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La Stampa-Il Foglio-Corriere della Sera-L'Opinione-Libero Rassegna Stampa
16.04.2011 Arrigoni: Ecco i commenti per capire chi era veramente
Fiamma Nirenstein,Fausto Biloslavo,Luigi De Biase,Pierluigi Battista, Dimitri Buffa, Maurizio Belpietro, Aldo Baquis,

Testata:La Stampa-Il Foglio-Corriere della Sera-L'Opinione-Libero
Autore: Fiamma Nirenstein,Fausto Biloslavo,Luigi De Biase,Pierluigi Battista, Dimitri Buffa, Maurizio Belpietro, Aldo Baquis,
Titolo: «Vari»

Ancora Vittorio Arrigoni, assurto a martire, nel nome della pace, naturalmente. Ieri IC aveva già pubblicato diversi commenti, oggi 16/04/2011, riprendiamo quelli più significativi, che si discostano dalla narrativa ufficiale. Fiamma Nirenstein sul GIORNALE, sulla medesima testata Fausto Biloslavo, sul FOGLIO un ritratto di Arrigoni e l'analisi di Luigi De Biase, dal CORRIERE della SERA Pierluigi Battista, dall'OPINIONE Dimitri Buffa,da LIBERO il commento di Maurizio Belpietro, e dalla STAMPA la cronaca di Aldo Baquis.
Ecco gli articoli:

Il Giornale-Fiamma Nirenstein: " Altro che pacifista, odiava Israele "


Fiamma Nirenstein

Ci sono tre o quattro cose chiare e tuttavia difficili da digerire nell' orribile omicidio di Vittorio Arri­goni. La prima naturalmente è la crudeltà della pubblica esecu­zione di un giovane uomo che aveva famiglia e amici. E ciò è chiaro. Ma non lo è la patente re­al­tà che gli assassini siano jihadi­sti islamici di Gaza. Avrebbero potuto essere afghani, o irache­ni. Nel 2002 Daniel Pearl fu ucci­so a Karachi con metodi analo­ghi perché era ebreo, 2004 l'americano Nick Berg in Irak fu decapitato in vi­deo per, dissero gli jihadisti, «da­re un chiaro messaggio all'Occi­dente »; Fabrizio Quattrocchi perché «nemico di Dio, nemico di Allah» e Arrigoni, come dico­no i suoi carnefici nel video con la scritta che scorre,perché«dif­fondeva a Gaza il malcostume occidentale» e «l'Italia combat­te i Paesi musulmani». Si ripete molto che Hamas, di cui Arrigo­ni era amico, ha condannato il delitto. Ma in realtà non impor­ta se gli assassini sono iscritti a Hamas oppure no. Lo sono sta­ti, lo saranno, lo sono... Anche Al Qaida, che a Gaza c'è, è me­glio o peggio accolta a seconda dei momenti. Ma Hamas è sem­pre padrona di Gaza.
Suo è il ra­pimento di Shalit, sua la distru­zione armata del campo di ricre­azione dell'Onu per bambini non confacente ai dettami isla­mici, suo l'arresto di 150 donne con l'accusa di stregoneria e l'as­sassinio di alcune, sua l'acquisi­zione nella legge della pena di morte, la fustigazione, il taglio della mano, la crocifissione. Sua l'uccisione del libraio Rami Khader Ayyad, cristiano di 32 anni che vendeva Bibbie. Maga­ri non sono tutti iscritti a Hamas quelli che compiono queste operazioni, o quelli che manda a sparare i missili Kassam con­tro Israele, mentre a volte li trat­tiene. E a volte reprime i giovani salafiti come ha fatto nei giorni scorsi in piazza. Hamas è un mo­vimento, un partito, uno Stato integralista, nel suo statuto sta­bilisce che vuole la distruzione dello Stato ebraico, lo sterminio degli ebrei e la sottomissione di tutto il mondo al califfato islami­co. Le frange salafite e quelle più legate alla Fratellanza mu­sulmana in Egitto, di maggiore o minore influenza iraniana o qaidista residenti nella Striscia, si associano e si dissociano. Il fat­to­che Hamas adesso li discono­sca non ha nessunissima impor­tanza.
Per capire la morte del giovane italiano è invece impor­tante­afferrare che essa è stata in­nescata dallo spurio mescola­mento dei suoi ideali umanitari con la causa di Gaza integrali­sta, dalla sua vita mescolata a quella dei suoi potenziali nemi­c­i nell'illusione di accattivarseli.
Non c'è simpatia stabile da par­te di un integralista. Solo la sua idea di Dio conta. La Gaza di Ha­mas, dove Arrigoni viene ucci­so, per come la conosciamo è sempre terra incognita. Arrigo­ni amava i palestinesi, ma resta­va un estraneo. Per quanto uno possa combattere per uno Stato palestinese è poi difficile vivere con chi spara missili sui civili, in­dossa cinture di tritolo, distribu­isce caramell­e quando viene uc­cisa a Itamar una famiglia israe­liana di cui fanno parte un bam­bino di tre mesi, uno di quattro anni, uno di nove. È un punto teorico molto importante: quando vai a Gaza, come in Af­ghanistan, devi sapere bene che la nostra concezione della vita, con tutti i suoi difetti e le sue falle, è tuttavia così carica di valore in sé che ci è difficile acce­de­re l'idea che un terrorista sui­cida, o la madre di terrorista sui­cida, o un gruppo di amici che magari vedi tutti i giorni, possa­no attribuirle valore a seconda di una scala che vige solo secon­do la sharia e l'interpretazione del potere vigente. Puoi morire perché sei ebreo, perché sei ita­liano, o cristiano, perché sei un apostata, o un corrotto occiden­tale... la fantasia estremista, non ci si può illudere, elide ami­ci e sodali. Per quanto uno si sia speso contro«il potere sionista» e abbia usato per gli ebrei l'ap­pellativo «ratti»(purtroppo Arri­goni l'ha fatto, e questo tuttavia non può cambiare la pietas per lui e la sua famiglia), niente vale se sgarri rispetto a una norma non tua, che resterà indistinta fi­no alla lama del coltello. L'isla­mismo politico può ammicca­re, ma poi uccide, anche se nes­suno di noi, gente della cultura ebraico-cristiana, lo può, oggi, capire.
E dunque, è intellettualmen­te triste e anche pericoloso che una manifestazione davanti al Parlamento incolpi Israele e l'Italia della morte di Arrigoni; o che l'Ism, Ong filopalestinese cui Arrigoni apparteneva, dia «responsabilità morali allo Sta­to d'Israele». Queste reazioni sembrano uscire da uno shock di perdita o da un cieco odio ide­ologico. Ma più ancora colpi­sce, con tutto il sincero rispetto per la figura del presidente della Repubblica, che nel suo giusto comunicato di cordoglio Gior­gio Napolitano, invece di biasi­mare l'integralismo islamico, chieda la «ricerca di una soluzio­ne negoziale al conflitto che in­sanguina la regione». Con la stessa coerenza, avrebbe potu­to invocare qualsiasi altra buo­na causa: la lotta alla fame nel mondo o alla prostituzione in­fantile. Invece ecco che si richia­ma Israele a qualche misteriosa responsabilità. Ma la colpa è dell'integralismo islamico, che c'entra tirarci dentro il dolente testimone e vittima di questo grande problema comune?


