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La Repubblica - Avvenire - Il Manifesto Rassegna Stampa
13.10.2017 Stati Uniti/Unesco: ecco chi disinforma contro Trump e Israele
Federico Rampini, Roberto Toscano, Daniele Zappalà, Anna Maria Merlo

Testata:La Repubblica - Avvenire - Il Manifesto
Autore: Federico Rampini - Roberto Toscano - Daniele Zappalà - Anna Maria Merlo
Titolo: «Fuori anche dall’Unesco l’America di Trump viaggia sempre più sola - Usa-Unesco, un'antica ostilità - Unesco senza stelle - Gli Usa con Israele, fuori dall'Unesco»

Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 13/13/2017, a pag. 11, con il titolo "Fuori anche dall’Unesco l’America di Trump viaggia sempre più sola", la cronaca di Federico Rampini; a pag. 31, con il titolo "Usa-Unesco, un'antica ostilità", il commento di Roberto Toscano; da AVVENIRE, a pag. 7, con il titolo "Unesco senza stelle", il commento di Daniele Zappalà; dal MANIFESTO, a pag. 9, con il titolo "Gli Usa con Israele, fuori dall'Unesco", il commento di Anna Maria Merlo.

Riprendiamo in questa pagina gli articoli che disinformano sull'uscita dall'Unesco degli Stati Uniti, annunciata ieri.

L'articolo di Federico Rampini è critico nei confronti di Donald Trump, ma è il titolo del suo pezzo a contenere la dose maggiore di disinformazione. La notizia dell'ottima decisione presa da Trump, infatti, è ribaltata e viene sottolineata la solitudine dell'America. Qualunque Paese libero dovrebbe preferire la solitudine alla compagnia delle peggiori dittature, tra cui molti regimi islamici, che dominano all'Unesco. Ci auguriamo perciò che altri, tra cui l'Italia, seguano l'esempio degli Usa, cosa che si può già escludere, come sottolinea Paolo Mieli nel suo editoriale oggi sul Corriere della Sera.

Peggio di Rampini fa Roberto Toscano, che scrive delle pressioni della "lobby ebraica" e sottolinea il risparmio di denaro per gli Stati Uniti con questa uscita - come se fosse questo il motivo della scelta di Trump, ignorando - cosa molto grave per un esperto, che già con Obama gli Usa non versavano più il loro contributo. Sulla linea di Toscano anche Daniele Zappalà su Avvenire, che scrive di "violento ciclone diplomatico" riferendosi all'azione di Trump, e evita di riportare nel dettaglio tutte le prese di posizione contro Israele dell'Unesco. Analogo anche un pezzo firmato da Roberta Zunini sul Fatto Quotidiano, che non riprendiamo.

Quello del Manifesto è invece un articolo lamentoso che non si interroga sui motivi della "crisi" dell'Unesco, e danno ogni colpa a Trump e a Israele.

Di seguito gli articoli:

LA REPUBBLICA - Federico Rampini: "Fuori anche dall’Unesco l’America di Trump viaggia sempre più sola"


