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La Stampa - Corriere della Sera - La Repubblica Rassegna Stampa
21.08.2009 Elezioni in Afghanistan: il sabotaggio dei talebani è fallito
Cronache e analisi di Maurizio Molinari, Vittorio Emanuele Parsi, Gabor Steingart, Gregor Schmitz, Andrea Nicastro, Lorenzo Cremonesi, Francesca Caferri

Testata:La Stampa - Corriere della Sera - La Repubblica
Autore: Maurizio Molinari - Vittorio Emanuele Parsi - Gabor Steingart - Gregor Schmitz - Andrea Nicastro, Lorenzo Cremonesi - Francesca Caferri
Titolo: «Il sabotaggio taleban è fallito - Sfida aperta ai signori della guerra - Vincere a Kabul? Meno bombe e più Hollywood - Dai seggi le voci delle donne in burqa 'Ho votato come mi ha detto mio padre'»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 21/08/2009, a pag. 4, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Il sabotaggio taleban è fallito ", in prima pagina il commento di Vittorio Emanuele Parsi dal titolo " Sfida aperta ai signori della guerra  "e a pag. 4, l'intervista di Gabor Steingart e Gregor Schmitz a Joseph Nye dal titolo " Vincere a Kabul? Meno bombe e più Hollywood  ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 3, l'articolo di Andrea Nicastro dal titolo " Dai seggi le voci delle donne in burqa «Ho votato come mi ha detto mio padre»  " e quello di Lorenzo Cremonesi dal titolo " Con gli italiani a Herat: «Mantenuto il controllo» ". Dalla REPUBBLICA, a pag. 7, l'intervista di Francesca Caferri a Habiba Sarabi, governatrice della provincia di Bamyan dal titolo " Le afgane chiedono diritti pronte a rischiare per averli  ". Ecco gli articoli:

La STAMPA - Maurizio Molinari : " Il sabotaggio taleban è fallito  "

 Donne afghane discutono all’uscita di un seggio di Herat

«Le elezioni afghane sono state un successo». Barack Obama commenta il voto presidenziale di Kabul poco dopo la chiusura delle urne e, parlando allo show radiofonico di Michael Smercornish, sottolinea con soddisfazione come «i taleban non sono riusciti a sabotarle», nonostante la dichiarata intenzione di trasformare le elezioni in un bagno di sangue. La maggiore preoccupazione di Washington era l’affluenza e Obama si dice «soddisfatto» di quanto avvenuto, affrontando subito lo scenario dopo-elezioni: «Abbiamo messo più truppe in campo nel Sud e nell’Est agli ordini del generale McChrystal, mentre in Pakistan l’esercito nazionale per la prima volta sta combattendo i taleban con efficacia».
E’ a questa «morsa militare» che il presidente Usa si affida per mettere in rotta i taleban. Nella recente eliminazione del capo guerrigliero Beitullah Mehsud vede un segnale positivo. «Era il capo dei taleban in Pakistan, uno degli alleati-chiave di Osama bin Laden, l’abbiamo eliminato grazie ai pakistani» sottolinea, parlando della «strategia a tenaglia per mettere sotto pressione i taleban su entrambi i lati del confine afghano-pakistano» al fine di «eliminarli, rendergli più difficile qualsiasi tipo di movimento, trovare dei santuari dove nascondersi» con l’obiettivo finale di «liberarci di loro».
Ma «servirà del tempo» e il presidente si mostra consapevole degli «alti costi» che la guerra comporta, a cominciare dalle vite umane. Finita l’intervista radiofonica, è il portavoce Robert Gibbs a entrare nella «Brady’s Room» della Casa Bianca per tornare a parlare dell’affluenza alle urne afghane, affermando che «vi sono state percentuali differenti in regioni» ma senza per questo indebolire «il successo della consultazione», evidenziato anche dal fatto che i taleban non sono riusciti a compiere maggiori attentati durante la giornata elettorale. «Ora dobbiamo finire il lavoro, procedere in maniera rapida e aggressiva verso i nostri obiettivi - dice Robert Gibbs - al fine di distruggere e in ultima analisi sconfiggere Al Qaeda e i suoi alleati terroristi».
Per capire l’approccio della Casa Bianca al dopo-elezioni bisogna ascoltare Bruce Reidel, il più importante consigliere anti-terrorismo del presidente, che in un incontro svoltosi al centro studi della «Brookings Institution» di Washington ha definito le elezioni «solo un tassello di una partita strategica molto più ampia», indicando «nel generale Stanley McChrystal e nel ministro della Difesa Robert Gates gli uomini ai quali adesso spetta cambiare una situazione che sul territorio ancora favorisce i taleban». Ciò significa che nelle prossime settimane assisteremo a un aumento delle attività militari delle truppe Usa per strappare ai taleban il controllo del più alto numero di villaggi, prima che l’arrivo dell’inverno imponga una sosta alle operazioni di terra.

