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La Stampa - La Repubblica - Corriere della Sera Rassegna Stampa
26.04.2017 25 aprile: sparuti estremisti seminano odio, l'orgoglio della Brigata ebraica
Cronaca di Ugo Magri, Zita Dazzi intervista Eugenio Josef Schek, Paola D'Amico intervista Rav Giuseppe Laras

Testata:La Stampa - La Repubblica - Corriere della Sera
Autore: Ugo Magri - Zita Dazzi - Paola D'Amico
Titolo: «Nel giorno dei cortei divisi Mattarella elogia 'i fratelli' della Brigata ebraica - Papà combattè i tedeschi, chi ci insulta fa pena - L’antisemitismo cresce C’è troppa ignoranza L’Anpi? È cambiata»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 26/04/2017, a pag. 10, con il titolo "Nel giorno dei cortei divisi Mattarella elogia 'i fratelli' della Brigata ebraica", la cronaca di Ugo Magri; dalla REPUBBLICA, a pag. 13, con il titolo "Papà combattè i tedeschi, chi ci insulta fa pena", l'intervista di Zita Dazzi a Eugenio Josef Schek; dal CORRIERE DELLA SERA, a pag. 6, con il titolo "L’antisemitismo cresce C’è troppa ignoranza L’Anpi? È cambiata", l'intervista di Paola D'Amico a Rav Giuseppe Laras.

Ecco gli articoli:

LA STAMPA - Ugo Magri: "Nel giorno dei cortei divisi Mattarella elogia 'i fratelli' della Brigata ebraica"

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Ugo Magri

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A nome della Repubblica, nel giorno della Liberazione, Sergio Mattarella ha ringraziato la Brigata Ebraica con parole definitive. Ne ha voluto ricordare il contributo offerto alla Resistenza, definendo «nostri fratelli» i 5 mila volontari «giunti dalla Palestina per combattere in Toscana e in Emilia Romagna con il loro vessillo». Alla sue parole si sono uniti il presidente emerito Giorgio Napolitano e numerosi esponenti della sinistra, incominciando da Matteo Renzi e Pierluigi Bersani. È stato un risarcimento forte alle ragioni della comunità israelitica, spesse volte marginalizzata nelle passate celebrazioni del 25 aprile, e pure quest’anno costretta a tenere una propria iniziativa distinta a Roma per scongiurare tensioni con i gruppi palestinesi (invitati dall’Anpi).

Le due cerimonie si sono svolte per fortuna senza strascichi, così come tutto è andato liscio nel resto d’Italia. Soltanto qualche fischio «antagonista» a Milano, quando sono sfilate le bandiere con la stella di David. E grida isolate a Virginia Raggi, dopo che la sindaca ha fatto visita a via Cesare Balbo, dove ebbe sede la Brigata ebraica (nella cerimonia c’era pure Maria Elena Boschi, in rappresentanza del governo). A Genova l’unico «incidente», con la bordata di fischi che ha sommerso il discorso del governatore di centrodestra, Giovanni Toti. Il quale, a sua volta, ha contestato i contestatori affermando che «non hanno capito niente della Resistenza e dei suoi valori», fondati sulla tolleranza. Una polemica ha investito il web. Tanto la presidente della Camera, Laura Boldrini, quanto il parlamentare dem Michele Anzaldi, hanno denunciato la quantità di siti che fanno, indisturbati, apologia di fascismo in rete. E Carlo Smuraglia, presidente Anpi, ha lamentato come ci siano «troppi fascisti in giro, dovrebbero vergognarsi».
Nell’insieme, una giornata che tiene vivo il ricordo della lotta partigiana. Mattarella quest’anno ne ha parlato da Carpi, perché proprio su quelle montagne appenniniche nacque nel 1944 la Repubblica partigiana di Montefiorino, tra le prime zone liberate dagli occupanti nazisti. Il suo discorso è andato a toccare corde sensibili della coscienza antifascista, incominciando dalla tesi secondo cui l’8 settembre 1943, data dell’armistizio, si sarebbe consumata la «morte della Patria» (tesi di Rosario Romeo, Renzo De Felice e, più recentemente, di Galli della Loggia). «Non moriva in quei giorni la Patria», ha puntualizzato Mattarella, «tramontava invece una falsa concezione di nazione fondata sul predominio, sul disprezzo dell’uomo e dei suoi diritti». Si squarciò il velo della propaganda mussoliniana, e quando gli italiani aprirono gli occhi la loro reazione fu corale.

