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Il Giornale - La Stampa Rassegna Stampa
18.07.2013 Il boicottaggio europeo colpisce anche i lavoratori palestinesi
commenti di Fiamma Nirenstein, A. B. Yehoshua, cronaca di Francesca Paci

Testata:Il Giornale - La Stampa
Autore: Fiamma Nirenstein - A. B. Yehoshua - Ugo Volli - Francesca Paci
Titolo: «Il boicottaggio di Bruxelles? Lo pagheranno i palestinesi»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 18/07/2013, a pag. 18, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " L'Europa taglia fuori Israele e allontana la pace ". Dalla STAMPA, a pag. 31, l'articolo di A. B. Yehoshua dal titolo " Israele, giusto bloccare nuovi insediamenti ", a pag. 15, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Il boicottaggio di Bruxelles? Lo pagheranno i palestinesi ", preceduti dal nostro commento. Dopo il pezzo di A.B. Yehoshua, riprendiamo l'articolo di Ugo Volli "Bruxelles come Wannsee?"
Ecco i pezzi:

Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " L'Europa taglia fuori Israele e allontana la pace "


Fiamma Nirenstein

Finalmente tutto l’irragionevole livore dell’Europa contro Israele ha superato i confini delle solite condanne, e si è rovesciata in un documento bilioso, degno di una ong di attivisti filopalestinesi, e che porterà grandi danni economici e morali: li porterà a Israele perché ne delegittima la politica e infine la stessa capacità di decidere che cosa sia necessario alla sua sopravvivenza; all’Ue perché la rende un corpo squilibrato e quindi escluso da eventuali colloqui di pace cui invece John Kerry, alla sua quinta visita in Medio Oriente, sembra avvicinarsi; ai palestinesi perché il numero di coloro che hanno interessi primari nella convivenza con gli ebrei anche nei territori oltre la Linea Verde è certo molto maggiore di quello dei loro politici.
Abu Mazen esprime la maggiore soddisfazione: l’Unione europea gli fornisce l’ennesima ragione per rifiutare il processo di pace che gli Usa faticosamente cercano di reinstaurare, tanto quello che vogliono lo ottengono comunque.
Non è peregrino immaginare che il documento europeo, particolarmente brutale e misero, non sia stato stilato ai massimi livelli, ma da funzionari abituati a sguazzare nel politically correct antisraeliano: esso dice che «l’Ue si impegna a che tutti gli accordi fra l’Ue stessa e lo Stato d’Israele debbano inequivocabilmente ed esplicitamente indicare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967, ovvero le alture del Golan, la West bank, Gerusalemme Est o la Striscia di Gaza». E allarga il suo raggio a tutti coloro che anche dentro la Green Line svolgano attività comuni con i Territori. Un intervento di boicottaggio plenario. A parte che Gaza non è più occupata da tempo, che il Golan è stato annesso (e meno male altrimenti chissà cosa ne farebbe oggi Bashar Assad, dato che il territorio era siriano, non palestinese, ma l’Ue pensa affettuosamente anche a lui, pare), per la West Bank la volontà di compiere un gesto di esplicita ostilità verso Israele è evidente. Il fatto che vi siano implicate tutte le istituzioni e le persone che in un modo o nell’altro hanno a che fare con i Territori, e proibisca di avere a che fare con loro, significa per esempio che non sarà più possibile proseguire i progetti di ricerca comune con l’Università di Gerusalemme, o di Ariel, o di altri istituti di ricerca siti al di là della Linea Verde. Significherà che improvvisamente 500mila persone, con i loro annessi e connessi dentro la Linea Verde (esportatori, distributori..) verranno intrappolate, discriminate, impoverite. Che Gerusalemme domani dovrebbe essere, secondo l’Ue, divisa, magari con un muro come a Berlino. Nei Territori vivono contadini, vinai, piccoli fabbricanti, professori e scienziati che collaborano produttivamente con i palestinesi. Ma la fantasia dell’Ue è che in Giudea e Samaria, si aggiri una schiera di 500mila fanatici a cavallo, che impediscono la pace. Ma la pace si farà, secondo la risoluzione dell’Onu 242 quando il confine fra i due stati sia disegnato anche in base alla sicurezza di Israele. Nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza definisce illegale l’occupazione dei territori conquistati dopo la guerra di difesa del ’67, e tutti i documenti rilevanti sugli agglomerati abitati a ovest del fiume Giordano, dal 1920 in poi dimostrano che la cosiddetta illegalità internazionale è un’invenzione politica senza fondamento. L’Ue sembra aver già compiuto la trattativa, e ha posto il confine lungo la Linea Verde. Ma essa è solo la linea armistiziale del ’49, che non esiste più dai tempi della pace con la Giordania. Stabilire un confine lungo quella linea, l’Ue sa che cosa significhereb­be? Vorrebbe dire consentire che l’aereoporto Ben Gurion fosse preda di possibili attacchi, e lo stesso avverrebbe con molte altre zone di importanza vitale, compresa Gerusalemme.L’Ue sa benissimo che Abu Mazen ha dichiarato che una volta stabilito uno stato esso dovrebbe essere completamente judenrein . Si tratta di un messaggio razzista, in linea coll’antisemitismo che domina l’Autorità Palestinese nei libri di testo scolastico, alla tv, sulla stampa... e che prelude allo spostamento forzato di 500mila persone che vivono e lavorano nelle zone che l’Europa considera già stato palestinese, e quindi judenrein , secondo le dichiarazioni dei suoi leader. Perché l’Europa fa questo? E proprio adesso?
Di certo, il più irritato non è Netanyahu, è Kerry: l’Europa gli sta distruggendo ogni possibilità di convincere i palestinesi a intraprendere la normale strada della trattativa.
www.fiammanirenstein.com

