domenica 05 luglio 2020
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Che cos'è il sionismo? Un video per capire da guardare e diffondere (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






Il Foglio - Libero - L'Opinione - La Stampa Rassegna Stampa
17.03.2010 Una giornata di odio islamico a Gerusalemme. Ecco come è andata
Commenti di Giulio Meotti, Daniele Raineri, Carlo Panella, Stefano Magni. Cronaca di Aldo Baquis

Testata:Il Foglio - Libero - L'Opinione - La Stampa
Autore: Giulio Meotti - Daniele Raineri - Carlo Panella - Stefano Magni - Aldo Baquis
Titolo: «Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia - Giornata di odio religioso a Gerusalemme - La sinagoga in rovina distrutta e risorta per quasi 2000 anni»

I quotidiani italiani di questa mattina hanno dedicato numerose pagine alla 'giornata della rabbia' di ieri a Gerusalemme . In molti scrivono di Intifada. Noi concordiamo con la tesi di  David Cohen, capo della polizia di Gerusalemme, il quale esclude che ci siano i segnali di una imminente terza intifada che, per altro, danneggerebbe soltanto l'immagine di Abu Mazen all'estero. Non a caso i tafferugli sono scoppiati esclusivamente a Gerusalemme, non in Cisgiordania, e sono stati fomentati da Hamas.

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/03/2010, a pag. 3, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "  Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia", in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Taci, l’Intifada dorme ". Da LIBERO, a pag. 21, l'analisi di Carlo Panella dal titolo "  Le pretese dell’islam calpestano la storia". Dall'OPINIONE, l'articolo di Stefano Magni dal titolo " Giornata di odio religioso a Gerusalemme ". Dalla STAMPA, a pag. 12,  la cronaca di Aldo Baquis dal titolo " Un giorno d'Intifada a Gerusalemme ". Ecco i pezzi:

Il FOGLIO - Giulio Meotti : "  Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia"


