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Corriere della Sera - Il Giornale - La Stampa Rassegna Stampa
13.09.2012 Libia, attacco di al Qaeda all'ambasciata americana. Morto l'ambasciatore Chris Stevens
Commenti di Angelo Panebianco, Magdi C. Allam, Maurizio Molinari, Domenico Quirico, Guido Olimpio

Testata:Corriere della Sera - Il Giornale - La Stampa
Autore: Angelo Panebianco - Magdi Cristiano Allam - Maurizio Molinari - Domenico Quirico - Guido Olimpio
Titolo: «Il giorno dopo l'11settembre - Torna l'islam assassino - La Primavera non cancella i veleni - Quel vessillo nero partito dall'Iraq che ora sventola sulla Cirenaica»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 13/09/2012, in prima pagina, l'editoriale di Angelo Panebianco dal titolo " Il giorno dopo l'11settembre ", a pag. 6, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Quel vessillo nero partito dall'Iraq che ora sventola sulla Cirenaica". Dal GIORNALE, a pag. 1-3, l'articolo di Magdi Cristiano Allam dal titolo "  Torna l'islam assassino  ". Dalla STAMPA, a pag. 1-33, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo "Se il dialogo diventa un boomerang", a pag. 3, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Così Al Qaeda ha sfruttato le proteste della folla islamica ", a pag. 1-5, l'articolo di Domenico Quirico dal titolo " La Primavera non cancella i veleni " .

a destra, l'ambasciatore Chris Stevens

Libia, attacco di al Qaeda all'ambasciata americana. L'ambasciatore americano Chris Stevens muore nell'incendio.
Al Qaeda usa come scusa per l'attentato un film su Maometto girato in California da Sam Bacile. Come scrive Panebianco nel suo editoriale, gli Usa "
sono chiamati a valutare se le loro scelte strategiche non abbiano un urgente bisogno di revisione ".
Di sicuro c'è bisogno di un cambiamento di prospettiva e strategia contro l'islamismo. Un cambiamento che,
viste le premesse, non avverrà con l'amministrazione Obama.
Ecco i pezzi:

CORRIERE della SERA - Angelo Panebianco : " Il giorno dopo l'11settembre"