La STAMPA - A. B. Yehoshua : " Israele, giusto bloccare nuovi insediamenti"

A. B. Yehoshua è pessimista sul futuro negoziati, ma poi non entra nel merito della situazione, non propone soluzioni, nè commenta la decisione europea di boicottare Israele.
A tal proposito, riprendiamo la 'Cartolina da Eurabia' di Ugo Volli di ieri mattina.
Eccola:

Bruxelles come Wannsee?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Sullo stesso argomento, invitiamo a leggere il commento di Deborah Fait cliccando sul link sottostante
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=70&id=49936

Cari amici,

questa notizia l'avete potuta leggere suoi giornali di oggi, IC ve la riporta in un'altra pagina, ma dovete perdonarmi se io ve ne do un piccolo commento ulteriore, diciamo per amor di discussione. Dunque è successo che... i paesi dell'America latina, già offesi con l'Europa per non aver accolto con onori adeguati il presidente boliviano, hanno intimato alla Gran Bretagna di etichettare le sue stoffe in maniera che sia chiaro se provengono o no dalle Falkland, che loro chiamano Malvinas e considerano abusivamente occupate da Sua Maestà Britannica, anche se gli abitanti sono inglesi da generazioni e vogliono restare tali. Se la Gran Bretagna non garantirà sulle etichette che neanche un filo delle sue lane rinomate viene dalle numerose pecore delle Falkland, nessuna stoffa o abito inglese potrebbe più entrare nei loro negozi...

No, non è andata così, mi confondo. Allora, sentite. Gli Usa, che non riconoscono l'occupazione turca di Cipro Nord, hanno deciso che prima di dare qualunque aiuto alla Turchia vogliono la garanzia che neanche un cent finirà a Nicosia e dintorni. Il governo turco deve inserire una clausola speciale contenente questo impegno su ogni accordo di collaborazione scientifica e culturale, su ogni vite di forniture all'esercito, su qualunque finanziamento americano.

