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Il Giornale - La Stampa Rassegna Stampa
01.02.2011 Egitto, Stati Uniti: Analisi di Fiamma Nirenstein, Maurizio Molinari
Il Medio Oriente va a fuoco per colpa della debolezza di Obama

Testata:Il Giornale - La Stampa
Autore: Fiamma Nirenstein - Maurizio Molinari
Titolo: «Obama elefante nella cristalleria mediorientale - Obama frena: Mubarak gestisca la transizione»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 01/02/2011, a pag. 10, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Obama elefante nella cristalleria mediorientale ". Dalla STAMPA, a pg. 8, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Obama frena:  Mubarak gestisca la transizione". Ecco i pezzi:

Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Obama elefante nella cristalleria mediorientale "


Fiamma Nirenstein

Il presidente americano Obama dovrebbe smetterla di pasticciare col Medio Oriente, di cambiare posizione due volte in due giorni sulla più grave delle situazioni sul tappeto della pace mondiale, il futuro dell’Egitto. Dovrebbe smetterla di mettersi in relazione con il bene assoluto invece che con quello della sua nazione e di tutto il mondo che, dietro agli Usa, crede nella libertà, nel libero mercato, nella monogamia, nei diritti delle donne. Che frivolezza è mai questa? Che razza di informazioni ha la signora Clinton quando ci dice che «Non importa chi detiene il potere (comunque, non si sa mai, magari Mubarak la sfanga, sembra sottintendere questa frase ndr), il punto è come risponderemo ai legittimi bisogni e alle lagnanze del popolo egiziano». Ottimo, ma Obama, che ha dato questa linea mollando il suo alleato di sempre, il suo punto di riferimento nel mondo arabo dopo parecchie ore di incertezza, lo sa che fra le “lagnanze”, le più dure (ormai comuni in piazza) oltre che contro Mubarak, inveiscono contro gli Usa e Israele, e contro il mondo occidentale in generale? Lo sa che questa grande rivoluzione di piazza, che nella nostra visione ha soprattutto connotati sociali, deve invece essere misurata su connotati culturali islamici completamente diversi? O dobbiamo seguitare a fingere che si parli solo di pane e di lavoro, elementi senz’altro rilevanti?

Ma ci richiama alla realtà il sito jihadista salafita Minbar Al Tawhid dove il prominente clerico Abu Mundhit Al Shinqiti raccomanda di partecipare alle manifestazioni spiegando: «Siamo sull’orlo di uno stadio storico per la nazione islamica, la caduta del regime egiziano sarà simile al terremoto dell’11 di settembre». L’11 di settembre, Presidente! Obama dovrebbe ascoltare il chiaro suggerimento di Al Shinqiti. Sa che in queste ore fra le varie forze in campo si gioca la trattativa per un governo in cui la Fratellanza Musulmana dovrebbe avere un ruolo preminente? Che l’abbiamo attraversata di già, con gli Hezbollah in Libano, questa fase “democratica”? Sa che gli slogan nelle piazze hanno un carattere sempre più antiamericano e antisraeliano, fino all’odio classico dei movimenti ideologici dei nostri tempi, sempre più grandi, sempre più sorretti da stati come l’Iran o la Siria? La piazza egiziana dice e scrive sui muri: «Gli Usa sostengono il regime, non il popolo»; per Mubarak hanno scritto sul ponte più grande del Cairo «Traditore, vattene in Israele»; e «Questa è la fine di tutti gli ebrei». Al Jazeera,  presenta al pubblico “esperti” come l’ex membro del parlamento israeliano, il palestinese Azmi Bishara, fuggito dopo essere stato accusato di spionaggio a favore degli Hezbollah durante la guerra del 2006. Spiega che la lobby sionista Usa è quella che sorregge Mubarak.

Obama non vede quello che ha combinato in Medio Oriente con la sua piacioneria? Ha lasciato, fingendo di sostenere il governo libanese, che gli Hezbollah ne facessero una colonia iraniano-siriana; ha rafforzato il potere di Assad, un dittatore che adesso spiega che la Siria è stabile perché ha evitato ogni accordo di pace con Israele. Obama ha lasciato che la Turchia scegliesse la sponda islamista. Ha abbandonato Israele ai lupi, con varie sdolcinatezze su qualche appartamento a Gerusalemme est senza mai accorgersi che il Maghreb, l’Egitto, la Giordania stavano prendendo fuoco.

Magari le rivoluzioni democratiche fossero avvenute perché Obama, come George Bush, ha scelto la via dei dissidenti. Al contrario, quando i dissidenti erano là a centinaia di migliaia nelle piazze di Teheran, Obama li ha piantati in asso. Quali dissidenti adesso sta aiutando Obama con la sua presa di posizione anti leadeshisp egiziana? Non certo Saad Eddin Ibrahim, non Ayman Nur, disperati democratici spesso incarcerati. Obama non ha mai seriamente cercato di aiutarli di fronte allo strapotere di Mubarak. Oggi, inutile invocare la democrazia senza averne preparato le infrastrutture. La transizione non fa sconti; le elezioni, come è accaduto con Hamas, diventano sovente un’acuta arma contro il popolo stesso. Sarebbe un bel risultato per Obama, adesso, farfalleggiare con i diritti umani mentre va al potere un popolo che per il 59 per cento preferisce l’islamizzazione e per il 29 la modernizzazione; che per l’82 per cento è per la lapidazione a chi commette adulterio e per l’84 chiede la pena di morte per chi cambia religione. Obama le legge le famose “Pew poll”? Le legga, il presidente americano, e smetta di inchinarsi al re saudita come fece a Riad; di inchinarsi all’Islam come fece all’Università di Al Azhar al Cairo; allo status quo in Iran; e ai dimostranti egiziani, senza indagare il futuro.