La STAMPA - Vittorio Emanuele Parsi : "Sfida aperta ai signori della guerra "

Non sappiamo ancora quale candidato alla presidenza afghana possa cantar vittoria, ma siamo già in grado di stilare una prima lista di vincitori e sconfitti dopo un election day come quello di ieri, tanto atteso quanto temuto: i talebani e i signori della guerra hanno perso. Il popolo afgano e la coalizione internazionale ha vinto. Nonostante le truculente dichiarazioni dei giorni scorsi («taglieremo le dita a chi va a votare»), l’ondata di attentati sanguinari e vigliacchi dell’ultimo mese e l’insofferenza dei pashtun (l’etnia di maggioranza relativa) per il ruolo crescente nel governo del Paese di tagiki, uzbeki e «persino» azeri, l’affluenza è stata superiore alle più rosee aspettative.
Come già era avvenuto in Iraq, quando le prime elezioni vennero tenute sotto la minaccia dei qaedisti e degli insorgenti, il popolo ha deciso di andare a votare, e milioni di afghani (e soprattutto di afghane) hanno lanciato il loro personale, pacifico jihad in faccia ai tagliagole che sognano un Afghanistan da incubo, dove alle bambine sia persino preclusa l’istruzione elementare. Ma è andata persino meglio che in Iraq, perché ieri nessuna etnia e nessun gruppo religioso ha deciso di disertare le urne o è caduto nella trappola dalla propaganda violenta e spaventosa dei ribelli, come invece era accaduto per i sunniti iracheni.
Gli afghani e le afghane hanno messo le loro vite nella mani dei soldati della coalizione, che ha scelto di correre il rischio politico di tenere elezioni in queste condizioni, scommettendo che le proprie truppe sarebbero riuscite a consentirne lo svolgimento. Uno sforzo imponente, a cui anche le forze armate italiane hanno dato il loro determinante contributo, a testimonianza di un’eccellenza e di una professionalità diffuse che hanno pochi eguali tra le altre istituzioni della Repubblica. Ma anche l’ennesima riprova che una presenza militare più attiva, più numerosa e più aggressiva resta la condizione indispensabile per consentire all’Afghanistan di intraprendere la difficile via della ricostruzione. Dopo questa dimostrazione di forza tranquilla, di coraggio diffuso, fornita dal popolo afgano, i talebani escono politicamente assai ridimensionati, e con loro tutti i cocciuti sostenitori della «necessità di coinvolgere i talebani nel futuro del Paese». Farlo ora, dopo la prova di coraggio superata ieri dal popolo afghano, sarebbe mancare di rispetto a un’intera nazione. Replicherebbe un errore analogo e speculare a quello compiuto dall’amministrazione Bush nel 2002, quando decise di appoggiare i signori della guerra, pur di non «impegnarsi» nella ricostruzione economica e istituzionale del Paese, e così tradì le aspettative di milioni di afghani che contavano sull’America per realizzare un nuovo Afghanistan. I risultati li vediamo ora, mentre si fa strada la consapevolezza che dovremo impegnare almeno altri 50.000 uomini per riportare la sicurezza a Kabul e in tutto l’Afghanistan. Occorreranno soldati e tempo. Ma occorrerà anche denaro, molto più di quello fin qui davvero erogato. Basti pensare che nei primi due anni successivi alla caduta del regime talebano, all’Afghanistan sono andati aiuti per soli 57 dollari pro capite: poco più della metà dei 100 dollari che si stimano essere l’investimento minimo per ricostruire uno Stato fallito (secondo la Rand), infinitamente meno dei 233 andati a Timor Est, dei 529 del Kosovo o dei 679 della Bosnia.
Senza soldati, soldi e disponibilità a un impegno prolungato, il successo della giornata di ieri rischia di essere presto sciupato. Vedremo come andrà a finire: se sarà necessario un ballottaggio e se il prossimo presidente sarà ancora Karzai o invece Abdullah o, a sorpresa, Ghani. Soprattutto vedremo quanto si stimerà che abbiano pesato i brogli già denunciati. D’altronde, immaginare elezioni di tipo «danese» in un Paese in cui la corruzione è dilagante e dove la produzione di oppio conosce nuovi impressionanti record, sarebbe stato folle. Ma è inutile nascondersi che il nemico da battere ieri erano i talebani e il loro messaggio di morte e non la corruzione e il narcotraffico. E questo nemico, almeno ieri, è stato battuto. La paura era che le elezioni non si potessero neppure tenere o che l’affluenza fosse irrisoria, non che fossero perfettamente corrette. Non fermiamoci qui e non accontentiamoci. Ma non sottovalutiamo e non sprechiamo lo straordinario successo di ieri.

