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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Il Foglio - Corriere della Sera Rassegna Stampa
07.10.2010 Oggi a Roma ore 18,00 - Per la verità, per Israele
Commenti di Yuli Edelstein, Bruce Bawer, Phyllis Chesler, Gert Weisskirchen, Rosa Matteucci, Pierluigi Battista

Testata:Il Foglio - Corriere della Sera
Autore: Yuli Edelstein - Bruce Bawer - Phyllis Chesler - Gert Weisskirchen - Rosa Matteucci - Pierluigi Battista
Titolo: «Cari progressisti che condannate a morte lo stato ebraico in nome dei diritti umani e della pace - La linea del fronte d’Israele passa per l’Europa. Tsahal lotta anche per la nostra libertà - Nella guerra a Gerusalemme nessuno sarà risparmiato. Dopo gli e»

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 07/10/2010, a pag. IV, gli articoli di Yuli Edelstein, Bruce Bawer, Phyllis Chesler, Gert Weisskirchen, Rosa Matteucci titolati " Cari progressisti che condannate a morte lo stato ebraico in nome dei diritti umani e della pace ", " La linea del fronte d’Israele passa per l’Europa. Tsahal lotta anche per la nostra libertà ", " Nella guerra a Gerusalemme nessuno sarà risparmiato. Dopo gli ebrei vengono i cristiani ", " Difendere Israele è difendere la nostra cultura " e " Nel carnasciale contemporaneo, Israele non deve avere diritto a esistere e a difendersi ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 1-56, l'articolo di Pierluigi Battista dal titolo " Le critiche a Israele e i veri nemici ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Yuli Edelstein : " Cari progressisti che condannate a morte lo stato ebraico in nome dei diritti umani e della pace "


