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La Stampa-Corriere della Sera Rassegna Stampa
20.10.2013 Odifreddi: anche bugiardo oltre che propagatore di menzogne
Ma viene sbugiardato dal direttore della Stampa Mario Calabresi da Aldo Grasso sul Corriere

Testata:La Stampa-Corriere della Sera
Autore: Piergiorgio Odifreddi-Mario Calabresi- Aldo Grasso
Titolo: «Io, frainteso e calunniato- Ma l'Olocausto non è un'opinione-Il negazionismo da blog del matematico vanesio»

Piergiorgio Odifreddi, al quale abbiamo dedicato due pagine in questi giorni,
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=51066

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=51048
si è rivelato, oltre ad essere un sostenitore di tesi negazioniste sulla Shoah e un odiatore di Israele, anche un bugiardo, arrivando al punto di smentire quanto aveva scritto. Una bugia che rivela il cretinetti che è in lui, offerta su un piatto d'argento in una lettera al direttore della STAMPA ,oggi, 20/10/2013, a pag. 27, che puntualmente gli ha ricordato tutte le frasi ignobili che aveva scritto.
Sul CORRIERE della SERA di oggi Aldo Grasso, nel commento abituale di prima pagina, rincara la dose dandogli del 'vanesio', accompagnandolo  con un chiaro 'negazionismo da blog'.
Riprendiamo tutti e tre i pezzi,  augurandoci che il signor Odifreddi , caduta la maschera del matematico, venga considerato per quello che è: un cattivo maestro, sostenitore di tesi aberranti.

Riprendiamo questa notizia da internet,  quando Odifreddi, per altri motivi, se ne era andato dal sito internet di Repubblica. Vediamo adesso come andrà a finire, se a tarallucci e vino come l'altra volta, oppure se questa volta se andrà davvero. Il sito non perderà molto, la conduzione del redattore capo Giuseppe Smorto è la garanzia che l'ostilità contro Israele continuerà indisturbata.

Io frainteso e calunniato
di Piergiorgio Odifreddi

Confesso che non avrei mai immaginato che La Stampa, un giornale per il quale ho scritto per anni, e i cui giornalisti mi conoscono da ancora più anni, potesse non solo prendere parte,ma mettere essa stessa in moto una «macchinadel fango» che credevo appannaggio di ben altre testate. Ma tant’è, i luridi tempi in cui viviamo sono questi, e se un giorno a qualcuno salta in mente di lanciare su Twitter una «caccia al negazionista», tutti si accodano come pecore, senza manco fermarsi un attimo a verificare se l’accusa sia circostanziata, e se l’accusato sia credibile nella parte del colpevole. Quel qualcuno è il giornalista Gianni Riotta,che come vicedirettore de LaStampami ha ospitato a lungo su queste pagine, e che mi conosce benissimo. Perché l’abbia fatto senza nemmeno chiedermi se veramente negassi l’olocausto e le camere a gas, senza nemmeno provare a immaginare se questo fosse consistente con l’immagine che si era fatto di me dalle mie parole, dai miei articoli e dai miei libri, e senza nemmeno rispondere alla mia stupefatta mail di richiesta di spiegazioni, è una cosa che interessa la sua coscienza, se ce l’ha.
A me interessa capire come sia potuto nascere questo equivoco. E la risposta è semplice: una frase di 140 caratteri, perché più lunga chi usa Twitter non la capisce,è stata estrapolata ad arte da una discussione di migliaia di commenti relativi a un post sul mio blog. Nella discussione si parlava della verità storica, e chi fosse interessato può andare a vedere ciò che ho argomentato al riguardo. Nella frase incriminata, a proposito delle camere a gas, dicevo che «non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che uniformarmi all’opinione comune,pur essendo coscientedel fatto che di opinione si tratti». Che il «popolo della rete» abbia potuto fraintendere una frase che, si può ammettere, non era un esempio di chiarezza, è comprensibile. Ma che due giornalisti come Riotta e Jacopo Iacoboni, al qualeavevo spiegato a lungo cosa intendevo, abbiano potuto pensare che con «uniformarsi» intendevo «non credere», e che con «opinione » intendevo «falsità», sarebbe fare un insulto alla loro intelligenza.
Dunque, hanno infangato volendo infangare,per motivi noti a loro ma solo intuibili a me. Elena Loewenthal si è subito aggiunta al coro,descrivendo il mio blog come una «calamita per antisemiti».Fortunatamente, i miei post e i relativi commenti sono visibili in rete, e chiunque può verificare che gli antisemiti sono arrivati dopo,e non prima,dell’accusa di negazionismo. Evidentemente, non erano al corrente delle mie supposte vedute, fino a che qualcuno non ha pensato di inventarsele e offrirgliele in pasto. Prima di allora il blog era uno degli spazi di discussione più aperti e seguiti del sito che lo ospita, immune dalle porcherie che le accuse hanno attirato, come gli escrementi attirano le mosche. La Loewenthal conclude melodrammaticamente il suo articolo, chiedendo: «Lasciatemi in pace con i miei milioni dimorti».Ma quei morti non sono affatto suoi, più di quanto non siano ad esempio di Noam Chomsky o di Moni Ovadia: due ebrei che su ciò che riguarda Israele la pensano esattamente come me, e che sull’olocausto e le camere a gas la pensano esattamente come tutti noi,me compreso. Inoltre, l’olocausto non è stato solo un «crimine contro gli ebrei», ma «un crimine contro l’umanità»: dunque, quei morti sono tanto miei, quanto della Loewenthal e degli altri untori che mi buttano addosso il fango delle loro calunnie.