No, non è accaduto, mi sbaglio di nuovo. E' la Russia che non è contenta dell'occupazione internazionale di Bosnia e Kossovo ai danni della sua sorella Serbia, e non approva l'ampliamento dell'Unione Europea ai paesi baltici che una volta erano sovietici, a voler essere sicura che il gas che vende agli Stati europei non prenda queste destinazioni non gradite. E' la Spagna, che rivendica Gibilterra, a non voler vendere più il suo vino e i suoi pomodori alla Gran Bretagna senza l'assicurazione che non finiranno nella fortezza dove finisce l'Europa...

Che confusione... mi sono sbagliato ancora. Ecco. Ci sono un paio di occupazioni particolarmente sensibili sul piano dei diritti umani. La Cina in Tibet, paese di antica civiltà, sta facendo una vera e propria pulizia etnica e un  genocidio culturale. L'enorme Russia fa una guerra di sterminio alla piccola Cecenia fin dai tempi della gioventù di Tostoj, che la raccontò in un libro più di un secolo e mezzo fa. L'Unione Europea, così sensibile ai diritti umani, ha deciso di non collaborare assolutamente con queste occupazioni e di condizionare ogni accordo con questi paesi alla fine di queste guerre che non è sbagliato definire coloniali. E inoltre ha anche stabilito che non darà più aiuti di sorta a Turchia, Iraq, Iran, Pakistan, Nigeria, Sudan, fino a che non finiranno le stragi di cristiani... Boicotterà la Russia (di nuovo) se continuerà ad armare il governo siriano e anche il Qatar se lo farà coi ribelli islamisti... Romperà gli accordi col Marocco che occupa l'ex Sahara spagnolo da decenni, in spregio alle risoluzioni dell'Onu che gli hanno imposto di tenere un referendum che mai si riesce a fare...

Hezbollah                           Unifil

No, la notizia non è questa. Nessuna di quelle che vi ho elencato. La sensibilità dei grandi paesi e dell'UE per ingiustizie e stragi è molto bassa, la loro politica umanitaria del tutto subordinata alla convenienza economica e geopolitica. Pensate che l'Unione Europea si rifiuta ostinatamente di mettere sulla lista nera non uno Stato, ma un movimento che ha compiuto e preparato spesso attentati terroristici anche sul suo territorio, perché dice di non essere tanto sicura e in realtà ha paura di rappresaglie sui suoi soldati che sono stanziati del tutto inutilmente in un territorio dove dovrebbero sorvegliare e contribuire a disarmare questo movimento terrorista, ma ne sono neutralizzate e talvolta vergognosamente cacciate e disarmate loro. Sto parlando di Hezbollah e del Sud Libano. Mi vergogno profondamente del fatto che fra i paesi europei che si oppongono all'iscrizione di Hezbollah nella lista dei terroristi  stia in prima fila l'Italia, su spinta di un ministro che una volta passava per difensore dei diritti umani e ora fa la stessa politica di D'Alema. Sto parlando di Emma Bonino, naturalmente, il più grande bluff del nuovo governo.