Angelo Panebianco

Dell'assalto al consolato americano a Bengasi e dell'uccisione dell'ambasciatore Chris Stevens e di altri funzionari si possono dare due interpretazioni. La prima fa riferimento al caos libico. Le elezioni di luglio, con la sconfitta degli islamici estremisti e la vittoria di una coalizione guidata da un filoccidentale (Mahmud Jibril) sono apparse rassicuranti agli osservatori occidentali, ma non hanno nascosto a lungo la realtà: il fatto che la Libia sia tecnicamente un failed State, uno Stato fallito, nel quale non esiste monopolio statale della forza e ove scorrazzano tante milizie armate fuori dal controllo del governo. La tragedia di Bengasi può essere letta, in questa prospettiva, come un episodio circoscritto, causato dalla natura della situazione libica.
Ma c'è anche un'altra interpretazione possibile. È quella che fa dei fatti di Bengasi (come indica la rivendicazione di Al Qaeda) il possibile avvio di una nuova fase della guerra antioccidentale di un estremismo islamico-sunnita uscito rafforzato dalle cosiddette rivoluzioni arabe. Non bisogna dimenticare che le dimostrazioni antiamericane degli estremisti salafiti contro il presunto film blasfemo su Maometto cominciano in Egitto e rimbalzano in Libia qualche ora dopo. In Egitto governano oggi i Fratelli Musulmani ma i salafiti, l'ala più estremista dell'islamismo, ottennero, nelle prime elezioni del post Mubarak, un eccellente risultato elettorale. È una presenza che condiziona, e condizionerà, l'evoluzione politica. È solo ironia della sorte il fatto che si manifesti di nuovo l'ostilità antioccidentale in Paesi in cui, diplomaticamente (Egitto) o militarmente (Libia), l'Occidente si era speso a favore dei rivoluzionari e contro i vecchi dittatori? O è anche il frutto degli errori di lettura delle rivolte arabe dello scorso anno? Si pensi, per esempio, al fatto che gli occidentali non si avvidero che l'abbattimento della torva dittatura di Gheddafi avrebbe spalancato le porte, come è avvenuto, al dilagare dell'estremismo islamico nel Mali e in altre aree adiacenti.
Ma si pensi, soprattutto, al fraintendimento del significato dei processi di democratizzazione che fu proprio di molti media occidentali quando scoppiarono le rivolte in Tunisia e in Egitto. Non si capì che la democratizzazione è un bene ma solo se non prende una piega illiberale. Dal momento che le democrazie illiberali possono essere persino più opprimenti delle dittature per le minoranze interne e, spesso, più pericolose sul piano internazionale. È il dilemma che ha oggi l'Occidente di fronte alla guerra civile siriana. È giusto appoggiare i ribelli ma solo a patto che siano i «ribelli giusti». Altrimenti, si passa dalla padella alle braci, da una dittatura sanguinaria a un regime, magari formalmente più democratico, ma altrettanto sanguinario.
Vuoi in variante realista (i Fratelli Musulmani), vuoi in variante estremista, l'islamismo militante è in ascesa in Medio Oriente. Ne derivano due conseguenze. La prima è che gli Stati Uniti sono chiamati a valutare se le loro scelte strategiche non abbiano un urgente bisogno di revisione (l'uccisione di Stevens fa irrompere la politica estera in una campagna presidenziale che fin qui ha parlato soprattutto d'altro). Nell'undicesimo anniversario dell'11 Settembre gli Stati Uniti devono riconoscere che nemmeno la morte di Bin Laden ha fermato la minaccia. La seconda conseguenza è che l'Europa dovrà prepararsi a fronteggiare gli effetti, anche in casa propria, dell'ascesa islamista. Poiché la sicurezza è altrettanto vitale della difesa dell'euro e della crescita economica.

Il GIORNALE - Magdi Cristiano Allam : " Torna l'islam assassino "


