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Corriere della Sera - La Repubblica Rassegna Stampa
19.07.2010 Le leggi razziali e il ruolo delle donne nella Shoah
Articoli di Paola Capriolo, Angelo Aquaro

Testata:Corriere della Sera - La Repubblica
Autore: Paola Capriolo - Angelo Aquaro
Titolo: «Ebreo e fascista, la colpa senza riscatto del professor Cesare Orvieto - Quei crimini nazisti compiuti dalle donne»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 19/07/2010, a pag. 28, l'articolo di Paola Capriolo dal titolo " Ebreo e fascista, la colpa senza riscatto del professor Cesare Orvieto ". Da REPUBBLICA, a pag. 33, l'articolo di Angelo Aquaro dal titolo " Quei crimini nazisti compiuti dalle donne ".
Ecco i due articoli:

CORRIERE della SERA - Paola Capriolo : " Ebreo e fascista, la colpa senza riscatto del professor Cesare Orvieto "

«Se non soffrissimo di questa dannata smania di dover per forza appartenere a qualcosa! È così che si comincia a morire...». In questa frase, pronunciata da uno dei personaggi verso la fine del libro, è racchiuso il significato più profondo del romanzo d’esordio di Daniela Dawan, Non dite che col tempo si dimentica (edito dalla Marsilio, pagine 154, 15).

Nata a Tripoli da una famiglia di ebrei italiani, rientrata in Italia nel ’67 per sfuggire all’ondata di violenza antisemita suscitata dalla Guerra dei sei giorni, la Dawan, già per ragioni biografiche, è particolarmente sensibile al tema dell’ «appartenenza» e ai drammi che essa può generare; qui lo affronta narrando la disperata vicenda di Cesare Orvieto, stimatissimo medico ebreo nella Tunisi degli anni Trenta.

Il professor Orvieto è e si sente italiano; a tal punto da aderire, per spirito nazionalistico, all’ideologia fascista; ma nel 1938, con l’introduzione delle leggi razziali, si vede brutalmente negata dal regime di Mussolini quella che aveva sempre considerato la propria identità. Emarginato dai connazionali, scacciato dall’ospedale del quale sino al giorno prima era uno dei luminari, Orvieto rimane tuttavia prigioniero di quell’ «appartenenza» che gli viene rifiutata. Non può tradire se stesso, le idee in cui ha creduto per una vita intera, il Paese che seguita a considerare la propria patria; non può accettare di assumere la cittadinanza francese, che pure gli verrebbe facilmente concessa grazie alle sue relazioni; e non può continuare a vivere in questo conflitto dilaniante. Così una mattina, alle prime luci dell’alba, i vicini di casa trovano il corpo del professor Orvieto sfracellato nel cortile, «avvolto in una bandiera sbiadita, quella italiana».

Narrando con incisività e insieme con una sorta di pudica compostezza la tragedia del suo protagonista, la Dawan descrive una realtà travagliata dal contrasto tra le diverse identità nazionali, etniche e religiose: realtà nella quale ci troviamo a vivere ancora oggi, quando la «dannata smania» dell’appartenenza, anziché affievolirsi, sembra acquistare nuovo vigore e l’identità tende a esasperarsi sino a sfociare nel fondamentalismo. Forse proprio per sottolineare l’«attualità» del problema, l’autrice ha scelto di intrecciare con la storia di Cesare Orvieto quella di una sua discendente, una pianista milanese che ai nostri giorni fa ritorno in Tunisia per seguire le tracce del passato famigliare; e non è un caso che si tratti proprio di una pianista, perché la musica svolge un ruolo fondamentale nell’economia del romanzo, come lo svolge la passione amorosa, di cui quasi tutti i personaggi si trovano a sperimentare la forza travolgente.

Si ha l’impressione che entrambe rappresentino agli occhi della Dawan l’esatto opposto dell’«identità»: se questa isola e divide, creando tra gli esseri umani barriere che appaiono invalicabili, tanto l’amore quanto la musica ci fanno presagire, ciascuno a suo modo, una realtà più essenziale dove ogni barriera viene meno.