Il Giornale-Fausto Biloslavo: " Quel pacifista ultrà che odiava Israele !


Fausto Biloslavo

Pipa stile comandante Marcos,ber­retto alla Lenin con l’inseparabile spillet­ta della bandiera palestinese, incurante di sfidare gli israeliani come scudo uma­no di pescatori e contadini nella striscia di Gaza, Vittorio Arrigoni, era un ultrà pa­cifista. Adesso che è stato ucciso, dai ta­gliagole dell’Islam duro e puro, lo dipin­gono come un piccolo eroe dell’informa­zione o un illuminato cooperante senza paura. Davanti alla sua tragica morte è do­veroso abbassare il capo, ma Arrigoni non era il San Francesco di Gaza. Piutto­sto un idealista estremo, filo palestinese con i paraocchi, anti israeliano all’ecces­so e un po’ anarchico, a tal punto che gli hanno affibbiato «utopia» come sopran­nome.
L’ho incontrato nel 2009, con le mace­rie ancora fumanti dell’offensiva «Piom­bo fuso» contro la striscia di Gaza. Stava in piedi, con l’inseparabile pipa, in mez­z­o a un campo a 800 metri dalle postazio­ni israeliane, nella zona off limits. Faceva da scudo umano ai contadini palestinesi e da un momento all’altro mi aspettavo che gli sparassero. Sulle nefandezze di Hamas sorvolava e vedeva solo il «massa­cro e l’occupazione colonialista israelia­na ».
Durante i bombardamenti su Gaza ha raccontato in diretta la ferocia della guer­ra. Più che un giornalista indipendente, un minimo obiettivo, era una fonte pre­ziosa, ma terribilmente di parte.
A Gaza, dove viveva, non faceva il coo­perante all’Alberto Cairo, soprannomi­nato l’angelo della Croce rossa interna­zionale a Kabul. Aiutava, sì, ma alla sua maniera, con uno slancio militante a favo­re della causa palestinese, che lo ha fatto diventare scudo umano per vocazione e utopista per scelta. I suoi miti erano Nel­son Mandela, Ghandi, Martin Luter King, ma su Facebook scriveva cose terri­bili e astiosamente anti israeliane. Arrigo­ni è riuscito a prendersela anche con lo scrittore non certo reazionario, Roberto Saviano, che ha osato alzare il ditino a fa­vore della democrazia di Tel Aviv.
Trentasei anni, lombardo, mi spiegava che seguiva le orme «dei nonni partigia­ni, che sapevano cose fosse l’occupazio­ne nazi fascista» paragonandola a quella della Palestina. Durante la guerra un sito sionista ha incitato l’aviazione israeliana a farlo fuori. Una volta è stato pure arresta­to.
Ieric’è chi lo ha salutato con un folle e macabro «arrivederci» sostenendo che ha raccolto «la gratitudine araba».
Da 12 anni Arrigoni girava a sprazzi il mondo come «attivista non violento». Se fosse rimasto a fare l’autista magazzinie­re dalle parti di Lecco non avrebbe scritto un libro sui massacri, veri e presunti, di Gaza tradotto in quattro lingue. Nella stri­scia era arrivato nel 2008 con la prima avanguardia della famosa e criticata Free­dom flottiglia.
Arrigoni aderiva al Movimento di Soli­darietà Internazionale, ong estrema vota­ta alla causa palestinese. Come Giuliana Sgrena e le due Simone in Irak si sentiva probabilmente fra amici a Gaza, che mai li avrebbero torto un capello. Solo ultima­mente aveva cominciato a seguire da vici­no i blogger anti Hamas, che sognavano un cambiamento nella striscia come in Tunisia ed Egitto. I fondamentalisti non ci hanno pensato troppo a sbatterli in ga­lera.
Antimilitarista convinto Arrigoni pro­babilmente si rivolta nella tomba davanti alla dichiarazione del capo di stato mag­giore dell’Esercito sulla sua morte. Secon­do il generale Giuseppe Valotto l’ultrà pa­cifista era animato «in fondo dagli stessi valori e principi dei nostri soldati e dallo stesso scopo: quello di servire la collettivi­tà, sia essa nazionale sia, nel caso specifi­co, la collettività palestinese».Siamo sicu­ri che la pensino proprio così i soldati in trincea in Afghanistan stufi marci delle ac­c­use dei pacifisti o delle scritte ignobili co­me «10, 100, 1000 Nassiryah»?
