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Il Foglio-Corriere della Sera Rassegna Stampa
25.08.2017 Prevedibile: Isis quasi sconfitto. Pericolo nascosto: l'invasione silenziosa
Analisi di Alessandro Orsini, Carlo Mastelloni

Testata:Il Foglio-Corriere della Sera
Autore: Alessandro Orsini-Carlo Mastelloni
Titolo: «Il declino dell'Isis-La metamorfosi dell'Isis e i pericoli per l'Italia»

Riprendiamo due servizi, oggi 25/08/2017, sull'Isis, il primo sul FOGLIO a pag.4, di Alessandro Orsini, il secondo sul CORRIERE della SERA a pag.26 di Carlo Mastelloni, Procuratore della Repubblica di Trieste.

L'Isis, ovvero lo Stato islamico, alias il ritorno del Califfato era - ed è ancora - un pericolo bene identificato, se l'Occidente e una parte degli stati musulmani avvessero voluto annientarlo sin dagli inizi, avrebbero potuto sconfiggerlo facilmente. Ma il mondo libero e democratico, dopo otto anni di politica estera di Obama, ha attraversato un periodo di grande debolezza, incapace di prendere le decisioni giuste e non ne è ancora uscito.
Il pericolo vero, drammatico, è l'invasione silenziosa dell'islam che si presenta come 'moderato', quando ormai tutti dovrebbero aver capito che un islam modetato non esiste, stato e religione sono inseparabili.
Sarebbe la fine delle nostre società, l'estendersi della Sharia in tutte gli stati  democratici. Questa visione del prossimo futuro, manca purtroppo nella maggior parte delle analisi, che affrontano il fenomeno del terrorismo senza collegarlo con il continuo aumento della popolazione musulmana nei paesi democratici.

Il Foglio-Alessandro Orsini: " Il declino dell'Isis "

