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Corriere della Sera - La Repubblica - La Stampa - Il Foglio - Il Giornale Rassegna Stampa
26.01.2009 Il Vaticano deve fare chiarezza sul caso del vescovo negazionista
le opinioni di Giorgio Israel, Vito Mancuso, Gianni Gennari, Giuliano Ferrara; le difese a oltranza di Andrea Riccardi e Andrea Tornielli

Testata:Corriere della Sera - La Repubblica - La Stampa - Il Foglio - Il Giornale
Autore: Gian Guido Vecchi - la redazione - Vito Mancuso - Gino Gennari - Giuliano Ferrara - Andrea Tornielli
Titolo: «Il museo della Shoah contro il Vaticano - La delusione di Giorgio Israel- San Pio X Riccardi: ricomposto uno scisma - Il Papa che preferisce dimenticare la Shoah - Santità che dolore quella revoca - E' urgente che il Vaticano sconfessi il vescovo negazio»

Di seguito, pubbliciamo una rassegna di articoli apparsi il 26 gennaio sul caso del vescovo lefebvriano Richard Williamson, un  negazionista della Shoah che insieme agli altri membri della "Fraternità San Pio X" è stato riammesso alla comunione con la Chiesa cattolica romana.

Dal CORRIERE della SERA, la cronaca di  Gian Guido Vecchi
"Il museo della Shoah contro il Vaticano"

CITTÀ DEL VATICANO — «Ovviamente terremo conto di tutto questo perché ogni affermazione negazionista è un insulto alla memoria del martirio del popolo ebraico. Dopo la Shoah non solo il negazionismo, ma ogni atteggiamento ostile verso l'ebraismo non è tollerabile». Giovanni Maria Vian è direttore dell'Osservatore
Romano, il quotidiano della Santa Sede uscirà oggi e domani con pagine speciali sulla Giornata della memoria, «le avevamo preparate da tempo, abbiamo tantissimo materiale, a questo punto lo divideremo su due giorni».
In Vaticano si continua a chiarire, a distinguere. La revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani è un gesto di «pace e misericordia» che nulla ha a che vedere con «inaccettabili opinioni negazioniste » di uno di loro, il vescovo Williamson, quello che nega siano mai esistite le camere a gas. Ma intanto la polemica monta. E arriva, durissima, una nota dello Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme: «È scandaloso che qualcuno di tale statura, nella Chiesa, neghi l'Olocausto». Certo, «riteniamo che la questione della scomunica sia una questione interna alla Chiesa», ha detto Robert Rozet, del Museo. «Noi comprendiamo che le posizioni di Williamson non rappresentano il punto di vista della Chiesa, però continuiamo a sperare che essa continuerà a condannare con forza questi commenti inaccettabili e odiosi ».
Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, fa sapere che la faccenda «non ha niente a che fare con i rapporti tra Stati» e quindi non influirà sul viaggio progettato di Benedetto XVI in Israele a maggio. Certo complicherebbe la visita al Museo, dopo le polemiche sulla targa che parla del «silenzio» di Pio XII. Del resto, spiegano Oltretevere, il viaggio sarà confermato se il contesto, dopo la guerra, lo permetterà.
In ogni caso non è un momento facile nel rapporto con gli ebrei. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, scandisce: «Se la prendono con questo signore negazionista, ma è tutto il movimento lefebvriano ad essere problematico». E ricorda la visita di Giovanni Paolo II al rabbino Toaff: «I tradizionalisti, fuori della sinagoga, distribuivano un foglio con scritto: "Papa, non andare da Caifa"». La Fraternità, per parte sua, ha diffuso un comunicato nei distretti di Gran Bretagna- Scandinavia e Germania che dice: «Gesù era ebreo, Maria era ebrea, gli apostoli erano ebrei, e quindi nessun vero cristiano può essere antisemita. Le affermazioni fatte dal vescovo Williamson sono esclusivamente sue e non riflettono le vedute della Società di San Pio X».
In questo clima, sono importanti le parole di Benedetto XVI, ieri all'Angelus. La liturgia ricordava la conversione di San Paolo e il Papa ha spiegato che «alcuni preferiscono non usare questo termine perché egli era già credente, anzi ebreo fervente, e perciò non passò dalla non-fede alla fede, dagli idoli a Dio, né dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo ». La sera, celebrando i Vespri a conclusione della settimana per l'unità dei cristiani, il Pontefice non ha fatto riferimento ai lefebvriani. Ma ha detto che servono «gesti coraggiosi di riconciliazione tra noi cristiani ». Spiegando come l'unità dei cristiani richieda una «piena conversione» che implica un «primo passo» in cui «si conoscono e riconoscono le colpe », riconoscimento che diventa «dolore e pentimento, desiderio di un nuovo inizio».