Giulio Meotti

Roma. Nella guerra arabo-israeliana del 1948 la sinagoga Hurva, da sempre il centro dell’ebraismo ashkenazita a Gerusalemme, fu l’ultimo fazzoletto di terra ebraico che le forze del futuro stato d’Israele difesero nella Città vecchia. Nel farla saltare in aria, il comandante giordano proclamò: “Per la prima volta in mille anni non rimane un solo ebreo nel quartiere ebraico”. Ieri il governo israeliano ha riaperto la sinagoga ricostruita, ed è stata l’occasione per una “giornata della rabbia” palestinese. “Bisogna distinguere fra la Città vecchia dentro le mura e la Gerusalemme sorta al di fuori”, spiega al Foglio il professor Vittorio Dan Segre, ex diplomatico israeliano, saggista e analista di vicende mediorientali. “Dentro le mura vecchie, Israele ha ricostruito soltanto il quartiere ebraico, dove sorge la Hurva. Non ha mai intaccato una pietra del quartiere arabo. La zona ebraica di Gerusalemme è ebrea da secoli”. In questi anni di costruzioni israeliane a Gerusalemme est non c’è stata mai alcuna diminuzione della presenza araba. Anzi, è di molto aumentata in proporzione. Considerando l’intera città, la percentuale di popolazione ebraica dal 1967 a oggi è scesa dal 74 al 66 per cento. Nello stesso lasso di tempo, la percentuale araba è cresciuta dal 28 al 34 per cento. “Non dimentichiamo che 12 mila arabi di Gerusalemme est hanno chiesto di diventare cittadini israeliani”, dice Segre. “Vogliono cioè far parte di Israele, non dell’Autorità nazionale palestinese”. Prima del 1865, arabi ed ebrei vivevano all’interno della Città vecchia di Gerusalemme. Al di fuori delle mura c’era soltanto deserto. La necessità demografica ha portato a una crescita della parte orientale dell’attuale capitale israeliana, dove si sviluppò una fiorente comunità ebraica al fianco di quella araba. Gli ebrei a Gerusalemme est non ci sono arrivati dopo la guerra dei Sei giorni e in nome della “colonizzazione”. L’unico periodo in cui gli ebrei erano banditi dalla parte orientale è stato dal 1949 al 1967, fra le due guerre arabo-israeliane, quando la Giordania stabilì per legge che nessun ebreo potesse abitarvi. Era proibito anche il culto al Muro del pianto. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Nel 1876, molto prima della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25 mila persone, delle quali 12 mila, la metà, ebrei. Nel 1948, alla vigilia della nascita d’Israele, la popolazione di Gerusalemme era di 165 mila persone: 100 mila ebrei, 40 mila musulmani e 25 mila cristiani. “Fuori delle mura bisogna distinguere fra la zona municipale fissata arbitrariamente da Israele e le zone arabe al di là della linea”, prosegue Dan Segre. “Oggi si assiste al tentativo di alcuni israeliani di acquistare case un tempo ebraiche nella parte araba della città. La magistratura israeliana indipendente decide sulla base dei documenti e della storia. Questi sono i trenta appartamenti di Sheikh Jarrah ritornati agli ebrei palestinesi che ci vivevano prima dello stato. Si tratta di una ragione storica sobillata spesso a fini politici”. Il pioniere della psicologia italiana Quello che oggi viene chiamato Sheikh Jarrah, nel XIX secolo comprendeva due quartieri ebraici noti come Nahalat Shimon e Shimon HaTzadiq. Il secondo commemorava Simone il Giusto, un sacerdote ebreo del IV secolo ed era stato acquistato dagli ebrei nel 1876. Nahalat Shimon era stato costruito dai sefarditi e dagli yemeniti nel 1891. Alla fine del XIX secolo l’attuale Sheikh Jarrah era soprattutto un quartiere ebraico, e rimase tale fino all’aprile 1948. Gli arabi di un’unità chiamata “al Shabab” (La gioventù) invasero il quartiere e diedero fuoco alle sinagoghe e alle case ebraiche. Sheikh Jarrah non fu l’unico quartiere ebraico di Gerusalemme est a essere distrutto durante la guerra del 1948. Silwan, dove nel 1882 si erano stabiliti degli ebrei yemeniti e che oggi è al centro nello scontro fra Netanyahu e l’Amministrazione Obama perché Israele vuole costruirvi nuove abitazioni, fu occupato insieme al quartiere ebraico della Città vecchia. L’Onu ebbe un ruolo nell’insediare profughi palestinesi a Gerusalemme est. Le case di Sheikh Jarrah oggetto di contesa vennero consegnate alle famiglie palestinesi sotto gli auspici dell’Onu. La comunità ebraica, che era in realtà la proprietaria delle case, non venne consultata e ha reclamato il possesso di quelle abitazioni. Il governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est. “Quelle case si trovano sul confine della Linea verde armistiziale”, spiega al Foglio Dan Segre. “Quartieri come Gilo, un cosiddetto ‘insediamento’ di Gerusalemme, dove non c’era una sola casa araba e, laddove c’erano, sono state mantenute. Nessuno è stato cacciato. Il problema è che la comunità internazionale non ha voluto riconoscere questi quartieri israeliani. Così Israele li ha annessi. Non è così difficile da capire”. Nel quartiere Sheikh Jarrah, dove si sono appena insediate alcune famiglie israeliane, c’è una targa nera che ricorda il grande massacro di medici e pazienti ebrei. Del convoglio sanitario Hadassah furono assassinati in 79 dagli arabi. Lì perirà anche la madre di David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme, e il pioniere della psicologia italiana, Enzo Bonaventura, riparato lì a causa delle leggi razziali. Nella casa dell’ispiratore del massacro, il muftì Amin al Husseini, che era stato alleato di Hitler, oggi abita una famiglia israeliana. Gerusalemme è una pietra bianca bagnata di sangue.