La STAMPA - Gabor Steingart-GregorSchimitz : " Vincere a Kabul? Meno bombe e più Hollywood "

Joseph Nye

Professor Nye, i taleban avanzano in Afghanistan e in Pakistan, la Corea del Nord ha la bomba atomica e l’Iran sta sviluppando la sua. Non è forse il momento di usare l’«hard power», la forza militare?
«Ogni Presidente americano ha tre opzioni a sua disposizioni: la forza, il denaro e la seduzione dei valori culturali, quello che io chiamo “soft power”, il potere morbido. Non ho mai detto che gli strumenti dell’“hard power” di una superpotenza - esercito, servizi segreti, sanzioni economiche - possano essere sostituiti da questi. Si tratta di trovare la giusta miscela tra hard e soft».
In questo momento sarebbe più efficace la forza militare?
«Ovviamente è inutile parlare con Al Qaeda. I suoi leader non possono essere attratti dai valori americani. Ma i giovani che Osama bin Laden vuole reclutare per nuovi attacchi terroristici, quelli sì che si possono raggiungere. È lì che entra in gioco il “soft power”».
E come si raggiungono? Con un discorso come quello del presidente Obama al Cairo, pieno di rispetto per il mondo musulmano?
«Quel discorso è stato sensazionale. Un’America che ascolta, coerente con i suoi valori e rispettosa di quelli altrui, rende più difficile ai terroristi il reclutamento di nuove leve. In questo modo il “soft power” può essere efficace anche in un conflitto largamente dominato dall’uso dell’“hard power”».
Esiste un esempio storico dell’efficacia di una politica morbida?
«La fine della Guerra Fredda. Non fu sparato un solo colpo mentre per decenni, come deterrente contro l’aggressività e l’espansione sovietica, c’era voluto l’esercito americano. Furono soprattutto gli elementi di “soft power” a perforare la Cortina di Ferro, facendo perdere alla gente che stava dall’altra parte la fiducia nel sistema che la governava».
Quali sono le fonti del «soft power»?
«Essenzialmente tre: la cultura - che nel caso americano va da Harvard a Hollywood; i valori politici, dalla democrazia alla libertà di parola alle opportunità di vita; la legittimità della politica estera, nel senso che sei più convincente se altri Paesi considerano legittima la tua politica estera. Viceversa, una politica estera considerata illegittima, com’è stato il caso dell’amministrazione Bush, distrugge il potere dei valori e della cultura».
L’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha reagito con fastidio quando gli è stato chiesto un parere sui due tipi di potere. Una volta ha pure detto che non capiva il significato di «soft power».
«Quello era l’atteggiamento mentale dell’amministrazione Bush, almeno nel primo mandato. Non capivano le potenzialità del “soft power” e non sapevano usarlo. Dovevano imparare la dura lezione che l’”hard power” da solo non bastava a raggiungere i loro obiettivi di politica estera».
Lei sottolinea l’importanza di una combinazione di «hard» e «soft power» in politica estera. Ma l’uso dell’uno non penalizza l’altro? In Pakistan, anche l’Amministrazione Obama utilizza i droni, gli aerei senza pilota, per puntare e uccidere i comandanti taleban, con frequenti danni collaterali e morti tra i civili. Questo indebolisce la reputazione degli Usa nella regione, perché un uso della forza così crudele viene considerato illegittimo dalla popolazione.
«Troppo “hard power” può essere controproducente. Il nuovo comandante Usa in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, ha parlato di inchieste da fare in casi del genere. Ha promesso di evitare in futuro i morti civili. Sono due passi necessari perché gli incidenti nuocciono alla legittimità della politica Usa».
Osama bin Laden sembra avere un messaggio convincente, in quella regione del mondo, vero?
«Ha di sicuro moltissimo “soft power” e l’ha dimostrato nell’attacco alle Torri gemelle del 2001. Non ha costretto i piloti degli aerei a volare puntando loro una pistola alla tempia né li ha pagati. Quelli l’hanno fatto perché attratti dai suoi valori».
Da allora il «soft power» di Bin Laden è cresciuto o diminuito?
«Penso che nel 2001 fosse più grande rispetto a oggi. L’uso eccessivo del terrore, compresi i tanti attacchi che in modo indiscriminato hanno ucciso donne e bambini, molti dei quali ovviamente musulmani, ha nuociuto all’attrattività del suo messaggio».
Il presidente Obama usa però l’«hard power» in Afghanistan e Pakistan in un modo che non è molto diverso dal suo predecessore. Il Pentagono sta mandando altri 21 mila soldati in Afghanistan nel tentativo di sconfiggere i taleban.
«Non dovremmo mettere l’una contro l’altra le due strategie. Prima che si possano costruire scuole e ospedali, in Afghanistan va ripristinato un certo livello di sicurezza. In questo caso l’“hard” viene prima del “soft”. Recentemente il segretario di Stato Hillary Clinton, parlando al Senato, ha descritto la sua strategia in tre parole: difesa, diplomazia, sviluppo. Esattamente in quest’ordine».