La presa di posizione di Giorgio Israel :"La delusione di Giorgio Israel: si sono ispirati alla morale di Pilato":

MILANO — La revoca della scomunica ai lefebvriani e in particolare al vescovo Richard Williamson è «una ferita difficile da rimarginare». Si legge delusione nelle parole di Giorgio Israel, storico della Scienza alla Sapienza di Roma, che pure sul Foglio ha spesso sottolineato i meriti di Benedetto XVI — preferito esplicitamente al cardinale Martini — nel rilancio del dialogo tra ebrei e cattolici, che Ratzinger ha a suo avviso riportato con rigore teologico alle comuni radici nell'Antico Testamento. «Con la stessa franchezza con cui ho espresso le mie riserve su certe critiche alla Chiesa cattolica sul tema del dialogo ebraico-cristiano — scrive Israel sul sito Moked — intendo dire che la riammissione nella comunità cattolica del vescovo è un fatto straordinariamente grave. Williamson non soltanto ha contestato che le camere a gas siano mai esistite ma ha detto che "l'antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità. Ma se c'è qualcosa di vero non può essere cattivo"». «Affermare che la revoca della scomunica non significa sposare le sue idee — conclude lo storico — si ispira alla morale di Ponzio Pilato».

Un intervista ad Andrea Riccardi della Comunità di San'Egidio, che minimizza il caso e ipotizza un'indimostrato "effetto positivo" della ricomposizione della Chiesa con gli ambienti lefebvriani:"San Pio X  Riccardi: ricomposto uno scisma"

ROMA — «Il Concilio Vaticano II resta sempre il grande orizzonte della Chiesa. Ricordo una battuta che mi fece una volta Giovanni Paolo II: il cardinale Ratzinger è l'ultimo grande teologo del Concilio». Lo storico Andrea Riccardi, studioso della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant'Egidio, nota un «grande polverone» intorno alla «grande opera» di Benedetto XVI, la «mano tesa» ai lefebvriani verso «il processo di ricomposizione dello scisma». Parole di chi ha dedicato la vita al dialogo e il 17 gennaio ha partecipato con il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni all'unico incontro dell'anno tra ebrei e cattolici, organizzato a Roma dal Centro Bené Berith.
La revoca della scomunica ai quattro vescovi non c'entra con il fatto che uno di loro neghi la Shoah e l'esistenza delle camere a gas, hanno spiegato in Vaticano. Però non aiuta i buoni rapporti con gli ebrei, no?
«Guardi, premesso che il negazionismo è un'abiezione, un abisso di stupidità e di settarismo... E premesso che un vescovo negazionista non me lo figuro, soprattutto dopo che due Papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sono stati ad Auschwitz pronunciando parole decisive... ».
...Premesso questo?
«...Faccio notare che se la ricomposizione dell'unità andasse avanti, probabilmente avrebbe un effetto positivo, proprio riguardo ai negazionisti».
E quale, professore?
«È evidente che il gesto del Papa non intende né avallare le posizioni di un vescovo né introdurre questi pensieri surrettiziamente nella Chiesa. Al contrario, l'ambiente dove circolano queste idee, se circolano, sarebbe sottratto diciamo così ad una deriva settaria e inserito nel sentire più vasto della Chiesa».
A quale ambiente pensa, in particolare?
«Bè, per esempio al seminario dove insegna questo Williamson. Far parte della Chiesa vuol dire accettarne il magistero ma anche camminare con essa e con il Papa. E poi, insomma, la revoca di una scomunica non è un decreto di lode! Non è che l'abbiano fatto legato pontificio... ».
Certo che un vescovo negazionista...
«Purtroppo ce ne sono stati altri capaci di esprimere posizioni aberranti. Ricordo una discussione con un vescovo arabo sui "Protocolli dei Savi di Sion"...».
Un classico dell'antisemitismo, il famoso documento falso sul complotto ebraico?
«Proprio. E questo mi diceva: i "Protocolli" si sono avverati. Io gli risposi che non era un'opinione degna di un vescovo. Ma, vede, la Santa Sede ha i suoi strumenti davanti a opinioni così devastanti. Quando tutto fosse sanato, con la Fraternità, allora sono convinto che con la dovuta autorevolezza interverrà».
E adesso?
«La decisione di revocare queste scomuniche è un passo in un processo di ricomposizione dello scisma. È una grande opera di Benedetto XVI che sente come suo dovere di Papa cercare l'unità. Ora ci saranno altri passi necessari. Tutto il problema della Fraternità e della sua posizione nella Chiesa sarà oggetto di riflessione, e d'altronde questi quattro vescovi sono senza giurisdizione, senza titolo, la situazione è ancora fluida. Tra l'altro mi viene un sospetto».
Quale?
«Che dichiarazioni così aberranti possano essere uno strumento interno al mondo tradizionalista per sabotare il processo di superamento dello scisma messo in campo da Benedetto XVI. Alla fine, però, credo che questo polverone ci abbia dato un'occasione: rassicurare che queste opinioni, nella Chiesa cattolica, non hanno corso».