Il FOGLIO - Daniele Raineri : "  Taci, l’Intifada dorme"


Daniele Raineri

Nel primo pomeriggio di ieri il capo della polizia di Gerusalemme, David Cohen, ha ispezionato la Citta Vecchia dopo gli scontri: “Queste violenze non innescheranno la terza Intifada”, ha detto. Cohen sa che la miscela è infiammabile e in passato è già successo che situazioni minori si mutassero in guerra aperta. Ma il capo della polizia sa anche che in questo momento è un problema di percezioni. La terza Intifada non ci sarà se gli attori coinvolti nel processo di pace la smetteranno di presentirne l’arrivo. Ovviamente Hamas, dalla sua ridotta di Gaza a sud, la invoca a gran voce sui nemici come fosse un anatema ed è sua la responsabilità della “Giornata della collera” scatenata per le strade di Gerusalemme est. E dall’altra parte il capo commissario Cohen fa bene a tenere bassi i disordini, liquidandoli quasi come si farebbe con un qualsiasi derby italico di quelli dalla scazzottata facile e dal lacrimogeno compreso nel prezzo, un Atalanta-Brescia. Ma gli attori che devono tenere i nervi saldi sono altri due, l’Amministrazione Obama a Washington e il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Un’opaca refrattarietà alle provocazioni della destra ultraortodossa di Shas – che durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est – e dei parlamentari araboisraeliani che parlano di “pulizia etnica” non guasterebbe. In silenzio, i palestinesi adulti – quelli nelle strade ieri con le pietre erano tutti ragazzini – stanno tentando di godere i buoni frutti della pace economica con Israele. In silenzio due giorni fa il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi, quello dell’operazione Piombo Fuso su Gaza, ha visitato Ankara – con cui i rapporti erano tesissimi – accolto da una guardia d’onore turca. In silenzio: è la parola chiave.

LIBERO - Carlo Panella : "  Le pretese dell’islam calpestano la storia"


Carlo Panella

La “Giornata della rabbia”, proclamata da Hamas, che ha provocato ieri a Gerusalemme incidenti con qualche decina di feriti e di fermati, spiega meglio di qualsiasi trattato le pessime ragioni dei palestinesi - e anche del mondo islamico moderato - e le eccellenti ragioni di Israele. A scatenare la collera dei palestinesi e a dare l’esca alle sassaiole è stata infatti la decisione di Israele di restaurare la antica sinagoga Hurva nel cuore del quartiere ebraico di Gerusalemme. Secondo i palestinesi, e purtroppo anche secondo l’Oci, il Consiglio dell’organizzazione islamica che raduna tutti i 55 paesi musulmani, il restauro di questo edificio religioso ebraico sarebbe un affronto all’islam, perché la sinagoga Hurva «sorge a poche centinaia di metri dalla Spianata delle moschee». Ma tutto a Gerusalemme, sorge a poche centinaia di metri da un luogo sacro a una delle tre religioni. Però l’islam, estremista diHamas, come quello moderato dell’Oci (presieduta dal turco Eklemeddin Ihsanoglu che minaccia addirittura una «guerra di religione scatenata da Israele») pretende il possesso assoluto su quello che è diventato un luogo sacro all’islam solo nel 622, dopo esser stato per più di un millennio luogo sacro dell’ebraismo quale sede del Tempio e per più di seicento anni luogo sacro del cristianesimo. DIRITTI NEGATI Nega, di fatto, pari diritti di culto e religione a ebrei e ai cristiani. La sinagoga Hurva - questo è il punto - è stata eretta nel XVIII secolo, col pieno assenso del califfo ottomano e degli ulema musulmani, per il culto di 500 ebrei ashkenaziti emigrati dalla Polonia. Andata in rovina, fu restaurata, sempre col pieno assenso del governo ottomano, nel 1856. Durante la guerra arabo israeliana del 1948, la piazza Hurva, delizioso spazio nel cuore del quartiere ebraico, si trovò al centro dei feroci combattimenti tra la Legione Araba giordana e gli israeliani per il controllo del Muro del Pianto (vinti dagli arabi) e la sinagoga fu semidistrutta. La sua ricostruzione oggi è dunque pienamente legittima e non suona minimamente offesa per i musulmani, perché ridà vita a un luogo di culto ebraico che per ben due volte fu pienamente ritenuto legittimo e non offensivo dai califfi ottomani e ulema islamici. LE PRETESE Ma l’islam oggi ha la pretesa di esercitare piena e totale egemonia anche su quanto non è suo, pretende il diritto di sentirsi offeso - e di reagire con la violenza - se si ricostruisce una sinagoga là dove per secoli si ergeva una sinagoga. Una arroganza egemonica che ha un origine precisa, la stessa che impedisce qualsiasi accordo di pace tra palestinesi e israeliani: Gerusalemme e Israele, essendo state “Dar al islam” terreno dell’islam, lo devono essere in eterno e chiunque neghi questo diritto di possesso eterno dell’islam va combattuto. Non nazionalismo palestinese al centro del conflitto dunque, ma pretesa egemonica assoluta dell’islam, che continua a negare a ebraismo e cristianesimo l’eviden - za di avere avuto in Gerusalemme la capitale sacra ben prima dell’islam, tanto che i musulmani negano addirittura che là dove oggi è la Spianata delle moschee si ergesse il Tempio ebraico, negazione demenziale sul piano storico, che portò gli arabi a negare agli ebrei l’accesso al Muro del Pianto dal 1948 al 1966.