Magdi C. Allam

Islam assassino. Dietro gli attac­chi terroristici alle ambasciate americane a Bengasi e al Cairo non c’è una scheggia impazzi­ta, addirittura nemica del «vero islam»,così come predicano i relativi­sti nostrani, da Obama che si è inna­morato del Corano e difende Mao­metto a Monti che ha il portafogli che gli batte al posto del cuore, da que­st’Unio­ne europea che finanzia gene­rosamente e follemente i nostri carne­fici dal Marocco alla Siria a quella par­te della Chiesa che si è invaghita del dialogo fine a se stesso culminando nella legittimazione dell’islam che corrisponde alla negazione del cri­stianesimo.
Non è questa la verità! Aprite bene gli occhi, guardate chi si accalcava di fronte alle due ambasciate e ha pro­tetto alle spalle i terroristi che si sono fatti largo a suon di bombe e di razzi. Erano uomini e donne, giovani, adul­ti e anziani, apparentemente perso­ne come tutte le altre. Leggete ciò che era scritto sui cartelli e sui Corani aperti che innalzavano, la nostra con­dan­na a morte per aver osato offende­re il loro profeta. Ascoltate bene le in­citazioni contro l’Occidente proferi­te ad alta voce dagli istigatori del­l’odio che si mescolavano beatamen­te tra la folla. No! Non è una scheggia impazzita! La verità che è sotto i no­stri occhi e che sentiamo con le no­stre orecchie è che questo terrorismo islamico è la punta dell’iceberg di una realtà popolare più ampia, diffu­sa e radicata che lo legittima, lo sostie­ne e lo finanzia. E oggi, grazie al suc­cesso della cosiddetta «primavera araba», trova pieno incoraggiamen­to da parte dei regimi islamici al pote­re che non hanno mosso un dito per impedire che si perpetrassero gli at­tentati. Le due ambasciate sono situa­te in zone centralissime, da sempre sotto il rigido controllo delle autorità di sicurezza che però, chissà come, in questa circostanza non sono interve­nute. I terroristi hanno agito in modo indisturbato sia nella fase dell’assalto e del saccheggio delle ambasciate sia quando han­no dato alle fiamme la bandiera americana sostituendola con quella nera di Al Qaida sia infine quando hanno giustiziato l’am­basciatore Chris Stevens, un di­plomatico e due marines.
La verità è che «il vero islam» da cui sono posseduti i musulma­ni è un’ideologia che istiga al­l’odio, alla violenza e alla morte dei non musulmani. La verità è che però non lo possiamo dire perché quest’Occidente vile, ignorante, pavido, venduto, vota­to al suicidio preferisce rinnega­re la verità e rinunciare alla liber­tà pur di non urtare la suscettibili­tà degli islamici, di non prendere atto che la radice del male non era Bin Laden ma il Corano e Mao­metto a cui lui ha obbedito cieca­mente. Obama, tramite un comu­nicato emesso dall’ambasciata americana al Cairo, si era addirit­tura scusato per la diffusione di un video L'innocenza sui musul­mani , prodotto negli Stati Uniti, in cui Maometto viene raffigura­to come un pedofilo. Perché mai non possiamo dire che Maomet­to, come attesta la sua biografia ufficiale, sposò Aisha quando lei aveva 6 anni? È un fatto oggetti­vo. Perché mai non possiamo di­re che Maometto, sempre come attesta la sua biografia ufficiale, ha partecipato nel 627 alle porte di Medina allo sgozzamento e al­la decapitazione di circa 800 ebrei nella tribù dei Banu Quray­za? È un fatto oggettivo.
Svegliamoci. Riscattiamo il di­ritto e il dovere di usare la ragio­ne,
di essere pienamente noi stes­si almeno qui dentro casa nostra! Abbiamo sbagliato tutto con gli islamici. Proprio nell’undicesi­mo anniversario dell’11 settem­bre, gli attentati di Bengasi e del Cairo ci fanno toccare con mano una verità elementare: con tutti coloro che hanno come unici refe­renti ideologici il Corano e Mao­metto, non è in alcun modo possi­bile pervenire alla pace, tutt’al più a una tregua armata pari a quella stipulata nel 628 da Mao­metto a Hudaibiya con i nemici meccani e violata subito dopo quando si invertirono i rapporti di forza. Fu un madornale errore di Bush e di Blair quello di imma­ginare­che alleandosi con i Fratel­li musulmani avrebbero diviso lo schieramento radicale islamico e sconfitto Al Qaida. Oggi i Fratel­li musulmani sono al potere sulla sponda meridionale del Mediter­raneo­e stanno dilagando in quel­la orientale, mentre Al Qaida con­trolla dei territori al pari di uno Stato nel Mali, Somalia, Nigeria e Yemen. Di ciò dobbiamo ringra­ziare Obama e gli europei che si sono invaghiti della cosiddetta «primavera araba» e che conti­nuano a sostenere i feroci nemici degli ebrei, dei cristiani, di Israe­le e delle donne. Perché la verità è che l’islam è incompatibile con la democrazia.
La Libia avrebbe dovuto essere totalmente grata agli Stati Uniti che si sono sobbarcati l’onere maggiore della guerra di «libera­zione »dall’odioso regime dittato­riale di Gheddafi. Proprio nel giorno in cui, commemorando l’11 settembre, Obama sostene­va che gli Stati Uniti sono in guer­ra solo contro Al Qaida e non con­tro l’islam, la risposta è stata la strage degli americani. Probabil­mente il film «blasfemo» o la con­ferma dell’uccisione del numero due di Al Qaida, Anas Al-Libi, so­no solo pretesti. Lo avrebbero fat­to comunque perché è solo così che l’islam trionferà. Sveglia Oc­cidente! Basta relativismo. Basta islamicamente corretto. Basta dialogo fine a se stesso. Fermia­mo l'invasione islamica prima
che sia troppo tardi.