Al di là delle sue idee giuste o sbagliate, Arrigoni ha fatto una terribile fine pure a causa del passaporto che aveva in tasca. Per questo motivo è giusto ricordarlo co­me un italiano vittima del terrorismo, con la sua frase simbolo: «Restiamo uma­ni, Vik da Gaza City».

Il Foglio- " La tragedia di un volontario "

Vittorio Arrigoni

Vittorio Arrigoni non faceva mistero di disprezzare gli israeliani. In un recente post su Facebook, dove scriveva molto prima di essere ucciso a Gaza da fondamentalisti islamici, l’attivista italiano aveva appena definito i sionisti “ratti”. Una fotografia, diffusa dai siti israeliani, lo mostra abbracciato al premier di Hamas, Ismail Haniyeh. Arrigoni era un duro della militanza pro Hamas, certo. Ma era anche un ragazzo ardente che ha militato per un’idea (sbagliata) e lo ha fatto senza infingimenti, pronto perfino ad accettare una bella morte. La morte invece è stata orrenda e lo ha colto alle spalle, ma se possibile questo accresce la pietà verso un altro “nostro” morto ammazzato. Nostro, proprio in quanto veicolo di “vizio occidentale” – questa l’accusa della mano assassina – in quella fortezza della sharia che è Gaza. Quando in Iraq fu macellato Enzo Baldoni, l’italiano “panza e istinto” ammiratore del subcomandante Marcos e primo di una filiera di pacifisti italiani uccisi per mano del terrorismo, il moralismo arcobaleno provò a distinguere tra il cattivo bodyguard dagli occhi di brace che doveva portare la mesata a casa, il “mercenario” Fabrizio Quattrocchi, e l’“uomo di pace” Baldoni. L’uccisione di Arrigoni, impiccato da uno squadrone della morte, ci ricorda che questa distinzione non esiste agli occhi dei predoni islamisti. Non è bastato santificare l’altruismo perché il giovane romano Angelo Frammartino fosse risparmiato a Gerusalemme. Militava per Rifondazione comunista e l’Arci, cantava “le fionde dei ragazzi palestinesi”, è finito accoltellato. Il suo carnefice riteneva che Angelo fosse “ebreo”. In Iraq è morto Salvatore Santoro di Pomigliano. E’ stato ucciso dai terroristi a Ramadi, “la tomba degli americani”, dove Salvatore voleva collaborare alla ong pacifista Charity for England and Wales. “Cresciuto a pane e politica”, Arrigoni era stato cooperante in Bosnia e osservatore durante le elezioni in Congo. La sua fama crebbe quando da Gaza cominciò a scrivere per il Manifesto. Arrigoni dragava, il volto squadrato e convinto, con i pescatori palestinesi. Eppure questo non gli ha risparmiato l’esposizione piangente e disperata di fronte alle telecamere, che in Iraq prima di lui ha sigillato la morte di Nick Berg, l’ebreo esperto di radioline a cui hanno segato la testa. Arrigoni diceva che “apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini, alla stessa famiglia umana”. Non la pensano così i fanatici genocidi che tengono in scacco Israele da oltre sessant’anni. Il suo ultimo video, la testa strattonata per i capelli e gli occhi bendati, ricorda quelli della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, generosa pacifista dal volto sciupato e dolente e dal sorriso spento nel pianto. Anche la “resistenza irachena”, per cui Sgrena aveva patteggiato, la costrinse a farsi megafono del banditismo omicida che ha infestato l’Iraq, facendo esplodere i seggi elettorali. Baldoni, Santoro, Sgrena, le due Simone, Frammartino, Arrigoni, sono tutti pacifisti finiti, letteralmente, nelle mani del nemico. Ma il nemico non era quello che immaginavano loro, i marines, le truppe italiane di Nassiriyah, i cingolati israeliani. E’ un odio puro, feroce, che non discrimina fra ebrei, crociati o apostati del vizio occidentale. Eccola la tragedia dei nostri pacifisti.