C'è un'eccezione a questa cinica indifferenza della politica internazionale per occupazioni vere o presunte e violazioni dei diritti umani, anch'esse vere o presunte. E' Israele. E' di questo che volevo parlarvi. L'Unione Europea ha appena deciso nei confronti di Israele quel che non è stato mai deciso da nessuno rispetto a Russia e Cina, Gran Bretagna e Turchia, delle stragi di cristiani e delle occupazioni di Cipro e del Sahara spagnolo. E' Israele, che non solo l'Unione e i paesi europei cercano di destabilizzare dall'interno finanziando ONG che praticano vari tipi di “resistenza” ai confini della legalità, ma di cui pretende di stabilire i confini anche contro gli accordi di cui l'Unione Europea dovrebbe essere fra i garanti. Non solo sul piano giuridico infatti i territori al di là della linea verde non sono stati attribuiti a nessuno (ma esistono le deliberazioni della Società delle nazioni che fondavano il mandato britannico secondo cui essi dovevano essere dedicati allo “stanziamento - o se volete, “colonizzazione”: settling - ebraico”), ma negli accordi di Oslo, di cui l'Unione Europea è fra i garanti, si dice esplicitamente che la definizione dell'appartenenza dei territori sarà decisa da negoziati fra le parti. Ora l'Unione Europea ha deciso non solo che le merci prodotte oltre le linea verde non devono essere marcate come prodotti israeliani, ma che tutti gli accordi economici, culturali, scientifici ecc. fatti dall'Unione o da qualunque paese europeo con Israele devono escludere esplicitamente ogni contatto con gli insediamenti oltre la linea verde (anche Gerusalemme Est e il Golan, che sono stati annessi come parte del territorio israeliano), ogni ricaduta favorevole per loro, ogni forma di collaborazione. Cioè l'Unione Europea ha deciso di poter decidere lei quali sono i confini di Israele.

E' una mossa tipicamente coloniale. L'Unione Europea fa quel che facevano le grandi potenze ottocentesche in Cina e in Africa, dispone del territorio di un altro stato sovrano. Sul piano sostanziale, questo è un atto di guerra. L'Unione Europea ha in sostanza dichiarato guerra a Israele per costringerlo ad applicare delle politiche e delle delimitazioni territoriali che sono contrarie alla volontà e anche alle leggi israeliane. Includendo il Golan e Gerusalemme, che per le leggi israeliane sono parte del territorio nazionale e non possono essere discriminati, ha reso impossibile ogni forma di collaborazione da parte di Israele. E' importante notare che tutto ciò è accaduto con una delibera che non è stata votata da nessun parlamento né discussa pubblicamente nella politica europea: questo è caratteristico dell'assenza di democrazia, dell'autoreferenzialità politica dell'UE. E' possibile che i ministri degli esteri degli stati europei abbiano approvato questo gesto, non mi meraviglierebbe se Bonino, immemore delle posizioni pro-Israele che i radicali (una volta?) tenevano, avesse firmato. Ma certo non se n'è parlato nel Parlamento italiano, né nella nostra sfera pubblica, né probabilmente nel Parlamento Europeo, grande monumento inutile all'inesistenza della democrazia nel funzionamento concreto dell'Unione.

Questo deficit c'è dappertutto. Ma in questo caso è particolarmente grave, perché un guerra europea contro Israele dovrebbe far pensare. L'ultima volta che in tutta Europa, poco meno del territorio attuale dell'Unione Europea, si decise una guerra contro quello che allora era Israele, cioè gli ebrei europei, lo si fece a una conferenza tenuta in un'amena località di villeggiatura a una decina di chilometri da Berlino, il Wannsee. Era il 20 gennaio 1942, parteciparono certi signori in divisa nera che si chiamavano Heydrich, Müller, Eichmann, e stabilirono le modalità della “soluzione finale del problema ebraico”. Sono passati settant'anni, ma l'Europa è sempre lì, a occuparsi degli ebrei (e oggi del loro stato) in maniera diversa da tutti gli altri problemi; a discriminarli e boicottarli, in definitiva a cercare di eliminare quel fastidio che è la presenza ebraica nel loro mondo. Forse anche Bruxelles non è così lontana da Wannsee.

Ugo Volli

Ecco il pezzo di A. B. Yehoshua:


A. B. Yehoshua, Catherine Ashton

Di recente sono stato invitato a un incontro con un ambasciatore di un importante Paese europeo, mio conoscente, che questo mese lascerà Israele dopo essere giunto al termine del suo mandato.

Di proposito non faccio il nome del Paese rappresentato dall’ambasciatore. Ciò di cui intendo parlare, infatti, non è direttamente connesso a questo o a quel diplomatico ma è comune a parecchi inviati delle nazioni europee.