L'OPINIONE - Stefano Magni : " Giornata di odio religioso a Gerusalemme "


Stefano Magni

Per un europeo laico è molto difficile vedere del pericolo nella costruzione di un edificio religioso. Non così per il movimento islamico israeliano e per i musulmani palestinesi: l’inaugurazione della sinagoga Hurva, in pieno quartiere ebraico di Gerusalemme ai loro occhi appare come una dichiarazione di guerra. Ed è questa (non la terra, l’acqua, i check point o lo stallo nei negoziati sui nuovi insediamenti) la causa dei disordini di ieri a Gerusalemme, che si sono conclusi con 42 arresti e 17 feriti, 8 dei quali sono poliziotti israeliani.
La sinagoga Hurva è un simbolo per Israele. Fu visitata da Theodor Herzl all’alba del movimento sionista. Fu teatro del reclutamento della Legione Ebraica che combatté al fianco degli inglesi nella I Guerra Mondiale. Secondo un’interpretazione cabalistica del XVIII secolo, la sua inaugurazione è preludio per la ricostruzione del Tempio. Gli arabi musulmani l’hanno sempre interpretata alla lettera. E per questo, nel 1948, quando i giordani occuparono Gerusalemme Est, fecero saltare in aria la sinagoga Hurva. Con gran disprezzo per la libertà di culto.
La sua ricostruzione, in una Gerusalemme capitale di Israele (ma che i palestinesi vogliono come capitale del loro futuro Stato) è stata interpretata dai musulmani come un segnale di pericolo. L’Islam politico, che non ha mai esitato a distruggere i luoghi di culto di altre fedi, ora attribuisce il proprio modus operandi al suo nemico: si aspetta che, prima o poi, gli ebrei radano al suolo Al Aqsa. Vedono nuovi scavi archeologici israeliani e l’inaugurazione della grande sinagoga come segnali dell’imminente sacrilegio. E ieri Hamas proclamato la “giornata dell’odio”.
Il Ministero per la Sicurezza Pubblica israeliano si sta dando da fare per smentire le teorie cospirative sul Monte del Tempio. Ha inaugurato un sito Internet, in lingua araba, in cui spiega che non c’è alcuna minaccia. Inoltre, un attivista ebreo che voleva entrare al Monte del Tempio è stato arrestato, sempre dalla polizia israeliana. Ma tutto ciò non è bastato a placare il sacro furore di centinaia di musulmani, che nella mattinata di ieri hanno lanciato pietre contro la polizia. Numerosi pullman sono in partenza dal Negev, per trasportare manifestanti israeliani di etnia beduina e di religione musulmana. A dimostrazione della laicità dello Stato di Israele, gran parte di queste spedizioni sono organizzate dal Movimento Islamico israeliano, oltre che dai palestinesi. Mentre Gerusalemme cerca di difendersi, il giorno stesso arriva la doccia fredda da Washington. La visita dell’inviato George Mitchell è rinviata “per motivi logistici”. Il processo di pace è sospeso, per la decisione di Netanyahu di avviare la costruzione dei nuovi insediamenti. Usa e Israele non sono mai state così lontane: “qualcuno” (a Teheran e Damasco) potrebbe approfittarne.


