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01.02.2009 Negazionisti : Israele s'infuria, il Papa va avanti e gli ebrei sono ossessionati
Lo leggiamo su Stampa, Libero e Riformista

Testata:La Stampa - Libero - Il Riformista
Autore: Giacomo Galeazzi - Alain Elkann -Renato Farina - Fabrizio D'Esposito
Titolo: «Israele minaccia la rottura col Vaticano e negazionisti vari»

Continua oggi, 01/02/2009, la polemica sui negazionisti riammessi dal Vaticano. Dalla STAMPA , due cronache di Giacomo Galeazzi e l'intervista di Alain Elkann a Bernard Tissier de Mallerais, il quale a domanda risponde " Non ho opinioni in proposito " , " la questione non mi interessa ".
Da LIBERO un articolo di Renato Farina , da sempre buon amico di Israele , ma impermeabile a qualsiasi accenno di discussione che riguardi la Chiesa cattolica, che non sbaglia mai , e chi la critica è soggetto a ossessioni come recita il titolo del suo articolo.
Chiudiamo con Il RIFORMISTA con una interessante intervista a un altro cavaliere gentiluomo testè riammesso, il quale è guida del movimento veronese Sacrum Imperium.
Auguri al Papa, si è ripreso un bel verminaio. Con ossessione, aspettiamo di capirne le ragioni. Ecco gli articoli:

LA STAMPA - Giacomo Galeazzi " Israele minaccia la rottura col Vaticano "

CITTA’ DEL VATICANO
Dopo le relazioni messe in discussione dal Gran Rabbinato di Gerusalemme, la minaccia di rompere i rapporti con il Vaticano arriva anche dal governo israeliano. A tre mesi dalla programmata visita papale in Terra Santa, la riammissione del vescovo negazionista lefebvriano Richard Williamson attira sulla Chiesa ulteriori proteste dallo Stato ebraico. Ieri il ministro israeliano per gli Affari religiosi Yitzhak Cohen ha alzato la posta e ha chiesto all’esecutivo uscente (l’11 febbraio si vota) di porre fine alle relazioni diplomatiche con la Santa Sede. In un’intervista al settimanale tedesco «Der Spiegel», Cohen ha annunciato di aver sollecitato il suo governo «a rompere completamente i rapporti con una corporazione in cui sono presenti membri negazionisti dell’Olocausto e antisemiti». L’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede Mordechai Lewy si chiama fuori dalla mischia: «Non posso pronunciarmi su frasi di un ministro israeliano, comunque io dipendo dal dicastero degli Esteri». Intanto, con un’altra decisione che ha suscitato polemiche in Austria, Benedetto XVI ha nominato vescovo ausiliare di Linz un prelato ultraconservatore, Gerhard Wagner, passato alle cronache per aver tacciato di «satanismo» i libri di Harry Potter e affermato che l’uragano Katrina è stato una punizione divina per l’immoralità di New Orleans.
Ma a preoccupare la Santa Sede è soprattutto la pioggia di reazioni negative dal mondo ebraico per le tesi negazioniste di Williamson e le dichiarazioni di identico tenore di numerosi esponenti della comunità lefebvriana. Il vicepresidente della comunità ebraica tedesca, Salomon Korn, definisce la grazia accordata da Benedetto XVI «un ritorno agli oscuri secoli passati». Korn bolla come «imperdonabile» l’atto del Pontefice perché così «mette in discussione la riconciliazione con gli ebrei, portata avanti dal suo predecessore Karol Wojtyla». Attacca Ratzinger anche Israel Meir Lau, ex rabbino capo di Israele e sopravvissuto al lager di Buchenwald: «Come può un negazionista ottenere la protezione e la riabilitazione dal capo della Chiesa cattolica?».
Non meno dure le rimostranze all’interno della Chiesa. E’ molto pesante la critica al Papa anche da parte del presidente del Bundestag, il cristiano-democratico Norbert Lammert. Il leader del Parlamento tedesco imputa a Benedetto XVI di «mettere a rischio il dialogo con le organizzazioni ebraiche, qualificato espressamente come irrinunciabile dalla Santa Sede». Mentre anche l’ex segretario della Cdu, Heiner Geissler, denuncia la visione conservatrice di Benedetto XVI: «Si ha l’impressione che preferisca un vescovo cattolico antisemita e di estrema destra a un vescovo protestante donna». E il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, protesta che «nella Chiesa cattolica non c’è posto né per l’antisemitismo né per la negazione dell’Olocausto». 200 sacerdoti e teologi hanno espresso in una lettera alla Conferenza episcopale svizzera (dove hanno base i lefebvriani) la loro preoccupazione per la «svolta fortemente regressiva del pontificato».