Tra me e l’ambasciatore si è svolta una conversazione sui recenti sforzi del Segretario di Stato americano John Kerry di organizzare un incontro tra rappresentanti israeliani e palestinesi per una ripresa dei negoziati di pace. Io ho espresso pessimismo circa il successo di tali sforzi e la capacità dell’amministrazione Obama, al suo secondo e ultimo mandato, di imprimere una svolta reale all’attuale situazione di impasse. Per più di quarant’anni, ho detto all’ambasciatore, dal 1967 in poi, ho visto arrivare ministri degli Esteri americani animati da grandi speranze che però non sono riusciti a cambiare granché. Nonostante i loro tentativi, o quelli di inviati di altri Paesi, esperti di Medio Oriente e in particolare del conflitto israelo-palestinese, la costruzione di insediamenti israeliani nei territori occupati è proseguita e con essa il rischio di una futura creazione di uno Stato binazionale o di apartheid.

Ho ribadito quindi all’ambasciatore la mia convinzione (che ho avuto modo di esprimere in numerose occasioni) che gli Stati Uniti d’America non sono in grado di imporre a Israele un blocco totale della costruzione di insediamenti nei territori palestinesi a causa dei profondi legami emotivi tra i due Paesi. Perciò, ho concluso, solo l’Europa potrà farlo, e il fatto che la Comunità europea, e soprattutto i suoi maggiori rappresentanti – Francia, Regno Unito, Germania e Italia – se ne stiano a guardare senza far nulla è, secondo me, non solo un errore politico ma anche morale.

L’ambasciatore si è risentito, ha respinto questa accusa e non ha neppure accolto la mia affermazione che circa il settanta per cento degli israeliani disapprova gli insediamenti. Dopo vari anni di servizio diplomatico in Israele ritiene infatti che l’opposizione agli insediamenti non sia così ampia. Soprattutto, però, ha rifiutato la pretesa che l’Europa intervenga in maniera più aggressiva e determinata nel conflitto, in particolare riguardo alla questione degli insediamenti. «Questo è un vostro problema» ha sostenuto, «non nostro. Se non lo risolverete da soli non avrete di che lamentarvi. Noi non siamo tenuti a concludere la pace per voi. Quando voi e gli egiziani avete preso l’iniziativa nel 1979», ha sottolineato giustamente, «e siete giunti a un accordo di pace, non avete avuto bisogno di noi o degli Stati Uniti, che si sono limitati a dare gli ultimi ritocchi all’accordo e a convalidarlo. Lo stesso si può dire di Oslo. È stata un’iniziativa vostra e dei palestinesi. Noi abbiamo solo approvato e appoggiato l’intesa raggiunta».

L’ambasciatore ha dunque respinto qualunque obbligo (di certo di carattere morale) degli europei di intervenire in maniera più risoluta nel conflitto israelo-palestinese o di esercitare una maggiore pressione per fermare gli insediamenti.

Io ho replicato dicendo che di recente ho letto un interessantissimo libro di uno dei più autorevoli studiosi israeliani della Shoah, il professor Yehuda Bauer, intitolato «Il popolo impossibile». Nel libro il professore, basandosi su documenti, esegue un’approfondita analisi della folle ossessione di Hitler per gli ebrei e in particolare della sua assoluta certezza che gli ebrei stessero distruggendo la Germania e quindi dovessero essere annientati. Anche nel suo famoso testamento scritto nel bunker tre giorni prima del suicidio il Führer affermò che non erano stati i russi o gli americani a sconfiggere la Germania bensì gli ebrei. Erano stati loro a provocare la Seconda guerra mondiale e il conseguente orribile scenario di distruzione e di morte. Pertanto, dice Bauer, si potrebbe in un certo senso dedurre che le milioni di vittime non ebree durante la seconda guerra mondiale abbiano trovato la morte anche, e forse soprattutto, a causa del problema ebraico.