Yuli Edelstein

Ecco uno spaccato della situazione internazionale nell’anno 2010. C’è un paese di circa 74 milioni di persone distribuite su un territorio vasto oltre un milione e mezzo di chilometri quadrati, con risorse naturali in abbondanza, governato da un regime fanatico e criminale, che mette in carcere, stupra e uccide i propri individui perché dissidenti o perfino per le preferenze sessuali. Un paese che giustizia le donne con l’accusa di “infedeltà”, dedito alla progettazione di armi di distruzione di massa, che diffonde la sua teologia carica d’odio in tutto il mondo e promette apertamente che cancellerà un secondo stato dalla faccia della terra.
Ora immaginate questo secondo stato, circa sette milioni e mezzo di persone su 22.000 chilometri quadrati (meno della Sicilia), quasi privo di qualsiasi risorsa eccetto il talento e l’abilità del suo popolo. Un paese circondato da nemici fin dai tempi della sua nascita, vittima di ripetute aggressioni, salvato dal costate sacrificio dei suoi cittadini soldato. Uno stato guidato da un governo eletto che con rigore fa valere il principio della legalità, difende i diritti delle minoranze e la parità tra i sessi, dimostrando assai di frequente di essere disposto a cedere parti di questo suo scarno patrimonio in nome della pace. E adesso ponetevi queste domande: quale tra i due è costantemente oggetto di sdegno e di diffamazioni in tutto il mondo? Quale è attaccato dalla stampa liberale, condannato dagli intellettuali “progressisti”, oggetto delle proteste di studenti attivisti? Quale viene colpevolizzato per la sua legittima difesa? A quale dei due viene negato il diritto di esistere? Conoscete già la risposta: non è l’Iran, ma Israele. Non lo stato del terrorismo islamico, ma la Repubblica ebraica.
Non la terra di Ahmadinejad, ma la mia nazione. Noi, popolo ebraico, siamo da tempo avvezzi all’odio cieco dei nostri arretrati vicini. A loro che, prendendo spunto dai libri “sacri”, insegnano che “i musulmani devono combattere contro gli ebrei e ucciderli”, non ho proprio nulla da dire. Ma non riesco a comprendere chi, in nome dei diritti umani e della pace, innalza lo stesso vessillo di odio e di genocidio.
Perché, ammettiamolo, quelli che vogliono bandire i prodotti di Israele o boicottarne artisti e scienziati, annientano l’economia del paese per privazione, non cercano la pace sulla base di due nazioni. Ciò che vogliono è semplicemente distruggere lo stato ebraico. Oggi, tra molti di coloro che si definiscono “progressisti”, è convinzione diffusa che Israele, la cui creazione fu sancita dalle Nazioni Unite, sia comunque figlia del peccato. Solo a noi ebrei viene negato il diritto fondamentale di un popolo all’autodeterminazione, siamo gli unici a non poter avanzare rivendicazioni su alcuna parte del mondo. E’ uno strano connubio tra i radicali di oggi e i classici antisemiti di un tempo: in entrambi i casi l’ebreo buono è sempre e solo Ahasver, l’ebreo errante. Provate un po’ a chiedervi: quale mente può ostinatamente rinnegare l’evidenza di ciò che vede e ascolta? Gli arabi israeliani hanno uguali diritti, tuttavia quante volte avete sentito l’espressione “stato dell’apartheid” rivolta a Israele? Dal 1967, la popolazione palestinese è cresciuta in numero e qualità di vita, ma si è diffusa l’idea che gli ebrei stiano attuando una “pulizia etnica in Palestina”. Tutte le nostre guerre entrano di diritto tra i crimini di guerra, mentre lanciare razzi a obiettivi puramente civili o bombardare autobus e caffè è degno di appoggio e perfino di adorazione per il “trionfo dei più deboli”.
Più di una volta i governi israeliani hanno avanzato proposte di pace, eppure continuano a essere accusati di ostacolare la fine dei conflitti. Esiste un metodo dietro questa follia.
C’è un fiume di soldi macchiati di sangue e petrolio che alimenta chi inneggia alle sommosse antisraeliane, organizza boicottaggi contro Israele, diffonde falsità sul mio paese mascherate da “giornalismo obiettivo” e “analisi accademiche”. Carriere su carriere si fondano sul tradimento degli standard intellettuali, il velato incitamento antisemita, la cieca venerazione del debole sul giusto. Non è nemmeno Israele la prima vittima. Infiammati dall’odiosa retorica, giustificati dai docenti universitari e da media rispettabili, gli “attivisti” si scagliano contro donne e uomini loro connazionali in attacchi antisemiti presenti quasi quotidianamente in tutto il mondo occidentale, mentre gli istigatori imputano alle vittime il reato di “sostenere Israele”. In “Letter to an Anti-Zionist Friend” dell’agosto 1967, Martin Luther King scriveva: “[…] Tu affermi, amico mio, di non odiare gli ebrei, ma di essere solo ‘antisionista’… E io rispondo, lascia che la verità riecheggi dalle alte cime dei monti, lascia che l’eco si diffonda tra le valli della verde terra di Dio: quando le persone criticano il sionismo, intendono gli ebrei… l’antisionismo è insito nell’antisemitismo, e così sarà sempre”.
Settantadue anni fa l’Italia ha tradito i propri cittadini ebrei. Oggi vogliamo che sia l’Italia a guidare la lotta contro chi vuole portare a termine il lavoro cominciato dai nazisti. Proprio l’Italia dovrebbe aiutare l’Europa a trovare la voce per prendere una chiara posizione: a favore della pace e contro il terrorismo; a sostegno del dialogo e contro i boicottaggi; per la libertà e contro la tirannia; e infine, in nome della verità e contro ogni menzogna antisemita.