LA STAMPA - Giacomo Galeazzi : " Ma il Papa va avanti : via le scomuniche "

La data è prossima». L’ora X per riportare l’intera galassia lefebvriana in seno alla Chiesa doveva essere domani, festa della Purificazione di Maria. La controversia sui rapporti con l’ebraismo ha rallentato la corsa contro il tempo nei Sacri Palazzi, ma, nonostante «le resistenze interne e gli attacchi esterni», Oltretevere la strategia è quella di procedere a tappe forzate verso la piena comunione. Mentre si estendono dal Parlamento tedesco al Gran rabbinato di Francia le critiche per la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani (fra i quali il negazionista Richard Williamson), in Vaticano si lavora febbrilmente alla «piena regolarizzazione della Fraternità San Pio X». Benedetto XVI vuole quanto prima il ritorno nella Chiesa dei cinquecento sacerdoti ultratradizionalisti sospesi «a divinis» e dei loro 60 mila fedeli sparsi in 159 priorati e 725 centri spirituali nel mondo. Nel «piano anti-scisma» era stata informalmente indicata la festa della Purificazione di Maria (2 febbraio) come «data chiave», ma il ristabilimento della piena comunione e la revoca delle sospensioni «a divinis» potrebbero richiedere un «chiarimento supplementare» fra la Santa Sede e la roccaforte di Econe, soprattutto sulla dichiarazione «Nostra Aetate» dedicata dal Concilio al dialogo con ebrei, musulmani e altre fedi. L’«integrale riconoscimento» del Vaticano II resta il nodo da sciogliere per il mediatore papale Darío Castrillón Hoyos. Una settimana fa, appena pubblicato il decreto a loro favore, il capo dei lefebvriani Bernard Fellay ha confermato «le riserve» sul Concilio.
Accelerare i tempi della riabilitazione e definire lo status giuridico della «San Pio X» nella Chiesa (probabilmente come prelatura personale sul modello dell’Opus Dei) aiuterebbe la Santa Sede a disinnescare il mix esplosivo tra «residue divergenze» coi seguaci di Lefebvre e umori progressisti contrari alla riconciliazione. Ieri il teologo svizzero Hans Küng ha attaccato la «svolta conservatrice» e «l’atmosfera opprimente nella Chiesa» dovute al perdono accordato ai lefebvriani. Anche il cardinale francese Philippe Barbarin protesta per le scuse «assolutamente insufficienti» presentate da Williamson al Papa: «Non c’è stata alcuna ritrattazione da parte di chi ha negato la Shoah con dichiarazioni riprovevoli, scandalose, rivoltanti». E analoghe rimostranze sono arrivate nei Sacri Palazzi dall’episcopato svizzero, austriaco, tedesco e svedese. In Europa centrale e settentrionale, infatti, alla forte presenza lefebvriana si contrappongono vescovi particolarmente legati al Vaticano II. Quindi, non c’è tempo da perdere.
A pochi giorni dall’«atto di paterna misericordia», il cardinale Castrillón Hoyos ha garantito al Pontefice di aver ottenuto dai vescovi scismatici l’impegno a «realizzare i passi necessari per la piena comunione» riconoscendo non solo l’autorità del Papa ma anche il Concilio. «Devono accettare i nostri nuovi rapporti con gli ebrei - spiega Norbert Hoffmann, segretario della Pontificia commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo -. Gli incontri, le conversazioni e le trattative servono proprio a far chiarezza». Adesso il passo che resta, precisa il cardinale Dionigi Tettamanzi, è «l’adesione a tutti i testi conciliari». L’ultimo passo per entrare in comunione con la Chiesa di Roma potrebbe essere più veloce di quanto lascerebbe pensare il clamore mondiale attorno alla vicenda. In Segreteria di Stato affiora l’esplicita intenzione di non lasciare aperta la questione troppo a lungo per non compromettere le relazioni con l’ebraismo, tanto più delicate in vista del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa. Intanto il Papa si prepara ad accogliere nella piena comunione con Roma i 500 mila anglicani tradizionalisti che, in dissenso con l’Arcivescovo di Canterbury, hanno sottoscritto il catechismo cattolico.