La STAMPA - Aldo Baquis : " Un giorno d'Intifada a Gerusalemme "

Sospinti con foga da Hamas, dal Movimento islamico in Israele e da un Comitato di «Forze nazionali» palestinesi allargato ad Al-Fatah, migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania si sono scontrati per la intera giornata di ieri con le forze di sicurezza israeliane in quella che è stata definita «una giornata di collera». In serata si aveva notizia di un centinaio di dimostranti feriti o contusi. Cure mediche si sono rese necessarie anche per una decina di agenti israeliani. Decine gli arresti.
Per Hamas - che tenta di recuperare in Cisgiordania consensi politici perduti con il putsch di Gaza del 2007 - è auspicabile che gli eventi di ieri rappresentino l'inizio di una terza intifada popolare. Molto più cauti i dirigenti dell'Anp che hanno messo le proprie forze in stato di allarme per contenere la violenza popolare. In Israele resta elevato lo stato di allerta, nella fiducia che un uso freddo e ponderato di massicce forze di sicurezza possa evitare spargimenti di sangue. Ad aggravare la situazione per il governo di Benjamin Netanyahu vi è la profonda crisi apertasi con l'amministrazione di Barack Obama a proposito dell'edilizia ebraica a Gerusalemme Est. Il mediatore Usa George Mitchell, che era atteso ieri in Israele, ha dato forfait: adesso nessuno è in grado di prevedere se e quando saranno rilanciati negoziati indiretti di pace con l'Anp.
Per spronare le masse islamiche a riversarsi in strada nella «Giornata di collera» la televisione e i mass media di Hamas hanno martellato un concetto che secondo Israele è totalmente infondato: ossia che la Moschea Al Aqsa sia «in pericolo immediato» e che nella Spianata delle Moschee sia in progetto un nuovo «Tempio di Salomone». Ma le micce dell'eruzione di violenza palestinese - che ha coinvolto anche i palestinesi della Cisgiordania e della Galilea israeliana - sono comunque svariate. Nelle ultime settimane hanno destato collera la decisione israeliana di includere fra i tesori del patrimonio storico e culturale ebraico anche la Tomba dei Patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme, luoghi di culto sia per gli ebrei sia per i musulmani. Altra irritazione hanno provocato fra i palestinesi progetti del municipio per il rione palestinese di Silwan e la inaugurazione nel rione ebraico della Città Vecchia dalla sinagoga «Hurvah» (rovina, in ebraico) che topograficamente sovrasta la Spianata delle Moschee.
Nel clima di polarizzazione si è inserito l'annuncio della estensione del rione ebraico ortodosso di Ramat Shlomo, durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden. In un terreno così impregnato di materiale infiammabile, le parole d'ordine eversive sono state subito tradotte in una lunga catena di violenti scontri ravvicinati che tremila agenti di polizia si sono sforzati di sedare sul nascere. «Abbiamo cercato di creare una catena umana di fedeli attorno alla moschea al-Aqsa per proteggerla», ha spiegato Zahi Nujeidat, un portavoce del Movimento islamico in Israele. La polizia ha bloccato autobus di dimostranti islamici mentre erano ancora in Galilea. Ha inoltre infiltrato agenti in borghese fra gli organizzatori degli scontri, che sono stati così sorpresi alle spalle e neutralizzati. Una giornata in cui dimostranti e forze dell'ordine si sono dunque saggiati a vicenda. Ma a tutti è evidente che Israele non potrà continuare all'infinito a mantenere migliaia di agenti delle forze anti-sommossa a Gerusalemme Est e a tenere chiusi i valichi con la Cisgiordania.
La polizia israeliana è seriamente preoccupata: sa bene che le fiammate della protesta non sono state spente e che il rischio di un incendio generale è lontano dall’essere rimosso.

Per inviare il proprio parere a Foglio, Libero, Opinione, Stampa, cliccare sulle e-mail sottostanti


ettere@ilfoglio.it
segreteria@libero-news.eu
diaconale@opinione.it
lettere@lastampa.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT