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La Stampa - Il Foglio Rassegna Stampa
05.12.2017 Yemen: i ribelli filo-iraniani uccidono l'ex presidente
Commenti di Giordano Stabile, Paola Peduzzi

Testata:La Stampa - Il Foglio
Autore: Giordano Stabile - Paola Peduzzi
Titolo: «Yemen, la fine dell’ex presidente Saleh. Un cecchino uccide l’ultimo dei raiss - Il cadavere di Sana’a»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 05/12/2017, a pag. 12, con il titolo "Yemen, la fine dell’ex presidente Saleh. Un cecchino uccide l’ultimo dei raiss", l'analisi di Giordano Stabile; dal FOGLIO, a pag. 1, con il titolo "Il cadavere di Sana’a", il commento di Paola Peduzzi.

L'assassinio dell'ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh da parte degli Houthi filoiraniani è l'ennesima azione diretta da Teheran per controllare lo Yemen. L'Iran fondamentalista degli ayatollah avanza con i suoi alleati in Libano, Siria, Yemen e già di fatto controlla l'Iraq. E', questo, il principale motivo di instabilità nella regione mediorientale.

Ecco gli articoli:

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Ali Abdullah Saleh

LA STAMPA - Giordano Stabile: "Yemen, la fine dell’ex presidente Saleh. Un cecchino uccide l’ultimo dei raiss"

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Giordano Stabile

Il corpo trascinato in una coperta, con la testa maciullata, filmato e fotografato per mostrare al mondo che era davvero morto. La fine di Ali Abdullah Saleh assomiglia a quella di Muammar Gheddafi, anche se la cosiddetta primavera araba se l’è portato via con sei anni di ritardo. Saleh era l’ultimo di una generazione di raiss, i Mubarak, i Ben Ali, Gheddafi appunto, saliti al potere sull’onda del nasserismo e del nazionalismo. Ma per Saleh, 75 anni, padrone dello Yemen del Nord dal 1978, e di tutto il Paese dal 1990 al 2012, il destino ha dovuto fare un secondo giro.

La rivolta del 2011 si era conclusa, dopo un attentato che gli era quasi costato la vita, con le sue dimissioni a favore del vicepresidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Era il 27 febbraio 2012, poteva essere una fine incruenta, un esilio dorato. Saleh invece sceglie di restare e prepara la rivincita. A Sanaa, la capitale, è di casa: è nato in un villaggio a 15 chilometri di distanza, appartiene a una delle tribù più influenti nel Nord. Mansour Hadi è un uomo del Sud, odiato dalla maggioranza della popolazione locale, di fede zaidita, corrente dello sciismo.

L’occasione del riscatto viene offerta a Dakeh dal movimento sciita Houthi. Sono in parte nostalgici della vecchia monarchia che Saleh ha contribuito ad abbattere nel 1962. Poco importa. Formano assieme un’alleanza che in poche settimane costringe Mansour Hadi alla fuga. E’ il febbraio 2015. Inizia la guerra civile yemenita. A marzo l’Arabia Saudita lancia una coalizione sunnita per rimettere al suo posto Mansour Hadi. Il vero nemico non è Saleh. Sono gli Houthi, sospettati di volersi trasformare in un altro Hezbollah e diventare la longa manus dell’Iran ai confini del Regno.

All’offensiva partecipano sauditi (soprattutto con l’aviazione), emiratini e sudanesi, che ci mettono la carne da cannone. I guerriglieri Houthi, gente di montagna, in grado di campare con un pezzo di pane e qualche dattero, mettono in scacco le forze sunnite al Nord, e cedono lentamente al Sud, dove la coalizione avanza appena oltre Aden. Lo Yemen si spacca di nuovo in due: il Nord agli sciiti e alle forze rimaste fedeli a Saleh, la vecchia Guardia presidenziale; il Sud a Mansour Hadi.
Il Nord è però sotto assedio, circondato da terra e dal mare. La fame, i bombardamenti, il colera fanno migliaia di vittime. Gli Houthi sono costretti ad arruolare ragazzi sempre più giovani. I militari di Saleh vengono emarginati, e in alcuni casi umiliati. Cominciano i primi scontri. L’ex presidente capisce che non ha futuro e vede il suo Paese in agonia. Prova a cambiare campo, a intavolare una trattativa con i sauditi. Domenica lancia un appello alla coalizione dalla sua tv. Dispone ancora di mille uomini fidati. Pochi.

Il leader dei ribelli sciiti, Ali al-Houthi, lo dichiara «traditore». Ordina ai suoi di trovarlo e ucciderlo. I miliziani assaltano gli uffici del suo partito, la tv, distruggono le sue residenze. I sauditi cercano di aiutarlo con decine di raid ma gli Houthi hanno la meglio, dopo una giornata di furiosi combattimenti, 200 morti, molti civili. Ieri mattina l’epilogo. Saleh prova a scappare verso il suo villaggio natale. Viene intercettato. Forse ucciso da un colpo di un cecchino. Gli Houthi ora sono soli davanti alla coalizione sunnita, senza neanche il paravento di un ex presidente che si sentiva legittimo. A Riad il figlio di Saleh, Ahmed, ha assunto la guida della sua tribù e promette vendetta. A Sanaa comincia una lunga notte.