LA STAMPA - Alain Elkann : " Saremo noi a convertire il Vaticano "

Monsignor Bernard Tissier de Mallerais, per lei che ha partecipato alla fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X con monsignor Lefebvre, ricevere la notizia della cessata scomunica da parte di Benedetto XVI è stata una grande emozione? E’ stata una grande gioia quella di essere nuovamente accettati nella casa del Padre?
«No, non nel senso di essere tornati nella casa del Padre, perché noi non l’avevamo in effetti mai lasciata».
E allora qual è stata la sua emozione?
«Vedere indirettamente riconosciuto il bene fondato dei sacramenti episcopali del 1988».
Ma cosa era successo?
«Che Sua eccellenza monsignor Marcel Lefebvre aveva dato nel 1988 sacramenti episcopali senza “mandato apostolicum”, ne è quindi seguita una scomunica ipso facto perché non si può essere nominati vescovi senza il permesso del Papa».
Ma tutti questi anni come li avete vissuti?
«Mah, questa scomunica è durata 20 anni ma noi non la consideravamo valida perché monsignor Lefebvre ci aveva nominato per un caso di necessità e il caso di necessità è riconosciuto valido secondo il diritto canonico».
Ma come venivate considerati dalla Chiesa?
«Eravamo considerati scismatici e devo dire che abbiamo sofferto per vent’anni di essere separati dalla Chiesa di Roma. Io ero prete e appunto ero stato fatto vescovo da Lefebvre nel 1988».
Ma adesso che cosa è successo?
«E’ successo, in modo molto semplice, che attraverso la comunicazione del cardinale Re il Papa ci ha tolto la scomunica senza nessuna particolare cerimonia».
Ma voi oggi siete vescovi per il Papa?
«No, non siamo ancora vescovi perché non abbiamo una sede episcopale».
Ma allora le cose non sono del tutto risolte?
«La cosa non è finita, ci vorrà del tempo».
E chi deciderà della vostra sorte?
«Lo deciderà il Papa con l’intermediazione della Curia romana».
Ma in senso pratico quali sono i passi che devono essere fatti?
«Vi saranno delle discussioni teologiche dottrinali a proposito delle dottrine del Concilio Vaticano II tra noi e i rappresentanti della Santa Sede».
Ma voi pensate di tornare indietro per quanto riguarda le vostre divergenze?
«No, assolutamente no. Noi non cambiamo le nostre posizioni ma abbiamo intenzione di convertire Roma, cioè di portare il Vaticano verso le nostre posizioni».
E per quanto riguarda le dichiarazioni molto contestate dal mondo ebraico di monsignor Richard Williamson, un altro dei vescovi che erano stati scomunicati insieme a lei?
«Non ho opinione in proposito».
Ma cosa pensa di quanto è stato detto?
«Penso che la questione non mi interessa e non ho nessuna opinione su questa domanda».
Ma lei cosa farà in futuro?
«Io resterò qui a Ecône».
Nel seminario di Ecône, di cui lei è rettore, quanti sono i sacerdoti?
«Ci sono 60 seminaristi. Ne abbiamo altri duecento in sei altri centri di formazione».
Voi naturalmente avete sempre continuato a celebrare messa in latino?
«Certo, la bella messa latina con messa gregoriana».
Ma anche il Papa ha ripreso a officiare la messa in latino?
«Di questo non ho veramente notizia e non sono in grado di dare un giudizio».
Com’è avvenuta la remissione della scomunica? Il decreto dalla Santa Sede vi è giunto inaspettato?
«Per noi è stata una grazia della Santa Vergine».
In che senso una grazia della Santa Vergine?
«Perché abbiamo dato al Papa i settecentomila rosari che abbiamo offerto in regalo da parte della Santa Vergine».
Come vi siete mossi per ottenere la remissione della scomunica?
«Abbiamo indirizzato a Sua Eminenza il cardinale Dario Castrillon Hoyos, presidente della Pontificio Commissione Ecclesia una lettera di monsignor Bernard Fellay, scritta anche a nome di monsignor Alfonso de Galarreta, monsignor Richard Williamson,e mio, ovvero dei vescovi consacrati da Lefebvre il 30 giugno 1988. E’ stata sollecitata la rimozione della scomunica che datava dal 1° luglio 1988. In questa lettera monsignor Fellay ha affermato “Siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa e di Nostro Signore Gesù Cristo che è la Chiesa Cattolica Romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al primato di Pietro e alle sue prerogative e per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione». Con queste parole ci siamo rivolti appunto a Sua Santità Benedetto XVI perché venisse riconsiderata la nostra situazione canonica».