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Alessandro Orsini

 La strage di Barcellona conferma il declino delle capacità offensive dell’Isis nelle città occidentali. E’ quanto emerge dall’analisi comparata delle stragi jihadiste degli ultimi due anni. La strage di Parigi del 13 novembre 2015 fu realizzata da un commando di nove terroristi che colpirono la città in sei punti diversi in tre gruppi di tre militanti con mitragliatori, granate e cinture esplosive. I morti furono 130. Durante la strage successiva, quella di Bruxelles del 22 marzo 2016, entrarono in azione cinque terroristi, che però utilizzarono soltanto le cinture esplosive, ma non i mitragliatori che sono l’arma più letale negli attentati jihadisti per le strade delle metropoli. I morti furono 32 contro i 130 di Parigi. L’uso dei mitragliatori è prediletto da Isis e al Qaida perché causa più morti dei kamikaze con le cinture esplosive. Salman Ramadan Abedi, il kamikaze che si è fatto esplodere durante il concerto di Ariana Grande a Manchester, ha ucciso 22 persone mentre l’autore della strage di Orlando contro il locale omosessuale “Pulse”, il 12 giugno 2016, uccise 50 persone con un mitragliatore ovvero 28 morti in più rispetto all’attentatore di Manchester. Dopo la strage di Bruxelles, l’Isis non ha più realizzato una strage complessa come quella di Parigi, limitandosi a rivendicare, sempre più spesso, assalti con coltelli da cucina o con automobili che, con l’eccezione della strage di Nizza del 14 luglio 2016, hanno causato un numero di morti relativamente basso o molto basso. L’analisi della strage di Barcellona conferma la caduta delle capacità offensive dell’Isis nelle nostre città. La cellula di Barcellona era addirittura più numerosa di quella Parigi. Eppure, i terroristi di Parigi uccisero 130 persone essendo in nove. I terroristi di Barcellona hanno ucciso soltanto 14 persone, essendo in dodici. Una cellula jhadista molto numerosa non è necessariamente anche molto pericolosa. Dodici terroristi privi di addestamento sono molto meglio, per noi, di due terroristi bene addestrati, come dimostra la strage della redazione di Charlie Ebdo del 7 gennaio 2015, realizzata dai due fratelli Kouachi addestrati al combattimento militare. I terroristi di Barcellona hanno dimostrato di essere un gruppo di terroristi non inseriti in un tessuto terroristico di tipo professionale. La loro mancanza di esperienza e di addestramento è confermata da tre fatti inoppugnabili. Il primo fatto è che hanno sperimentato il congegno esplosivo nello stesso ambiente in cui avevano stoccato le 120 bombole di gas. E’ regola basilare che simili esperimenti non debbano essere fatti nello stesso luogo in cui si trova la santabarbara o deposito di esplosivi. Il secondo fatto, da cui si può ricavare il declino delle capacità offensive dell’Isis nelle città occidentali, è rappresentato dal dato che soltanto un terrorista su dodici è riuscito a realizzare un vero attentato con morti, ovvero Younes Abouyaaqoub, il quale ha lanciato il furgoncino sulla Rambla causando 13 decessi. Il terzo fatto è che i cinque terroristi di Cambrils sono stati uccisi – sarebbe più corretto dire che si sono fatti uccidere – da un solo poliziotto durante l’attentato. Anche in questo caso è regola elementare che i terroristi non debbano rinchiudersi in cinque in una sola automobile perché questo espone tutti loro a grandi rischi. I cinque terroristi di Barcellona, come dimostra la strage di Parigi, avrebbero dovuto dividersi per colpire il maggior numero possibile di vittime. E’ inoltre molto significativo che nessuno dei dodici terroristi fosse armato. Il risultato è che i cinque terroristi di Cambrils hanno ucciso una sola persona per investimento. Il che conferma che non erano inseriti in un tessuto terroristico professionale altrimenti non avrebbero avuto molte difficoltà a procurarsi mitragliatori e pistole. Non avevano nemmeno le competenze tecniche per realizzare le cinture esplosive giacché è stato scoperto che tutte le cinture che indossavano erano finte. Tra di loro, non c’erano artificeri. Meno emozioni per capire meglio Lo Stato islamico, come appare evidente, non è stato in grado di provvedere a questa necessità di base inviando un proprio uomo dalla Siria in Spagna. In queste ore, la potenza della cellula di Barcellona, che come abbiamo visto era scarsissima, viene ingigantita dalla televisione italiana che parla di progetti terroristici grandiosi, come quello di voler far saltare in aria la meravigliosa Sagrada Familia di Gaudì. Tuttavia, la capacità offensiva di una cellula terroristica non si misura in base a ciò che i suoi militanti avrebbero voluto fare, bensì in base a ciò che sono riusciti a realizzare realmente. La scienza si basa sull’analisi di ciò che esiste e non sull’analisi di ciò che potrebbe esistere. Se il dibattito pubblico in Italia si basasse più sul ricorso alla scienza e meno sulla spettacolarizzazione delle stragi, la cellula di Barcellona apparirebbe per quello che è: un gruppo privo di abilità offensive che ha realizzato un attentato con 14 morti, pur avendo i militanti per uccidere almeno 140 persone. Ciò è accaduto perché le forze dell’ordine e i governi occidentali hanno saputo reagire in modo molto efficace alla nuova minaccia rappresentata dall’Isis. Pur essendo possibile che una cellula jihadista ripeta la strage di Parigi, resta il fatto che finora non è accaduto perché, evidentemente, le forze dell’ordine rendono difficile all’Isis procurarsi mitragliatori e arruolare artificieri da utilizzare per le nostre strade. Altre stragi come quella di Barcellona verranno. Non è una guerra che si possa vincere in ventiquattro ore. Ciò che conta in guerra è l’indebolimento progressivo del nemico fino alla sua distruzione completa.