La STAMPA - Maurizio Molinari : " Se il dialogo diventa un boomerang "


Maurizio Molinari

Durante la rivolta anti-Gheddafi il diplomatico americano Chris Stevens era arrivato a Bengasi nascosto dentro una nave cargo, sbarcando da clandestino su mandato di Barack Obama per allacciare i rapporti con i ribelli, ma ora la lascia dentro una bara dopo essere stato ucciso da alcuni dei libici che ha contribuito a salvare. Nella tragica parabola dell’ambasciatore Usa in Libia, che Hillary Clinton ha descritto tradendo evidente commozione, c’è il boomerang della «Primavera araba» che piomba sulla Casa Bianca obbligando il Presidente a disinnescare in fretta una «sorpresa di settembre» che minaccia di complicare la corsa alla rielezione.
Il boomerang sta nel fatto che quanto avvenuto martedì sembra smentire la strategia con cui Obama ha sostenuto la «Primavera araba»: l’intervento militare voluto per salvare Bengasi dalla repressione di Muammar Gheddafi ha gettato la stessa città nella braccia dei salafiti alleati di Al Qaeda così come la scelta di obbligare l’alleato egiziano Hosni Mubarak alle dimissioni ha consentito ai jihadisti di issare le loro bandiere nere sul pennone dell’ambasciata Usa al Cairo, dopo aver ammainato e umiliato la «Old Glory». Convinto di poter creare una nuova stagione di dialogo con i partiti islamici che guidano le transizioni post-dittatori in NordAfrica, Obama si trova alle prese con il colpo di coda dei jihadisti: sfruttare la perdurante instabilità per tentare di ricreare nelle sabbie del Sahara la piattaforma terrorista perduta sulle montagne afghane e pakistane a seguito dell’intervento della Nato.

La coincidenza con l’anniversario dell’11 Settembre rende ancora più difficile la sfida per Obama perché evoca negli americani la convinzione che quella contro il terrorismo islamico sia la «lunga guerra» di cui parlavano George W. Bush e Donald Rumsfeld ma che l’amministrazione democratica ha respinto come dottrina, arrivando a cancellarne perfino la definizione nei manuali del Pentagono di Leon Panetta.

E come se non bastasse c’è la sovrapposizione con la campagna elettorale che trasforma il boomerang della «Primavera araba» in una possibile «sorpresa di settembre» - in anticipo di un mese su quelle che in genere decidono le presidenziali - capace di giovare allo sfidante repubblicano Mitt Romney, che non a caso si è affrettato a parlare di «Inverno arabo» per evidenziare l’incapacità del Presidente uscente di distinguere fra amici e nemici dell’America.

All’entità delle sfide che, nell’arco di poche ore, si sono così sommate inaspettatamente sul «Resolute Desk» dello Studio Ovale Obama ha risposto riproponendo il metodo che l’ex capo di gabinetto Rahm Emanuel riassume così: «Affrontarle tutte con uguale determinazione». Da qui la decisione di mandare marines e droni in Libia e, al tempo stesso, rigirare contro Romney l’accusa di incompetenza, accusandolo di «aver sfruttato un attentato terroristico a fini di politica interna». E’ nei momenti di crisi che il 44° Presidente torna ad essere il politico-lottatore di Chicago, facendo ciò che più gli riesce meglio: andare all’offensiva. Ciò significa che i salafiti della Cirenaica, e i loro mandanti di Al Qaeda in Maghreb, entrano da subito nella «Kill List» con cui il Presidente ha decimato i leader jihadisti negli ultimi tre anni e mezzo così come il duello aperto sulla sicurezza nazionale con Romney può giovare ad andare alle urne spingendo gli americani a pensare più al raid di Abbottabad che ai numeri della disoccupazione. Da qui lo scenario delle prossime settimane di un Presidente sempre più nei panni del comandante-in-capo, determinato a mantenere in fretta la promessa di obbligare i killer di Stevens a «fare i conti con la giustizia». Per togliere dalla strada della «Primavera araba» l’ostacolo jihadista e per avvicinarsi alla rielezione in maniera imprevedibile per i suoi sostenitori: potendosi vantare più dei nemici dell’America eliminati che non dei posti di lavoro creati.

