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Iarchon Rassegna Stampa
14.02.2018 Gerusalemme: è qui l'attacco di chi vuole la fine di Israele
Analisi di Ugo Volli

Testata:Iarchon
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Gerusalemme»

Riprendiamo da IARCHON, di febbraio 2018, a pag. 26, con il titolo "Gerusalemme" il commento di Ugo Volli.

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Ugo Volli

Negli ultimi due mesi si è tornati a discutere di Gerusalemme. Merito del presidente americano Donald Trump che, in una dichiarazione molto annunciata, il 6 dicembre scorso ha espresso il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e ha annunciato l’inizio dei lavori per il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Com’è noto, ne sono seguiti degli incidenti, con manifestazioni violente soprattutto a Gaza che hanno provocato alcuni morti, e con bellicose controdichiarazioni nel mondo islamico, soprattutto da parte turca e iraniana, fino a un voto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha condannato la mossa americana. Ma queste reazioni sono state molto meno intense di quanto dicessero le minacce formulate da parte dell’Autorità Palestinese e di Hamas e gli ammonimenti dei benpensanti: non si sono affatto “aperte la porte dell’inferno”, non vi è stata un’”intifada” cioè una sollevazione di massa, ma le manifestazioni si sono limitate a centinaia, in certi momenti a qualche migliaio di giovani, un numero minore di quello dei terroristi inquadrati a tempo pieno. Non si sono rotte le alleanze di fatto che Israele ha costruito con i paesi arabi sunniti. Un voto fra i tanti altri contro Israele (una decina solo in questa sessione) si è aggiunto alle vergogne delle Nazioni Unite. Per chi consideri la situazione a freddo, come oggi, è evidente che si è trattato di un incidente momentaneo, di un altro tentativo dei nemici di Israele di creare un incidente per suscitare un movimento di massa contro lo stato ebraico, come lo fu l’estate scorsa lo scandalo creato intorno all’istallazione di metal detector per evitare il passaggio di armi alle porte del Monte del Tempio riservate ai musulmani, come ce n’è già all’ingresso per i non musulmani e in tanti altri luoghi delicati in tutti gli stati del mondo, anche quelli musulmani. Dunque si potrebbe limitarsi a dire che non è successo niente, o che Israele ha segnato un punto col trasferimento dell’ambasciata americana, che sta già facendo da esempio per altri stati. Ma vale la pena di esaminare la questione in maniera più approfondita, se non altro per poter rispondere meglio alla retorica anti-israeliana, che spesso è semplicemente antisemita.

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Gerusalemme, capitale di Israele

Partiamo dall’aspetto legale. Trump aveva tutto il diritto di dichiarare lo spostamento dell’ambasciata. Non solo perché attuava finalmente una legge del Congresso, il "Jerusalem Embassy Act" del 1995, che i successivi presidenti (perfino Obama) hanno sempre promesso di rispettare nelle loro campagne elettorali e poi rinviato di sei mesi in sei mesi durante la loro presidenza, ma senza annullarla, solo “per ragioni di sicurezza nazionale”. Il Congresso del resto ha sempre riproposto questa scelta in maniera praticamente unanime, l’ultima volta con una mozione di pochi mesi fa. Non solo per questa ragione parlamentare, che in una democrazia è certamente forte, ma anche perché secondo il diritto internazionale uno stato ha diritto di stabilire la sua ambasciata dove crede, anche al di fuori del territorio dello stato interessato, come accade spesso con gli stati più piccoli. In linea di diritto ogni stato poi può stabilire la sua capitale dove crede e trasferirla come crede. E’ accaduto all’Italia durante il Risorgimento da Torino a Firenze e poi a Roma, anche se parte della “comunità internazionale” d’allora disapprovava; per la Germania da Bonn a Berlino, per la Turchia da Istanbul a Ankara eccetera. La capitale è dove risiedono i poteri dello stato; è un fatto interno, non internazionale e dunque può essere liberamente deciso. Certamente non avrebbe senso stabilire la capitale fuori dal territorio nazionale e questo ci porta a un altro problema, molto più significativo di quello della capitale: Gerusalemme fa parte di Israele? Tutta? Solo la parte occidentale? Nessuna sua parte? Israele ha deciso con una legge di peso costituzionale che tutta Gerusalemme fa parte del suo territorio, nei confini municipali ampliati dopo la guerra dei sei giorni. Di solito media e politici sostengono che il territorio israeliano sia quello definito dalla “linea verde” (che, vale la pena di ricordarlo, non è un confine, tanto meno “il confine del ‘67” come si usa dire: sono le linee armistiziali su cui si concluse la guerra d’indipendenza del ‘48-49 e che sono stati fissati con accordi di armistizio firmati a Rodi il 3 aprile 1949 in cui era esplicitamente escluso il loro riconoscimento come confini internazionali). In questo caso però almeno “Gerusalemme Ovest” (cioè la parte compresa entro questa linea, dove hanno sede la Knesset, la Corte Suprema e i ministeri) dovrebbe essere territorio israeliano riconosciuto, in cui capitale e ambasciata non dovrebbero fare problema. E invece no: alcuni atti formali che hanno fatto scandalo, come l’assurda iscrizione (“ZZZZZ”) sui passaporti degli italiani residenti a Gerusalemme (anche chiaramente a “Ovest”) al posto dello stato di residenza o il rifiuto del Dipartimento di Stato di segnare “israele” come luogo di nascita degli americani messi al mondo in quelle città, mostra che senza far troppo rumore, la “comunità internazionale” non riconosce neanche la linea verde come legittimo confine di Israele. Qual è allora il territorio dell’Israele membro dell’Onu e riconosciuto da un centinaio di stati al mondo? Non è chiaro, nessuno ha voluto dirlo. Non è una questione puramente formale, perché questo mancato riconoscimento segnala l’intenzione di modificare, circostanze permettendo, i confini attuali di Israele e quindi lascia spazio a varie pretese (non solo degli arabi, ma anche del Vaticano che ha di recente confermato, con un’intervista del Segretario di Stato Parolin, di non aver ancora rinunciato al progetto dell’internazionalizzazione di Gerusalemme, che la Chiesa potrebbe tentare di cogestire con la fondazione giordana che amministra oggi il Monte del Tempio).

Lo schema sarebbe allora quello della proposta di divisione approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel ‘47 con la risoluzione 181, una delle basi della legittimità internazionale dello stato di Israele. Alla risoluzione era associata una mappa che indicava due stati, uno arabo comprendente oltre a Giudea e Samaria anche la Galilea occidentale e un bel pezzo di Neghev, e uno ebraico diviso in tre parti (Galilea orientale intorno al Lago di Tiberiade, piana costiera intorno a Tel Aviv, Neghev orientale e meridionale, unite solo in due punti di contatto) più una zona internazionale comprendete Gerusalemme e Betlemme, che però nessuno contesta all’Autorità Palestinese. Se fosse così, questo disegno significherebbe la distruzione pratica di Israele, ridotto in spazi invivibili e assolutamente indifendibili. Non a caso della mappa del ‘47 hanno iniziato a parlare i palestinisti alludendo a una possibile tappa successiva ai “confini del ‘67” di quel processo di distruzione di Israele “a fette, come si mangia il salame”, che Arafat fece già includere nel programma di Fatah. Sul piano giuridico bisogna però notare che questa mappa non fu mai approvata dall’Onu (mentre lo fu la divisione in due parti) e che essa fu respinta definitivamente dagli stati arabi, non solo con dichiarazioni e atti giuridici, ma soprattutto con l’aggressione al neonato Israele nel ‘48. Il fatto che obliquamente tutto ciò emerga ora, senza peraltro che nessuno degli attori politi antisraeliani si assuma la responsabilità di una proposta chiara, mostra che con Gerusalemme è in gioco, come sempre, tutto Israele. Dal punto di vista israeliano le cose sono semplici. La decisione di trasferire a Gerusalemme le istituzioni dello stato (salvo il Ministero della Difesa, che è rimasto a Tel Aviv per ragioni di sicurezza) e di farne la capitale fu assunta da Ben Gurion subito dopo la fine della guerra di indipendenza e diventò legge nel 1950. Dopo la guerra dei sei Giorni fu redatta la “Legge fondamentale” (cioè costituzionale) che proclamava Gerusalemme capitale unica e indivisibile dello stato, incluse le sue parti già occupate dalla Giordania, in particolare la Città Vecchia, il Monte degli Ulivi, la città di Davide e alcuni quartieri periferici. Dunque tutta Gerusalemme è capitale di Israele. Amche per questa scelta vi sono basi nel diritto internazionale. Israele infatti non solo ha liberato Gerusalemme da un’occupazione militare giordana successiva alla guerra di indipendenza, che non era stata riconosciuta da nessuno. Ma l’occupazione giordana aveva preso con la violenza e fatto pulizia etnica di un territorio che la comunità internazionale aveva destinato a “Jewish national home”, patria per il popolo ebraico, nei trattati di San Remo e di Sévres e in particolare nella delibera del 24 luglio 1922 presa dal Consiglio della Società delle Nazioni (che fu predecessore dell’Onu e le cui delibere sono interamente accolte dallo suo statuto) dove si stabiliva il Mandato di Palestina con il compito di “porre il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche tali da assicurare l’istituzione di una casa nazionale Ebraica, come stabilito nel preambolo, e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno” e “facilitare l’immigrazione Ebraica in condizioni adeguate e incoraggerà, in collaborazione con l’agenzia Ebraica [...] l’effettivo insediamento degli Ebrei sulla terra, inclusi terreni statali e terreni incolti.” Inutile dire che Gerusalemme è al centro del territorio del Mandato e il suo statuto è ricompreso in queste disposizioni. Ma oltre al diritto in senso proprio, vi sono anche i diritti morali. Non è Gerusalemme anche città santa per Islam e Cristianesimo? Certamente: ma chi ha impedito la libertà di culto dei luoghi sacri non è certamente Israele, che lo garantisce pienamente. Nell’ultimo secolo il solo periodo in cui questa libertà è stata totalmente abolita sono stati i 19 anni fra il ‘48 e il ‘67 in cui la città era divisa e nell’”Est” governato dalla Giordania e reso “judenrein”, inclusa la Città Vecchia, non era permesso ad alcun ebreo entrare e anche i cristiani erano sottomessi a varie angherie.

