una popolazione di due milioni di persone costretta a un regime islamista, militare, terrorista. Sotto questo regime vivono tuttavia donne, bambini, e vecchi stanchi della guerra: non importa, lunedì hanno ricevuto l'ordine di cercare di forare il confine. Ieri invece, hanno ricevuto quello di stare a casa, e per capire che cosa è successo occorre pensare a due ipotesi: o Hamas sente di aver vinto la battaglia dei media, e quindi si da una tregua da cui poi risorgerà coi suoi attacchi, oppure sente di aver perso (anche questo non vuol dire fine dello scontro) a causa della dura difesa del confine da parte israeliana e soprattutto dato lo scarso sostegno arabo e la pressante richiesta egiziana di tornare all'ordine. La gente cui manca il denaro per mangiare e che, se non ha scelto di diventare Shahid, probabilmente è rimasta scottata dal numero dei morti (ieri un uomo e anche una bimba di otto mesi). Non solo: ieri sera, con mossa misteriosa Hamas ha cominciato prima a ritirare i drappelli dei suoi guerriglieri, e poi ha ordinato a tutti di salire sugli autobus e lasciare la no-man-land. Ieri è stato mostrato dall'esercito ai giornalisti un filmato che fa vedere come si sono svolte le manifestazioni: un gruppo di otto terroristi coperti dal fumo dei copertoni e dalla folla organizzata, arriva armato, sparando, quasi fino al recinto e là viene fermato dai soldati israeliani. Sono stati uccisi mentre carichi di esplosivo entravano in Israele. Fra i soldati chi è stato sul confine racconta che è dura vedere decine di migliaia di persone guidate da un gruppo terrorista che arma più persone possibili di bottiglie molotov, aquiloni fiammeggianti, coltelli, cesoie, pistole quando si tratta di militanti dell'organizzazione, che si precipitano coperti da gente normale. Devi fermarli, perché non si può lasciare che il confine, minacciato da un gruppo terrorista, venga violato: basta un gruppetto che possa sventolare la bandiera in territorio israeliano e l'eccitazione salirebbe alle stelle. Hamas ha stupito tutti richiamando a casa i suoi: forse ha pesato il fatto che il gioco della «non violenza» e delle «marce popolari» che ha cercato di giocare non ha retto la sfida della furia popolare e la risposta israeliana. Israele ha subito riaperto il passaggio di Kerem Shalom con gli aiuti umanitari e il passaggio dei feriti, e anche gli egiziani hanno aperto dalla loro parte a Rafah. Nel West Bank dove si sono svolte ieri manifestazioni molto accese, si capisce che Hamas ha tuttavia in mano la fiaccola della lotta palestinese in questo momento e Fatah non vuole mandarla avanti. Hamas a sua volta forse cerca un miglior controllo: non vuole perdersi nel caos e teme anche l'esasperazione della gente. La sua gestione di Gaza ha perduto anche il sostegno di Abu Mazen. Mentre la partecipazione è crollata, si può sperare in una ripresa di dialogo, di un focus migliore sul benessere di Gaza, che distolga dal virus del «martirio»: ma per fare questo, Hamas deve scendere dal suo podio, e invece l'informazione e la politica europea, contrariamente a quella americana che ne riconosce la responsabilità, come al solito, biasima Israele.

ITALIA OGGI - Pierluigi Magnaschi: "Gaza: massacro previsto e provocato a fini di propaganda contro Israele"