LIBERO - Renato Farina : " L'ossessione degli ebrei di sorvegliare il Papa "

Adesso che le acque paiono essersi calmate vorrei chiedere umilmente agli intellettuali e ai rabbini ebrei, fratelli maggiori, di rinunciare a tenere perennemente sotto schiaffo Papa Ratzinger. Hanno torto, stavolta sbagliano proprio. Non si può addossare a Benedetto XVI l’errore e persino l’orrore imputabile a uno del suo popolo, fosse pure un vescovo. Non l’ha scelto lui. Gli è capitato. Se lo tiene. Non è lui il padrone della sua testa. Che cosa deve fare? Ri-scomunicarlo perché ha detto bestialità? Riaprire l’Inquisizione? Sarebbe come se gli italiani chiedessero al presidente della Romania di negare la cittadinanza romena agli stupratori. Si dirà: monsignor Richard Williamson è vescovo. Ma non si può levare l’unzione episcopale, e nel diritto canonico non è prevista la riduzione allo stato laicale o il ripristino della scomunica per un giudizio aberrante, ma che riguarda un fatto storico non un dogma di fede.
Cari fratelli maggiori, ragionate laicamente. Prendetevela duramente con chi ha pronunciato sconcezze: il vescovo Williamson è maggiorenne e vaccinato. La responsabilità è sempre personale. Non si può sempre correre dalla mamma e dal papà chiedendo che punisca il figlio delinquente.
Il guaio è che in realtà di Williamson in sé non importa a nessuno di voi che avete reagito alle sue farneticanti dichiarazioni. Anzi sembra quasi cascato a fagiolo per tenere il Papa sotto la lente di ingrandimento, pretendendo di fargli ogni settimana che passa l’esame del sangue per studiarne il Dna e vedere se si è infettato. Non va. Senza fiducia, senza una mossa di simpatia e di credito reciproco non si costruisce niente, Il rapporto tra fratelli dev’essere libero e sincero, personale e non come se fossimo entità murate in appartenenze piramidali. La Chiesa non è uno Stato di polizia, un Moloch dove ciascuna cellula risponde a un cervello unico come una macchina infernale. Lasciateci essere santi e delinquenti senza tirare sempre in ballo il Papa. Wojtyla ha chiesto perdono per conto di tutti noi sin dal 1986, quando quella domenica di aprile si recò nella sinagoga di Roma. C’ero quel giorno. Chiese perdono. Mi ricordo la sua testa china quando infilò in una fessura del Muro del Pianto la sua preghiera in latino, ed era il 2000.
Ora invece qualsiasi cosa accada Ratzinger diventa bersaglio di sospetto. È successo per la preghiera del venerdì santo, dove è stata soppressa la formula “perfidi giudei” ma non si è cessato di domandarne la conversione. La stessa che domandava Gesù nel Vangelo di Luca: «Se non vi convertirete, perirete tutti». Vale per i cristiani, per gli ebrei, per ogni uomo. Non c’era malizia, nessuna proprio. Chi conosce Ratzinger lo sa. Eppure: «I rapporti tra cattolici ed ebrei sono tornati indietro di 50 anni». Poi c’è stata la faccenda della beatificazione di Pio XII. Per rispetto a voi, Ratzinger l’ha rimandata. E ha dovuto sopportare offese cocenti. La fotografia di Papa Pacelli è posta accanto ai sostenitori di Hitler nel luogo della memoria dell’Olocausto a Gerusalemme, e i dirigenti di quel museo non vogliono sentir ragioni, per loro la Chiesa è colpevole e lo è nella persona fisica di Pio XII. Non per questo errore (è uno sbaglio offensivo, le prove delle sue azioni per la salvezza degli ebrei sono indiscutibili per qualunque studioso serio) Ratzinger ha minacciato alcunché. Peraltro non risulta che nessuno tra i rabbini e i grandi intellettuali di Israele abbia domandato una ritrattazione al Museo o almeno un po’ di prudenza.