Ma rimane, appunto, un presagio, una speranza poco più che accennata. Come tanti di noi, il professor Orvieto non trova la forza di evadere dalla prigione identitaria in cui lui stesso si è rinchiuso. Restandole tenacemente fedele a costo della vita, sembra piuttosto seguire inconsapevolmente l’esempio di Jha, il protagonista di una storiella che gli viene raccontata un giorno, nel porto di Tunisi, da un vecchio pescatore: sorpreso dalla tempesta mentre si trova con gli amici su un piccolo battello, Jha, invece di unirsi agli sforzi degli altri per gettare fuori bordo l’acqua che sta invadendo l’imbarcazione, fa l’esatto contrario, prende l’acqua dal mare e la rovescia dentro. «Che fai? Sei pazzo!», urlavano i compagni. «No, non sono pazzo — rispose Jha — so soltanto che sono debole. Per questo è bene che adesso mi metta dalla parte del più forte. E il più forte, in questo momento, è il mare».

La REPUBBLICA - Angelo Aquaro : "Quei crimini nazisti compiuti dalle donne"

L' altra metà della banalità del male. Settant´anni dopol´insuperabile Hannah Arendt c´è voluta un´altra donna per riportare alla luce l´ennesima verità nascosta del nazismo. «Perché guardare negli occhi questa realtà è una sfida troppo profonda alla nostra nozione di comportamento femminile», dice l´americana Wendy Lower di fronte agli esperti dello Yad Vashem di Gerusalemme. Dan Michman, il capo degli storici del Museo dell´Olocausto a cui la ricercatrice ha presentato i propri studi, concorda: «Nella letteratura dominante non troverete quasi mai le donne nominate». E invece quante erano? «Parlare di migliaia è dire poco», suggerisce la Lower, 45 anni, studial Museo della Shoah di Washington e oggi all´univeristà di Monaco.
Dice il New York Times che la professoressa ha potuto scoprire la sua verità scovando le testimonianze negli archivi segreti ucraini dopo la caduta del Muro. «Per le donne delle classi tedesche più umili le zone occupate offrivano un´occasione di avanzamento sociale enorme». Avanzamento nell´abisso.
Irma Petri era la moglie di un ufficiale Ss spedito nella Poloniaoccupata. Tornando a casa in Galizia sorprese in auto sei bambini ebrei scappati da un campo. Erano seminudi. Li portò a casa, li vestì, li sfamò e poi li riportò nel bosco: per ucciderli, come una strega dei fratelli Grimm, uno per uno.
Altvater Zelle era in invece una di quelle signorine che cercarono la fortuna in Ucraina. Trovò servizio come segretaria di un commissariato di polizia. I sopravvissuti la ricordano mentre scaraventava i bambini fuori dalla finestra di un ospedale. Una volta prese la testa di un neonato e la massacrò contro il muro del ghetto. Dopo la guerra tornò a vivere in Germania occupandosi di welfare. Per due volte alla sbarra, per due volte assolta. Dice il sopravvissuto Moses Messer: «Ti saresti mai aspettato un sadismo tale da una donna?».
Alcune storie erano già note. Ma lo studio di Wendy Lower mira a ricercare le cause che spinsero tranquille massaie a rendersi protagoniste e complici degli orrori. Come quelle signore che preparavano i banchetti accanto alle fosse comuni in Ucraina per rifocillare il "lavoro" degli squadroni della morte che potevano durare giorni e notti.
Lo studio si inserisce in quella corrente che all´inizio degli anni Novanta ha portato gli storici tedeschi a rivedere il ruolo dell´ordinary people, la gente comune, nello sterminio, sulla scia appunto di Uomini comuni di Christopher R. Browning, pubblicato anche in Italia da Einaudi. Non solo nazisti e kapò: insegnanti, infermiere, gente normalissima, cattolici e protestanti. E, dunque, anche tante mamme. Storie terribili e senza neppure quell´alibi che Bernard Schlink regala alla protagonista di The Reader portata al cinema da Kate Winslet: l´aguzzina del campo di concentramento che preferisce farsi condannare a vita pur di non rivelare il suo peccato più grande. Lei l´ordine di esecuzione non avrebbe mai potuto stilarlo: non sapeva né leggere né scrivere.

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