 

 

IL FOGLIO - Paola Peduzzi: "Il cadavere di Sana’a"

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Paola Peduzzi

Milano. Ieri circolavano le immagini del cadavere di Ali Abdullah Saleh, ex presidente dello Yemen: nel filmato in stile Gheddafi, si vedono uno squarcio nel cranio e gli occhi ancora aperti – la pietà di richiuderli non ce l’ha più nessuno, in questo paese straziato dalla guerra, piegato dalla fame e da un’epi - demia di colera. Da più parti è arrivata la conferma, Saleh è morto, è stato colto di sorpresa da un raid in casa sua, a Sana’a, un commando e delle esplosioni, è riuscito a scappare, è stato ucciso fuori dall’uscio. “Le milizie del tradimento sono finite e il loro capo è stato ucciso”, dice il comunicato del ministero dell’Interno di Sana’a, controllato dalle milizie houthi, alleate dell’Iran. Il significato dell’uccisione di Saleh è chiaro: i tentativi dei sauditi, in asse con gli Stati Uniti, di contrastare l’avanzata – il consolidamento – delle forze iraniane in medio oriente non stanno andando bene. Saleh si è fidato del principe Mohammed bin Salman e ora è morto. La guerra in Yemen è stata ricordata dall’ultima copertina dell’Economist: tra tutti i conflitti che cerchiamo di ignorare, quello yemenita è forse il più eclatante, e la crisi umanitaria del paese è la dimostrazione tragica della nostra distrazione. E sì che lì, da anni, non soltanto è in corso una carneficina – dal marzo del 2015 sono state uccise quasi 10 mila persone dai bombardamenti, 50 mila ferite, e l’emergenza per mancanza di cibo, in questo paese che conta 28 milioni di abitanti, è considerata dall’Onu la più grave del mondo – ma anche uno scontro che dovrebbe interessarci tutti, perché è quello che definirà il nuovo medio oriente: quello tra sauditi e iraniani. Saleh, chiamato “l’uomo che danzava sulle teste dei serpenti”, è la sintesi delle contraddizioni e della crudeltà di questo scontro, e la sua uccisione segna uno smacco enorme dei sauditi e un punto altrettanto enorme a favore dell’Iran.

Saleh ha preso il potere nella metà degli anni Novanta vincendo la guerra civile con le sue forze del nord, e nel 2012, in seguito alla primavera yemenita e alle pressioni dei paesi vicini (ha rischiato di morire in un attentato anche allora), ha lasciato formalmente la guida dello Yemen al suo vice, Abd Rabbo Mansour Hadi, ma di fatto ha continuato a gestire i rapporti con le potenze esterne, con l’obiettivo ultimo nemmeno troppo celato di riprendere il potere. Dopo avere per molti anni combattuto gli houthi, e dopo aver detto e ridetto che non avrebbe mai fatto un accordo con questa milizia armata dall’Iran, Saleh ha infine stretto un patto con gli houthi, che governano Sana’a – i bombardamenti della coalizione a guida saudita (partecipano Egitto, Marocco, Qatar, Giordania, Kuwait, Emirati e Bahrein) non sono riusciti a riconsegnarla alle forze di Hadi. Riad non ha mai visto con favore il patto di Saleh, e sfruttando la debolezza di quest’uomo per il potere non ha interrotto i contatti, nonostante il tradimento. Quando nell’agosto scorso il principe saudita Bin Salman, “man on the news” ormai da mesi con la sua “rivoluzione” fatta di purghe interne e aperture esterne, ha incontrato il genero in chief di Trump, Jared Kushner, si è molto parlato di Yemen. Ora Kushner è entrato in un cono d’ombra, molti sostengono che potrebbe essere lui il primo a cadere nel Russiagate, soprattutto da quando l’ex consigliere Michael Flynn ha deciso di collaborare, ma da un anno è suo il ruolo di broker mediorientale. Nel colloquio con Bin Salman, è emersa la volontà condivisa, saudita e statunitense, di fare un’azione definitiva in Yemen e di riprendere Sana’a. Le pressioni congiunte di Riad e Washington hanno fatto sì che venerdì scorso Saleh rompesse l’accordo con gli houthi, e mentre tutti gli analisti dicevano che la reazione sarebbe stata durissima, si sono iniziati a contare i cadaveri e i feriti nelle strade di Sana’a, “un picco tragico” ha detto la Cnn. L’uccisione di Saleh è la reazione durissima dell’Iran. E non soltanto aggrava una crisi politica e umanitaria già spaventosa, ma segnala che i tentativi anti iraniani del principe saudita e degli americani (il capo della Cia, Mike Pompeo, ha scritto una lettera al generale iraniano Qassem Suleimani, che non l’ha nemmeno aperta: la lettera dice che se dovesse morire qualche soldato americano in Iraq, l’Iran sarà ritenuto responsabile). In Libano, che è un altro terreno di scontro tra Iran e Arabia Saudita, c’è stato un altro schiaffo al principe Bin Salman: il premier Hariri si è dimesso andando a Riad, ma una volta “libera - to” è rientrato a Beirut ritirando le proprie dimissioni. In Yemen il regista scelto da Bin Salman per infliggere un colpo decisivo all’Iran è ora cadavere.

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