Ministro per la Diaspora d’Israele

Il FOGLIO - Bruce Bawer : "La linea del fronte d’Israele passa per l’Europa. Tsahal lotta anche per la nostra libertà "


Bruce Bawer

Quando penso al mondo occidentale oggi, quello che una volta veniva detto “mondo libero”, me lo immagino suddiviso in tre regioni disuguali. La prima regione, la più vasta, è formata dagli Stati Uniti e dal Canada, cui si aggiungono l’Australia e la Nuova Zelanda. Il fulcro sta negli Stati Uniti, la cui Dichiarazione di Indipendenza ha dato alla luce la libertà moderna. Delle tre regioni, è quella che si sente più al sicuro, più distante dalle minacce dell’Islam. E’ anche la regione in cui la popolazione tende a essere più ignorante dei pericoli che incombono su di noi.
Poi viene l’Europa occidentale. E’ più piccola, più densamente popolata e più vicina al mondo musulmano. Se Sarah Palin vivesse a Gibilterra, potrebbe vedere il Marocco da casa. L’islam costituisce qui una parte assai più cospicua della vita quotidiana, rispetto all’America del nord o all’Australia. La presenza delle sottoculture musulmane in Europa è un argomento di cui i media si occupano regolarmente e rappresenta un fattore significativo nel dibattito politico e nel momento delle elezioni. Sono un americano che ha vissuto in Europa occidentale per dodici anni.
Quando sto in America, mi sento come lontano dalla linea del fronte; quando torno in Europa, il senso della tensione sociale mi colpisce come una folata di aria calda. In Europa, ho assistito a manifestazioni di massa della rabbia musulmana, ho visto le sue azioni di vandalismo su vasta scala, e ho fatto esperienza della sua violenza. Mi sento sempre più attorniato da nemici della libertà, in un posto in cui prima o poi scoppierà la guerra santa. Eppure, l’Europa non è il fronte più avanzato dell’imminente resa dei conti con l’islamismo.
No, il fronte è Israele, il piccolo Israele. Se unissimo Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda otterremmo una superficie di 30 milioni di km quadrati. Il mondo musulmano ha pressappoco le stesse dimensioni. L’Europa si estende su di una superficie pari a poco più di un decimo di questa. E Israele? E’ meno di un duecentesimo dell’Unione europea, e la sua popolazione è ben al di sotto dell’uno per cento della popolazione del mondo musulmano che la circonda. Eppure il mondo occidentale dovrebbe occuparsi in modo urgente del piccolo Israele. Perché? Perché rappresenta una piccola oasi di libertà in un ampio deserto di tirannide. Perché è a un tempo simbolo vivente di giustizia per il popolo ebraico, la grande vittima storica sia dell’islam, sia dell’Europa, e rifugio per i musulmani che contravvengono alla brutalità della sharia perché sono gay, sono vittime di stupro o apostati. E se ne deve occupare perché Israele è ormai la regione più a rischio dell’occidente libero, l’agnello sacrificale, il canarino nella miniera.
Per gli islamisti, è la punta della freccia del Dar al-Harb, la casa della guerra, il territorio degli infedeli, conficcata nel cuore stesso del Dar al-Islam. Vogliono distruggerlo perché vogliono distruggere noi. Quando gli israeliani lottano per difendere la libertà della propria terra, lottano per tutti noi, che ce ne stiamo lontani dal fronte, in Europa e in America.
Eppure milioni di noi, nella nostra ignoranza colossale, nel nostro rifiuto decadente di lottare per i valori della libertà e nella nostra disperazione codarda di pacificare quel che non è pacificabile, siamo disposti a servire Israele agli islamisti su di un piatto d’argento, senza capire che la prossima portata saremo noi. Da americano, i cui antenati hanno combattuto per la libertà durante la rivoluzione americana e la guerra civile, e i cui zii hanno combattuto in guerra per distruggere il mostro nazista, stare al fianco di Israele significa, molto semplicemente, riaffermare la libertà per cui queste persone hanno messo a repentaglio la propria vita e che io ho avuto la fortuna di ereditare. Riconoscerlo è il minimo che possano fare quanti di noi vivono liberi in America e in Europa.

Giornalista americano e collaboratore del New York Times

Il FOGLIO - Phyllis Chesler : " Nella guerra a Gerusalemme nessuno sarà risparmiato. Dopo gli ebrei vengono i cristiani "


Phyllis Chesler

Israele si trova indubbiamente a rischio di estinzione, se non di un secondo Olocausto. In effetti molti sono gli europei che portano avanti la guerra di Hitler contro gli ebrei, sostenendo cinquantasette stati islamici a regime di apartheid a fronte di un unico stato ebraico democratico. I media di tutto il mondo si sono totalmente “palestinizzati” e stalinizzati. I palestinesi, compresi quelli mossi dall’odio, i terroristi e i dispensatori di torture, non sono altro che vittime nobili e innocenti. Israele è letteralmente divenuto il “Goldstein” di Orwell, che le masse indottrinate di 1984 avevano imparato a ritenere colpevole di qualsiasi misfatto immaginabile.
L’aggressione ideologica contro Israele è cresciuta a dismisura. Di giorno in giorno, di ora in ora, in lingue diverse i media non fanno altro che annunciare enormi falsità. Israele è lo stato “nazista e fautore dell’apartheid”, l’aggressore “coloniale”. Bella trovata. Il sanguinario imperialismo musulmano e l’apartheid sessuale e religioso dell’islam vengono negati e proiettati su Israele. Israele è essenzialmente e sostanzialmente “malvagio”. Nel 2005 Ahmadinejad affermò che Israele avrebbe dovuto essere “eliminato dalle carte geografiche”. Nel 2006 disse che il medio oriente sarebbe stato di gran lunga migliore “senza l’esistenza del regime sionista” e che Israele sarebbe stato “ben presto annientato”. Il presidente Ahmadinejad rinnega l’Olocausto ma in realtà è convinto che Hitler non si sia spinto sufficientemente in là. Difatti ha ripreso dove Hitler si è fermato, tanto che le sue intenzioni sono chiaramente e manifestamente genocide.
Nessuno cerca di contrastarlo. Noi – i civili del mondo intero – siamo ormai tutti israeliani. Quel mondo che rifiutò di fermare i dirottamenti aerei e gli attacchi suicidi che causarono la morte di innumerevoli civili israeliani è finito nello stesso vortice. Come si suol dire: si parte dagli ebrei ma non ci si limita mai a loro. L’ex primo ministro britannico Tony Blair ha di recente dichiarato che “delegittimare Israele è un affronto non solo nei confronti degli israeliani ma anche di coloro che, in tutto il mondo, condividono i valori di uno spirito libero e indipendente”. Eppure, nonostante l’appassionato discorso tenuto in Israele, Blair è sembrato volere suggerire che l’atteggiamento migliore degli israeliani per combattere gli “sforzi di delegittimazione” sarebbe stato stato quello di “mostrarsi sempre fedeli e persistenti nel prodigarsi e nell’agire per la pace”. In altre parole Israele, solo tra le altre nazioni, deve guadagnarsi il diritto di esistere “facendo il bravo”.
Se tale requisito avesse dovuto applicarsi a paesi come Iran, Sudan, Pakistan o Arabia Saudita, questi paesi avrebbero cessato di esistere tempo fa. Caro Blair, Israele è sempre stato a favore della “pace”. L’intransigenza e la soluzione giacciono altrove: tra i palestinesi, nel mondo arabo, nel mondo musulmano e nella cosiddetta “comunità internazionale” che all’unisono hanno indurito il cuore nei confronti di Israele. Nel 1975 l’Onu ha dichiarato che “il sionismo è una forma di razzismo” e da allora sono state approvate 322 risoluzioni accusatorie verso Israele e nemmeno una contro un qualunque paese arabo. Gli europei e gli americani hanno organizzato infinite petizioni per boicottare Israele.
Cinquanta artisti israeliani e 150 americani hanno da poco avviato un boicottaggio artistico contro la città israeliana di Ariel. Nel frattempo continuano, insieme con altri, a esibirsi al Cairo, Ramallah, Riyadh e negli Emirati Arabi Uniti. Spiriti liberi del mondo del teatro si sono alleati con la più retrograda e repressiva delle ideologie, muovendo accuse contro Israele, l’unico paese che non contempli l’uccisione delle donne né la reclusione e la tortura di dissidenti, artisti e omosessuali.
Gli Stati Uniti di Obama, di pari passo con l’intellighenzia occidentale, incolpano ingiustamente Israele per il fallimento del processo di pace; sono convinti che sarebbe “razzista” o “islamofobo” aspettarsi che siano i palestinesi ad accettare per primi l’esistenza di Israele in qualità di stato ebraico come condizione necessaria per veri e propri negoziati di pace. Le organizzazioni per i diritti umani e le riviste mediche incolpano unicamente Israele, anche se nel 2009 il fondatore di Human Rights Watch è giunto a criticare la propria organizzazione per avere agito in tal modo. I nostri teatranti boicottatori desiderano essere considerati “antirazzisti”; eppure – cosa tragica – mantenendo i paesi arabi e musulmani a livelli assai inferiori e condannando i loro abitanti alla continua barbarie islamista, non possono certo superare la prova etica del non-razzismo.
Perdipiù, il loro antisionismo è una forma inconscia di antisemitismo/razzismo, che continua a essere un piacere politically correct. Enormi falsità e mostruose ostilità si sono diffuse in tutto il mondo. Dobbiamo opporci, lottare per i valori dell’illuminismo, perché la verità abbia la meglio sulla menzogna. Altrimenti ci ritroveremo catapultati nel VII secolo arabo, le donne sopravvissute porteranno il burqa e saremo governati da barbari teocrati. Le luci si spegneranno, e non solo sull’Europa; questa volta le luci caleranno sul mondo intero.

Psicologa della New York University, celebre femminista americana e autrice dei libri “Le donne e la pazzia” (1972), “Donna contro donna” (2002) e “The New Anti-Semitism” (2003)

Il FOGLIO - Gert Weisskirchen : " Difendere Israele è difendere la nostra cultura "


Gert Weisskirchen

Lo stato ebraico di Israele è una democrazia viva. Si basa su una società che dall’interno sostiene e incoraggia le proprie forze creative affinché sviluppino le loro potenzialità. Israele è piena di energia intellettuale. Israele scoppia di visioni artistiche. Il successo di Israele si basa su prestazioni intellettuali, scientifiche e innovative, oltremodo alte. La società israeliana lotta con se stessa. Se all’osservatore appare come uno stato teso fin quasi al punto di rottura, questo va ricondotto anche al fatto che continua a cercare nuove vie di partecipazione sociale equa anche per i suoi cittadini e le sue cittadine di origine araba. Quello che Israele costruisce sono forme di convivenza multiculturali.
Per fare questo il paese attinge a tradizioni che non potrebbero essere più diverse: dalla diaspora sparsa in tutto il mondo, da una profonda religiosità, da un duro secolarismo, da una convinta visione liberale. Israele, rinato dopo sessant’anni, frutto del desiderio di uno stato nazionale, ha iniziato a dare una nuova impronta alla nostra epoca. Shmuel Eizenstadt, il filosofo-sociologo recentemente scomparso, ha descritto questa cesura temporale come la ricerca di “modernities” equiparate, che vanno oltre la “modernity” eurocentrica e puntano verso un sapere globale di comunanza della vita. E da qui scaturisce la consapevolezza della responsabilità verso il mondo. L’agire solidale diventa un impegno umano.
Proteggere Israele è un impegno umano. Il diritto di esistere di Israele viene negato in modo fondamentale, basta dare uno sguardo allo statuto di Hamas. Il ricorso strumentale, gelido alla violenza, che sia sotto forma di attacchi kamikaze che causano la morte di innocenti, oppure facendo uso di missili Kassam che seminano il terrore, ha un obiettivo politico preciso: affondare ogni, per quanto tenue, speranza di pace. I veri nemici dell’estremismo violento sono la libertà, la pace e la democrazia. Il Mediterraneo è stato la culla della civiltà europea. Il futuro del Mediterraneo sta nel ricordarsi di questo grande passato. E ancora: l’opportunità del Mediterraneo risiede nella costruzione di un nuovo presente. Ma a tutt’oggi questa chance non può essere messe in pratica. Paura e violenza sembrano soffocarla.
Solo che il tempo stringe. La leva di Archimede per un nuovo ordine pacifico nel medio oriente è uno stato ebraico d’Israele prospero e stabile. Rafforzare Israele nella sua veste di àncora della democrazia in una regione difficile, è il compito di tutte le democrazie. Noi europei ci impegniamo a favore di Israele, perché Israele si impegna a nostro favore. E ancora, noi europei sappiamo qual è la ragione che spinge a discreditare Israele: perché agli occhi degli antisemiti lo stato d’Israele è l’emblema collettivo dell’ebreo, dunque da odiare. Solo che in un nuovo ordine globale della pace, non vi sarà più posto per l’odio contro gli ebrei.
C’è una lezione che gli europei non hanno più dimenticata. E cioè che l’antisemitismo si intrufola come il ladro nella notte. Si insinua passo passo, fra le maglie della società e incomincia a intaccarne i valori. Alla fine arriva a distruggere la convivenza umana e la democrazia. Noi proteggiamo la vita ebraica e Israele, non da ultimo perché vogliamo proteggere noi stessi contro i nemici della libertà. Noi proteggiamo la vita ebraica e Israele perché la democrazia è caduca e perché sappiamo che è preziosa, che è l’unica chance che ha l’umanità di sopravvivere.

Parlamentare tedesco dell’Spd e membro del direttivo dell’Inter - parliamentary coalition for combating antisemitism

Il FOGLIO - Rosa Matteucci : " Nel carnasciale contemporaneo, Israele non deve avere diritto a esistere e a difendersi "


