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Corriere della Sera - La Stampa - Il Giornale Rassegna Stampa
31.08.2013 Siria: i contrari all'intervento
commenti di Angelo Panebianco, Antonella Rampino. Intervista al cristiano siriano Samaan Daoud di Gian Micalessin

Testata:Corriere della Sera - La Stampa - Il Giornale
Autore: Angelo Panebianco - Antonella Rampino - Gian Micalessin
Titolo: «I timori della Bonino - Vivo con l’incubo di Al Qaida, ora il terrore delle bombe Usa»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 31/08/2013, a pag. 1-59, l'editoriale di Angelo Panebianco dal titolo " Le fragilità delle potenze ". Dalla STAMPA, a pag. 29, l'articolo di Antonella Rampino dal titolo " I timori della Bonino ". Dal GIORNALE, a pag. 1-14, l'intervista di Gian Micalessin a Samaan Daoud dal titolo " Vivo con l’incubo di Al Qaida, ora il terrore delle bombe Usa".


Ecco i pezzi:

CORRIERE della SERA - Angelo Panebianco : " Le fragilità delle potenze"


Angelo Panebianco

Il no del Parlamento britannico a un intervento militare del Regno Unito in Siria rende il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ancora più solo, e più debole, di fronte alla decisione che (forse) sta per prendere. C'è un solo argomento forte a favore dell'intervento militare americano in Siria. Ma ce ne sono tanti altri a sfavore. L'argomento a favore è che, a causa degli errori commessi nel corso del tempo, se Obama rinunciasse ad attaccare la Siria azzererebbe la già scarsa credibilità degli Stati Uniti. Gli avversari, dall'Iran alla Russia, e gli alleati, dalla Turchia all'Arabia Saudita, lo aspettano al varco, vogliono vedere se l'America è ormai solo una tigre di carta. Quando, non sapendo che pesci pigliare in Siria, e per procrastinare le decisioni, Obama dichiarò che non avrebbe tollerato l'uso di armi chimiche, si mise nelle mani di Assad, il dittatore siriano. L'uso del gas c'è stato (o così sembra) e Obama adesso non sa come fare a tirarsi indietro. Si aggiunga che la vicenda egiziana è stata per l'Amministrazione una bruciante sconfitta diplomatica. Obama ha il problema di ricostruire almeno un po' della perduta credibilità.
A fronte di questo argomento a favore dell'intervento, ce n'è una lista intera che lo sconsiglierebbe. Cominciamo dal più importante. Le guerre devono avere chiari obiettivi politici. E qui l'obiettivo proprio non si vede. Non è vero che l'attacco americano in Siria andrebbe collocato nell'ambito delle cosiddette «guerre umanitarie» come la Somalia (1992-93) e il Kosovo (1999). Le guerre solo umanitarie non sono mai esistite. In Somalia (senza successo: l'America fu costretta al ritiro) e in Kosovo, gli Stati Uniti intervennero non solo per salvare popolazioni ma anche con un obiettivo politico: l'unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda mandava a dire alle teste calde sparse per il mondo che essa non avrebbe tollerato il caos. Ricondurre all'ordine, con la forza delle armi, singole situazioni locali era un mezzo per bloccare le minacce all'ordine internazionale. Ma in Siria non c'è un ordine locale da ricostituire, la situazione è sfuggita di mano. In Siria si affrontano bande di tagliagole. Un intervento militare contro una delle bande in lotta o rafforza la banda contrapposta, magari portandola alla vittoria, o accresce ancor di più il caos e il numero di vittime. Fare guerre in cui non possono esserci chiari obiettivi è un errore. Persino nella guerra di Libia francesi e inglesi un obiettivo politico lo avevano: sottrarre agli italiani l'influenza sul Paese.
Si aggiunga che l'opinione pubblica americana è contraria all'intervento. Una democrazia che va alla guerra senza avere dietro di sé l'opinione pubblica è indebolita in partenza. Basta un «incidente», per esempio un massacro non voluto di civili, o un attentato di risposta che uccida un certo numero dei propri soldati, e subito i governanti della democrazia in guerra si trovano in gravi difficoltà a casa propria.
C'è poi il fatto che nelle guerre è difficile calibrare la forza e prevederne gli effetti. L'intervento americano in Siria dovrebbe essere così efficace da rappresentare una vera punizione per il regime siriano (e un deterrente contro futuri usi del gas) ma non così efficace da aprire la strada alla vittoria dei suoi nemici. Più facile a dirsi che a farsi. A meno che Obama (senza dichiararlo) non stia pensando a un regime change, l'eliminazione di Assad e la sua cricca, magari per compiacere sauditi e turchi. Per cosa? Per consegnare il potere ad Al Qaeda e ad altri gruppi jihadisti?
L'America avrebbe dovuto decidere il che fare in Siria molto tempo fa, nella fase iniziale della guerra civile. Se fosse intervenuta allora avrebbe potuto esercitare una influenza forte sui ribelli, e avrebbe potuto colpire, oltre che il regime, anche le formazioni qaediste prima che consolidassero il loro controllo su importanti porzioni del territorio. Oppure, avrebbe potuto dichiarare subito, senza ambiguità, che in uno scontro fra il radicalismo sunnita e quello sciita non aveva intenzione di prendere partito. Da più parti si è accusato di cinismo il politologo Edward Luttwak per il quale non conviene all'Occidente schierarsi. Ma in politica internazionale la scelta, per lo più, non è fra il bene e il male ma fra un male minore e un male maggiore. In Siria l'Iran si sta dissanguando e, finché Assad resiste, la partita per l'egemonia regionale fra iraniani e sauditi resterà aperta. Così come la competizione sotterranea fra le potenze sunnite: con la Turchia e il Qatar che appoggiano, anche in Siria, i Fratelli Musulmani, e i sauditi schierati con i salafiti. Prima o poi, se l'equilibrio non verrà alterato sui campi di battaglia, dovrà essere siglato un armistizio. Non è forse l'unica soluzione possibile? Per non parlare delle imprevedibili ripercussioni di un intervento americano in Siria sugli equilibri libanesi, giordani, iracheni, o sulla competizione fra pragmatici e intransigenti entro la classe dirigente iraniana.
Sembra saggia la decisione dell'Italia di tenersi fuori, di non accodarsi, questa volta, ai soliti francesi (sempre a caccia della Grandeur, soprattutto quando i sondaggi sono sfavorevoli al presidente in carica). Secondo un vecchio adagio, sono due le ragioni per le quali un uomo (o un gruppo di uomini e donne) fa qualcosa: una buona ragione e la ragione vera. La «buona ragione» dell'Italia è il richiamo all'Onu e alla cosiddetta legalità internazionale. La «ragione vera» è che il disastrato governo delle larghe intese non reggerebbe a un intervento militare. Per una volta, la ragione vera del non intervento italiano sembra stare dalla parte della ragione.