Ora ecco il caso del vescovo Williamson. I fatti sono presto raccontati. Nega l’Olocausto, o almeno ne ridimensiona incresciosamente le dimensioni. Ma non c’entra nulla questo con il suo essere stato scomunicato prima ed essere vescovo legittimo oggi.
Ero ad Ecône quando nel giugno del 1988 l’arcivescovo Marcel Lefebvre ordinò vescovi quattro suoi sacerdoti senza il permesso di Papa Wojtyla. La scomunica fu inevitabile. Essa non fu causata dai contenuti teologici, anche se i dissensi sul Concilio Vaticano II mossero Lefebvre a scegliere la via scismatica. La scomunica fu dovuta alla disobbedienza, al fatto di erigersi una Chiesa a sua propria misura, interpretando se stesso come unico caposaldo della dottrina di Cristo. Lefebvre aveva rifiutato il documento Nostra aetate (che pure aveva sottoscritto a suo tempo), dedicato dal Concilio ai rapporti con l’ebraismo. Un documento che però non contiene dogmi.
Da subito Ratzinger iniziò, d’accordo con Giovanni Paolo II, a cercare motivi di comprensione e di riconciliazione, sin da una conferenza in Cile nel luglio dell’88, in cui spiegava che Lefebvre sulla liturgia aveva le sue buone ragioni (la pubblicai senza il suo permesso sul settimanale Il Sabato, e si arrabbiò: la mia traduzione non lo aveva soddisfatto). Poi dopo la morte del fondatore la situazione scismatica era diventata intollerabile per i fedeli che si riconoscevano nelle posizioni tradizionaliste. Finché c’è stata da parte del loro nuovo capo, il vescovo Fellay, l’umile richiesta di essere riammessi. Concessa. L’ultimo pensiero era di esaminarli sulle camere a gas. Del resto pochi tra loro la pensano così. Ma ciò non li fa essere non-cattolici. Così come Marx resta un ebreo anche se ha scritto infamie sulla questione ebraica. Il battesimo è un sigillo che il Papa non può levare per un’opinione sia pure oscena.
Il problema a questo punto credo non stia nel Papa e nei cattolici (salvo pochissimi stolti). Non sta lì l’antisemitismo. A furia di cercarlo e di vederlo nelle stanze del Papa dove non c’è, si finirà per non vederlo dove prospera davvero (vedi la sinistra europea). Ratzinger ha detto che chi nega l’Olocausto nega la Croce, il cardinale Giovan Battista Re, che ha firmato il decreto di riammissione dei lefebvriani, ha condannato con energia Williamson. Più di così…
P.S. Avevo scritto che le acque si sono calmate. Ed invece c’è la minaccia di una rottura dei rapporti diplomatici tra Israele ed il Vaticano. Sul settimanale tedesco Der Spiegel il ministro israeliano per le questioni religiose, Jizchak Cohen, raccomanda di «interrompere completamente i rapporti con un’istituzione di cui fanno parte negazionisti dell’Olocausto ed antisemiti». Fratelli maggiori, questa sarebbe una decisione gravissima e ingiusta. Avrebbe allora davvero ragione il grande storico Sal Baron, citato da Ariel Toaff, a denunciare «una concezione piagnucolosa della storia ebraica» che domina anche i rapporti personali di molti dirigenti con chi li stima e li ama ma è diverso da loro.

IL RIFORMISTA - Fabrizio D'Esposito : " L'invettiva anti -giudaica di un ultra - tradizionalista "
 
 
Maurizio Ruggiero. È la guida del movimento veronese Sacrum Imperium. Condanna l'uso della parola Olocausto, dice che sulle tesi di Williamson si dovrebbe poter discutere, evoca interessi economici dietro la memoria della Shoah e si sente perseguitato dagli ebrei in virtù della sua fede cristiana.

di Fabrizio d'Esposito
A Verona il monumento in memoria dell'Olocausto si trova nella piazzetta di fronte alla chiesa di Santa Maria in Organo, una delle più note e antiche della città. Il quartiere è in centro e si chiama Veronetta. Dice Maurizio Ruggiero: «È un'orribile ferraglia che solo con uno sforza da ernia può dirsi monumento. E poi il quartiere Veronetta ha un alto numero di tradizionalisti. Peccato che l'amministrazione comunale non abbia considerato i fanti della guarnigione veneziana che difendeva Verona e la Serenissima al tempo delle Pasque Veronesi, la grande insurrezione contro Bonaparte nell'aprile del 1797. I soldati furono deportati in Francia via Milano nei primi campi di concentramento che la storia ricordi, allestiti dai giacobini benefattori dell'umanità. Tornarono in pochi, ma si sa, la propaganda è propaganda e i morti non sono tutti uguali».
Maurizio Ruggiero ha cinquantuno anni, non è sposato ed è un cattolico tradizionalista. «Ultra-tradizionalista» dicono di lui i tradizionalisti del movimento Una Voce, che ne condannano gli eccessi.
A Verona è il coordinatore del movimento legittimista Sacrum Imperium. Per lui, l'unica messa valida è quella dell'antico rito tridentino, in latino. La differenza tra tradizionalisti e lefebvriani è semplice: i primi non sono mai usciti dalla Chiesa. Poi, continua Ruggiero, «l'analisi è la stessa, siamo contro il modernismo e il Concilio Vaticano II». A Verona il Sacrum Imperium ha un indirizzario di cinquemila nomi. Anche se in Curia minimizzano molto la sua influenza, «trenta quaranta seguaci». Spiega Ruggiero: «All'estero la via per diventare tradizionalisti è soprattutto liturgica. In tanti restano affascinati dal rito antico. Da noi, invece, è diverso. Lo si diventa per motivi storico-politici».
Alle elezioni Ruggiero, barese trapiantato a Verona sin da bambino, vota per la Lega: «Il sindaco Tosi è un mio amico da più di dieci anni. Ci vediamo sempre, non spesso. Adesso lo devo incontrare anche per la questione del monumento alla Shoah. Si avvicinò a noi nel 1996, alla vigilia del bicentenario delle Pasque Veronesi, allora era già capogruppo al Comune se non sbaglio». Sul caso Williamson, il vescovo negazionista dei lefebvriani, l'opinione di Ruggiero è questa: «Premesso che la Chiesa condanna il razzismo e l'antisemitismo, ritengo che non esistano tabù storici. Perché non è possibile discutere le affermazioni di Williamson? Quanti ebrei sono morti: sei milioni o cinquecentomila? Le camere a gas sono esistite oppure no? Ripeto, perché non è possibile discutere di queste cose? Sulla Shoah c'è stata una strumentalizzazione scandalosa. Certo gli eventi della Seconda guerra mondiale sono stati poco encomiabili e poco gloriosi, ma i comunisti sovietici e cinesi hanno ammazzato nei lager più di cento milioni di persone. E poi c'è la questione risarcitoria. Gli interessi che sono dietro la Shoah mi ricordano le denunce di pedofilia contro i preti. Spesso le vittime che accusano i sacerdoti sono mosse da motivi di natura economica». Dal negazionismo all'antigiudaismo. Il passo è breve: «L'uso del termine Olocausto è improprio e rischia di cancellare il vero Olocausto che è stata la morte di Cristo». Del resto, Ruggiero rivendica l'anti-giudaismo dei tradizionalisti cattolici: «Il nostro è il giudizio negativo che si deve dare della falsa religione giudaico-talmudica, la quale non ha più senso dopo la venuta del Messia. Prima del Redentore c'era il popolo eletto, dopo coloro che ne decretarono la morte e non lo hanno riconosciuto».