Il Foglio-Luigi De Biase: " La grande illusione di Gaza"

Vittorio Arrigoni nelle mani dei salafiti

Roma. L’omicidio di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano rapito e ucciso a Gaza giovedì notte, dice due cose importanti sulla vita nella Striscia. La prima: gli uomini di Hamas non sono in grado di tenere sotto controllo i rivali salafiti, o lasciano loro margini di autonomia che appaiono sempre più grandi e pericolosi. La seconda: nei Territori non si vedranno sviluppi positivi sino a quando il potere sarà gestito da un’organizzazione estremista. L’idea che Hamas possa amministrare la Striscia e farla funzionare come uno stato si rivela oggi per quello che è: illusione pura. La prova finale è nelle parole di Fawzi Barhoum, il portavoce del gruppo, che ieri ha accusato Israele di avere un ruolo nell’omicidio Arrigoni. “Gli assassini vogliono diffondere il caos nella Striscia – ha detto – Qualcuno vuole danneggiare la nostra stabilità e il nostro sistema di sicurezza”. Secondo Barhoum, l’obiettivo è scoraggiare la flottiglia di pacifisti che, il mese prossimo, dovrebbero portare aiuti umanitari sulle coste della Palestina nonostante l’embargo deciso dal governo israeliano.I salafiti non hanno la stessa forza di Hamas, almeno sul piano numerico, ma possono esercitare un impatto considerevole sugli equilibri di potere nella Striscia e sulla guerra contro Israele. Chi governa Gaza si è servito di loro in molte occasioni: nel 2006, i miliziani di Jaish al islam (significa “esercito dell’islam”) hanno partecipato al sequestro di Gilat Shalit, il soldato di Tsahal che si trova ancora in un carcere segreto, e del giornalista britannico Alan Johnston, liberato dopo alcune settimane di prigionia. Non è facile stabilire se Hamas abbia già perso il controllo delle milizie salafite (che dicono di avere legami stretti con al Qaida), o se abbia soltanto la necessità di aprire una valvola di sfogo per evitare problemi maggiori. Comunque sia, l’omicidio di giovedì è una pessima notizia per il governo di Gaza, che oggi punta sulla comunità internazionale per ottenere il riconoscimento di uno stato palestinese. Nel video girato poche ore prima che Arrigoni fosse ucciso, i salafiti hanno accusato l’attivista di portare i “vizi dell’occidente a Gaza, e hanno rimproverato Hamas di essere troppo tenera nei confronti di Israele. Dalla vittoria alle elezioni del 2006, i leader di Hamas hanno mostrato di essere pronti a tutto pur di tenere i rivali lontani dal potere. E’ successo alla moschea di Rafah quando è stato il momento di spegnere le ambizioni di Jund Ansar Allah, ma è accaduto lo stesso con i rappresentanti di Fatah, che hanno perduto ogni posto di comando nella Striscia di Gaza. Questa prova di forza non ha certo migliorato l’esistenza dei palestinesi. La politica di Hamas ha costretto la Striscia a sopportare l’operazione Piombo Fuso, eseguita tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010 dall’esercito israeliano per fermare il lancio di razzi sulle città del Negev; allo stesso modo, obbliga Gaza a vivere secondo le regole di un’economia primitiva, basata sugli aiuti stranieri e sugli scambi illegali che avvengono nei tunnel al confine con l’Egitto. Il rapimento e l’uccisione di Arrigoni provano che questo sistema non può che generare alternative ancora più violente.