La STAMPA - Antonella Rampino : " I timori della Bonino "


Emma Bonino

Con i fantasmi dell’Iraq che si agitano sul proscenio con tutto il carico di marchiani errori e vergognose bugie ancora vivo nella coscienza delle opinioni pubbliche europee, l’intervento in Siria forse s’allontana, di certo si assottiglia. La guerra americana si derubrica a strike in data da destinarsi, ma irritualmente annunciata a ogni weekend. E le Grandi Potenze, dopo la spettacolare débâcle di David Cameron che ai Comuni non trova né il consenso tory né quello labour, sembrano - come disse Bonino - pulci di fronte alle emergenti potenze arabe. Ad averla vista giusta, più della Francia di Hollande mossa ancora dal riscatto del proprio onore dall’antico atto mancato di Léon Blum in difesa della Spagna dai franchisti, sembra essere una «potenza intermedia», secondo l’eufemismo che si usa per l’Italia - un peso leggerino - nel contesto internazionale.

Le cause, saranno pure tutte arcinote e necessitate da intrinseca debolezza, ma sono state maneggiate con lungimiranza geo-strategica. Emma Bonino, ministro da poco più di cento giorni, conosce come pochi altri politici quella regione del mondo e ha subito avvertito il rischio che una guerra a Damasco esploda, e diventi vincolo globale. Altro che Iraq: se si attacca la Siria, tanto vale puntare direttamente sull’Iran. Il suo ottimo rapporto col russo Lavrov e con il turco Davutoglü, due ministri degli Esteri di lunga navigazione, le ha consentito di verificare rischi e prospettive. Anzitutto di sondare la granitica volontà di veto che Mosca avrebbe esercitato all’Onu, clamorosamente sottovalutata da Cameron e Hague. Da interlocutore affidabile degli americani, Bonino sapeva da mesi delle divergenze Kerry/Obama, quanto fosse interventista il primo e quanto riluttante l’altro. Obama oggi «prigioniero delle red line da lui stesso stabilite sulla Siria, ma pronunciate a fini di politica interna», come ci dice un’alta fonte diplomatica. E non a caso, Bonino l’ha scandito, «i più contrari all’intervento in Siria sono al Pentagono».

Poi c’è la posizione necessitata: il dibattito pubblico di Roma, mentre Londra, Washington, Parigi discutevano di Siria, era ipnotizzato dal solito problema-Berlusconi e, a cascata, dall’Imu. Il Paese vive la peggiore stagione della sua economia reale, temendo un autunno bollente. Le casse sono vuote, e l’impegno nelle missioni militari stanti i tagli alla Difesa non è espandibile oltre Libano, Afghanistan, Libia. Saremmo in quelle regioni particolarmente esposti al terrorismo. Tutte ottime ragione collaterali.

Ma la compattezza che si è verificata nella war room di Palazzo Chigi attorno alla proposta di Bonino - dopo una discussione, ovvio - e la compattezza simmetricamente prodottasi in Parlamento, dimostra che una politica estera diversa si può fare, se si ha il coraggio di spiegarla con trasparenza alla pubblica opinione e agli alleati anche transatlantici.