Anticamera dell’inferno
Quindi il Presidente ha visitato baracche e recinzioni di Fossoli, un campo da cui passarono 2800 ebrei con destinazione Auschwitz, Buchenwald, Mathausen, Bergen Belsen e Ravensbruck (tra loro lo scrittore Primo Levi), oltre a 2700 prigionieri politici. «Fossoli ci mostra fino a dove può giungere il male», ha commentato scosso il Presidente con accanto Pier Luigi Castagnetti, che si batte per conservare alla memoria dei giovani queste testimonianze dell’orrore.

LA REPUBBLICA - Zita Dazzi: "Papà combattè i tedeschi, chi ci insulta fa pena"

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Zita Dazzi

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Eugenio Josef Schek

Eugenio Josef Schek, 70 anni, in corteo nello spezzone della Brigata ebraica. «Sono qui in memoria di mio padre, Ari, soldato ebreo venuto dalla Palestina a combattere per la libertà degli italiani».

Come vive le contestazioni ? «Mi fanno pena i quattro scemi che ogni volta ci insultano. Ci sono più striscioni che persone. Ho detto loro di togliersi di mezzo, se non vogliono finire all’ospedale. Perché anche a 70 anni, se mi arriva uno spintone, reagisco. Dovrebbero studiare un po’ di storia, prima di fischiare».

Com’è la storia di suo padre? «L’avevano sbarcato gli alleati a Salerno nel ’43, e da lì, era salito verso il nord. Ha fatto le battaglie di Montecassino, Roma, Bologna, Firenze, Borgo Panigale. E sono stati gli ebrei a sfondare per primi la “linea gotica”».

È quella bandiera bianco azzurra a dare fastidio? «Risale ai tempi della guerra. Il nome “Brigata ebraica” venne dato dal governo britannico, mandatario in Palestina, ai 5mila ebrei da inviare in Europa a combattere i nazisti».

Perché manifestare oggi? «È nostro dovere essere qua, oggi. Mio papà arrivò, qui in piazza Duomo, col camion e parcheggiò sotto al monumento a Vittorio Emanuele. Prima, andò in via Unione alla sinagoga e poi subito in via Cantù: al centro di raccolta dei soldati».

CORRIERE DELLA SERA - Paola D'Amico: "L’antisemitismo cresce C’è troppa ignoranza L’Anpi? È cambiata"

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Paola D'Amico

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Rav Giuseppe Laras

Non doveva andare così. La contestazione alla Brigata ebraica a Milano, il doppio corteo a Roma. «C’è troppa ignoranza», dice Rav Giuseppe Laras, 82 anni, presidente del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia e già rabbino ad Ancona, Livorno e per 25 anni nel capoluogo lombardo, dove l’amicizia con il cardinale Carlo Maria Martini segnò forse il punto più avanzato del dialogo tra ebrei e cristiani. «Nessuno sa cos’è questa Brigata ebraica. Manca l’informazione. Erano giovani che hanno combattuto al fianco degli alleati lungo la linea gotica, hanno contribuito a sfondarla, ebbero molti morti».

Invece? «Il nome stesso richiama dei guerrafondai. Non è così. Consiglio di andare nel cimitero militare di Piangipane: è costellato di stelle ebraiche, tutti soldati della Brigata che hanno dato la vita per liberare l’Italia».

Il rischio? «Se perdura questo stato di non conoscenza si rischia che l’antisemitismo trovi ulteriore alimento».

Il 25 Aprile dovrebbe essere una grande festa. «Un tempo lo era. Certamente. Negli anni immediatamente successivi alla guerra, ho vissuto insieme a mio padre che era stato comandante garibaldino nelle valli di Lanzo l’atmosfera di commozione e festa che si respirava in quei momenti. In anni più recenti ho sempre partecipato ai cortei del 25 Aprile e parlato anche talvolta dal palco. Oggi è tutta un’altra cosa».

L’Anpi a Milano ha tenuto insieme le varie anime. «E possiamo mettere un segno più. Ma l’Anpi è un altro elemento di debolezza. Un tempo rappresentava coloro che si erano distinti in quella guerra contro l’oppressione e la violenza. Oggi è un’associazione di persone perbene ma si è un po’ svuotata di significato».

Quindi? «Arrivano a consentire di partecipare al corteo, come è accaduto a Roma, a rappresentanti dei movimenti islamici, messi sullo stesso piano della Brigata ebraica».

Da quando è cambiato il clima? «Da quando la politica contingente ha cominciato a mescolarsi con questi momenti rievocativi che non dovrebbero diventare un terreno di scontro».

Una riflessione finale? «Cerchiamo nei momenti di depressione morale e politica come sono i tempi attuali di contrapporre pensieri alti e propositi nobili. Questo impegno è l’unico farmaco per guarire forse la malattia dell’oggi. E combattere la superficialità mettendo insieme i pezzi di storia. In questa direzione va la mostra sul Genocidio degli Armeni organizzata al Memoriale della Shoah che si apre domani».

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