Rosa Matteucci

Voglio essere esemplare, completa e non ipocritamente dotta, né corretta; oggi che l’oscura contabilità del tempo mi dà voce. Tempo ove si malvive, già malvissuti ovvero sopravvissuti a un olocausto minimo, vittime corresponsabili di fascinazioni e di mode temporanee dello spirito, sovente affranto, di regole idealmente libertarie, concretamente liberticide; regole tenebrosamente demagogiche, astute trappole d’ingegni depravati che predicano l’homo homini lupus cosmetizzato da libertà, per lo spirito innanzi tutto, per la materia poi. Da qualche tempo tutti sembrano avere diritto a tutto, tutte le scuse del mondo rimpallate l’un l’altro, in ossequio a quell’oscura microfisica del potere che cominciò a germinare quando ero ancora una bambina, e che pertanto non avrei potuto apprezzare.
L’abuso del falso rispetto per gli usi e i costumi altrui è diventato una pratica imbarazzante ancorché vomitevole, con mille scuse ai popoli, ma sarebbe meglio dire alle etnie, che conservano barbare tradizioni localistiche, soggette a esportazione, talora capaci di suggestionare gli ignoranti, ma commendevoli in quanto i popoli avrebbero da essere infine tutti fratelli, che uniti da uno stolido quanto impraticabile sinergismo religioso, che sia Manitù – da non confondersi con Manitoba luogo di produzione dell’omonima farina – o Geova non cale, dovrebbe essere sempre la stessa solfa.
Allora, in un’epoca inaugurata dal Santo Padre Wojtyla, che ha peregrinato chiedendo scusa a dritta e manca, con commendevole umiltà, esercitando con grande passione l’autorità che aveva per farlo, si è aperto il varco rovinoso a quel relativismo che il professor Ratzinger – chiamato controvoglia a un incarico poco adatto, in tempi dove tutto è spettacolo, a un intellettuale puro – sta strenuamente combattendo. In tutto questo carnasciale di “scusi tanto”, “ma si figuri”, “ma scusi lei”, se non alla luce fioca del lucignolo della Nemesi si giustifica la proterva ostinazione di molti nel non riconoscere lo stato di Israele e il suo diritto a esistere. Israele non esiste e pertanto non deve difendere il suo territorio, come se mai nessun riconoscimento legale, partorito da un qualche sommo consesso di ottimati planetari, fosse mai stato condiviso, come se nel lento compiersi di un perenne accordo fra popoli che desiderano la pace, interminabilmente si trascendesse, solo per il piacere di farlo, la cruda realtà, con tutti i vantaggi e gli svantaggi delle nozze combinate ma destinate a non consumarsi mai, né a essere annullate.
Finché nei sussidiari dei piccoli palestinesi, educati alla scuola dell’odio suicidario, non ci saranno disegnati i confini di quello stato d’Israele che per loro non ha nome né forma, nessuno di noi, mi riferisco a quelli che credono nella bontà delle regole democratiche e o almeno in quello che di tali regole ancora resta nel comune sentire, non ci potrà mai essere amore in quelle contrade.