La STAMPA - Domenico Quirico : " La Primavera non cancella i veleni "


Domenico Quirico

Ci siamo illusi, distratti: dopo le potature di una guerraccia credevamo i libici liberi e nuovi. Convinti che il soffio eroico della rivoluzione avesse rotto l’aria morta di quarant’anni e che niente potesse più sconfiggere quell’ardore. Ci sbagliavamo, noi pensosi aruspici occidentali: dopo un anno di fermento e sgomento, tutte le putrefazioni, l’abitudine alla violenza, la tentazione tribale che sconnette e divide, una collosa fobia antioccidentale che pensavamo di aver sepolto sotto qualche bomba scagliata contro le ciurme di Gheddafi, il cinismo degli enormi interessi petroliferi, sono di nuovo messe in fermento. Ogni passione, buona e cattiva, vi trova il suo conto. Un luogo, che aiuta a capire questa Libia sospesa, incerta, intossicata dai veleni, potenti, del suo passato: Bab-el-Aziziya, la caserma, il palazzo il covo del tiranno, nel centro di Tripoli, sfondo dei suoi misteri e delle sue scenografie pagliaccesche, lugubre monumento a se stesso e minaccia cementizia sui sudditi coattivamente costretti al sogno della sua «rivoluzione». Uno dei primi gesti della rivoluzione è stato quello di affidarlo alla liberatoria attenzione delle ruspe, di ridurlo a rovina, di mettere a nudo quei cortili quelle costruzioni che, un tempo, era pericoloso sfiorare perfino con il pensiero. Ebbene: oggi Bal el Aziziya, i suoi calcinacci, sono diventati oscena corte dei miracoli, pericolosa e sudicia, dove trovano rifugio prostitute e spacciatori, diseredati e senza casa.

Le rivoluzioni arabe, qui e altrove, non sono piane, si contorcono, cambiano strada, ci illudono e disilludono: iniziate sotto l’uniforme di parata della lotta contro la tirannide, si mutano nei cenci di un tribalismo feroce o della tentazione integralista. C’è dunque una controrivoluzione in Libia? Affidata all’alleanza, micidiale e strumentale, dei trinceristi del vecchio regime e del terrorismo ecumenico, salafita e alqaedista: quell’alleanza che Gheddafi aveva invano brandito contro l’Occidente, come vendetta, mentre ormai i suoi fati precipitavano verso la sconfitta e la morte.

I kalashnikov, che migliaia di miliziani ritornati al clan e alla tribù dopo le posticce alleanze della «rivoluzione», continuano a imbracciare e si rifiutano di rendere, e il rampollare dell’odio contro l’America che sembrava seppellito nei giorni della lotta comune al tiranno, delle bandiere a stelle e strisce dipinte sui muri insieme a quelle di Francia e Gran Bretagna, gli amici, gli alleati, i salvatori, sono il riflesso di questa pericolosa incertezza. E rischiano di contare più delle schede elettorali con cui il 7 luglio i libici per la prima volta da quarant’anni hanno scelto i loro governanti; e della effervescenza delle radio, delle televisioni, dei giornali, fatti da giovani, che trasmettono in inglese fiere della loro libertà, e della società civile che si organizza e si salda in mille associazioni che denunciano strepitano elencano la novità, cioè i diritti.