Da La REPUBBLICA, la dura presa di posizione del teologo cattolico Vito Mancuso: Il Papa che preferisce dimenticare la Shoah

Una cosa deve essere chiara: negare che un crimine sia avvenuto significa commetterlo di nuovo. Ed è quello che fa sua eccellenza monsignor Richard Williamson, vescovo lefebvriano ora pienamente cattolico grazie alla clemenza di Benedetto XVI, col negare l´esistenza delle camere a gas e ridurre il numero degli ebrei uccisi a un massimo di 300.000. In questo articolo provo a indagare due cose: 1) il motivo che porta un seguace dell´ebreo Gesù, immagino anche particolarmente devoto all´ebrea sua madre Myriam, a negare la Shoah; 2) il motivo che porta un papa, vicario dell´ebreo Gesù, a riammettere alla piena comunione ecclesiale un prelato di cui si conosce la negazione della Shoah.
Monsignor Williamson non ha scoperto nuovi documenti in base a cui dimostra che la ricostruzione storica della Shoah è grandemente inesatta. Egli semplicemente sceglie di prestare fede, di contro ai numerosissimi storici che attestano la Shoah, ai pochissimi che la negano. Se già la ricerca storica dipende dalle ipotesi di lavoro del singolo studioso, a maggior ragione la scelta di sposare una o l´altra tesi storiografica da parte di chi storico non è, dipende dalle precomprensioni personali. Ora la domanda è: qual è la precomprensione che porta il "nuovo" vescovo cattolico, di contro a una montagna di documenti e di testimoni, a prestare fede alla tesi negazionista? Non ho usato a caso la parola "fede", perché di questo si tratta.
Infatti è una particolare interpretazione della fede cristiana a muovere la mente di monsignor Williamson: la medesima che fu all´origine dell´antisemitismo che portò alla Shoah. Questo nuovo vescovo che noi cattolici abbiamo ricevuto in dono dal Papa è la prova provata che un certo cristianesimo ha molto a che fare con quel pensiero assassino che si concretizzò nella Endlösung decisa da Hitler il 20 gennaio 1942 nella conferenza di Wannsee. A proposito dell´antisemitismo nazista ha scritto monsignor Pier Francesco Fumagalli, per anni segretario della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l´ebraismo: «Simili concezioni neo-pagane erano favorite da un ambiente generale nel quale già da secoli circolavano stereotipi antiebraici di carattere cristiano, che permisero la crescita di un antisemitismo diffuso, solo apparentemente moderato». Il per nulla moderato monsignor Williamson è un elemento chimico molto utile al laboratorio della storia, è una specie di fossile vivente, un reperto personificato delle radici cristiane dell´antisemitismo, di cui Giovanni Paolo II ha chiesto perdono, ma a quanto pare con poco successo presso il suo successore.
Vengo al secondo punto: come mai Benedetto XVI, nel decidere di riammettere alla piena comunione ecclesiale i lefebvriani, è passato sopra alle opinioni criminali (nel senso tecnico di costituire un crimine perseguibile dalla legge) di monsignor Williamson? Di sicuro non ha fondamento la distinzione della Sala Stampa vaticana tra livello dottrinale e opinioni politiche personali, perché il Vaticano guarda sempre con attenzione alle opinioni politiche personali: furono esattamente le opinioni politiche personali a generare la repressione contro la teologia della liberazione. In realtà le opinioni politiche di monsignor Williamson non sono state ritenute un ostacolo. C´era qualcosa di più importante della negazione della Shoah, della memoria di sei milioni di morti. Di sicuro erano pure previste le reazioni scandalizzate, gli inevitabili contraccolpi per il dialogo col mondo ebraico, ma si è proseguito lo stesso. Perché Benedetto XVI ha agito così? A mio avviso la risposta è una sola: per l´interesse della Chiesa. Il Papa ha ritenuto il bene della struttura ecclesiastica superiore al rispetto della verità e della memoria dei morti. È il tipico peccato degli uomini di potere, che per dare forza al proprio stato o partito o azienda sono disposti a calpestare la verità. Questo è avvenuto: una fredda, gelida, lezione di che cosa significa "servire la Chiesa", ritenendo il bene della Chiesa superiore a tutto, persino alla memoria dei morti. La storia della Chiesa conosce molte pagine di questo stesso tetro colore. Concludo ricordando che nel 1998 il Vaticano pubblicò un documento intitolato «Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah». Accettando monsignor Williamson come vescovo cattolico, Benedetto XVI ne ha scritto un altro, con un titolo diverso: «Noi dimentichiamo». Desidero dire ai fratelli ebrei che molti cristiani non leggeranno mai quel documento, e continueranno a ripetere con Giovanni Paolo II: Noi ricordiamo!