Fui a Gerusalemme, sola con una variegata pattuglia composta da cinque suore, di cui due di un ordine derelitto, monache vecchie con le calze lise sui talloni; due coppie quidam di sposi celebranti le nozze d’argento, col rito del diploma di riconferma del sacramento da riceversi in quel di Cana; e una popolana romana devota a ogni santo di noi italiani e le sue due figlie al seguito, di cui una impiegata delle Poste. Di quel viaggio proletario ho riportato delle immagini indietro, in cui poco a poco sono annegati i dettagli, le suore povere con le scarpe crepate, il previtocciolo messicano con le orecchie a ventola e le braghe della tuta; il carabiniere che festeggiava le nozze d’argento sempre armato di un borsetto a tracolla, per salvare l’immagine fondamentale, che gli israeliani, upper class e buzzurri, anche se in verità di buzzurri in quanto tali non ne intercettai, saranno un giorno quella stessa terra dove tanto faticosamente ed eroicamente sono ritornati a vivere e nessuno potrà cacciarli, né riscattarli.
Un riscatto dunque, che non è nemmemo alla portata dei miei conati di avulsa gentile, per le emozioni tradite di fronte alla città vecchia di Gerusalemme, strattonata dalla popolana romana con le due figlie al seguito, che si affannava all’incetta di ogni ammennicolo paleocristiano, tipo le palle con la neve sintetica, perché a nulla ci servirebbe la Memoria se fosse rigorosamente fedele. Quando sono stata a Gerusalemme e ho visto gli ebrei che ci vivono ho sentito quello che si sente quando si incontra qualcuno che si amerà; come il ricordo impreciso, ma via via delineantesi di un’immagine che nel santuario privato, nell’intimo, l’attesa, la vigilante attesa dell’altro ha portato alla perfezione. E ora mi fermo perché questo non è un più un appello, ma un solitario canto d’amore.

CORRIERE della SERA - Pierluigi Battista : " Le critiche a Israele e i veri nemici"

Battista scrive : "Ora che si è aperto un nuovo spiraglio per le trattative di pace con la parte moderata del fronte palestinese, è per esempio doveroso criticare la scelta del governo israeliano di non fermare i nuovi cantieri nei territori occupati dal '67. (...) Una scelta che indicherebbe nel governo israeliano il responsabile dello stallo nelle trattative e che indebolirebbe la posizione già vulnerabile della dirigenza palestinese che si riconosce in Abu Mazen e che si dice disposta a superare il catastrofico errore con cui Arafat mise la pietra tombale al negoziato di Camp David nel 2000.". La moratoria che imponeva un congelamento delle costruzioni negli insediamenti è durata 10 mesi. In tutto quel lasso di tempo, Abu Mazen che cos'ha fatto per i negoziati? Nulla.
Non è ben chiaro perchè debba essere sempre Israele a fare il primo passo.
Battista ricorda Camp David e il rifiuto di Arafat, definendolo 'errore'. Non fu un errore, ma una mossa studiata. L'ennesima prova, nel caso ce ne fosse bisogno, che non è Israele ad affondare i negoziati, ma la controparte araba che avanza sempre richieste e secchi rifiuti, senza offrire nulla in cambio. Abu Mazen insiste per una proroga della moratoria sugli insediamenti, in cambio promette di restare al tavolo dei negoziati. Fino alla prossima pretesa.
Ecco l'articolo: 
 