La fretta con cui il governo libico, ieri, per trovare un colpevole alla strage di Bengasi, ha fatto appunto riferimento alle congiure dei seguaci di Gheddafi e al «terrorismo» sono anche scorciatoia per distorcere l’attenzione dai limiti e dai difetti di una transizione che stenta e si intoppa. La Libia resta malata, soffre di una infezione nascosta che ne menoma il vigore e ne smorza gli ardori, una inquietudine oscura come quando si attraversa il luogo dell’agguato, come quando si fiuta il tradimento. È difficile dimenticare Gheddafi, voltare pagina. E non soltanto perché la maggior parte dei gerarchi si sono salvati con la fuga e vivono a Dubai, in Tunisia, in Turchia, forniti di denaro e di volontà di rivincita. Certo i fatti inquietano: nelle ultime settimane c’è, evidente, un’accelerazione di attentati, una strategia scandita di provocazioni e delitti: il 3 agosto nella capitale una autobomba, una settimana dopo a Bengasi l’assassinio del generale Mohamed Hadia, uno dei primi alti ufficiali che avevano disertato per passare nelle file dei ribelli, il 19 ancora due autobombe a Tripoli davanti al ministero dell’Interno e a un’Accademia militare; il giorno dopo un attentato contro un diplomatico egiziano. Ora l’assalto omicida al consolato americano.

La guerra civile ha lasciato ferite profonde, lunghi solchi di vendette e contro vendette, che lentamente trinciano e sminuzzano la rivoluzione. A Sirte, ad esempio, considerata un bastione della Guida suprema, dove i resti dell’ultimo convoglio di Gheddafi arrugginiscono ancora all’ingresso della città vicino alla centrale elettrica dove venne colto dalle bombe, la rabbia è profonda. Contro i rivoluzionari venuti, si accusa, per saccheggiare e dividersi il bottino. L’odio: la maledizione dei vinti. La rivoluzione è anche un regolamento di conti.

Gheddafi ha lasciato in eredità, nella mente di ognuno, la violenza, subita e inflitta, mai regolata da uno Stato che ne abbia il monopolio e la sappia usare secondo giustizia, la tentazione a utilizzare, per farsi ragione, i metodi dell’antico regime. Questo è il vero terribile pericolo che può spossare il Nuovo, attorno al quale si aggrumano i complotti. La Libia è uno dei grandi obiettivi dei tetri becchini di Al Qaeda, nella sua ultima trasformazione, quella saheliana e africana: per il petrolio e per la posizione strategica, tra le frontiere dell’Africa nera e il Mediterraneo, mare gonfio di speranze e di tensioni. È dalla Libia che è partito, e si è armato per la sua operazione più riuscita e spettacolare, il califfato di Timbuctù, uno Stato incuneato nel cuore del Sahel.

CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Quel vessillo nero partito dall'Iraq che ora sventola sulla Cirenaica "