Ruggiero, a questo punto, prosegue le sue invettive anti-giudaiche distinguendo tra liturgia sinagogale e Talmud: «Oggi un vescovo cattolico deve avere l'indispensabile assenso del rabbinato, sennò sono guai, ma perché nessuno dice o scrive delle preghiere maledette, nel senso che sono maledizioni, che vengono recitate contro i cristiani nelle sinagoghe? Perché nessuno parla degli insulti contro Gesù e la Madonna contenuti nel Talmud, che è il vero libro sacro dell'ebraismo e non ha nulla a che fare con l'Antico Testamento?». Ruggiero si ferma e comincia a prendere documenti. Elenca siti dove è possibile trovare le cose che dice. «Partiamo dai precetti e dalle prescrizioni anti-cristiane del Talmud. In merito il testo più famoso è quello di monsignor Giovan Battista Pranaitis: Christianus in Talmude judeorum. Pranaitis era un sacerdote russo e il libro fu pubblicato nel 1892». Ruggiero legge da un lungo articolo a firma di don Curzio Nitoglia uscito alla fine del 1993 sulla rivista Sodalitium, che sintetizza i passaggi più significativi di Pranaitis: «Le leggo cosa c'è nel Talmud sulla vita di Cristo. "Nel Trattato Kallah 1 b (18 b) si narra che Gesù fosse un bastardo e figlio di una donna impura. Che aveva in sé l'anima di Esaù ed era stolto, prestigiatore, seduttore, idolatra. Fu crocifisso e sepolto nell'inferno e divenne l'idolo dei cristiani". E ancora: "Nel Sanhedrin 67 a si legge che Gesù era figlio di una meretrice, che fu crocifisso la sera di Pasqua, che sua madre fu la prostituta Maria Maddalena. La Madonna è chiamata meretrix o Stada poiché aveva tradito il marito con un adulterio. Nello Schabbath 104 b Gesù è chiamato stolto e demente, prestigiatore e mago. Lo Zohar 282 b dice che Gesù morì come una bestia e fu sepolto tra le bestie"».
Sul sito tradizionalista della Milizia di San Michele Arcangelo c'è invece un elenco delle prescrizioni talmudiche così come riportato sempre da Pranaitis: «L'ebreo non deve salutare il cristiano»; «L'ebreo non deve ricambiare il saluto del cristiano»; «I cristiani devono essere evitati perché sono immondi»; «Si deve fare del male ai cristiani: l'ebreo ha l'obbligo di fare del male ai cristiani per quanto egli possa, sia indirettamente - non aiutandolo in nessuna maniera - che direttamente - distruggendo i loro piani e progetti»; «I cristiani devono essere danneggiati nelle cose necessarie alla sopravvivenza»; «Un ebreo deve sempre cercare di ingannare i cristiani». Ed ecco come conclude Pranaitis il suo libro: «Se lo studio delle orribili bestemmie di questo libro dovesse essere rivoltante per il lettore, che egli non me ne voglia. Non ho detto, all'inizio, che avrei narrato qualcosa di piacevole, ma solamente che avrei dimostrato ciò che veramente il Talmud insegna sui cristiani».
La liturgia in sinagoga, infine. Stavolta Ruggiero sventola un articolo dell'agenzia vaticana Fides. «La Fides non è tradizionalista ma guardi cosa scriveva nel 2007». Legge ancora: «Alcuni circoli ebraici e alcuni organi di stampa hanno fatto rumore in occasione della promulgazione del Motu proprio di Benedetto XVI sulla Messa antica, paventando la reintroduzione della preghiera per gli ebrei, quella da cui Papa Giovanni tolse l'aggettivo "perfidi". Forse pochi sanno che la orazione solenne per gli ebrei del Venerdì Santo ha una corrispondente nella birkat ha-minim (benedizione contro gli eretici) della liturgia giudaica, che è la seguente: "Che per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il regno dell'orgoglio; e periscano in un istante i nazareni e gli eretici: siano cancellati dal libro dei viventi e con i giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu Yahweh che pieghi i superbi". Così recita la XII benedizione della liturgia sinagogale nella forma primitiva. Mentre in quella del Talmud babilonese più diffusa oggi: "Per i calunniatori e gli eretici non vi sia speranza, e tutti in un istante periscano; tutti i Tuoi nemici prontamente siano distrutti, e Tu umiliali prontamente ai nostri giorni. Benedetto Tu, Signore, che spezzi i nemici e umili i superbi"».
Conclude Ruggiero: «Sono antigiudaico per difendermi da queste maledizioni».

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