CORRIERE della SERA - Andrea Nicastro : " Dai seggi le voci delle donne in burqa «Ho votato come mi ha detto mio padre» "

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KABUL — Sima è hazara e vive a Ka­bul. Salima, tagika, ha casa all'ingres­so della valle del Panshir. Zarguna è una pashtun di Loghar. Tre donne, tre afghane possibili elettrici, ma di lin­gua, etnia e religione diverse. Due han­no votato. Una sola sa leggere e scrive­re e non è quella che per strada fa a meno del burqa. Le loro ragioni non valgono a descrivere un Paese, ma for­se a fugare qualche pregiudizio sì.
Sima non ha votato. Gliel'ha proibi­to il marito, hazara e sciita come lei. «Troppo pericoloso — mi ha detto —. Con gli attentati che ci sono stati a Ka­bul, si aspettava assalti ai seggi. I tale­bani avevano annunciato altri 17 shaid — kamikaze — in città». E Sima ha obbedito. Fa sempre così. Ha sei fi­gli e 32 anni che sembrano 50.
Il marito gestisce una lavanderia nella zona sud della capitale. Prende l'acqua dal pozzo, lava a mano e appen­de il bucato a una corda stesa attraver­so il marciapiede. Le camicie sembra­no sporche come prima, ma i clienti si dicono soddisfatti. «Sono contenta — dice Sima —. Mio marito riesce a man­tenere tutti noi, i bambini lo aiutano nella lavanderia, fanno le consegne, comprano i detersivi, e alla fine del Ra­madan ci regala vestiti o gioiellini ci­nesi ». Sima chiude ancora di più il fou­lard, bisogna strapparle le parole di bocca tanto è intimidita. Scruta il mari­to come ad indovinare le risposte giu­ste. Eppure Sima non usa il burqa da quasi due anni. «Ormai lo porto solo per accompagnare i bambini in ospe­dale » .
Salima, invece, non esce mai dalle mura di casa senza la prigione azzurra di nylon addosso. Salima ha votato il candidato che il malik, il capo villag­gio, ha indicato a suo padre. «Il dottor Abdullah — confessa —. Obbligata? No, mi ha convinta mio padre. Dopo cena ha riunito tutti i figli maschi e femmine e ha spiegato che è la scelta migliore per noi tagiki. E' un brav'uo­mo, laureato, ha combattuto contro gli 'sciuravi' — i russi —, ed è un buon musulmano. Karzai invece non è stato capace di portare la pace e non ha asfal­tato neppure la strada del villaggio». Vent'anni e, stranamente, nubile. Sali­ma si vergogna a parlarne, la voce esce appena dalla grata del burqa. «Tre me­si dopo la morte di mamma, il papà ha sposato una vedova. In casa c'è tanto da fare con i figli di lei e i miei fratelli. Non ho tempo di sposarmi».
Zarguna vive in Charasiab, una citta­dina poco lontano dalla Ring Road, una sorta di circonvallazione naziona­le lunga oltre 3mila chilometri. «Ho votato perché i talebani non sono atti­vi in città — racconta al telefono —, però, per precauzione, non ho sporca­to l'indice di inchiostro».
Ginecologa, 28 anni e due bambini, Zarguna, pashtun, ha studiato medici­na a Kabul. «L'università è gratuita e per chi viene dalla provincia il gover­no paga ostello e mensa».
Il suo matrimonio non è stato com­binato, il marito era un compagno di corso. «E' un uomo moderno, ma ab­biamo aspettato comunque l'approva­zione delle famiglie. Non è lui a impor­mi il burqa. Non ho scelta. Questa è una provincia molto conservatrice, se si spargesse la voce che la dottoressa è una poco di buono, probabilmente mariti e padri impedirebbero alle don­ne di farsi visitare da me. Invece ne hanno tanto bisogno. Le malattie vene­ree e i tumori sono comunissimi, per non parlare dei problemi del parto».
Zarguna racconta in un ottimo in­glese imparato durante l'esilio in Paki­stan. «Sono stata molto incerta tra Kar­zai e Ashraf Ghani. D'istinto avrei pre­ferito il secondo perché è più prepara­to. Ma poi, con mio marito, abbiamo pensato che avremmo sprecato il voto e, seppur con tante riserve, abbiamo sostenuto il presidente. Se dovesse vincere Abdullah sarebbe una catastro­fe, l'occasione per i tagiki di conquista­re finalmente il potere. Sarebbero di­sposti anche a scatenare una guerra ci­vile contro i pashtun».

CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : " Con gli italiani a Herat: «Mantenuto il controllo» "

 Italiani a Herat

HERAT — Alle sette di mattina l’in­tera città sembra paralizzata, è come se la sua popolazione trattenesse co­ralmente il respiro. Strade vuote, ne­gozi chiusi, traffico nullo. Solo ai seg­gi, ben controllati dalle nuove forze di sicurezza afghane, si nota un qual­che movimento. Ma un’ora dopo l’af­flusso è cospicuo. «Troppa gente. Al­meno un’ora d’attesa, troppo perico­loso. Se arriva un kamikaze moriamo tutti. Verrò più tardi», dice Hassaf Sa­deqi, un giovane ingegnere che sta la­sciando rapido la zona alberata attor­no al seggio situato nella scuola Alishir Naw.
Alle dieci sono almeno 450 gli uo­mini che attendono pazientemente in fila all’entrata del seggio nel liceo Kawarshad. Le donne sono meno. Ep­pure ci sono. «Vengono in massa. Avete visto? Votiamo anche noi», so­stiene allegra Sima Ghouriani, diret­trice del seggio femminile ed eviden­te attivista per Hamid Karzai. Non è la sola. Il direttore della filo-governa­tiva Herat Tv , Assam Shams, si dice certo che «il presidente verrà rielet­to. È l’unico leader politico serio in grado di condurre l’Afghanistan fuo­ri dal caos».
Già poco dopo mezzogiorno i seg­gi si svuotano. È il momento di anda­re in pattuglia con tre mezzi blindati Lince per vedere le operazioni di vo­to dalla prospettiva della gigantesca operazione messa in piedi da Isaf-Na­to in cooperazione con le autorità af­ghane. «Questo voto è afghano. Noi abbiamo solo il compito di collabora­re dall’esterno», ci spiega il generale Rosario Castellano. La pattuglia con­ta 12 paracadutisti, comandati dal ser­gente maggiore Luigi Sabetti, 35 an­ni,
salernitano. Si viaggia sui 25 al­l’ora, meno di 50 minuti per sorve­gliare i punti nevralgici: governatora­to, stadio, seggi maggiori, università, strada di accesso all’aeroporto, e la Masjid-e-Jami, moschea storica, anti­ca quasi un millennio. «Evitare i con­tatti con la popolazione. Se ci spara­no, si risponde al fuoco e si va via», recitano gli ordini. Due volte arriva­no via radio gli allarmi autobomba. «Pasbaro, Pasbaro!», fate strada, gri­da in dari il mitragliere dalla torretta, Emanuele Verbicaro, 23enne caporal­maggiore di Barletta, ogni volta che auto e pedoni rallentano l’andatura. Sembra venirci incontro una Corolla grigia. Lui arma nervoso la mitraglia­trice pesante. E l’auto accosta. Alla fi­ne non accade nulla. I Lince rientra­no alla base. È tempo di osservare la chiusura dei seggi e l’inizio degli scru­tini alle 16. Arriviamo a quelli della Masjid-e-Jami, che mancano venti minuti. Ma già non c’è più nessuno. Viene inevitabile di fare il paragone con le code di elettori ancora alle no­ve di sera cinque anni fa. Allora il go­verno decise di permettere le opera­zioni di voto sin nel cuore della not­te. Oggi qui non c’è bisogno di ritar­dare la fine del voto. «La popolazione non è venuta non solo per paura dei talebani. In verità regna il disinteres­se. Gli afghani sono delusi, non cre­dono più che il loro voto possa con­durre al cambiamento», sostiene Taj Mossam Assem, giovane scrutatore. Il generale Castellano si dice «molto soddisfatto». «Temevamo potesse vincere la violenza. Invece siamo riu­sciti a tenere la situazione sotto con­trollo ». E snocciola quelli che consi­dera i dati del successo: solo una no­vantina di seggi sui 1.014 delle quat­tro province sono rimasti chiusi. E una ventina di scontri armati hanno causato sette feriti afghani. Commen­ta: «È stato più difficile in alcune zo­ne di Farah e del Badghis, come previ­sto. Ma c’è stato anche un fatto molto positivo nella vallata di Ziko, dove gli insorti avevano dato fuoco a due seg­gi. Ancora prima che noi intervenissi­mo, la popolazione ha impedito che venisse attaccato un terzo, quindi ha messo in fuga gli aggressori e riattiva­to le strutture danneggiate».