Da La STAMPA, l'intervento di Gino Gennari, importante collaboratore del quotidiano dei vescovii italiani, AVVENIRE (come Rosso Malpelo):Santità che dolore quella revoca

Sono addolorato per la revoca, da parte di Benedetto XVI, della scomunica inflitta da Wojtyla nell’88 ai quattro vescovi scismatici ordinati contro la volontà papale. E ciò anche per fedeltà a una lezione ricevuta, all’inizio del mio insegnamento teologico all’Università del Laterano, dal teologo Joseph Ratzinger.

Leggo, dal suo Il nuovo Popolo di Dio (Queriniana, 1971) p. 286: «la vera ubbidienza (nella fede) è veracità e continua a restare ubbidienza pur nella testimonianza della sofferenza», e a p. 281: «per tutta la storia della Chiesa il Papa, il successore di Pietro, fu insieme “petra” e “skandalon”, roccia di Dio e pietra di inciampo» e «l’importante, per il credente, è in effetti il saper sopportare questo paradosso dell’azione divina... tensione fondamentale di una fede che non vive di merito, ma di grazia». Poi a p. 158: «sarà possibile e anche necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale».
Ho ammirato il teologo Joseph Ratzinger, oggi anche amato per ragioni di grande gratitudine personale, nel suo nuovo ministero universale, cioè cattolico. Perciò aggiungo qui due cose. La prima, semplice ma fondamentale, è che per fortuna il comunicato ufficiale parla solo di inizio del pieno recupero della comunione ecclesiale. Ora la mano paternamente tesa va accolta, non respinta. Ma ieri mons. Fellay ha ribadito che con la remissione della scomunica è la Tradizione di fede che rientra nella Chiesa cattolica, e che loro accettano i Concili, ma «fino al Vaticano II».
Sono cose già vissute: il 5 maggio 1988 la Santa Sede annunciò un «accordo» sottoscritto da Lefebvre, che il giorno dopo lo smentì clamorosamente, ribadendo accuse e insulti, e il 30 giugno successivo l’accorato telegramma del card. Ratzinger che a nome del Papa scongiurava Lefebvre di non procedere alle consacrazioni episcopali, offrendo un auto per un incontro immediato a Roma, fu respinto al mittente. Fu e rimane uno schiaffo a Giovanni Paolo II e al Concilio, tante volte in questi 45 anni da loro definito infedele, con Papi «bastardi», «bastarda» la Messa di Paolo VI, «vacante» la Sede Apostolica dopo Pio XII, e l’accusa di eresia rovesciata su vescovi, teologi e Papi… Serve chiarezza, e solo una richiesta impegnativa di revisione delle posizioni passate dirà un vero ripristino della comunione ecclesiale.
Manca ancora qualcosa, però. Padre Lombardi dice, a ragione, che la questione delle dichiarazioni negazioniste della Shoah, da parte di mons. Williamson, uno dei quattro vescovi scomunicati nel 1988, è un altro problema rispetto alla decisione della S. Sede. Ma la questione è reale: Williamson ha davvero detto, e conferma. Ebbene: nel Vangelo, sulla bocca di Gesù, la più dura parola è per il peccato detto «bestemmia contro lo Spirito Santo» (Lc. 12, 10), da sempre interpretato come negazione voluta e cosciente della verità evidente.
Ora Williamson è chiaramente in questa situazione. Che fare? Chiedergli una ritrattazione, ovviamente, e darne un segno evidente. Se il Santo Padre ordinasse a Williamson di andare di persona, accompagnato magari dalle guardie svizzere o da un presidio di ecclesiastici ufficialmente incaricati della cosa, fino ad Auschwitz, e inginocchiarsi dove si è inginocchiato Lui, tre anni orsono, o anche a Gerusalemme, allo Yad Vashém, e al Muro del Pianto, dove Giovanni Paolo II lasciò il suo foglietto penitenziale, sarebbe o no un bel segno? A me pare che sì.

L'intervento di Giuliano Ferrara sulla prima pagina del FOGLIO: E' urgente che il Vaticano sconfessi il vescovo negazionista

Non è cauto e non è saggio, da parte del Vaticano, che la abrogazione della scomunica dei vescovi lefebvriani della comunità di San Pio X presti il fianco a una nuova polemica con gli ebrei. La revoca di un atto canonico emanato nel 1988, sotto Giovanni Paolo II, è ovviamente, in sé, un fatto interno nella vita della chiesa, e nessuno è autorizzato a mettere bocca, tanto più che il prudente padre Lombardi, il gesuita che guida la sala stampa vaticana, ha precisato puntigliosamente che questo gesto non ha altri significati che quelli intrinseci. Ma gli effetti non canonici di un provvedimento canonico dovrebbero essere vagliati con attenzione. Il vescovo scismatico Richard Williamson, tra coloro che sono stati riaccolti nella comunione ecclesiastica romana, ha affermato: “Credo che non ci siano mai state le camere a gas”. E questo è un “credo” o un tipo di fede che nel dibatitto storico e civile moderno si chiama “negazionismo” ovvero la decisione ideologica, non sostenuta da prove storiche e anzi contraddetta da prove documentali e testimoniali schiaccianti, di cancellare lo sterminio degli ebrei d’Europa dalla nostra comune memoria. Un atto di violenza al ricordo di milioni di discendenti delle vittime dei lager, e di brutale disconoscimento di quella parte dell’identità ebraica e israeliana che si è costruita nella custodia di quel ricordo in tutto il mondo. Qualche spiegazione agli ebrei è dovuta, se è vero che buttare di nuovo le braccia al collo a un vescovo che coltiva queste idee fideistiche sulla storia del Novecento può generare equivoci, incomprensioni, e perfino dolore in un contesto di dialogo profetico con gli ebrei che Roma ha avviato da decenni, partendo dal Concilio. Quello, naturalmente, è il punto dirimente della faccenda. E’ stato importante per il Papa ristabilire una misura di liberà nella definizione del culto liturgico ammesso e concretamente praticabile in seno alla chiesa. Ne andava di un giudizio ormai consolidato su un certo conformismo della riforma liturgica conciliare, incapace di lasciare spazio, nella sua applicazione del dopo Concilio, a forme di culto antiche, tradizionali, guardate con affetto e reverenza da una parte dei fedeli. E il nuovo spazio che si è preso il latino nella messa cattolica, compresa la preghiera del venerdì santo per la conversione dei giudei in una prospettiva escatologica, ha spinto la gerarchia a uno sforzo di spiegazione e giustificazione pieno di rispetto per gli ebrei e intrinsecamente coerente con la nuova via inaugurata e costruita passo passo dagli ultimi tre papi. Lo stesso sforzo è necessario adesso. Bisogna che in Vaticano qualcuno ai massimi livelli si prenda la briga di spiegare che la fede negazionista del vescovo (ex?) scismatico Williamson è un atto di arbitrio irrazionale, un riflesso mentale tipico di una tradizione antigiudaica che la chiesa petrina ha rigettato e rinnegato in toto. Tra i molti gesti di carità e di verità di cui è capace la chiesa, sia detto con umiltà e sincerità, questo è oggi uno dei più urgenti.