Corriere della Sera-Pierluigi Battista: " La guerra sbagliata del >pacifista< nemico di Israele "

 
 

Si stenta persino a capire in quali abissi di bestialità possano essere piombati gli uomini che hanno trucidato Vittorio Arrigoni a Gaza. Quali giustificazioni può avere l’enormità disumana del loro gesto? E invece il fanatismo folle ha questo di peculiare: il trattare gli esseri umani come oggetti da torturare, se la Causa lo impone. Il sacrificare gli innocenti, se il sangue versato può essere utile alla guerra santa. Perciò il corpo martoriato di Arrigoni suscita pietà due volte. Pietà per il rito cruento che lo ha barbaramente annientato. Pietà per lo sgomento e la disillusione che Arrigoni deve aver provato negli ultimi momenti della vita, prima di essere ucciso da chi era stato il destinatario, ingrato, del proprio impegno e del proprio aiuto. Eppure l’efferatezza dell’esecuzione di Arrigoni ha una sua logica, un’allucinata ma coerente sequenza politica e ideologica in grado di ispirare un gesto così vigliacco. Arrigoni aveva consacrato se stesso alla causa palestinese, con un’adesione totalizzante, assoluta, mistica, senza riserve, dubbi, sfumature. Una causa che ai suoi occhi si identificava con un odio altrettanto assoluto nei confronti dello Stato di Israele, descritto e demonizzato nel suo blog come l’espressione di ogni nefandezza, la manifestazione di uno scandalo storico che non ammetteva mediazioni e non concedeva nulla, ma proprio nulla, alle ragioni del Nemico. «Demonizzazione» , in questo caso, è più di una metafora. Nel suo blog Arrigoni invocava la dannazione per i «demoni sionisti» che agitavano gli orrori dello «Stato ebraico» . Aveva trattato Roberto Saviano, colpevole di aver aderito a una manifestazione a difesa di Israele, come un «propagandista dei crimini» . Definiva il sionismo «disgustoso» . Scomunicava al Fatah come una centrale di «venduti alla causa di Israele» . Condannava Shimon Peres come un mostro che «bruciava bambini con il fosforo bianco» . Non aveva mezze misure, chiaroscuri, sfumature. Ha detto una volta: «Io i libri di Yehoshua, Grossman e Oz non li leggo perché sono sporchi di sangue» . Proprio così: «Sporchi di sangue» . Oggi dobbiamo provare pietà per come lo hanno ucciso, ma Arrigoni non aveva pietà per Gilad Shalit, il giovane israeliano ostaggio da oltre 1700 giorni dei carcerieri di Hamas, e diceva che gli appelli per Shalit «intasano l’etere» , moleste e ripetitive invocazioni per salvare una vita. «Restiamo umani» , amava dire Arrigoni. Ma certe volte il fanatismo ideologico ispira ineluttabilmente parole disumane. E troppa disumanità ha macchiato un conflitto interminabile come quello che da decenni impegna il Medio Oriente. Lui con le ragioni di Hamas si identificava in toto. E gli era difficile immaginare che un gruppo terroristico ancora più oltranzista, feroce, sanguinario avrebbe potuto scavalcare in fanatismo chi incarnava le ragioni del «popolo palestinese» . La sua furia per ciò che riteneva il Bene supremo e non negoziabile era tale, da non riconoscere come centrale dell’identità storica contemporanea il Male che si era abbattuto sugli ebrei, vittime di un crimine enorme e imprescrittibile. Oggi, all’indomani di un omicidio tanto barbaro, sarebbe tuttavia disonesto, in primo luogo per il rispetto dovuto alla memoria di Arrigoni, offrire per la vittima del fanatismo un ritratto angelicato, falso, edulcorato. Sarebbe un’impostura, come quella di chi ha addirittura proposto il premio Nobel con cui insignire post mortem il militante filo-palestinese assassinato: perché Vittorio Arrigoni non era un pacifista, era un fiero e coraggioso combattente di una guerra per la quale si era generosamente speso con tutto se stesso. Era il combattente di una guerra sbagliata, ma questo non può diminuire l’ammirazione per la sua dedizione. Oggi, nei siti filo-palestinesi intossicati da un complottismo irriducibile, circola ovviamente la leggenda della responsabilità di Israele (e della Cia e del Mossad) per il rapimento e l’assassinio di Arrigoni. La spregiudicatezza falsificatrice di queste ricostruzioni grottesche è pari alla cronica incapacità di scorgere che anche nella parte da loro considerata «giusta» possa annidarsi il virus della violenza cieca e bestiale, del fanatismo disumano di chi conosce solo il linguaggio del Terrore. Israele è il colpevole di tutto, per definizione, e dunque anche del massacro di Arrigoni. È il Male, per definizione, e dunque è solo la sua malvagità ad aver armato la mano degli assassini. «Restiamo umani» , invocava Arrigoni nei suoi scritti. Purché nell’umanità di chi ne rivendica l’eredità la menzogna sistematica non prenda il posto della saggezza. E un nuovo fanatismo metta a tacere la pietà per un uomo strozzato da mani che forse credeva amiche. Una tragedia, che i complottisti non hanno il diritto di ridurre a una farsa