La REPUBBLICA - Francesca Caferri : " Le afgane chiedono diritti pronte a rischiare per averli "

 Habiba Sarabi

Governatrice della provincia di Bamyan, Habiba Sarabi è l´unica donna a ricoprire una carica simile in Afghanistan. La comunità internazionale l´ha eletta a simbolo del paese che vorrebbe veder nascere: efficiente, aperto, intraprendente. I Taliban a obiettivo da eliminare: troppo scomoda nella sua posizione e con le sue politiche egualitarie. Lei, semplicemente, dice che vuole fare dell´Afghanistan un posto migliore. Per le donne, prima di tutto.
Governatrice, molte elettrici sono andate alle urne, sfidando le minacce: che vuol dire?
«Che vogliono la democrazia e sono pronte ad appoggiarla. Le donne sono la metà della popolazione afgana, senza di loro questo voto non avrebbe avuto senso. Non si possono chiedere diritti e progresso se non si va a votare. Qui a Bamyan l´affluenza femminile è stata alta. Lo stesso è accaduto a Kabul. Purtroppo ci sono zone, come il Sud, dove questo non è stato possibile».
La violenza nelle ultime settimane è stata forte: è il segno della forza o della disperazione dei Taliban?
«Ci saranno sempre persone che non vorranno la stabilità e la parità di diritti in questo paese. Ma la gente non li appoggia, per questo va a votare. Gli afgani hanno capito che sta a noi opporci. Ma sta anche alla comunità internazionale aiutarci a farlo: quando i risultati arriveranno, mi aspetto che i paesi stranieri lavorino in modo serio con il nuovo presidente, chiunque sia. E si chiedano perché le cose finora non hanno funzionato: questo è un posto difficile che richiede un impegno di lungo periodo, non si può pensare di lasciare tutto a metà».
Si aspetta presto altre donne nella sua posizione?
«Posso dire che sono felice di come hanno partecipato alla campagna elettorale. E a questa giornata di voto. Per il resto la strada è lunga: il prossimo presidente, chiunque sia, dovrà prima di tutto garantire le sicurezza. Senza di quella non ci sono diritti, non ci sono possibilità per le donne e per nessun altro».
Il presidente Karzai, probabile vincitore, si è alleato con diversi ex signori della guerra. Le fa paura questo?
«Sì, sono preoccupata. Perché so quello che hanno fatto e le sofferenze che hanno provocato. Ma chiunque ricopra una responsabilità di governo dovrà giurare sulla Costituzione afgana, che prevede parità di diritti fra uomini e donne. Questo è quello che conta per me ora».

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