Federico Rampini
Gli Stati Uniti lasciano l’Unesco, l’agenzia Onu che si occupa di cultura, istruzione, tutela del patrimonio dell’umanità. Come 33 anni fa ai tempi di Ronald Reagan, di nuovo una presidenza repubblicana fa il gesto clamoroso di andarsene sbattendo la porta, e tagliando i fondi all’organizzazione con sede a Parigi. Se Reagan nel 1984 accusò l’Unesco di essere antiamericana e filosovietica, Donald Trump le rimprovera di essere antisraeliana e filopalestinese. Subito dopo l’annuncio di Washington, Benjamin Netanyahu dichiara che anche Israele abbandona l’organizzazione. L’uscita degli Stati Uniti è la più pesante anche per le conseguenze economiche: sulla carta gli americani pagano un quinto di tutto il bilancio. In realtà i loro contributi erano già stati congelati da Barack Obama, dal 2011. Stavolta infatti — a differenza di altre scelte — la drastica mossa di Trump non è una rottura completa rispetto a chi lo ha preceduto. Anche Obama fu in disaccordo con l’Unesco quando questa decise a larga maggioranza di ammettere la Palestina come uno Stato membro (avvenne sei anni fa, Usa e Israele furono tra i 14 voti contrari su 194). Obama sosteneva il principio di un futuro Stato indipendente per la Palestina, tuttavia considerava questo come uno sbocco da raggiungere attraverso negoziati di pace, e disapprovava il riconoscimento della Palestina da parte degli organismi internazionali. Trump ci aggiunge di suo una spiccata ostilità verso ogni organizzazione sovranazionale e verso i principi del multilateralismo. La sua campagna elettorale di un anno fa con lo slogan “America First” esprimeva la profonda diffidenza del popolo di destra verso ogni cessione di sovranità, l’aspirazione a tornare pienamente padroni del proprio destino, una rivalutazione del nazionalismo. Prima di uscire dall’Unesco, questo presidente ha già annunciato l’intenzione di abbandonare gli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico, ha ripudiato il trattato di libero scambio con l’Asia-Pacifico (Tpp), e sta accelerando un negoziato per la modifica del mercato unico nordamericano (Nafta) che potrebbe concludersi anche con un suo smantellamento. In occasione dell’ultima assemblea generale Onu ha tagliato i contributi Usa al Palazzo di Vetro. La direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, ha colto la sostanza della nuova linea ideologica americana nel suo commento: «Questa è una perdita per il multilateralismo ». La Bokova ha anche espresso rammarico perché «in una fase in cui i conflitti lacerano le società in tutto il mondo, gli Stati Uniti abbandonano un’organizzazione che promuove l’istruzione e la cultura della pace, e protegge patrimoni culturali aggrediti». L’Unesco fu voluta dagli stessi americani, in particolare Franklin ed Eleanor Roosevelt, alla fine della seconda guerra mondiale.

 

LA REPUBBLICA - Roberto Toscano: "Usa-Unesco, un'antica ostilità"

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Roberto Toscano, focoso laudatore dell'Iran

IL ritiro degli Stati Uniti dall’Unesco, e l’annuncio anche da parte di Israele, è un evento politicamente significativo ma certo non sorprendente. Nel dare la notizia, Foreign Policy intitola: «Gli Usa si ritirano dall’Unesco. Un’altra volta». Infatti i rapporti di Washington con l’organizzazione delle Nazioni Unite per la cultura e la scienza, alla cui creazione avevano dato un contributo decisivo nel 1945, sono stati spesso difficili. Reagan si ritirò dall’organizzazione nel 1984, accusandola di essere un organismo inutile ma soprattutto troppo indulgente nei confronti dell’Unione Sovietica. Nel 2002 il Presidente Bush Jr. decise che, dato che l’Unesco aveva applicato misure di riforma interna e attenuato le prese di posizione in senso anti-occidentale e soprattutto anti-israeliano, fosse possibile per Washington rientrare nell’organizzazione. Ma i rapporti si guastarono ancora nel 2011, quando, dopo che l’Unesco aveva accettato la Palestina come paese membro, Obama sospese il contributo americano al bilancio dell’organizzazione. Come conseguenza, gli Stati Uniti hanno perso il diritto di voto mentre continuano ad accumularsi, raggiungendo ormai il mezzo miliardo di dollari, gli arretrati che continuano ad essere comunque dovuti. Dietro alla decisione dell’amministrazione Trump di uscire dall’Unesco c’è anche il desiderio di liberarsi da questo onere finanziario, ma soprattutto la volontà di dare un segnale concreto del rigetto americano nei confronti dell’atteggiamento dell’organizzazione riguardo la questione israelo-palestinese. Su questo le polemiche non sono mai cessate.

La più recente, esattamente di un anno fa, fu provocata dalla approvazione in sede Unesco di una risoluzione in cui si recepiva, per la zona di Gerusalemme che include luoghi considerati sacri sia dall’Islam che dall’Ebraismo, la sola definizione araba, Haram el-Sharif (il Nobile Santuario) senza menzionare quella ebraica, Har ha-Bayit (Monte del Tempio). Certamente un inaccettabile errore politico non da parte dell’Unesco come organismo, ma di una maggioranza di paesi membri che, con una forte presenza arabo-musulmana, approfitta di qualsiasi occasione per approvare risoluzioni che non solo denunciano le violazioni dei diritti palestinesi, ma finiscono per andare oltre negando i diritti di Israele e concretamente quelli che riguardano il patrimonio culturale e religioso. Ma per giudicare la decisione americana appare opportuno ascoltare le parole della direttrice dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova che, nell’esprimere il suo profondo rammarico, ha aggiunto: «In un momento in cui la battaglia contro l’estremismo violento esige un incremento dell’impegno per l’istruzione e il dialogo fra le culture per prevenire l’odio, è profondamente deplorevole che gli Stati Uniti si ritirino dall’agenzia delle Nazioni Unite che svolge il ruolo di punta nell’affrontare tali questioni». È proprio questo il punto.