Sono certo che queste gravi affermazioni del prof. Bauer, che conosco personalmente, non hanno alcun intento provocatorio ma sono una ponderata conclusione scientifica e io le riporto non per tracciare superficiali analogie tra passato e presente (molte cose sono sostanzialmente cambiate da allora), ma per ricordare che ancora oggi in molti ambienti del mondo arabo, e non solo, circolano farneticanti teorie su presunte intenzioni di distruzione degli ebrei.

Duranti le recenti dimostrazioni in Egitto, denominate dai media «la seconda rivoluzione», in cui forze liberali e laiche si sono ribellate al governo dei Fratelli musulmani ho visto una cosa incredibile: i manifestanti brandivano una bandiera israeliana con al centro un enorme ritratto dell’odiato presidente Morsi. In altre parole forze che dovrebbero essere razionali associano il leader dei Fratelli musulmani agli ebrei e agli esecrati sionisti.

È vero, quella bandiera potrebbe essere un episodio marginale nella babele generale. Ma la storia ci ha insegnato che da una situazione di caos potrebbero nascere pericolosi e deliranti follie. E in un’epoca in cui non è escluso che armi di distruzione di massa cadano nelle mani di gruppi di fanatici e anarchici si dovrebbe per lo meno cercare di neutralizzare la vecchia mina del conflitto israelo-palestinese.

Alcuni saggi europei tra le due guerre mondiali riconobbero i rischi dell’antisemitismo e lottarono a favore del sionismo, ovvero della normalizzazione della situazione ebraica grazie all’emigrazione degli ebrei in un loro Stato indipendente. Sarebbe quindi giusto che anche oggi l’Europa ostacolasse l’eventuale creazione di uno Stato binazionale in Israele che perpetuerebbe questo infinito e pericoloso conflitto.

Non so se nella presente congiuntura esista la possibilità di arrivare a una pace tra Israele e l’Autorità palestinese. Di una cosa però sono certo: la costruzione di nuovi insediamenti israeliani nei territori palestinesi va fermata perché nello stato di cose attuale ogni giorno che passa una soluzione anche momentanea e parziale del conflitto tra i due popoli si fa più lontana.

L’Europa dunque, che per anni ha dominato i popoli del Medio Oriente ed è stata l’agghiacciante teatro della Shoah ebraica, è tenuta a contribuire moralmente alla soluzione di questo grave problema. Uno sforzo non troppo grande né arduo per le nazioni del vecchio continente.

La STAMPA - Francesca Paci : " Il boicottaggio di Bruxelles? Lo pagheranno i palestinesi "


Francesca Paci                   Il massacro di Itamar

Come si può leggere anche nel pezzo di Francesca Paci, le condizioni lavorative dei palestinesi nelle aziende israeliane dei Territori sono identiche a quelle di tutti gli altri lavoratori israeliani. La decisione europea, perciò, colpisce anche i lavoratori palestinesi che, in teoria, vorrebbe tutelare.
Paci, ovviamente, preferisce dare credito alla versione di un operaio che sostiene che le condizioni di vita dei palestinesi nelle fabbriche israeliane siano tremende, anche se poi riporta opinioni che la smentiscono.
In ogni caso, notiamo che Francesca Paci cita la città di Itamar, nei Territori, definendola "
Fara’ata, nella vallata caldissima dominata dalla città palestinese di Nablus e dalla colonia irriducibile di Itamar, dove un mese fa il governo Netanyahu ha approvato la costruzione di 675 nuove case". Noi ricordiamo Itamar per il massacro della famiglia israeliana Fogel per mano di terroristi palestinesi i quali, una volta catturati, non hanno manifestato il minimo segno di rimorso per aver sgozzato cinque persone, di cui tre bambini.
Ecco il pezzo:

«Se l’Europa ci boicotta noi chiudiamo ma se ne vanno anche gli operai palestinesi che lavorano qui» sentenzia Ofer Alter aggirandosi tra i macchinari della fabbrica di sanitari che dirige a Barkan, area industriale a ridosso dell’omonimo insediamento israeliano in Cisgiordania, a soli 25 km da Tel Aviv ma quasi tutti dentro l’incandescente linea verde lungo cui corrono i confini del ’67 e la disponibilità internazionale a mediare per la pace.