Se gli salta la pace fra Egitto e Israele, come quasi tutti gli analisti israeliani temono, se salta l’unico pilastro della stabilità mediorientale contro lo strapotere iraniano, degli Hezbollah, di Hamas, dei Fratelli Mussulmani, Mr Obama, mentre l’Afghanistan trema, che cosa farà contro l’Islam estremo? Almeno, condottiero del mondo, ci dia qualche spunto per garantire che non avremo in regalo un Iran numero due da questa rivoluzione.
www.fiammanirenstein.com

La STAMPA - Maurizio Molinari : " Obama frena:  Mubarak gestisca la transizione"


Maurizio Molinari

La Casa Bianca frena le pressioni per ottenere le dimissioni dal presidente egiziano Hosni Mubarak, recapitandogli le condizioni per essere lui a guidare la «transizione ordinata» auspicata dal Segretario di Stato Hillary Clinton.

Sono due alti funzionari della Casa Bianca a far trapelare il contenuto dei messaggi trasmessi al Cairo nell’evidente intento di spingere Mubarak ad agire. Ecco le condizioni: garantire il libero svolgimento delle elezioni presidenziali di settembre senza ricandidarsi; sospendere le leggi di emergenza in vigore dal 1981; consentire alle organizzazioni non governative di operare liberamente; scarcerare i prigionieri politici. Il passo di Washington avviene poche ore dopo che la tv egiziana ha trasmesso le immagini dell’insediamento del nuovo governo nominato da Mubarak. L’intento è di far sapere subito al Raiss che «le riforme non possono aspettare» come dice Robert Gibbs, portavoce di Obama: «Transizione ordinata significa andare verso elezioni davvero libere passando attraverso cambiamenti della Costituzione e negoziati degni di questo nome con i rappresentanti della gente nelle piazze». Gibbs aggiunge che «non sta a noi ma al popolo egiziano decidere i nomi che saranno sulle schede elettorali in settembre» senza pronunciarsi sulla candidatura di Mohammed El Baradei ma facendo capire che deve essere Mubarak a fare un passo indietro.

Nel complesso si tratta di una frenata politica rispetto all’orientamento dell’amministrazione Obama mostrato venerdì e sabato, quando la scelta era stata di puntare sui generali e sul neo-designato vicepresidente Omar Suleiman per esautorare Mubarak. Il motivo dell’inversione di marcia, si apprende da fonti diplomatiche a Washington, è che «i generali egiziani esitano». Ad evidenziarlo è quanto avvenuto quando Mubarak ha ricevuto Suleiman, il ministro della Difesa Mohammed Hussein Tantawi e il capo di stato maggiore Sami Hafez Enan. A Washington c’è chi attendeva da quell’incontro le dimissioni di Mubarak - e in effetti Suleiman e Tantawi le avrebbero chieste - ma il Raiss ne è uscito a testa alta, mettendo a nudo l’incertezza dei militari. È stato tale sviluppo che, fra domenica sera e ieri pomeriggio, ha fatto maturare nella Casa Bianca il timore del peggio ovvero il rischio che le titubanze dei generali possano portare l’Egitto verso uno scenario simile all’Iran del 1979. Da qui la considerazione, fatta dal capo della commissione Esteri del Senato John Kerry, che «Mubarak ancora non ha lasciato il potere» e dunque resta il principale interlocutore di Washington. Dai colloqui di Obama con il re saudita e i premier di Turchia e Israele sarebbe inoltre emerso un convergente timore per «lo scenario peggiore» mentre i contatti con Bruxelles hanno portato a condividere l’auspicio per «libere e giuste elezioni» reso pubblico dai ministri dell’Ue. Lo scenario della «transizione ordinata» profila tempi medio-lunghi di alta tensione in Egitto e questo è il motivo che ha spinto Obama a ordinare ai marines di accamparsi nel giardino dell’ambasciata al Cairo.

Dietro la scelta di Obama di offrire a Mubarak la chance di traghettare il Paese verso il voto ci sono anche motivi di politica interna. La crisi egiziana ha azzerato l’impatto dell’agenda «Vincere il futuro» illustrata nel discorso sullo Stato dell’Unione facendo temere uno stop nel recupero di popolarità del presidente senza contare che, come dice il guru politico David Axelrod a UsaToday , «la cosa peggiore che può capitarci in vista del 2012 è un’altra crisi finanziaria», come quella che potrebbe scaturire dall’Egitto, le cui turbolenze hanno già fatto arretrare le borse e decollare il greggio.

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