Ovviamente è legittimo che i paesi cerchino di far prevalere i propri interessi e i propri punti di vista nell’ambito del sistema internazionale e l’Unesco — così come in genere il sistema delle Nazioni Unite nel suo complesso — non è certamente al di sopra delle critiche. Si dovrebbe però tenere presente che proprio perché esistono conflitti e radicali contrapposizioni politiche è indispensabile preservare un contesto in cui le divergenze possono essere mediate e si possano ricercare punti di convergenza. L’alternativa è solo lo scontro, senza compromessi e senza mediazioni. Ma sarebbe illusorio pensare che queste considerazioni trovino oggi ascolto nella Washington della amministrazione Trump. Le ragioni della decisione vanno certo ricercate nell’intenzione di dare un segnale a Israele e a quella “lobby ebraica” che forse andrebbe ridefinita, se si tiene presente l’orientamento progressista di una maggioranza di ebrei americani, come “lobby Likud”. Ma vi è anche dell’altro. Proprio perché in grave difficoltà nel mantenere le sue demagogiche promesse elettorali, Trump deve individuare, per dare l’impressione di credibilità e potenza, terreni facili e nemici poco agguerriti da debellare. Come l’Unesco.

AVVENIRE - Daniele Zappalà: "Unesco senza stelle"

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Un violento ciclone diplomatico si è abbattuto ieri sull'Unesco, l'agenzia dell'Onu per l'educazione, la scienza, la cultura e la comunicazione, dopo l'annuncio di un duplice ritiro in vista di Stati Uniti e Israele. Secondo Washington, l'organizzazione intergovernativa è presa in ostaggio da alleanze transnazionali che hanno strumentalizzato l'agenzia in chiave «anti-israeliana». Questo, in sostanza, il nocciolo della missiva spedita all'organizzazione dal segretario di Stato americano Rex Tillerson, prima che un comunicato ieri dallo stesso ufficio specificasse i termini della rottura «Questa decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per gli arretrati crescenti con l'Unesco, la necessità di una profonda riforma dell'organizzazione e i suoi persistenti pregiudizi antiisraeliani». Un riferimento, quest'ultimo, a diverse mosse diplomatiche controverse condotte negli ultimi anni all'interno dell'Unesco, dall'ammissione della Palestina come Stato membro (2011) fino alle recenti risoluzioni sui luoghi sacri di Gerusalemme.

L'uscita americana è prevista alla fine dell'anno prossimo, quando Washington resterà Paese osservatore. In giornata, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di «preparare l'uscita d'Israele dall'Unesco in parallelo con gli Usa». Ad annunciarlo è stato l'ufficio del primo ministro, che ha pure definito la scelta americana «coraggiosa e morale, perché l'Unesco è diventato un teatro dell'assurdo e perché piuttosto che preservare la storia, la distorce». Tante le reazioni suscitate dal doppio scossone, definito «una triste notizia» dal portavoce del presidente russo Vladimir Putin. Dal quartier generale dell'Unesco, la direttrice generale Irina Bokova, diplomatica bulgara ormai al termine del secondo e ultimo mandato, ha espresso immediatamente «profondo rammarico», aggiungendo: «E una perdita per l'Unesco. E una perdita per la famiglia delle Nazioni Unite. E una perdita per il multilateralismo». Profondamente «dispiaciuto» anche il segretario dell'Onu, Antonio Guterres. Il sisma è giunto durante la già tesissima settimana di votazioni interne all'Unesco in vista della designazione di un nuovo direttore generale da parte del Consiglio esecutivo dell'organizzazione (composto da 58 Stati), prima dell'avallo di tutti i governi membri, il mese prossimo, durante la Conferenza generale.

Votazioni già condizionate da un dilemma: quello fra la rivendicazione della poltrona da parte del blocco dei Paesi arabi, che non l'hanno mai detenuta, e la reputazione controversa dei due principali Stati arabi entrati in lizza, Qatar ed Egitto. A proporre a suo modo una soluzione è la Francia, presentando una propria candidata, l'ex ministra della Cultura Audrey Azoulay, dotata di forti lega mi personali con il Marocco. Una candidatura che assume, dopo lo scossone diplomatico di ieri, «un nuovo significato», ha commentato in giornata il Ministero francese degli Esteri: «L'Unesco ha più che mai bisogno di un progetto nel quale tutti gli Stati membri possano riconoscersi, che ripristini la fiducia e superi le divisioni politiche mettendosi al solo servizio delle missioni essenziali dell'Unesco». Prima che fosse ufficializzato l'annuncio israeliano, Parigi ha pure «deplorato» il ritiro americano.