Corriere della Sera-Carlo Mastelloni: " La metamorfosi dell'Isis e i pericoli per l'Italia "

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Carlo Mastelloni,Procuratore della Repubblica di Trieste

 Caro direttore, gli attentati di Barcellona e Cambrils presentano alcune specificità connesse alla storia della Spagna anche se si inquadrano nel più vasto fenomeno del radicalismo islamico. Una prima peculiarità riguarda l’antico contrasto con il Marocco che da sempre rivendica l’appartenenza al suo territorio delle città di Ceuta e Melilla annesse al territorio spagnolo nel 1497 durante la «reconquista» dei regnanti spagnoli Ferdinando e Isabella di Castiglia. E che i giovanissimi attentatori fossero tutti di origine marocchina non sembra una semplice coincidenza. L’islamizzazione eversiva di ogni disagio, sia esso sociale, etnico che esistenziale sembra un dato ormai accertato idoneo a collocare in secondo piano persino la stessa conversione religiosa, in alcuni protagonisti di gravi attentati addirittura assente. Il secondo legame con la Spagna ha un valore simbolico pregnante per tutta la storia dell’Islam radicale: l’intera penisola iberica era, fino al 1500, parte del Califfato e la riconquista spagnola e portoghese, durata vari secoli e sanguinosissima, è vissuta dai predicatori estremisti islamici come una crociata. Lo stesso Bin Laden citava la Spagna come territorio da riconquistare al dominio musulmano. Dalle prime indagini è emerso che la cellula di attentatori era agguerrita e determinata, ma anche inesperta e malamente attrezzata. Privi di esplosivi e di armamento leggero gli operativi non sono stati in grado di confezionare neanche un ordigno artigianale — che anzi gli è esploso fra le mani — e hanno dovuto simulare il possesso di cinture esplosive in quanto incapaci di confezionarle. In mezzo a loro non vi era perciò nessun combattente di ritorno dalla Siria o dall’Iraq: il legame con Isis era assolutamente virtuale. Il moltiplicarsi di fenomeni simili in Europa — accoltellamenti, automezzi impiegati come armi — senza che i soggetti protagonisti siano muniti di una effettiva preparazione bellica dimostra che la crisi strutturale dell’Isis, ormai accerchiata e immobilizzata, è profonda ma che non si è affievolita la forza del suo richiamo simbolico e ideologico. È uno stadio transitorio che per sopravvivere dovrà trasformarsi assumendo moduli già sperimentati da Al Qaeda dopo la fine della guerra in Afghanistan, non più incentrati sulla forza del territorio conquistato ma su una rete distribuita in vari Paesi e di certo rafforzata dai combattenti di ritorno: si parla di 20.000 reduci. Per ora perciò attacchi improvvisati ovunque in Occidente; nel futuro, strutture terroristiche decentrate in vari Paesi anche europei irrobustite e dirette da esperti, forgiati sui campi di battaglia: dallo spontaneismo all’organizzazione. Un ulteriore aspetto rilevante da sottolineare è la scelta dell’obiettivo: le Ramblas di Barcellona sono — dalla caduta del regime franchista — un’icona di libertà e di integrazione sociale, un luogo privilegiato per l’aggregazione giovanile e la trasgressione. L’oggetto dell’attentato, tuttavia, non è stato scelto a caso, probabilmente dettato dalla guida spirituale, un imam quarantenne morto durante l’accidentale esplosione verificatasi giorni prima in una casa posta a un centinaio di chilometri dalla capitale catalana. Sulle Ramblas e su quanto da esse rappresentato si è riversato l’odio e il risentimento sociale dei giovanissimi marocchini che, ricercando la loro identità in una comunità islamica pura e legata ai valori arcaici, non poteva che vedere in quel luogo l’esatta antitesi delle proprie suggestioni. Le riflessioni investigative fatte da anni sull’assenza di attentati in Italia non possono più valere in presenza di una trasformazione così profonda del fenomeno terroristico, divenuto multidirezionale. Che l’Italia sia stata preservata da attacchi militari in virtù del suo ruolo logistico — in particolare per i canali di finanziamento illegali esistenti — e di transito di militanti jihadisti è assai probabile. Ma questa situazione può perpetuarsi solo in presenza di una struttura di comando solida e centralizzata che programma gli attacchi e la loro dislocazione. Se invece la fase terroristica si trasforma, per necessità, in un incitamento costante per attacchi globali e con ogni mezzo a disposizione — una specie di sollevazione in tutto l’Occidente degli islamici — anche il territorio italiano, malgré soi, rientrerà nello scenario di battaglia.

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