Difesa a oltranza del Vaticano, anche ignorando le molte voci di dissenso da parte cattolica, Il GIORNALE. Di seguito, l'articolo di Andrea Tornielli: Dall' islam a Obama: un mese di passione per il Papa:

Roma - Quello dell’anno scorso fu caratterizzato dalle polemiche roventi e dalle porte chiuse alla Sapienza. Quello del 2009 è un gennaio altrettanto «caldo» per Papa Ratzinger. Innanzitutto per il moltiplicarsi dei segnali negativi dal mondo ebraico, ancor più dolorosi per Benedetto XVI, che ha riflettuto e scritto sullo speciale legame che unisce ebrei e cristiani. Prima c’è stata la decisione dei rabbini italiani di non partecipare alla giornata dell’ebraismo promossa dalla Chiesa italiana, a motivo della preghiera del Venerdì santo presente nel rito antico della Messa, che il Pontefice ha liberalizzato con il motu proprio nel 2007.

Proprio ieri sera, celebrando i vespri a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani, il Papa ha detto che quello di San Paolo «non fu un passaggio dall’immoralità alla moralità, da una fede sbagliata a una fede corretta, ma fu l’essere conquistato dall’amore di Cristo». Eppure il rabbino di Venezia, Elia Enrico Richetti, ha scritto che con Ratzinger il dialogo ebraico-cristiano è tornato indietro di cinquant’anni. Polemica che sembra non tener conto di due fatti: la preghiera del Venerdì santo nel messale antico del 1962 conteneva un riferimento all’«accecamento» del popolo ebraico (tratto letteralmente peraltro da un testo di San Paolo), ma Benedetto XVI l’ha corretta proprio per venire incontro a una richiesta in questo senso presentata dai rabbini di Gerusalemme. Nella nuova versione, scritta dallo stesso Pontefice, si prega per gli ebrei affinché «Dio Nostro Signore illumini il loro cuore, affinché riconoscano Gesù Cristo». Molte le reazioni indignate, soprattutto in Italia. Peccato però che queste stesse espressioni si trovino ripetute in varie pagine del breviario postconciliare. Nessuno le aveva contestate.

Un altro fronte è quello che si aperto con la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Un atto che prelude al raggiungimento della piena unità, non la crea. Sono state infatti rilanciate delle deliranti affermazioni negazioniste sulla Shoah di uno dei quattro presuli, Richard Williamson, lasciando intendere che la revoca della scomunica significasse un’attenuazione del chiaro giudizio della Chiesa sull’Olocausto, se non una sua revisione. Niente di più falso, come è stato del resto autorevolmente spiegato: Benedetto XVI ha parlato più volte contro l’antisemitismo, e molto chiaramente, nella linea del suo predecessore Giovanni Paolo II. Nonostante le polemiche, il Papa intende compiere il pellegrinaggio in Terrasanta, e dunque in Israele e nei Territori sottoposti all’autorità palestinese, guerra permettendo. Da notare poi che parte del mondo ebraico, soprattutto fuori dall’Italia, non condivide le continue critiche rivolte alla Chiesa e al Pontefice, soprattutto in questo delicato frangente storico.

Papa Ratzinger si trova poi a fronteggiare anche le cosiddette «emergenze etiche». Non c’è solo in Italia la «via crucis» di Eluana Englaro, ma - dopo l’elezione di Barack Obama - ci sono anche le decisioni del neopresidente americano di rifinanziare le organizzazioni non governative abortiste che si occupano di pianificazione familiare nei Paesi poveri. In un momento di grave crisi economica, spiegano i collaboratori del Pontefice, si sperava che il nuovo presidente usasse le risorse in favore di chi ha più bisogno, non per finanziare l’aborto. Ma sarebbe un errore considerare quella vaticana come una «guerra preventiva» nei confronti del primo afroamericano alla Casa Bianca. Se sui temi etici le tensioni sono destinate ad aumentare (ed era previsto), sullo scacchiere internazionale sono possibili, invece, maggiori convergenze. Un approccio multilaterale, un dialogo con l’Islam che rifiuta il terrore, un ruolo più attivo nel tentare una soluzione al conflitto israelo-palestinese, sono motivi di consonanza.
Proprio al mutato atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del mondo islamico guarda la Santa sede, nella speranza che i musulmani - anche quelli in Europa - si sentano meno nel mirino. E al tempo stesso il Vaticano auspica che esistano pure minori giustificazioni nei confronti dei violenti e di chi semina odio: ha preoccupato, nei Sacri Palazzi, il fenomeno delle manifestazioni con le bandiere di Israele bruciate, culminate con la preghiera non causale davanti alle cattedrali, a Milano e a Bologna.

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