L'Opinione-Dimitri Buffa: " L'ennesima vittima del terrorismo palestinese "



Il cadavere di Arrigoni

 I terroristi islamici di Gaza, per la cronaca palestinesi, hanno fatto un’altra vittima: Vittorio Arrigoni. Questo oltre a provocare un’ondata di sdegno e di solidarietà con la vittima, che detto per inciso viveva da anni in loco e si proclamava amico di hamas e nemico di Israele, tanto da giungere ad attaccare lo scrittore Roberto Saviano solo per avere fornito una testimonianza a favore del diritto dello stato ebraico alla propria esistenza nel corso di una manifestazione organizzata da Fiamma Nirenstein l’anno scorso, ha riempito i siti “pro Palestina a qualunque costo” presenti su internet di una serie di assurde ipotesi su chi ci sia dietro questo movimento salafita, scissionista e rivale di hamas, responsabile della morte e del precedente rapimento dello stesso Arrigoni. Insomma i suoi ex amici si trovano spiazzati nel doversela prendere con il terrorismo islamico di matrice palestinese e devono arrampicarsi sugli specchi per dare la colpa a Israele. Ad esempio infopal.it di Angela Lano nega praticamnete l’esistenza della Brigata Mohammed Bin Moslama, il gruppo aramato salafita legato ad Al Qaida che giovedì ha rivendicato il sequestro diffondendo una foto ignobile del povero Arrigoni pestato a sangue e bendato. E sostiene invece che “dietro” ci sarebbe Israele. Ecco come: “Fonti all'interno della Freedom Flotilla2 hanno dichiarato all'agenzia Safa di ‘non escludere che ci sia Israele dietro il rapimento di Vittorio Arrigoni’ : può trattarsi di un piano per fare pressione sugli attivisti, e sulle varie organizzazioni in Europa impegnate nel tentativo di rompere l'assedio su Gaza, che dura da cinque anni”. La prova? Non c’è, ma esiste un indizio: “Due giorni fa, il primo ministro italiano, stretto collaboratore di Israele, ha dichiarato che lavorerà per impedire la partenza della flotta della libertà dall'Europa”. C’è da dire che la cosa è vagamente autoreferenziale in dinamica circolare: la stessa Angela Lano direttrice di Infopal infatti è una delle organizzatrici di Freedom Flottilla 2, addirittura presentata a dicembre nei locali dell’Ordine nazionale dei giornalisti a Roma, e quindi come può parlare così vagamente di queste fonti interne a Freedom flotilla due? Ma l’agenzia “infopal” è convinta di questi retroscena e di queste fonti, tanto che poi nell’articolo si afferma che “..se l'obiettivo del rapimento di Vittorio era di fare pressioni sul fronte palestinese (sul governo di Gaza che ha incarcerato alcuni militanti del gruppo salafita, ndr), perché non hanno sequestrato dei membri di Hamas? Ecco perché siamo portati ad accusare Israele del rapimento”. La logica del cui prodest insomma. Saranno queste congetture sul filo del ridicolo a riportare in vita Arrigoni o a onorare la sua memoria? Difficile pensarlo. Ieri il sito Debka.com, vicino all’intelligence di Gerusalemme, raccontava tutta un’altra storia. Che dice che nello scorso anno “centinaia di terroristi di Al Qaeda avrebbero infiltrato hamas creando questo gruppo salafita, Al-Tahwir Al-Jihad, la cui suddetta brigata sarebbe il braccio armato, che adesso sta conducendo l’ennesima guerra interna tra terroristi palestinesi, stavolta per la supremazia su Gaza. Arrigoni viene definito come “una figura familiare in Gaza, sin da quando si è insediato lì dopo il suo arrivo a Gaza tre anni orsono a bordo di una delle navi che si proponevano lo scopo di rompere l’assedio alla Striscia”. Si dice di lui che “aveva il permesso e la fiducia della leadership di hamas con vari incarichi da svolgere in occidente e che era libero di muoversi dentro e fuori Gaza usando un passaporto egiziano”. Al Tawhir al jihad pretendeva che hamas liberasse il suo capo Hisham Saidani, catturato all’inizio di questa stessa settimana. Arrigoni è finito in mezzo a questa storia molto più grande di lui. E dopo averlo ucciso se lo sono venduto pure come spia israeliana contando da una parte che questo suo muoversi tra Italia, Egitto e Gaza potesse avvalorare un simile ignobile sospetto e, dall’altra, che i suoi stessi ex amici sulla rete internet avrebbero provveduto a rilanciare, avvalorare e confermare questa accusa. D’altronde gli omicidi tra palestinesi si sono sempre giustificati così, anche quando ammazzavano un ragazzo perché gay diventava automaticamente una spia di Israele. Arrigoni, che per ingenuità idealistica, che oggi va rispettata con il dolore e il cordoglio, si credeva di essere più palestinese di un palestinese vero e proprio, ieri lo hanno ammazzato così, come si fa con un palestinese che non segue gli ordini del suo rais. E lo hanno anche coperto con il marchio d’infamia di essere stato una spia del Mossad. Con i suoi ex sodali in Italia e in Europa che rilanciano la tesi complottistica e la leggenda metropolitana nel mondo in saecula saeculorum..

Libero-Maurizio Belpietro: "Vittima della faida tra palestinesi e del suo buonismo"

In Israele sono stato una sola volta nel 1991, mentre era in corso la prima guerra del Golfo. Su Tel Aviv cadevano i missili di Saddam Hussein e nelle strade c’erano crateri enormi. Gerusalemme, dove dormivo, essendo una città santa non era nel mirino dei cannoni iracheni, ma aveva un altro tipo di problema: l’Intifada. In palestinese vuol dire rivolta e nei vicoli di Gerusalemme la ribellione la si misurava guardando le imponenti misure di sicurezza. La guerra finì una settimana dopo il mio arrivo e dunque non feci in tempo a vedere e capire tutto quello che avrei voluto. Una cosa però mi risultò evidente, ovvero che il conflitto tra palestinesi e israeliani fosse più complesso di come ero abituato a leggerlo sulle pagine dei giornali italiani. Per la stampa nazionale tutto era estremamente chiaro: in quella guerra - di questo infatti si tratta - da una parte c’erano i buoni, cioè i palestinesi, dall’altra i cattivi, vale a dire gli israeliani. Una distinzione netta, senza sfumature o esitazioni. In realtà le cose stavano in maniera molto diversa e non solo perché la disinformazione era un’arte praticata da entrambe le parti in lotta, ma pure a causa dell’incapacità di molti cronisti di superare i pregiudizi e di andare oltre i luoghi comuni. Le vittime non erano tutte addossabili all’esercito israeliano, come comunemente si leggeva. Ma c’erano anche palestinesi uccisi da altri palestinesi. Donne assassinate perché non avendo di che sfamare i propri figli si prostituivano, uomini uccisi perché semplicemente non volevano aderire alla rivolta. Ricordo un tipo che avvicinò me e un altro collega cercando di venderci della mercanzia. Era un padre di famiglia costretto a non lavorare e a protestare contro Tel Aviv. Fosse stato per lui la serranda del suo negozio l’avreb - be alzata subito. Ma gli integralisti lo costringevano a tenerla chiusa, pena la vita. Se ricordo tutto ciò è perché penso che Vittorio Arrigoni sia stato vittima di quei pregiudizi che portavano a identificare la buona causa tutta da una parte e quella cattiva dall’altra. Ovviamente entro in punta di piedi in una vicenda dove qualcuno ci ha rimesso la pelle inseguendo i propri ideali di pace e di fratellanza. Non voglio dire che si sia sbagliato e che abbia buttato la propria vita al vento. Ma ho la sensazione che per un eccesso di idealismo, per una encomiabile voglia di battersi in nome dei più deboli, egli non si sia reso conto di quale groviglio di odio, vendette e integralismo religioso sia oggi Gaza. Quella che vi si combatte non è una bella guerra, ammesso che una guerra possa mai essere bella, ma un conflitto sporchissimo, dove chi vuole apparire vittima non esita a mettere il proprio figlio davanti alle bocche di fuoco israeliane per poter poi accusare le truppe di David di essere assassine. Madri che mandano i propri figli carichi di tritolo a farsi esplodere. Comandanti che nascondono le armi in condomini pieni di gente mettendo in conto che i missili di Tel Aviv sparati contro il deposito facciano una strage. Gruppi armati che combattono gli israeliani ma non esitano a scannarsi fra di loro per questioni di soldi o di potere. Infilarsi in mezzo a una guerra di questo tipo può sembrare un gesto coraggioso, in realtà è solo un’impru - denza con cui ci si gioca la vita Proprio quello che capitò a Enzo Baldoni, un giornalista per passione e pacifista per convinzione, che sette anni fa si avventurò in Iraq volendo raccontare il conflitto: finì sgozzato e i suoi resti furono trovati a distanza di anni. Alle due Simone e alla collega del Manifesto Giuliana Sgrena andò meglio, ma anch’esse rischiarono di lasciarci la ghirba. Purtroppo, molti militanti pacifisti, imbottiti di buonismo e di inesperienza, pensano che basti dichiararsi di sinistra e schierarsi a favore della causa di quelli che ritengono gli oppressi per essere al sicuro. Le buone intenzioni in nessuna guerra sono un salvacondotto capace di mettere al riparo chi le sostiene. E nemmeno garantiscono una buona morte.