Pierluigi Magnaschi

II quotidiano parigino Le Monde, nel quale la presenza ebraica è largamente rappresentata, soprattutto agli alti livelli giornalistici e manageriali, anche se è temperata da un certo spirito critico nei confronti dei comportamenti e delle scelte del governo israeliano di centrodestra, ha iniziato ieri il servizio di prima pagina dedicato agli scontri nel confine fra Gaza e Israele, in questo modo: «Le donne in prima linea. Tutti i venerdì, dal 30 marzo scorso, i palestinesi manifestano pacificamente alla frontiera di Israele con Gaza, per la marcia del grande ritorno». In cinque righe tipografiche si diffondono delle notizie verosimili ma anche inesatte e in ogni caso fuorvianti. Con le poche righe poc'anzi citate si propone infatti una versione dei fatti, apparentemente oggettiva, ma anche subliminalmente alterata. Vediamo di smontare questo meccanismo lessicale. Partiamo da «le donne in prima linea». Chiunque abbia visto i filmati degli scontri si è accorto che le donne c'erano ma esse erano in grandissima minoranza. Perché allora Le Monde, che pure è un quotidiano solitamente molto scrupoloso, ha puntato su questo particolare, enfatizzandolo? Perché le donne vengono percepite, sempre e da tutti, come pacifiche, o comunque, in ogni caso, meno bellicose dei giovani della loro stessa età. Se quindi una manifestazione mette sul terreno le donne, questa manifestazione non può che essere pacifica, per definizione. Le Monde, non fidandosi dell'immagine subliminale, anche se essa è molto efficace, aggiunge (sempre nelle pochissime righe evidenziate) che i partecipanti «manifestano pacificamente» per, aggiunge, «la marcia del grande ritorno». E qui casca l'asino dell'informazione manipolata (molto bene, bisogna pure dire). Decifriamola quindi: come può essere pacifica una manifestazione di decine di migliaia di persone che si propongono di invadere (sia pure «pacificamente»; anche se nemmeno questo particolare è del tutto vero) un altro paese che, da sempre, dichiarano di volere cancellare dalla faccia della terra e che hanno a lungo e violentemente attaccato militarmente in passato, distraendo le immani risorse (in gran parte frutto di aiuti internazionali) che avrebbero potuto e dovuto destinare al loro sviluppo? Invadere pacificamente un paese che si dichiara anche, ufficialmente e ripetutamente, di voler distruggere, e con il quale si mantiene uno stato di guerra, non è un passeggiata tranquilla e pacifica ma è una invasione vera e propria. Fatta con le persone, anziché con i missili. Ma il paese che ne è oggetto, qualunque esso sia, non può che reagire ricorrendo anche alle armi pur di impedirla. Perché allora la dirigenza di Hamas, pur sapendo che «la marcia del grande ritorno» sarebbe stata bloccata dagli israeliani anche con le armi, l'ha ugualmente organizzata, promossa, voluta, propagandata? Primo, perché, vista la fine che ha fatto Hamas quando ha attaccato militarmente Israele, ha preferito non subire un'altra e inevitabile disfatta sul piano militare. E, secondo, perché con la «Marcia pacifica del grande ritorno» poteva far cadere sulle spalle delle forze armate israeliane la responsabilità di aver fatto ricorso alle armi contro manifestanti pacifici, anche se questa reazione era stata fatta per impedire quella che sarebbe stata una vera e propria invasione del suo territorio. Sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista propagandistico o mediatico. Si ripete, con «la Marcia del grande ritorno» lo stesso cinico copione di quando, nel 2008, Hamas doli da scuole con dentro gli studenti o da ospedali funzionanti. Gli israeliani, che erano in grado di localizzare in tempo reale i posti dai quali i missili di Gaza erano stati tirati verso il loro paese, replicavano con i tiri di precisione dei loro missili che colpivano sì le basi missilistiche di Hamas ma anche, inevitabilmente, i civili, suscitando così il risentimento internazionale contro i feroci soldati israeliani che non esitano, si diceva, «a bombardare bambini e ammalati». Ma la colpa di queste reazioni è di coloro (gli israeliani) che hanno risposto a un attacco verso basi missilistiche di Hamas odi chi aveva scelto di far partire l'attacco da un edificio civile ben sapendo che le sue basi sarebbero state puntualmente e inevitabilmente distrutte dall'esercito di Tel Aviv? In questo caso, addirittura, per ragioni di legittima difesa che, in caso di guerra, non è nemmeno il caso di invocare. A questo proposito, e anche per dimostrare, purtroppo, che questi problemi non nascono oggi, ma si ripetono da decenni come se si trattasse di un disco rotto, che nessuno si è mai peritato di interrompere, può essere significativo richiamare una argomentata dichiarazione fatta, in un'intervista del 1972 (!), dall'allora premier israeliano Golda Meir: «Io credo», disse il premier, «che la guerra nel Medio Oriente durerà ancora molti, molti anni. E le spiego subito perché faccio questa affermazione. Ciò lo si deve all'indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l'incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta». Golda Meir proseguiva dicendo che «alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia. Ma, ovunque giro gli occhi e li guardo, non vedo da loro nemmeno un'ombra di democrazia. Vedo solo regimi dittatoriali. E un dittatore non deve rendere conto al suo popolo di una pace che non fa. Non deve rendere conto neppure dei morti. Chi ha mai saputo quanti soldati egiziani son morti nelle due ultime guerre? Soltanto le madri, le sorelle, le mogli, i parenti che non li hanno visti tornare. I capi non si preoccupano neanche di sapere dove sono sepolti, se neppure sono sepolti. Noi invece...». A questo punto, Golda Meir si avvicinò a uno scaffale e disse: «Guardi questi cinque volumi. Raccolgono la fotografia e la biografia di ogni soldato e di ogni soldatessa israeliana morti in guerra. Ogni singola morte, per noi, è una tragedia. A noi non piace fare le guerre: neppure quando le vinciamo. Dopo l'ultima, non c'era gioia per le nostre strade. Non c'erano danze, né canti, né feste. E avrebbe dovuto vedere i nostri soldati che tornavano vittoriosi. Erano, ciascuno, il ritratto della tristezza. Non solo perché avevano visto morire i loro fratelli, ma perché avevano dovuto uccidere i loro nemici. Molti si chiudevano in camera e non parlavano più. Oppure aprivano bocca per ripetere, in un ritornello: "Ho dovuto sparare. Ho ammazzato". Proprio il contrario degli arabi».

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