Le ragioni sono poche e semplici, e vengono esposte dal ministro - parli con Hollande o con Amanpour su Cnn - con la consueta bruciante chiarezza: «A volte ci vuole più coraggio a non fare che a fare peggio», perché le conseguenze involontarie di un intervento in Siria sono incalcolabili «e potrebbero arrivare sino a una guerra mondiale». E poi Bonino, nutrendo in cuor suo un neanche malcelato disincanto per quei Paesi che propugnano l’«intervento umanitario», mettendo in chiaro però «no boots on the ground», ha riconnesso le parole «multilaterale» e «democrazia parlamentare» ai loro significati: nessuna partecipazione italiana senza un via libera del Consiglio di Sicurezza Onu sottoposto al vaglio del Parlamento. Per quanto accolta dalla consueta misoginia democratica dei media e degli opinion leader italiani, il ciclone Emma sta soffiando sulla polvere del potere diplomatico, e non solo di quello italiano.

Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Vivo con l’incubo di Al Qaida, ora il terrore delle bombe Usa "


Gian Micalessin

Cari amici italiani, due giorni fa men­tre voi ascoltavate le notizie sugli attacchi con le ar­mi chimiche i ribelli e i com­battenti di Al Qaida che si tro­vano accanto a noi qui alla pe­riferia est di Damasco, nella zona di Jobar (la stessa del pre­sunto attacco con i gas, ndr ) ci hanno regalato un ennesimo colpo di mortaio caduto mol­to vicino alla mia abitazione, nella zona di Bab Tuma.
Succede da mesi e io vera­mente non riesco più a capire perché tanto accanimento nel colpire un quartiere abitato da civili cri­stiani. In soli 6 giorni ci sono piovute sulla testa più di 20 bombe di mortaio. Alcune so­no esplose tra le case, altre sui tetti delle chiese, una in una scuola femminile diretta dal­la chiesa cattolica. Ormai è chiaro, questo quartiere abita­to da cristiani è un obbiettivo.
A tutto questo ormai ci sta­vamo abituando, ma ora a ter­rorizzarci s’è aggiunta la noti­zia della questione chimica. La minaccia degli Stati Uniti e dei suoi alleati di Francia ed Inghilterra ci lascia impauriti e sgomenti.
Da giorni vedo una grande paura dipinta nei visi dei miei fratelli cristiani. Chi può scap­pa in Libano. Chi non può far­lo abbandona i piani alti e cer­ca posto negli scantinati. Da ieri abbiamo incominciato a far provviste di pane, grano, formaggio. Ma far la spesa di­venta ogni giorno più diffici­le. In due giorni il valore del dollaro è passato da 200 a 280 lire.
In tutto il nostro quartiere si respirano paura, tristezza e preoccupazione.
Una cupa angoscia s’è insi­nuata nelle anime di noi cri­stiani di Damasco. In questa angoscia c’è un’unica doman­da: ci sarà un attacco america­no su Damasco? E perché l’America vuole colpirci?
Se alla base di tutto c’è la questione delle armi chimi­che perché non aspettano i ri­sultati e le prove, non accerta­no chi l’ha fatto? Fino ad ora non c’è nessuna prova per condannare il governo di Da­masco. Qualche tempo fa il giudice svizzero Carla del Ponte, membro di una Com­missione Onu ha accusato i ri­belli. Medici Senza Frontiere parla di 355 persone morte du­rante l’attacco in quella zona non lontana dalle nostre ca­se. Noi abbiamo sentito molte testimonianze secondo cui sa­rebbero stati i «ribelli siriani» ad utilizzare le armi chimiche e non le forze del regime.
Molti dei miei amici cristia­ni sono convinti che l’Ameri­ca non abbia una sola prova. Molti temono che Obama e l'America vi stiano raccontan­do una grossa bugia. Siamo convinti che l'attacco non ri­solverebbe la questione dei si­riani, anzi la renderebbe più complessa, perché moltipli­cherebbe il numero dei morti innocenti causando maggior povertà e spingendo molti più siriani a cercare la strada della fuga all'estero.
Tutto il mondo ormai pen­de dalle labbra di Obama. Che democrazia è questa? I si­riani ormai possono solo spe­rare nella sua pietà. Che de­mocrazia è questa? Una perso­na sola può arrogarsi il diritto di decidere la morte o la sal­vezza di migliaia di siriani. Che democrazia è questa?
Perché Obama non mostra prima le prove che condanna­no il regime di Damasco e di­mostrano l'uso del gas nervi­no contro i civili?
Da qui, dal cuore di Dama­sco io mi rivolgo a tutti voi ita­liani e a tutti i vostri politici per chiedervi: «Fermate la guerra » .
Noi cristiani d'Oriente, sia­mo i discepoli di Paolo e Pie­tro, siamo i figli dei padri della Chiesa, siamo l'essenza della Cristianità. Non abbandona­teci, non lasciateci nelle mani dei fanatici di Al Qaida e di chi combatte per reinsediare il Califfato e sogna di arrivare a conquistare Roma.
Cristo ci ha insegnato a non «aver paura» e noi fedeli alle sue parole ci sforziamo di non temere nulla. Ma voi pregate per noi.

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