La Stampa-Aldo Baquis: " Ucciso prima dell'ultimatum "

È finito nel modo più tragico il clamoroso rapimento a Gaza di Vittorio Arrigoni. Sequestrato giovedì da tre miliziani al servizio di un gruppo totalmente sconosciuto (e forse immaginario) le «Brigate del Coraggioso compagno del Profeta Mohammed bin Muslima», il 36enne volontario italiano è stato trovato morto da una unità speciale di Hamas in un misero appartamento in un rione a Nord di Gaza.

«La casa era vuota, senza mobili» ha riferito Khalil Abu Shamala, direttore della Ong di Gaza a-Dameer. Era stata affittata negli ultimi giorni, proprio per fungere da nascondiglio per i terroristi. Ma in poche ore è stata localizzata dai servizi di sicurezza di Hamas, grazie ad una soffiata. «Il cadavere giaceva su un materasso gettato in un angolo, per terra. Era ovvio che i rapitori avevano colpito Vittorio alla testa, poi sarebbe stato strangolato» ha aggiunto Abu Shamala. A quanto pare hanno fatto ricorso a un fil di ferro. «Aveva le mani legate dietro la schiena». Sul volto presentava segni di percosse. Sembra che i carcerieri volessero obbligarlo a confessare di essere una spia.

Quando gli agenti hanno fatto irruzione, il volontario era morto da ore. Hanno arrestato due persone (fra cui un cittadino giordano, con documenti falsi) ma adesso si chiedono il perché del filmato diffuso giovedì con le richieste del riscatto ed un ultimatum di 30 ore che non è stato rispettato: quando è stato messo in rete, Arrigoni forse non era più vivo.

Di fronte all'orrore della vicenda, espressioni di esecrazione sono giunte ieri sia da Hamas sia dall'Anp. «Un crimine odioso - hanno convenuto - che non riflette i valori, la storia e la religione dei palestinesi». Giovedì i sequestratori avevano richiesto la liberazione incondizionata da un carcere di Hamas del leader del gruppo salafita Al Tahwid wal Jihad, Hisham Saidni (alias Abd el-Walid al-Maqdisi): un personaggio a cui viene attribuita una catena di attentati terroristici antiisraeliani ed anti-occidentali a Gaza e nel Sinai egiziano. Ma ieri, di fronte all'ondata di orrore che scuoteva tutta la società di Gaza - dove Arrigoni era ben noto - gli stessi membri di Al Tahwid walJihad (alcune centinaia in tutto) hanno preferito tirarsi indietro e hanno sostenuto di essere del tutto estranei alla vicenda.

Hamas ha dapprima esecrato i rapitori qualificandoli come «esseri perversi che sono ricorsi all'arma del delitto per gettare Gaza nel caos». Un riferimento ai diversi gruppi di integralisti salafiti, sostenitori di Al Qaeda, che da anni cercano di mettere radici nella Striscia e di partecipare alla lotta armata contro Israele, anche con volontari giunti da altri campi di battaglia.

In seguito però un dirigente di Hamas, Mahmud a-Zahar, ha aggiunto anche una velata accusa in direzione di Israele: chi ha soffocato l'italiano giunto tre anni fa nella Striscia con i battelli umanitari della Free Gaza, dopo aver superato il blocco israeliano, voleva forse - ha notato - lanciare un messaggio di dissuasione a quei volontari che progettano di partecipare ad una nuova «flottiglia» umanitaria, a fine maggio. Una missione che Israele cerca di sventare. «Gaza è sicura», si è affrettato ad assicurare il capo dell'esecutivo di Hamas, Ismail Haniyeh.

Eppure poche ore dopo ignorando le direttive di Hamas - altri miliziani hanno ritenuto opportuno attaccare da Gaza il porto israeliano di Ashdod (150 mila abitanti) con due razzi Grad. Uno di essi è esploso a poche centinaia di metri da un rione popoloso.

Dopo il recente lancio di un razzo anticarro da Gaza contro uno scuolabus israeliano; dopo la uccisione di Arrigoni; e dopo questo ulteriore attacco Hamas è costretto - ora più che mai - a verificare la saldezza del proprio controllo su Gaza. Mentre i salafiti manifestano adesso con baldanza anche ad Amman, è possibile che i venti di ribellione che hanno investito varie zone del Vicino Oriente soffino anche nelle sue strade e nei suoi campi profughi.

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