 Ma l'olocausto non è un'opinione
di Mario Calabresi



Mario Calabresi

 L’incapacità di fare marcia indietro, di rendersi conto degli errori, di scusarsi produce reazioni grottesche, come quella di dipingere La Stampa come una macchina del fango,quando ha solo fatto informazione accendendo una luce su una vera macchina di negazionismo e becero antisemitismo come quella scatenata da Odifreddi con un suo sciagurato post. La cui frase centrale non è chiaramente quella riportata, che da sola non giustificherebbe evidentemente lo scandalo, ma quella precedente e, siccome anch’io amo molto i contesti e detesto le estrapolazioni, vale davvero la pena rispiegare le cose dall’inizio.
Non senza aver chiarito che prima di scrivere LaStampa aveva sentito il professore e aveva dato spazio alle sue spiegazioni. Tutto nasce nel blog di Odifreddi,ospitato sul sitodi Repubblica, dove in un dibattito sulla morte di Priebke un commentatore ha prima sottolineato il valore semplicemente propagandistico del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti per poi definire le camere a gas impossibili «permotivi tecnici e logici oltre che storici». Il matematico non ha fatto una piega ma ha anzi chiarito: «Su Norimberga confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. Il processo è stato un’opera di propaganda. I processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati». Ma non bastasse ha aggiunto: «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti». Sono state queste affermazioni e non le nostre critiche a scatenare gli istinti peggiori di chi mette in dubbio l’Olocausto. Affermazioni che - userò un’immagine più delicata della sua - sono state come il miele per le api negazioniste. Il punto, caro Odifreddi, è che non si tratta di opinioni e che nessuno di noi ha avuto bisogno della macchina propagandistica americana per conoscere la verità sullo sterminio dei campi di concentramento e sulle camere a gas. Ci è bastato leggere i libri degli storici più seri (basti citare «La distruzione degli ebrei d’Europa» di RaulHilberg) per sapere che in Germania vennero ritrovati (e anche esposti al pubblico) tutti i progetti delle camere a gas e ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti,a partire da quella tragica e definitiva di Shlomo Venezia, che fu tra coloro che dovevano tirare fuori i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini gassati.
Lo ha raccontato nel suo libro «Sonderkommando Auschwitz» pubblicato nel 2007 da Rizzoli e poi tradotto in 24 lingue e le sue parole non lasciano molto spazio ai giochetti retorici: «A volte mi hanno chiesto se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas.Erad ifficilissimo, eppureuna volta è successo.Era una bambina di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta emesso in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone - perché quella morte era molto sofferta -uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”.Dopo una decina di minuti lo ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”,ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’di più e vediamo cosa succede”. Infatti,abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente piùforte.C’era una bambina ancora viva attaccata al seno della mamma, che era morta mentre la allattava. L’abbiamo presa e portata fuori,ma ormai era condannata: c’era un SS che l’ha finita con unosparo alla bocca.Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti,ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io». C’era un’Europa ebraica,che andava da Varsavia a Parigi, dalla Amsterdam di Anna Frank al Ghetto d iRoma. Pochissimi sono tornati, la gran parte di quei villaggi, di quelle comunità e di quei ghetti sono cancellati, l’Europa ebraica non esiste più e questo non ce lo ha raccontato Hollywood e non è un frutto della propaganda americana. Quando il professor Odifreddi avrà terminato il suo ultimo libro, un dialogo con il vecchio Papa tedesco, potrebbe andare alla lapide del Portico d’Ottavia a Roma dove si ricorda che in quel luogo il 16 ottobredel 1943 vennero deportate più dimille persone, 200 erano bambini. L’ottanta per cento di loro venne immediatamente portato agli impianti di Birkenau dove vennero eliminati con ilgas, altri 200 morirono di stenti e di fatica nei campi di lavoro. Sopravvissero 15 uomini e una donna. E questa è storia, non un frutto avvelenato del ministero della propaganda alleato.
Caro Odifreddi, lasci perdere le macchine del fango che non appartengono all’identità di questo giornale, e lei lo sa benissimo: prenda le misure del suo discorso pubblico e si renda conto che noi abbiamo semplicemente espresso preoccupazione e dispiacere per la deriva scatenata dalle sue affermazioni.