Non si dice spesso, ma questo è esattamente lo stato cui la “moderata” Autorità Palestinese vorrebbe ritornare, almeno come primo passo della “riconquista” dell’intera “Palestina”: una Gerusalemme divisa in due e uno “Stato di Palestina” completamente privo di ebrei. Qualunque suo impegno ad ammettere culti non islamici dovrebbe essere preso con totale beneficio di inventario. Perché anche la Giordania, negli accordi armistiziali del ‘49 prese impegni analoghi e non li rispettò affatto. Se risaliamo a prima del mandato britannico, Gerusalemme è stata una città abitata prevalentemente da ebrei per tutto il periodo turco.Nel 1914, quando i Turchi Ottomani governavano la città, 45000 ebrei erano la maggioranza dei 65000 residenti. Nel 1898 “in questa città degli ebrei, dove la popolazione ebraica sopravanzava tutte le altre di tre a uno, ...” Nel 1844 gli ebrei erano valutati in 7.120 e il cristiani circa 3400 su una popolazione di 15 mila abitanti. Nel 1526 gli ebrei erano 1194 su un totale di circa 5000. Certamente vi furono dei periodi in cui agli ebrei era proibito abitare la città, per esempio sotto i crociati, i bizantini e alcuni governanti musulmani. Ma la comunità si riformava sempre. Ancora più indietro ci sono i mille anni circa del Tempio e della capitale ebraica (da Davide e Salomone alla distruzione definiva di Adriano, le 349 volte in cui la città è nominata dal Tanakh (la Bibbia ebraica), e le altre 108 in cui si parla di Sion, senza contare le circonlocuzioni della Torah (il luogo che sceglierò” ecc. Per contrasto il Corano non fa menzione di Gerusalemme proprio mai. Non è il caso qui di ricordare i Salmi in cui si celebra la bellezza della città o si rimpiange la sua perdita “sulle rive dei fiumi di babilonia”, la ripetizione a ogni preghiera dell’invocazione a ricostruirla, l’appuntamento “all’anno prossimo a Jerushalaim” di ogni Seder di Pesach o la promessa di non dimenticarla che è contenuta in ogni rituale di matrimonio. Per chi abbia gli occhi per vedere e l’onestà intellettuale che oggi è rara nel mondo musulmano, ma una volta era normale, è evidente che Gerusalemme è il cuore vivo dell’ebraismo, in una maniera imparagonabile alle pretese islamiche o cristiane. Vale la pena di notare, restando sul piano storico e politico, che a parte la breve parentesi crociata, Gerusalemme non è mai stata capitale se non di stati ebraici. Né i Giordani, né i turchi, né i Mamelucchi egiziani né gli arabi di Damasco e Baghdad ne hanno mai fatto il centro di uno stato e neppure di una provincia. Serviranno questi argomenti, che io ripeto qui, a dissipare la propaganda che presenta la mossa di Trump come “avventata” e magari si spingono come l’Unesco ha fatto l’anno scorso e l’Onu di nuovo poche settimane fa (sempre purtroppo con l’assenso italiano) a negare paradossalmente ogni relazione degli ebrei con Gerusalemme? Francamente non credo. L’attacco a Gerusalemme ebraica non è per amore di un’altra Gerusalemme, ma soprattutto per odio agli ebrei, per negarci il diritto a uno stato, una capitale, per negare che siamo un popolo. Dunque non si fa smontare né da fatti né da argomenti. Ma ciò non toglie che noi abbiamo il dovere di argomentare e di spiegare, perché abbiamo il dovere di fare la nostra parte per la vita di Gerusalemme, compiendo di nuovo le antiche promesse e le responsabilità connesse a questo luogo.




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