La determinazione di Bruxelles, che martedì ha escluso dai finanziamenti 2014 a Israele le società e le istituzioni operanti nei Territori occupati, rimbalza come un macigno qui dove 44 degli 85 operai provengono dai villaggi palestinesi (la proporzione nell’intera area è di 3 mila su 6 mila).

«Non m’interessa la politica, voglio solo mantenere i miei sei figli» spiega Yasser Shamlani che non ha smesso di timbrare il cartellino sei giorni alla settimana neppure quando, due anni fa, le autorità di Ramallah hanno lanciato il boicottaggio di Barkan. «La paga è buona» conferma il compagno Jamal, cercando con lo sguardo l’approvazione del compiaciuto direttore. Entrambi vengono da Fara’ata, nella vallata caldissima dominata dalla città palestinese di Nablus e dalla colonia irriducibile di Itamar, dove un mese fa il governo Netanyahu ha approvato la costruzione di 675 nuove case.

Barkan è la sintesi della dialettica tra due narrative inconciliabili che da tempo, con buona pace degli sforzi Usa, hanno iniziato a seppellire i negoziati.

«Il 12-15% dei nostri prodotti è destinato all’Europa, qualcosa va in Australia, Sudafrica, Turchia e il resto in Israele: non possiamo vendere ai palestinesi diversamente da quanto fanno loro» insiste Alter. Evita le motivazioni ideologiche e calca sull’economia: «I nostri operai palestinesi lavorano 8 ore al giorno e guadagnano almeno 4000 shekel al mese ( 850 euro) esattamente come gli israeliani, ma pagano le tasse a Ramallah dove la pressione fiscale è un quarto rispetto a Gerusalemme».

A sentirla così «la coesistenza» propagandata dal consigliere di Giudea e Samaria (come gli israeliani chiamano la Cisgiordania) Shay Attias sembrerebbe funzionare, al punto da rendere incomprensibile l’ostilità europea. Eppure basta smarcarsi dal tour e domandare all’operaio Hassan abu Ammar per capire che esiste almeno un’altra storia. «Un idillio? Questo? Meglio tacere» mormora mimando una pistola puntata alla tempia. È impiegato qui dal 1993 è c’è un solo punto su cui concorda con i datori di lavoro: il sogno di Oslo è svanito.

Ha un bel ripetere il volto occidentale del ministero degli Affari esteri Paul Hirschson che «la soluzione due popoli per due stati resta l’unica, sebbene la strada non sia lineare». Poco distante dalle fabbriche fiere dell’etichetta made in Giudea e Samaria, il capo del consiglio dei coloni Gershon Mesika, un estremista che poche settimane fa ha bacchettato la moderazione del premier Netanyahu in visita a Barkan, spiega che i guai sono cominciati proprio con Oslo e cita i 20mila palestinesi impiegati a costruire insediamenti ebraici in Cisgiordania: «Noi eravamo qui duemila anni fa e dunque i veri occupanti sono i palestinesi. Capisco che non l’accettino ma allora l’unico accordo possibile è sull’essere in disaccordo e averci forzato a concordare su Oslo è stato un errore di cui si pentono anche i palestinesi». Pare che lo sceicco radicale di Hebron Farid al-Jabari la pensi allo stesso modo.

«Faremo a meno di Bruxelles» tuona l’ex leader dei coloni Danny Dayan snobbando i 570 miliardi di euro di aiuti europei, mentre i pacifisti israeliani di Peace Now denunciano mille nuovi insediamenti. Da queste parti, dove l’eternità pesa più della storia, la minaccia di un visto d’ingresso per i coloni diretti nel vecchio continente viene liquidata con un’alzata di spalle.

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