Guido Olimpio

WASHINGTON — Una bandiera nera con un cerchio bianco nel mezzo. Poi la scritta «Non c'è altro Dio al di fuori di Allah». Il vessillo è apparso per la prima volta nelle mani dei seguaci di Al Zarqawi in Iraq ed è poi spuntato in questi mesi nello Yemen, quindi al Cairo durante l'assalto all'ambasciata e a Bengasi. A Tunisi, invece, lo ostentano i salafiti durante le loro manifestazioni violente. È un simbolo di riconoscimento che unisce chi si offende per un film e coloro che ricorrono al terrore. A prescindere se facciano parte di Al Qaeda o si limitino a usare l'etichetta. Contano i comportamenti.
Alcuni gruppi libici sono ben visibili. È il caso di Ansar Al Sharia (Sostenitori della Sharia), tra i sospettati per l'omicidio dell'ambasciatore Usa, e guidato da Mohammed Zahawi. Oppure sono clandestini. In Libia i segnali sull'attività di nuclei ispirati ad Al Qaeda sono emersi già durante la rivolta. Decine di elementi si sono concentrati in Cirenaica, soprattutto nella regione di Derna, città che aveva offerto molti kamikaze poi morti durante la guerra in Iraq. L'eredità dei «martiri» è stata raccolta dai guerriglieri inquadrati dall'ex detenuto di Guantanamo, Abu Sufyan bin Qumu. Non pochi «finito il lavoro» in patria, sono emigrati in Siria per unirsi alla rivolta contro Assad.
La «tradizione» è cresciuta sfruttando la rivoluzione anti Gheddafi, per poi ampliarsi cercando di passare sotto il radar. Mesi fa, fonti americane hanno rivelato che Ayman Al Zawahiri, attuale leader del movimento, avrebbe inviato un suo emissario in Libia a fare da ufficiale di collegamento. Missione accompagnata dalla creazione di un campo d'addestramento in una zona remota. Rifugio adatto ad ospitare altri volontari. Al punto che gli Usa hanno inviato dei droni per dare la caccia ai terroristi. Ma qui, rispetto ad altri scacchieri, non è sempre facile distinguere la gradazione di estremismo. Perché i colori non sono netti, la collocazione cambia a seconda del momento. Ci sono gli ex membri del Gruppo combattente libico rientrati nel sistema politico ai più alti livelli. Poi gruppi che hanno un'agenda puramente locale, attenti a non superare certi limiti. Infine quelli che si richiamano alla Jihad globale, cercando alleanze e obiettivi nel segno di Al Qaeda. Lo provano gli attacchi contro la sede della Croce Rossa, un'esplosione al consolato americano di Bengasi e un agguato a un mezzo dell'ambasciata britannica.
I primi due episodi sono stati rivendicati dalla «Brigata del prigioniero Omar Abdel Rahman», l'ideologo egiziano meglio noto come lo sceicco cieco e detenuto negli Usa. Operazioni ritenute la prova generale per iniziative più clamorose (forse quella dell'altra notte). E — secondo un'interpretazione — la strage a Bengasi sarebbe avvenuta in coordinamento con la casa madre di Al Qaeda. Qualcosa di pianificato, dicono dagli Usa. A sostegno di questa tesi citano due punti. 1) L'anniversario dell'11 settembre. 2) Il messaggio di Al Zawahiri in memoria di Abu Yahya Al Libi, libico, personaggio rilevante di Al Qaeda, eliminato da un drone Usa in Pakistan. Legami tutti da dimostrare, più basati sui sospetti che prove.
Quello che è certo sono le conseguenze immediate. Con i giovani governi nati dalle travagliate rivolte arabe messi in crisi. Esecutivi dove i Fratelli musulmani hanno un peso determinante sono sfidati da nuclei oltranzisti. In Tunisia tra i salafiti ci sono personaggi coinvolti in inchieste di terrorismo (anche in Europa). Nel Paese sono tornati, ad esempio, non pochi elementi contigui a reti eversive pericolose. In Egitto hanno trovato la loro culla ideale nel Sinai. Le difficoltà del potere centrale, l'estensione del territorio e i tradizionali traffici di armi hanno visto un moltiplicarsi di gruppi eversivi. Per prima cosa si sono preparati, poi sono passati all'offensiva colpendo al confine con Israele. Le fiamme del focolaio egiziano si riverberano nella vicina Gaza, regno di Hamas. Il movimento palestinese, da un lato, spara razzi su Israele, e dall'altro prova a contenere le iniziative dei salafiti con legami nel Sinai. Sono forme ibride, dove la componente locale si aggancia a temi internazionali. Tanto è vero che alla vigilia dell'11 settembre dal Cairo avevano lanciato un allarme sul pericolo di attentati contro sedi diplomatiche.
Fenomeni guardati con inquietudine dagli Stati Uniti in quanto è complicato seguirli. Le formazioni dimostrano adattabilità e flessibilità. L'ortodossia religiosa conta, però sino a un certo punto. Ci sono matrimoni di convenienza. L'esempio perfetto è quanto sta avvenendo nel nord del Mali, dove Al Qaeda ha stretto un patto con tuareg islamisti ed altre milizie. Per ora si dedicano ai sequestri — fruttano milioni di euro — però nel contempo costruiscono una rete di relazioni difficile da neutralizzare. Resoconti trapelati prima dell'estate parlavano anche di massicci acquisti di materiale bellico. Dove? Al mercato nero in Libia.