Il MANIFESTO - Anna Maria Merlo: "Gli Usa con Israele, fuori dall'Unesco"

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Gli Stati Uniti lasciano l'Unesco. Il segretario di stato, Rex Tillerson l'ha annunciato all'organizzazione dell'Onu per l'educazione. la scienza e la cultura che ha sede a Parigi: «La decisione non è stata presa alla leggera», «riflette le preoccupazioni Usa», che accusano l'Unesco di pregiudizi «anti-israeliani». È dal 2011, del resto, che gli Usa (e Israele) non pagano più la loro quota all'Unesco. una decisione che aveva fatto seguito all'entrata della Palestina nell'organizzazione.

L'ULTIMO EPISODIO contestato dagli Usa è la decisione di qualche mese fa di inserire la città palestinese di Hebron nel «patrimonio mondiale dell'umanità» perché considerata «un valore universale in pericolo»: l'ambasciatore israeliano all'Unesco aveva commentato questa scelta come «la più disonorevole» della storia dell'organizzazione (Hebron, a sud di Gerusalemme, è situata in Cisgiordania e il centro è occupato da Israele dal '97). Ieri, Israele si è rallegrato per «l'inizio di una nuova era».

L'ANNUNCIO DEL RITIRO degli Stati uniti, operativo dal 31 dicembre 2018 - ma Washington vuole conservare uno statuto di «osservatore» - è arrivato a poche ore dall'elezione del nuovo direttore generale, che succederà alla bulgara Irina Bokova, che conclude due mandati alla testa dell'Unesco. Il rifiuto di versare le quote Usa del 2011 ha fatto crollare l'Unesco in una grave crisi economica ma anche politica (Washington contribuiva per un quarto del budget) e ora il 40% è coperto dalla Ue e dai suoi stati membri (la Gran Bretagna non ha ancora pagato la quota 2017, come il Giappone e il Brasile). Irina Bokova si è detta ieri «profondamente dispiaciuta» per la decisione dell'amministrazione Trump. La direttrice generale ha ricordato che «l'universalità è essenziale alla missione dell'Unesco per costruire la pace e la sicurezza internazionali di fronte all'odio e alla violenza, per la difesa dei diritti umani e della dignità umana». Irina Bokova ha ricordato le parole del poeta e diplomatico statunitense, Archibald MacLeich, riprese nella Costituzione dell'Unesco nel '45: «Le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono costruirsi le difese della pace». Bokova ha anche ricordato il contributo dato dagli Usa per la Convenzione sul patrimonio mondiale del '72.

L'UNESCO È IN crisi e la difficoltà dell'elezione del successore di Irina Bokova lo dimostra. I 58 paesi del consiglio esecutivo erano ieri al quarto voto: in testa ci sono il candidato del Qatar, Hamad Al-Kawari, 69 anni, e la francese Audrey Azoulay, 45 anni, che è stata ministra della Cultura con Hollande. I paesi arabi affermano che è arrivato il momento per accedere alla direzione generale, dopo che la carica dal '45 a oggi è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano. Ma i paesi arabi non sono riusciti a mettersi d'accordo su un nome. La candidata più quotata sembrava l'egiziana Moushira Khattab, 73 anni, ex ministra di Hosni Moubarak, ma è stata distanziata ai primi turni del voto. Anche l'Iraq e il Libano presentano un candidato, mentre Audrey Azoulay puo' far valere che suo padre era marocchino, consigliere del re Hassan. Il Qatar ha fatto un'importante operazione di lobbying, spendendo molto denaro in inviti, viaggi pagati ecc. Contro Azoulay viene sbandierata la legge non scritta che il paese ospite della sede - la Francia - non può avere il direttore generale (ma un francese è già stato alla testa dell'Unesco dal '59 al '74). I 195 paesi membri confermeranno il risultato dell'elezione del nuovo direttore generale il 10 novembre prossimo.
L'UNESCO HA 2 MILA dipendenti, la metà a Parigi, con un budget annuale intorno ai 326 milioni di euro.

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