Corriere della Sera-Aldo Grasso: " Il negazionismo da blog del matematico vanesio

Aldo Grasso

Chi ha un pensiero è parco di opinioni, chi ha solo opinioni pretende di avere un pensiero. Al matematico Piergiorgio Odifreddi piace interpretare il ruolo di martellatore di verità. Non gli è bastata la lettera che un fin troppo generoso Joseph Ratzinger gli ha scritto per contestare le tesi del suo libro Caro Papa ti scrivo , edito nel 2011. Ci voleva qualcosa di più forte che lo restituisse alla ribalta. Così, sul suo blog, rispondendo a un lettore sull’esistenza delle camere a gas, è andato giù pesante: «Non entro nello specifico delle camere a gas perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che “uniformarmi” all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato».
Siccome Odifreddi non ha fatto ricerche personali, è razionalmente possibile che qualcuno abbia mentito. Magari Primo Levi, magari i sopravvissuti ai campi di sterminio, magari le testimonianze e gli studi che esistono in proposito. Se non è negazionismo questo, poco ci manca. Ma al pretenzioso Odifreddi piace «épater le bourgeois », stupire. Come è facile immaginare, essendo la memoria del trauma della Shoah il fondamento stesso della costruzione dell’identità europea, le sue provocazioni non sono passate sotto silenzio.
Già lo scorso anno, sempre per un testo scritto sul sito de la Repubblica e poi rimosso, il matematico cuneese si era applicato alla contabilità funebre: i morti causati dai raid israeliani erano «dieci volte superiori» a quelli delle Fosse Ardeatine. Anni fa, nel suo libro Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) con piglio illuministico sosteneva questa tesi: «La critica al Cristianesimo potrebbe ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo».
Ai martellatori di verità, ultimi eredi del positivismo ottocentesco, mentre si aggrappano alle loro opinioni capita spesso di martellarsi le dita.

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