La STAMPA - Maurizio Molinari : "Così Al Qaeda ha sfruttato le proteste della folla islamica"


al Qaeda

Un video di Ayman al-Zawahiri, la bandiera salafita issata al Cairo e l’attacco a Bengasi meticolosamente pianificato portano gli Stati Uniti a sospettare che l’ambasciatore Chris Stevens sia morto a seguito di un’operazione realizzata da Ansar al-Sharia, una delle cellule di «Al Qaeda nel Maghreb islamico».

Il video è quello con cui l’egiziano Al-Zawahiri, ideologo della Jihad islamica e divenuto leader di Al Qaeda dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, ha diffuso online nell’undicesimo anniversario dell’11 settembre, chiedendo ai libici a «vendicare» la morte del suo comandante militare Abu Yahya alLibi, ucciso da un drone americano in giugno. Poche ore dopo la pubblicazione del video il fratello minore di Al-Zahawiri, Mohammed, ha partecipato all’assalto all’ambasciata Usa al Cairo, vantandosi con i media locali di averla innescata: «Abbiamo invocato una protesta pacifica da parte di fazioni islamiche come Jihad islamica e Hazem Abu Ismael».

Mohammed Al-Zawahiri, uscito dalle prigioni egiziane in marzo, è stato ripreso dalle tv sulle mura dell’ambasciata Usa mentre i manifestanti sostituivano la bandiera americana con il drappo nero dei salafiti, ritmando il canto «Obama, Obama siamo tutti Osama». La motivazione della «protesta pacifica» era la denuncia di «Innocenza dei musulmani», un film islamofobo realizzato in California, sconosciuto al grande pubblico ma presente su YouTube con un trailer. Precedenti analoghe proteste di piazza contro film e vignette considerate ostili a Maometto hanno fatto ritenere possibile per alcune ore alle agenzie di sicurezza americane che si trattasse in effetti di una reazione popolare a «Innocenza dei musulmani». Ma quanto avvenuto a partire dal tramonto di martedì a Bengasi ha smentito l’ipotesi facendo emergere piuttosto un ben coordinato piano dei salafiti di sfruttare la copertura delle proteste al fine di attaccare il consolato di Bengasi.

Circa venti militanti dotati di armi pesanti e lanciarazzi hanno circondato la sede diplomatica, lanciando un assalto in due fasi, identificando l’edificio dove l’ambasciatore Usa si era rifugiato e bersagliandolo con i razzi . In giugno il Consolato Usa era già stato attaccato dalla britaga salafita «Per il rilascio dello sceicco Omar Abdulrahman», mandante dell’attacco alle Torri Gemelle del 1993, ma adesso i sospetti si concentrano sulla seconda cellula salafita della Cirenaica, denominata «Ansar al-Sharia» (Partigiani della legge islamica). A questo bisogna aggiungere che, sempre a Bengasi, negli ultimi tre mesi il convoglio dell’ambasciatore britannico è stato attaccato con lanciagranate così come l’ambasciata tunisina e alcuni edifici governativi sono stati oggetto di attentati.

Ciò che ne esce è lo scenario di un radicamento in Libia di «Al Qaeda nel Maghreb Islamico», fondata nel 2002 da Bin Laden per unificare attorno ai gruppi salafiti algerini «Per la Predicazione e il Combattimento» le cellule marocchine e del Sahel. Quanto avvenuto dopo il recente golpe in Mali ha dimostrato che «Al Qaeda nel Maghreb Islamico» sta tentando di assumere il controllo di alcune zone nel nord del Paese e dunque l’intento dei salafiti potrebbe essere di insediarsi in Cirenaica per creare una «Jihadland» nel Sahara, per rimpiazzare le basi perdute in Afghanistan e Pakistan.

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