Pierluigi Battista

Scriveva lo storico Pierre Vidal-Naquet che a nessuno verrebbe in mente, pur attaccando «violentemente la politica francese», di «mettere in discussione la Francia come comunità nazionale». Invece, proseguiva, «i nemici di Israele mettono in discussione non la sua politica, ma la sua esistenza». La differenza, fondamentale, è tutta qui. I nemici di Israele lo vogliono distruggere, annientare, fare in modo che non esista più. Anche con la bomba finale, come vorrebbe l'Iran di Ahmadinejad. Ma intanto, nel mondo, attraverso le menzogne, il boicottaggio sistematico e pregiudiziale, la demonizzazione. E persino con l'attacco agli ebrei e ai simboli e ai luoghi cari all’ebraismo. Purtroppo, come raccontano le cronache, anche in Europa. Ecco perché una manifestazione come quella che si terrà oggi a Roma, «Per la verità, per Israele», dovrebbe unire chiunque abbia a cuore non le ragioni, sempre discutibili, di un governo, non le singole scelte, opinabili, di uno Stato, ma quelle dell'esistenza stessa di uno Stato, di cui i nemici proclamano la totale illegittimità. Difendere il diritto ad esistere dello Stato di Israele non significa abbracciare la politica di un governo sempre e comunque. Significa arginare una nuova forma di antisemitismo addobbato di «antisionismo» e che punta alla distruzione di un popolo e di uno Stato. Non è una fantasia paranoica: è il progetto quotidianamente rivendicato da Hamas, da Hezbollah in Libano, dall’Iran degli ayatollah. L'opinione pubblica non è sempre al corrente della portata devastante delle minacce a Israele. Si accusa una fantomatica «lobby ebraica» potentissima e tentacolare di orientare i media e i governi del mondo. Ma la realtà racconta tutta un'altra storia: la dilatazione parossistica dei torti di Israele e la minimizzazione indulgente di quelli dei suoi nemici. Del resto, però, solo difendendo il diritto ad esistere di Israele è possibile manifestare tutti i legittimi dubbi e anche le critiche più feroci alla politica dei governi israeliani. E la maratona di oggi, è bene ricordarlo, non si discosta da una piattaforma che abbia il principio dei «due popoli, due Stati» come suo cardine. Ora che si è aperto un nuovo spiraglio per le trattative di pace con la parte moderata del fronte palestinese, è per esempio doveroso criticare la scelta del governo israeliano di non fermare i nuovi cantieri nei territori occupati dal '67. Un conto è infatti la sacrosanta ricerca di confini stabili e di una sicurezza non precaria. Un altro è l'incomprensione del valore dirompente e provocatorio che la costruzione di nuovi insediamenti ebraici in territorio palestinese comporterebbe. Una scelta che indicherebbe nel governo israeliano il responsabile dello stallo nelle trattative e che indebolirebbe la posizione già vulnerabile della dirigenza palestinese che si riconosce in Abu Mazen e che si dice disposta a superare il catastrofico errore con cui Arafat mise la pietra tombale al negoziato di Camp David nel 2000. Un errore fatale che gli amici di Israele, pronti a battersi per il suo irrinunciabile diritto all'esistenza, non potrebbero perdonare.

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